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Trump, guerra al comunismo (leggi: democrazia)

“A quelli di voi cresciuti negli anni ’70, il tema che è oggi all’ordine del giorno suonerà alquanto famigliare…”. Così, con un richiamo al passato, il Deputy Secretary of State, Christopher Landau, ha introdotto giovedì scorso il grande Summit internazionale che gli Stati Uniti hanno convocato a Washington D.C. al fine di discutere, nel nome della “difesa della civiltà”, una strategia comune contro il “terrorismo di sinistra”.

E proprio questo, a conti fatti, è stato quel che – andando in realtà molto più lontano degli anni ’70 – la Conferenza ha infine offerto ai rappresentanti (non sempre ad alto livello) dei 66 paesi (Italia ovviamente inclusa) che, più o meno supini, hanno risposto alla chiamata alle armi del Dipartimento di Stato: un vero e proprio tuffo all’indietro – ed anche un tuffo carpiato considerata la estrema tortuosità delle argomentazioni – teso a spiegare qualcosa che al presente non esiste, o esiste solo nelle vesti d’una volutamente vaga, apocalitticamente fantasiosa e nebbiosamente omnicomprensiva formula, ma che va egualmente combattuto, subito e senza quartiere, per evitare, in un ormai immanente futuro, la totale distruzione “of the towering achievements of our civilization”, dei più eccelsi frutti della nostra civiltà.

Due i principali oratori dell’incontro. Il segretario di Stato Marco Rubio (al quale si deve l’affermazione di cui sopra), da Christopher Landau presentato, con molto “nordcoreani” accenti, come “the chief steward of politics of our Great President, Donald J. Trump”, Il principale steward (termine che qui sta evidentemente per ”amministratore”, “conduttore”, ma che si potrebbe malignamente tradurre, vocabolario alla mano, anche con “maggiordomo”) del nostro grande presidente Donald J. Trump. E, subito dopo di  lui, il Deputy Chief of Staff, Steven Miller, universalmente descritto come “primo consigliere” del presidente in materia di politica immigratoria. O, ancor più propriamente, come la fervida mente creatrice e la più generosa fonte delle passioni xenofobico-razziste che, da sempre, riempiono di sé il guscio ideologicamente vuoto del trumpismo.

Washington D.C. come Pyongyang

Vale a questo punto la pena – partendo proprio dai nordcoreani accenti della presentazione della Conferenza – aprire una non breve, ma a suo modo indispensabile parentesi. La Washington D.C. che la scorsa settimana ha accolto i rappresentanti dei 66 Paesi partecipanti era (e ovviamente resta) una città che, pur essendo ancor oggi la capitale d‘un Paese democratico, anzi, di quel che rimane della “prima democrazia del mondo”, mostrava e mostra, in parole ed immagini, ineludibili tracce d’una classica liturgia dittatoriale, con il faccione accigliato dell’attuale inquilino della Casa Bianca – il “nostro Grande Presidente Donald J. Trump”,  per l’appunto – impresso su giganteschi striscioni e sventolante sulle facciate di pressoché ogni edificio pubblico. E, soprattutto, con gli ancor freschi ricordi di celebrazioni del duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza, da Donald Trump puntualmente trasfigurate in una sorta di sguaiato funerale delle “virtù repubblicane” – sobrietà, disinteresse, dedizione alla “cosa pubblica” – appassionatamente propugnate dai padri fondatori degli Stati Uniti d’America. Virtù una dopo l’altra da Trump regolarmente e pacchianamente affogate in rituali da basso, anzi, bassissimo impero.

Tutto era cominciato il 14 giugno – giorno del compleanno del “nostro Grande Presidente” con un molto gladiatorio torneo del UFC (Ultimate Fight Championship, uomini chiusi in gabbia che si pestano a sangue) intitolato “Freedom 250” e grandiosamente allestito nella South Lawn della Casa Bianca. Un festival di volgarità e violenza – consumatosi in una arena battezzata “The Claw”, l’artiglio, per via della molto sinistra struttura che la sormontava – molto degnamente chiuso dalla solenne dichiarazione con la quale il vincitore del torneo, il molto nerboruto Justin Gaethje, ha con tono ammiccante rivelato al mondo che Michelle Obama “is a man”, è un uomo.

