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Tuesday, August 11, 2026
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Trump, un discorso, sei anni di frottole

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Può un cumulo di menzogne – tutte già ripetutamente sbugiardate e, in non pochi casi, universalmente ridicolizzate – sfociare in una nitida, inequivocabile verità? Il discorso che Donald J. Trump, quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America ha rivolto giovedì sera, in prime time, alla Nazione, ha ampiamente dimostrato come, in barba ad ogni logica apparenza, una siffatta eventualità non sia necessariamente la rappresentazione d’un ossimoro. Sì, grandi verità possono esser svelate mentendo. E, nello specifico caso di Donald Trump, non solo mentendo, ma mentendo senza ritegno alcuno. Mentendo sfidando il ridicolo ad ogni passo. Mentendo al punto – come ha molto efficacemente commentato nella sua newsletter per la piattaforma Substack il premio Nobel per l’economia Paul Krugman – da trasformare in falsità anche gli articoli e le congiunzioni (i “the”, gli “a” e gli “and”).

E mentendo, anche, fino alla noia. Perché proprio questo, la noia, spiega – al di là di ovvie ragioni di etica giornalistica – per quale ragione, sfidando le vendicative ire funeste del presidente (che ha minacciato di revocare le loro licenze di trasmissione), due dei tre storici grandi network televisivi – NBC e ABC – si siano rifiutati di trasmettere in diretta, come da tradizione, il solenne “messaggio alla Nazione” del capo dello Stato. Trump annuncia uno storico discorso dedicato alla “sicurezza del processo elettorale”? Già sappiamo che tornerà a raccontare le solite balle sulla vittoria che gli è stata rubata nel 2020. Vittoria ovviamente travolgente, uno “landslide”, una valanga, come Trump definisce, anche quando perde, le sue vittorie. E già sappiamo che il presidente userà queste balle per alimentarne un’altra: quella relativa ai pericoli di frode che aleggiano attorno alle ormai imminenti elezioni di metà mandato. Elezioni che, stando non solo ai sondaggi (notoriamente da prendersi con le pinze) ma anche alla più elementare logica politica, vanno ogni giorno di più preannunciandosi come disastrose per Trump e per il suo culto (quello che un tempo si chiamava Republican Party e che oggi va sotto il nome di MAGA, Make America Great Again).

Avevano – cosa, questa, che nessuno dubitava – visto giusto i network televisivi. Trump è tornato a raccontare balle. E raccontandole ha, con molto trumpiana e ormai tediosa sfacciataggine, confermato una prima, ovvia e risaputa verità. Vale a dire: come ogni suo” j’accuse” sia, in realtà, una confessione. Trump denuncia la preparazione di frodi a suo danno in vista delle elezioni di metà mandato? È la prova – prova provata al di là del proverbiale “ragionevole dubbio” – che lui sta progettando una frode.

Molti ricorderanno. Nel 2020, nelle stesse ore in cui, a gran voce, andava denunciando clamorosi (e inesistenti) brogli elettorali contro di lui, Donald Trump telefonava al Secretary of State della Georgia, il repubblicano Brad Raffensperger, responsabile del processo elettorale, per chiedergli o, meglio, per ordinargli di “trovare” i 11.780 voti di cui aveva bisogno per conquistare lo Stato. E nessuno può scordare come, il 6 di gennaio del 2021, Trump avesse tempestato di minacciose telefonate il suo molto pio vicepresidente Mike Pence, perentoriamente invitandolo a non ratificare, come la legge gli imponeva di fare, il risultato elettorale che sanciva la vittoria di Joe Biden. Il tutto, mentre una folla di suoi seguaci, da lui appositamente convocata a Washington ed aizzata con parole di fuoco, assaltava Capitol Hill al grido di “hang Mike Pence”, impicchiamo Mike Pence.

In quell’occasione, tanto Brad Raffensperger (sostenuto dal governatore repubblicano della Georgia, Brian Kemp) quanto il vicepresidente Mike Pence, si rifiutarono – nel nome di un elementare difesa della democrazia e degli ultimi scampoli di decenza ancora palpitanti in quello che fu il partito di Abraham Lincoln – di eseguire gli ordini di Trump. Tra quattro mesi (e nel 2028) le cose potrebbero andare diversamente, avendo Trump collocato, in questo suo secondo mandato, uomini o, per meglio dire, sicari a lui fedelissimi in tutti i gangli vitali del processo elettorale.

Elencare tutte le balle raccontate giovedì sera da Donald Trump significherebbe, com’è ovvio e come testimoniato dalle scelte di NBC e ABC, lanciare una sfida alla pazienza ed al tempo di chi legge. È però possibile, per rendere un’idea della profondità del fenomeno, partire dalla superfice. Ovvero: raccontare soltanto quella che, tra le molte frottole trumpiane, è stata – pur nella sua totale impostura – probabilmente la meno abissalmente lontana dalla verità.

