Sorprendente. Sorprendente e normale o, se si preferisce, sorprendentemente normale. Sorprendente – monsieur de la Lapalisse mi perdoni il plagio – perché quel che è accaduto domenica scorsa ha sorpreso tutti (a cominciare, naturalmente, dai profeti per vocazione, quelli del “io l’avevo detto”). Ed al tempo stesso normale, perché in Argentina – paese la cui storia politica ed economica è, nella lunga ombra del peronismo, non tanto un “enigma”, come ormai d’abitudine lo si definisce, quanto un inestricabile groviglio di paradossi – la sorpresa è di norma la norma. Tutto sorprende in Argentina. E tutto normalmente (o prevedibilmente) diventa normalissima parte di un prolungato fallimento, d’una perenne promessa mancata, d’un reiterato, doloroso passo falso.
A sorprendere, questa volta, sono stati, tre giorni fa, i risultati delle elezioni legislative chiamate a rinnovare, giusto alla metà del mandato presidenziale – ragion per la quale vengono chiamate, all’inglese, di “midterm” – la metà dei seggi della Camera ed un terzo di quelli del Senato. Contro ogni previsione queste elezioni sono state vinte – trionfalmente vinte – da LLA (La Libertad Avanza), il partito del presidente in carica, Javier Gerardo Milei, lo stesso che due anni fa, brandendo una motosega, aveva sorprendentemente sbaragliato, nel nome d’una mistica visione del liberismo e d’una iper-capitalistica redenzione nazionale, il tradizionale gioco politico argentino, fino ad allora a suo (e non soltanto suo) dire dominato da un’inamovibile e super corrotta “casta”. Lo aveva fatto, Milei, prima sconfiggendo e, quindi, cannibalizzando la vecchia destra di Mauricio Macri (presidente tra il 2015 e il 2019), per poi chiudere, con una netta (e ovviamente sorprendente) vittoria nel ballottaggio, un quasi ininterrotto ventennio di predominio peronista (versione kirchnerista).
Se valutata in termini puramente numerici – il 41 per cento contro il 32 per cento di Fuerza Patria, la coalizione peronista – la vittoria conseguita da LLA domenica scorsa appare netta, ma non propriamente travolgente. A trasformarla in un “sorprendente trionfo” hanno però contribuito due fattori. Il primo: questa vittoria ha regalato a LLA un numero di deputati e senatori sufficiente per sostenere, contro eventuali levate di scudo del Parlamento, il potere di veto presidenziale. Il che significa che, nei due anni di mandato che gli restano, Milei potrà, almeno sul fronte parlamentare, perseguire senza freni o condizionamenti la sua politica di radicali riforme (o controriforme) liberiste. Secondo (e di gran lunga più rilevante) fattore: nel voto di domenica Milei non solo ha battuto il peronismo in quello che è storicamente il suo più inattaccabile feudo – la Provincia di Buenos Aires (la città più l’immensa periferia che la circonda, il cosiddetto “Conurbano”, 24 municipi dove vive quasi il 30 per cento degli argentini) ma lo ha battuto, sia pur di strettissima misura (0.54%), a meno di due mesi di distanza dalla terrificante batosta che, in quei medesimi luoghi, pareva averlo, se non del tutto liquidato, quantomeno tramortito in vista delle imminentissime e decisive elezioni di “midterm”.
Alla conquista del “Conurbano”
Era per molti aspetti stata, quella subita da LLA lo scorso 7 di settembre, una ferita autoinflitta, un classico colpo di zappa sui piedi. Proprio Milei, infatti, aveva provveduto a trasformare quelle elezioni locali, di norma piuttosto debolmente intercettate dai segnali radar dei media, in una sorta di definitivo referendum – pro o contro – sui suoi due anni di governo. La conquista del “Conurbano” doveva essere, aveva detto e ripetuto Milei, “el último clavo en el ataúd del peronismo”, l’ultimo chiodo della bara del peronismo. E, facendo sfoggio d’una delle metafore anali che più predilige, aveva aggiunto in ben più d’uno dei suoi comizi: “Vamos a romperle el culo”.