Il tutto con Donald Trump che, dall’alto del “Truman Balcony”, osservava i combattimenti circondato dalla sua corte e da notabili d’ogni categoria. Unica differenza con gli antichi “circenses” romani – a parte l’ovvia assenza del corrispettivo “panem”, considerato che il pubblico era, non la plebe cittadina, ma una vociante congrega di miliardari e di “clientes” di varia natura – era stata l’assenza della pratica del pollice verso. Probabilmente a causa – come in quei giorni fece notare Jimmy Kimmel, popolare comico televisivo la cui testa Trump va da tempo reclamando – d’uno dei più antichi complessi trumpiani: quello delle mani piccole (non per caso ai tempi delle sue avventure e disavventure immobiliari in quel di New York City, il direttore di Spy Magazine, Graydon Carter, lo aveva ribattezzato “the Short Fingered Vulgarian”, il cafone dalle corte dita).

Tutto era poi proseguito con il molto ufficiale discorso celebrativo che, il 4 di luglio, Il Grande Presidente Donald J. Trump aveva essenzialmente dedicato a se stesso ed alla “New Golden Age”, la nuova età dell’oro, che dalla sua presidenza è stata aperta sulle ceneri delle catastrofi da lui ereditate.

E proprio questa – “creatore della nuova età dell’oro”, così come Mussolini era “il Duce fondatore dell’Impero” e Adolf Hitler “der Führer des gesamten erwachenden Deutschlands”,  la guida dell’intera Germania che si risveglia – è da allora diventata, nella liturgia trumpiana, la pressoché obbligatoria formula d’introduzione del “nostro Grande Presidente”.

Così iniziate e così  proseguite, le celebrazioni s’erano infine degnamente concluse – anzi, aancora stanno degnamente continuando – con uno scandalo che della cleptocratica ed incompetente grandeur trumpiana è una perfetta rappresentazione. Quello della “reflecting pool”, la lunga piscina che, lungo il Mall, va dal World War II Memorial al Lincoln Memorial.

Aveva infatti deciso, il “nostro Grande Presidente”, che in occasione di questo duecentocinquantesimo compleanno della Nazione, quel simbolico specchio d’acqua dovesse, come vuole suo nome, emetter riflessi d’un blu più in linea con quello della bandiera (la “sua” bandiera). Ed aveva per questo affidato – senza alcun concorso d’appalto e per una spropositata cifra – i necessari lavori ad una impresa “amica”.

Corruzione, alghe e mucillaggine

Il risultato, oggi ben visibile a tutti i visitatori della capitale? Un’irriconoscibile “reflecting pool” color verde marcio che, infestata da alghe e “mucillaggini” di varia natura, allo stato delle cose riflette solo la sistemica corruzione d’una Amministrazione il cui gran capo ha nell’ultimo anno e mezzo – per vie diverse, ma tutte in qualche modo connesse alla gestione del potere – visto aumentare il suo patrimonio personale di “almeno” un miliardo di dollari.

Fine della parentesi (necessaria per dare contesto) e tornando alla Conferenza. Che cosa ha dunque detto, nel suo discorso, lo “chief steward of policy of our Great President Donald J. Trump” (un “grande presidente” che – altra brevissima parentesi – anni fa lo stesso Marco Rubio aveva definito un “con artist”, un imbroglione e, molto profeticamente, un “wannabe dictator”, un aspirante dittatore)?

Sostanzialmente questo. Ci fu un tempo, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, nel quale la lotta contro il terrorismo internazionale era, per definizione, una lotta contro il fondamentalismo islamico. Oggi non più. E questo non perché il pericolo islamico sia scomparso, ma perché un’altra molto più urgente ed immediata minaccia lo sovrasta: quella che, a livello globale, sorge dalla violenza della “sinistra estrema” ed anche, come vedremo, da quella non tanto estrema. Tanto poco “estrema”, in effetti, da risultare, alla prova dei fatti, del tutto inesistente.