La “meno menzogna” tra le menzogne

Ha infatti ricordato Trump nel suo dicorso, come, in quel fatidico 2020, in una cittadina chiamata Muskegon, nello Stato del Michigan – uno degli Stati “in bilico” che alla fine regalarono a Biden la vittoria – fossero state individuate, a riprova della frode che lo privò del suo “travolgente” trionfo elettorale, “centinaia di registrazioni al voto fraudolente”. Cosa verissima. Così come verissime sono altre due cose che Trump si è ben guardato di aggiungere. La prima: come quelle registrazioni “sospette” fossero state individuate prima del voto e come, pertanto, la frode – se di frode si fosse davvero trattato – comunque non si consumò, né si tradusse in alcuna alterazione dei risultati finali. La seconda (e di gran lunga più importante): come una volta sottoposta ad accurate indagini quelle registrazioni siano risultate non essere in alcun modo fraudolente. O, volendo usare le esatte parole del rapporto finale del Federal Bureau of Investigation: come, a indagini concluse, non sia “stata riscontrata alcuna attività criminale ai danni della sicurezza del processo elettorale”.

Ai lettori il compito di immaginare ora – partendo dall’idea che, tra le tante menzogne, questa è stata, giovedì sera, la “meno menzogna” del repertorio trumpiano – quale sia stato il livello delle altre frottole da Trump sciorinate, in un florilegio di complotti cinesi e di diaboliche manovre del regime chavista del Venezuela, nel corso del suo “storico” appello alla Nazione. La verità – una seconda verità galleggiante visibilissima nel mare delle fandonie – è che cominciata come farsa (una classica tragica farsa) nel novembre del 2020, la denuncia del “furto” da Trump subito a vantaggio di Biden, da queste tragicomiche dimensioni non si è mai liberata.

Molti ricorderanno. Lo spettacolo era cominciato, a novembre inoltrato a Philadelphia capitale della Pennsylvania, un altro degli Stati in bilico che Trump reclamava per sé a dispetto dei risultati delle urne. In questa storica città Rudy Giuliani, grande gestore della campagna del “Stop the Steal”, fermate il furto, lanciata da Trump, aveva convocato, accompagnato da una nutrita e molto battagliera batteria di avvocati trumpisti, una “decisiva” conferenza stampa per presentare le prove della frode.

Luogo del ritrovo: il “Four Season”, nel senso del lussuoso hotel, parte della famosa catena alberghiera, strategicamente collocato nel centro della città. Solo che, per un errore nella lettura della rubrica telefonica, la conferenza era stata effettivamente convocata in un omonimo centro vendita di prodotti per il giardinaggio, la cui entrata – giusto dove la conferenza stampa si è infine tenuta –  era situata giusto tra quelle, entrambe visibilissime, di un sex shop e di una impresa di pompe funebri. Era stato qui, in questo surreale panorama, che Rudy Giuliani aveva presentato le sue “prove”, tutte immediatamente risultate anche più fantasiose dello scenario in cui venivano rivelate. Aria fritta. Pura, anzi, contaminatissima aria fritta.

A regalare alla farsa un degno finale avevano poi provveduto, a dispetto dei rigori invernali, il calore e la passione di Giuliani, il cui abbondante sudore aveva sciolto la tintura dei non molti capelli che gli rimangono, con la non propriamente solenne conseguenza di due rigagnoli nerastri lungo le guance che, puntualmente ripresi dalle telecamere, sono stati dai media di pressoché tutto il pianeta consegnati alla Storia ed al pubblico ludibrio. Ultimo e, a suo modo, geniale tocco farsesco. Il Four Season Landscaping Center, l’impresa di giardinaggio dove la conferenza era stata erroneamente convocata, trovò il modo di trar profitto dall’episodio mettendo in vendita una T-shirt con la scritta “Make America Rake Again”. Rake come rastrellare, usare il rastrello.

Altre rappresentazioni sono, nell’ultimo abbondante quinquennio, seguite. Ma il genere teatrale è rimasto – come il “messaggio alla Nazione” di giovedi sera ha infine confermato – sempre lo stesso. Giusto per citare un altro esempio. Nel 2021, nel Congresso dello Stato dell’Arizona, controllato dai repubblicani, era stata con gran frastuono lanciata un’indagine al fine smascherare quello che si presumeva essere stato un intervento cinese, andato in porto e teso a falsare le elezioni consumatesi nello Stato l’anno prima. Nelle urne – questa era l’accusa – erano entrate, giunte direttamente dalla Cina, una quantità di false schede con voto a favore di Biden. La prova di questa provenienza? La presenza (non ridete) di filamenti di bambù nella carta delle summenzionate schede.

Le indagini si svolsero – un comico sostenne, ai tempi, che vennero condotte con un massiccio uso di panda – ma nessuna traccia di bambù, o di altre cineserie, venne trovata. Il che non ha ovviamente impedito a Trump ed ai suoi seguaci in Arizona, di continuare, imperterriti, a parlare di Cina e di frode.