Il risultato? Una rottura, in effetti. Ma non quella da Milei tanto pittorescamente annunciata. Ad uscire con i posteriori a pezzi dalle elezioni amministrative era infatti stata, nella Provincia di Buenos Aires, proprio La Libertad Avanza, “sorprendentemente” sconfitta con un distacco di 14 punti in percentuale (34 per cento contro il 47 dei peronisti). Con un calo di otto punti rispetto ai voti conseguii nelle presidenziali del 2023 e con Axel Kicillof – probabile candidato presidenziale del peronismo alle presidenziali del 2027 – trionfalmente rieletto governatore della Gran Buenos Aires.
Una vera e propria legnata sui denti che, oltre a deturpare il presidenzial-sorriso di Javier Milei, segnalava a luci rosse quantomeno la possibilità d’una ennesima e molto prossima resurrezione del peronismo (ammesso, naturalmente, che di resurrezione si possa parlare nel caso d’un fenomeno endemico, parte mutevole ma organica, a suo modo immortale, del sistema politico e della cultura argentina). Ancor peggio: quella sonora batosta metteva impietosamente in luce le profonde crepe che, ormai da mesi, sempre più visibili e misurabili andavano (e vanno) aprendosi sulla facciata di quello che Milei – mai avaro quando si tratta di insultare gli avversari e di incensare se stesso – ama chiamare il “miracolo economico argentino”. Miracolo, parole sue, frutto del “ajuste más grande de la historia universal”, della più grande correzione economica della Storia universale.

Breve riassunto delle precedenti puntate, per meglio capire. Due anni fa, dopo la sua vittoria contro il peronista Sergio Massa, Milei aveva – pur mantenendo, nella forma tutta la sua aggressività anti-casta e antisistema – accantonato a favore d’un più discreto pragmatismo tutti i più “sovversivi“ punti del suo programma politico. Niente immediata dollarizzazione dell’economia, niente abolizione del Banco Central. Ed alla guida dell’economia aveva chiamato non un teorico dell’anarco-capitalismo (corrente della quale, nel nome di Murray Rothbard, Javier Milei si sente l’ultimo profeta), ma Luis Caputo, già titolare del medesimo dicastero durante il quadriennio di Mauricio Macri. Quel medesimo Luis Caputo che, durante quei quattro anni, Milei aveva più volte definito “un imbecille”. E, insieme a quell’imbecille, ora da lui ribattezzato “colosso” del pensiero economico, aveva elaborato un programma di austerità – “no hay plata”, non ci sono soldi era lo slogan che lo accompagnava – molto più accelerato e profondo ma, per sua natura, non strutturalmente troppo dissimile da quello che, con risultati iniziali più che soddisfacenti, ma finalmente negativi, aveva marcato il quadriennio della presidenza Macri.,
Ed analogo è stato, per molti versi, anche il cammino del “historico ajuste” Milean-caputiano. Eccellenti risultati iniziali, specie nella lotta al problema numero uno, l’inflazione, calata in pochi mesi, dal 200 al 30 per cento annuale, e nella riduzione del debito pubblico (giusto un anno fa Milei ha potuto solennemente annunciare, taglio dopo taglio, la chiusura non in rosso del bilancio). Un processo “virtuoso”, questo, grazie al quale l’Argentina aveva ottenuto, lo scorso anno, un’apertura di credito per 20 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. “Virtuoso”, ma alla lunga destinato, come molti altri programmi di austerità, a divorare se stesso, prosciugato dalla “insostenibile leggerezza” del peso, la moneta che, originalmente, Milei voleva rimpiazzare col dollaro. Ed il cui valore il governo ha dovuto sostenere al prezzo di crescenti e sempre meno sostenibili emissioni di danaro.