Siamo, ha sostenuto Rubio, di fronte ad un ritorno, sotto altre spoglie, delle violenze, anzi, del “regno del terrore” che, nel corso degli anni ’70, la sinistra aveva creato in pressoché tutto il mondo occidentale. E, a difesa di questa tesi, il Segretario di Stato, non ha risparmiato nomi, circostanze e citazioni. Tutte marcate, con apocalittici toni, da una faziosità storica che ha, in ogni sua parte, sfidato il ridicolo, ma che, pur nella loro sostanziale falsità, sono anche, a loro modo concrete, verificabili.

Una grande assente: la Storia

Rubio ha, di fatto passato in rassegna pressoché tutte le organizzazioni armate che, in quegli anni, hanno operato in America Latina. Lo ha fatto, il Segretario di Stato, confondendo sotto un unico manto – quello perverso del “comunismo” – storie e origini molto diverse, mettendo nello stesso sacco i Tupamaros uruguayani, il cui gruppo dirigente veniva tutto, senza eccezioni, dal Partido Nacional (los “blancos” rurali e conservatori, contrapposti a “los colorados”, riformisti e urbani), i montoneros argentini, costola “foquista” del peronismo,  le FARC e l’ELN colombiani, passando per Sendero Luminoso, aberrazione politica peruviana in realtà non riconducibile, al di là d’un generico “maoismo”, ad alcun altra precedente o successiva esperienza politica.

Tutti uguali, tutti “cattivi”. E cattivi d’una cattiveria pura, priva di qualsivoglia contesto, tutte frutto d’un generico male semplicemente contrapposto  ad un altrettanto generico bene. Niente dittature, niente ingiustizie, niente massacri. Niente di quello che va comunemente sotto il nome di “Storia”. Nessun accenno – neppure in forma di difesa – alla Operazione Condor che, coordinata dagli Stati Uniti d’America, portò, dall’inizio degli anni ’70 alla metà degli anni ’80, a veri, questi sì, “regni del terrore” in tutto il continente, con un’interminabile coda di sangue, di “desapareciones” e di torture. Niente Augusto Pinochet, niente attacco alla Moneda, niente “Proceso de Reorganizaciòn Nacional” in Argentina, nessuna “junta militar”, niente “voli della morte”. Niente Alfredo Stroessner, niente Leonidas Trujillo, nessun Fulgencio Batista, nessun Papa Doc Duvalier, nessun Somoza. Ed inutile è cercare, nel discorso di Rubio, trace di almeno qualciuno degli “our sons of a bitch”, dei nostri figli di puttana, come a suo tempo. molto opportunamente li chiamò Franklin Delano Roosevelt.

Nessun golpe, non una parola sui militari a questo fineaddestrati a Fort Benning. Niente squadroni della morte. Nessun  accenno al fatto che, in Colombia, la guerriglia delle FARC, per quanto a sua volta responsabile di deprecabili violenze, era in realtà nata come forma di autodifesa contadina a fronte dei massacri che, nelle campagne di tutta la nazione, l’esercito e le bande di assassini al servizio deli latifondisti andavano quotidianamente compiendo in una perfetta linea di storica continuità con le più antiche, ma nella memoria sempre vive vicende – vedi “la masacre del las bananeras” che, a difesa degli interessi della United Fruit, si consumò nel 1928 a Ciénaga, non lontano da Santa Marta, nel dipartimento di La Magdalerna – tanto magistralmente narrate da Gabriel García Marque nel suo “Cent’anni di solitudine”.

Raccontano le statistiche come nel corso dei lunghissimi anni della cosiddetta “Violencia” – cominciata nel 1948 con l’assassinio d Jorge Eliécer Gaitán, idolo progressista della Colombia più povera – i molti fatti di sangue consumatisi in Colombia siano stati perpetrati, in più dell’80 per cento dei casi, non dalla guerriglia, ma dall’esercito colombiano o, in forma ancor più efferata, dalle organizzazioni paramilitari di destra.