Ultimo e dichiarato scopo del discorso alla Nazione di Trump era sollecitare – nel nome della credibilità democratica e al fine di “garantire l’integrità del processo elettorale“ -l’approvazione e l’applicazione  del “Save America Act”, una legge da lui elaborata che, se approvata, renderebbe molto più complicata – in un Paese dove non esiste, come in pressoché tutte le democrazie, un automatico sistema di registrazione e dove già molto bassa è l’affluenza elettorale – la partecipazione al voto. E più che ovvio è che, con questa mossa, accompagnata da una sistematica attività di gerrymandering (ridefinizione fraudolenta dei distretti elettorali) Trump e i repubblicani intendono rendere il voto, non più sicuro, come proclamato, ma più truffaldino. Vale a dire: più “inclinato” a loro favore”.

Uno specchietto per le allodole

La richiesta d’una obbligatoria “prova di nazionalità” per la partecipazione al voto non è, infatti, cifre alla mano, che uno specchietto per le allodole, un palese trucco da baraccone destinato ad escludere dal voto categorie di persone che i repubblicani ritengono, a torto o a ragione, a loro meno favorevoli. Tutte le indagini – e sono state una quantità – lanciate in questi ultimi anni in vari Stati per provare la partecipazione al voto di “non cittadini”, ha portato a risultati inequivocabili. Le percentuali di fraudolenti accessi alle urne di “non cittadini” o di “cittadini morti”, come anche ieri denunciato da Trump, si sono sistematicamente mantenute ampiamente al di sotto dell’uno per cento. Il problema è, in questo caso, un non-problema o, per meglio dire, non è che un sordido pretesto. Così come un sordido pretesto è quello relativo alla intrinseca natura fraudolenta del voto postale, che Trump desidera abolire, a dispetto del fatto che proprio così, per posta lui ha sempre votato. Anche in questo caso ogni indagine ha portato a risultati. I voti postali irregolari sono sistematicamente risultati in quantità assolutamente irrilevante. E -ultimo affascinante dettaglio – in grande maggioranza a vantaggio di candidati repubblicani.

E proprio questa è l’ultima e più importante verità nitidamente rivelata o, meglio, inequivocabilmente ribadita  dall’accumularsi delle menzogne trumpiane. A di là dei provvedimenti – tutti grossolanamente strumentali – proposti dal presidente, il vero o, se si preferisce, il definitivo obiettivo di Trump non è quello di creare, nel nome di una inesistente emergenza indotta da frodi inventate, un sistema elettorale a lui più fraudolentemente favorevole. Trump vuole, semplicemente, distruggere il concetto, l’essenza delle elezioni, intese come strumento di libera scelta popolare.

La democrazia nel mirino

Gli ultimi dieci anni – quelli trascorsi tra la sua vittoria elettorale contro Hillary Clinton (a dispetto di una sconfitta nel voto popolare) ed il suo ultimo “messaggio alla Nazione”, dimostrano come, per Trump, tutte le elezioni siano, in quanto tali, fraudolente. Nel senso che, se lui le perde come nel 2020 le ha perdute, di una truffa si è trattato. E se, al contrario, a prevalere è lui, questo è accaduto perché, come nel 2016 e nel 2024, la sua vittoria è stata “too big to be rigged”, troppo grande per poter esser rubata.

Non c’è, per Trump, “sistema di sicurezza” che tenga. E, a dimostrarlo, c’è il fatto che, appena riconquistato la Casa Bianca, ha d’acchito smantellato la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency. Ovvero:  l’agenzia governativa chiamata a combattere giusto il tipo di frodi domestiche e internazionali che nel suo discorso di giovedì sera il presidente è andato sfrontatamente denunciando.

Nel mirino di Trump c’è, semplicemente, la democrazia. Non perché sia antidemocratico – l’avversione alla democrazia ha, per quanto aberrante, una sua dimensione ideoogico-intellettuale che in Trump è totalmente assente – ma perché “ademocratico”, strutturalmente estraneo al concetto stesso di democrazia.

Per Trump e per i suoi seguaci MAGA, le elezioni significano questo: o una vittoria (preferibilmente fraudolenta, giusto per evitare spiacevoli sorprese con la successiva, fastidiosa necessità di ristabilire l’ordine creando disordine), o è, di nuovo, 6 gennaio 2021. Volendo usare un’espressione cara ai programmatori: la logica dell’assalto al Congresso è stata ed è “not a bug, but a feature”. Non è un difetto del sistema, ma una sua caratteristica di base.

Una cosa – un’altra verità, se vogliamo – va però onestamente riconosciuta. Nel suo discorso alla Nazione Trump, giovedì sera, ha solennemente annunciato che, negli Usa esiste “una emergenza democratica”. Ed una cosa occorre ammettere. In America davvero esiste – ed esiste in termini epocali – una “emergenza democratica”. E nessuno meglio di Trump – che questa emergenza può scorgere ogniqualvolta si guarda allo specchio – la conosce in ogni dettaglio.  Ed è giusto che a lui toccasse il compito di presentarla, per mezzo di menzogne, all’America ed al mondo intero.

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