Al momento delle elezioni amministrative nella Grande Buenos Aires, l’Argentina si ritrovava (ed ovviamente ancora si trova) come all’inizio del viaggio: “sin plata”, senza soldi. Vale a dire: nel pieno d’una profonda crisi di liquidità. Con, sullo sfondo, un Paese logorato dalle politiche “austere” del governo – economia stagnante, bassi salari, caduta del consumo – e con le casse vuote. Di nuovo, come nel giuoco dell’oca, alla casella di partenza. Ed il tutto all’ombra di scandali che gettavano ben più d’un dubbio sulla natura anti-casta del nuovo governo. Lo stesso Javier Milei era rimasto, mesi fa, molto pesantemente coinvolto nel lancio d’una nuova criptomoneta – la Libra – poi risultata a tutti gli effetti truffaldina. Ed alquanto patetica era stata, in proposito, la sua autodifesa. “Quella moneta – aveva detto nel corso di una intervista televisiva – io non l’ho promossa, l’ho solo diffusa”. Un premio a chi trova la differenza, come nella vecchia Settimana Enigmistica.
Il fattore 3 per cento
E se – in virtù della molto arcana e nebulosa natura della “cripto economia”- questo scandalo non è poi fino in fondo disceso nelle profondità del popolare senso comune, un’altra storia ha invece, senza filtri, richiamato gli usi e costumi della tanto vituperata “casta” e l’ancor freschissimo ricordo della pantagruelica corruzione del ventennio kirchenerista. Quella che, grazie ad alcune registrazioni telefoniche pubblicate dai media, ha raccontato delle bustarelle – 8 per cento sul valore del prodotto con il 3 per cento riservato a Karina Milei, la super-sorella di Javier Gerardo, oggi “todopoderosa” Secretaria de la Presidencia – versate per l’acquisto di medicinali destinati all’agenzia statale che, in Argentina, assiste le persone con handicap.
È in questo contesto che, lo scorso settembre, l’assalto di Milei allo storico bastione peronista del “Conurbano” si era risolto in una “sorprendentemente normale” disfatta elettorale. Ed è in questo medesimo contesto che sorge oggi la più ovvia delle domande. Come è possibile che, in meno di due mesi, questa batosta si sia, con sorprendente normalità, trasfigurata nel suo opposto? Ovvero: in uno storico trionfo di Milei ed una altrettanto storica batosta del peronismo? Che cosa è cambiato in queste sei scarse settimane di tempo?
Per spiegare il ribaltone, i calcoli elettorali vanno, in queste ore, analizzando molti dettagli tutt’altro che privi d’importanza: la scarsa partecipazione al voto (il 66% per cento, la più bassa dal ritorno della democrazia, nel 1983); l’astensionismo che, più consistente nel “Conurbano” che nella città, avrebbe favorito LLA su Fuerza Patria); la performance di alcuni partiti minori che due mesi fa non parteciparono alla contesa; il mancato voto dall’estero (il voto degli emigrati tende a favorire il peronismo). Ma due sembrano essere le principali fonti di un tanto rapido e radicale cambio di panorama.

La prima è, manco a dirlo, un paradosso. Milei ha vinto perché ha perso. Più esattamente: ha vinto perché la legnata che a settembre gli è arrivata tra capo e collo gli ha consentito di tornare a giocare la medesima carta che, due anni fa, gli aveva spianato il cammino verso la Casa Rosada: quella del pericolo d’un ritorno al potere d’un sistema politico, il peronismo in versione kirchnerista, che ancor oggi è – e con ben più d’una valida ragione – considerato responsabile di gran parte dei mali del Paese. Après moi le dèluge, insomma. E se vi faccio schifo, ragion per la quale m’avete bastonato a settembre, considerate attentamente quello che potrebbe venire, o tornare, dopo di me.
La seconda – ed indissolubilmente connessa alla prima – fonte del ribaltone può invece essere riassunta in una somma aritmetica: venti più venti. Venti come i miliardi che, tramite il suo Segretario al Tesoro, Scott Bessent, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso di mettere a disposizione dell’Argentina per attenuare la crisi di liquidità in corso. Il tutto in due comode rate: venti più venti, per l’appunto. La prima rata direttamente ricavata dal Exchange Stabilization Fund (ESF), un fondo che, creato in vista delle più incombenti urgenze, il governo può usare senza passare per il Congresso (Bill Clinton già lo aveva usato nel 1995 durante la catastrofica deflagrazione del debito messicano, passata agli annali come il “Tequila Default“). La seconda nella indiretta forma di investimenti privati di natura finanziaria. Il tutto facilitato dal fatto che proprio da qui, dal molto opaco mondo degli hedge fund, viene il Segretario al Tesoro. E con l’aggiunta, al fine di sostenere il valore del peso, d’un più discreto ma continuo acquisto di valuta argentina.
A Washington col cappello in mano
È per questo, per chiedere questo danaro, che subito dopo la sconfitta di settembre, Javier Milei si è recato, cappello in mano, a Washington. Ed è per questo che lo scorso 24 di settembre in un discorso di fronte alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite – la stessa di fronte alla quale, il giorno prima, Trump s’era esibito in uno dei più sgangherati, divaganti e minacciosi interventi della storia dell’Onu, sì, quello in cui aveva sostenuto che i paesi che aprono le porte agli immigrati “andranno all’inferno” –, Javier Milei, il libertario purista del libero mercato, il discepolo di Friederich von Hayek e Milton Friedman s’era lanciato in uno sperticato, adulatorio umiliante e ridicolo elogio del neomercantilismo tariffario di Donald Trump.
Molti hanno, prima della “rivincita” della scorsa domenica, sottolineato l’ovvia natura politica – feudale verrebbe da dire – dell’appoggio finanziario degli Stati Uniti all’Argentina. Trent’anni fa gli aiuti al Messico erano giustificati da una intensa interconnessione commerciale che, nel caso argentino, non esiste che in minima misura. Anzi: in termini puramente economici, la copertura della crisi argentina altro non che è un danno inflitto, nel profondo della “rural America”, ai produttori di soia e grano statunitensi. Ed in termini politici sono, questi aiuti, in aperto contrasto con la linea dell’ “America First”, in virtù della quale gli USA hanno, di fatto, tornato Trump alla Casa Bianca, tagliato tutti gli aiuti all’estero.

Grande campione di questi tagli – che in alcuni dei paesi più poveri hanno significato, cosa provata, la morte migliaia di esseri umani– fu, prima che il suo ego si scontrasse con quello di Donald Trump, il ben noto Elon Musk, dal neo-rieletto presidente Usa posto a capo dell’informale ed illegale, ma onnipotente DOGE (Department of Government Efficiency). E molti ricorderanno come fu nel corso d’una esibizione di quest’ultimo di fronte al CPAC (Conservative Political Action), che, lo scorso marzo, Milei apparve per far pubblico dono della sua mitica motosega all’uomo più ricco del mondo, ora impegnato a sottrar fondi, medicine e cibo, ai più poveri del mondo povero.
Da ogni punto di vista, uno spettacolo umiliante. Consegnata la motosega a Musk, – che la esibì poi, con la consueta aria esaltata, al grido di “Chainsaw for burocracy”, motosega per la burocrazia – Milei venne liquidato senza un a parola, come un fattorino. Solo è mancato che, come si usa con i delivery boy, gli organizzatori gli mettessero in mano cinque dollari di mancia.
I danari che stanno per arrivare da Washington sono, sostanzialmente, il prodotto di questi atti di sottomissione o, quantomeno, di sottomessa affinità politico-ideologica. Ed è a fronte di questi pubblici atti di puro vassallaggio – il pellegrinaggio a Washington, il discorso all’ONU, la pagliacciata della motosega – che qualcuno aveva pronosticato, illudendosi, un contraccolpo politico, un sussulto di patriottica dignità. Qualcuno, tra i peronisti, aveva persino rispolverato, a sostegno di questa illusione, il mito originale del “Braden o Perón”. Ovvero: dello slogan che, nel 1945, accompagnò, nel campo d’un peronismo allora ai suoi tumultuosi albori, la campagna elettorale al termine della quale Juan Domingo Perón avrebbe, dopo il golpe militare del 1943 e contro la volontà degli Stati Uniti, conquistato la presidenza della Repubblica Argentina. Di questa volontà era allora visibile e ingombrante espressione l’ambasciatore Spruille Braden, originalmente inviato da Franklin Delano Roosevelt e mantenuto al suo posto da Harry Truman. Antichi ricordi che, nell’immaginario peronista si sono, nel tempo, trasfigurati in un eroico contrapporsi di sinistra rivoluzionaria (la loro) contro destra imperialista (quella di Braden e degli Usa). Anche se in realtà in quegli anni gli Usa contrastavano Perón non in quanto di sinistra o ancor meno “comunista” (ipotesi, questa, difficilmente sostenibile, considerato che i comunisti Perón li sbatteva in galera, con regolari appendici di torture e “desapariciones”), ma in quando fascista (cosa più che legittima considerato che Perón era un dichiarato ammiratore di Benito Mussolini e della sua economia corporativa).
L’ultimo scoglio prima dell’abisso
La cosa non ha però funzionato. Una non indifferente fetta di argentini ha, evidentemente accettato l’idea che i danari dello zio Don erano, non una umiliazione nazionale, ma una necessità, l’ultimo scoglio a cui appigliarsi per non precipitare nell’abisso.
Le conseguenze di tutto questo? Inutile fare previsioni. Ancora è impossibile capire come Milei interpreterà, all’atto pratico, quello che lui definisce – e che per molti aspetti oggettivamente è – un nuovo mandato politico. “I prossimi mesi – ha annunciato il presidente argentino – saranno i più riformisti della storia argentina”). E ancora più difficile è prevedere quali, a più lungo termine, saranno le reazioni dei mercati finanziari, la cui iniziale euforia già sembra essersi intiepidita in attesa degli eventi. Ed i precedenti vanno nelle più diverse direzioni. Nel 2009, Cristina Kirchner, perse rovinosamente le elezioni di “nidterm, ma due anni dopo riconquistò al primo turno, con il 54 per cento dei voti la presidenza. Al contrario, nel 2017 Mauricio Macri trionfò nelle midterm, per poi malamente perdere, nel 2019, la corsa contro il peronista Alberto Fernández
Una cosa però si può dire. Quello che si intravvede oggi in Argentina, oltre le nebbie della propaganda, è un senso di dejà vu. La crisi in corso non sembra, per sua natura, in alcun modo diversa da quelle che, lungo una storia che ha conosciuto ben nove defaults, hanno marcato la più recente storia della Nazione. E la solidarietà ideologica che sta alla base degli aiuti americani non è affatto alimentata, come Milei vorrebbe far credere, da alcun purismo libertario. Il capitalismo che Trump rappresenta è tutt’altro che un immacolato prodotto – rievocando Joseph Schumpeter – d’imprenditoriale creatività. È il capitalismo sporco, speculativo degli hedge fund ai quali Scott Bessent – lui stesso CEO d’uno di questi fondi – ha affidato la seconda e decisiva fase della operazione di soccorso all’Argentina. E già si sa che alla testa del progetto vi sarà la Discovery Capital Managment di Robert Citrone, socio d’affari di Bessent, già da tempo – e non certo per ragioni umanitarie, attivo in Argentina

Lo chiamano, in gergo, “crony capitalism”, capitalismo clietelare. Il capitalismo degli amici degli amici. Questo è il capitalismo di Donald Trump. Ed è tra le maglie di questo capitalismo che, ancora una volta, chiara s’intravvede l’ombra sinistra di quei “fondos buitres”, i fondi avvoltoi, che prima, durante e dopo la devastante crisi del 2001 – ultimo prodotto della famosa, o malfamata, “ley de convertibilidad”, di fatto una dollarizzazione dell’econoomia, – s’avventarono sul cadavere dell’economia argentina.
Quella crisi notoriamente si concluse con un presidente – il radicale Fernando de la Rua – costretto, in una Buenos Aires in preda al caos, ad abbandonare in elicottero la Casa Rosada. Finirà così anche stavolta? Finirà meglio? Finirà peggio? Chissà. Di certo finirà in maniera sorprendente. Sorprendente e – appena è il caso di aggiungerlo – assolutamente normale.