Moro, Kissinger e la Brigate Rosse

Di tutto questo non fa capolino, nel discorso di Marco Rubio, neppure l’ombra. Ed anche quando, in cerca di altre prove della innata e “terroristica” malvagità della sinistra, la sua attenzione s’è spostata  a est, verso l’Europa, il “Chief Steward of Policy”, ha, foss’anche solo parzialmente recuperarato la memoria storica. Di certo non lo ha fatto quando, parlando dell’omicidio di Aldo Moro, in Italia, molto accuratamente ha evitato di ricordare come, in quell’omicidio, le ragioni delle Brigate Rosse – soffocare sul nascere il progetto di governo con i comunisti che Moro andava meditando – perfettamente coincidessero con quelle allo stesso Moro perentoriamente e minacciosamente comunicate, già due anni prima, dall’allora Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Henry Kissinger .

Quella sinistra, ha quindi spiegato Rubio ai convenuti, venne a suo tempo sconfitta. Ma, mai morta, è oggi tornata a colpire ovunque in forma coordinata e letale. Tanto letale da costituire non “una” minaccia, ma “la” minaccia. E tanto da presentarsi, ormai, come una non più ignorabile o trascurabile emergenza globale. O, ancor peggio, come un esiziale pericolo per la stessa “sopravvivenza della civiltà”.

Più si è lasciato alle spalle gli anni ‘70 e più si è avvicinato al presente, il discorso di Rubio è andato facendosi vago e, al tempo stesso, apocalittico. La nuova sinistra terrorista ha ora un nome – “antifa” – che come la famosa ideologia o cultura “woke” può riferirsi a tutto (comunismo, socialismo, anarchismo, ambientalismo, femminismo, globalismo, antiautoritarismo, transsessualismo) e a niente. Questa sinistra non ha leader riconoscibili, non ha sede né nazionalità, non ha storia. E proprio per questo – perché di fatto non esiste – può essere qualunque cosa, può in qualunque momento trasfigurarsi in un classico “straccio rosso” da agitare in qualunque circostanza. È, questa nuova sinistra terrorista, un niente che si può, a piacimento, trasformare nel tutto d’una sorta di tentacolare “Spectre”. Presente ovunque perché, nella realtà, non si trova da nessuna parte. E che, proprio per questo è ubiqua, una onnipresente ed apocalittica minaccia per la libertà di tutti.

Cuba, “fallita”, ma apocalitticamente letale

L’unico concreto punto di riferimento offerto da Rubio, in questa sua filippica anti-antifa è non sorprendentemente stato la Cuba castrista. Un Paese che, impoverito dalla obsolescenza d’una rivoluzione perdutasi nel tunnel del totalitarismo, è da molto tempo, ormai, capace solo di riprodurre se stessa. Ed anche paese che, da sempre sotto assedio, è oggi più che mai  strangolato, in una logica volgarmente neo-imperiale, da un assedio vendicativo ed  inumano. Una Nazione che, in questo contesto, il Segretario di Stato Usa è tornado a descrivere, sfidando la logica ed il ridicolo, come  “fallita” e sul punto di soccombere, contemporaneamente, additandola come una forza diabolica in grado di muovere a suo piacimento pedine sovversive e terroristiche sulla scacchiera del mondo intero, mettendo a repentaglio, in ogni angolo dell’Occidente, la stessa esistenza dell’umana civiltà.

Di una cosa Rubio si è comunque detto certo. Nulla in questa “sinistra” che non esiste e che, non esistendo, di tutto è capace, è redimibile. Non lo era ieri, non lo è oggi e non lo sarà mai. Perché è, questa sinistra, una forma di malvagità assoluta, una entità strutturalmente contrapposta al bene. Vale la pena, per meglio cogliere il senso di questo grottesco ma implacabile j’accuse, riportare per intero uno dei più significativi passaggi del suo discorso. Eccolo:

“Una delle critiche che a volte si ascoltano riferite al comunismo è, ad esempio, che suona bene in teoria, ma non funziona mai nella pratica.  In realtà non è vero.  Il comunismo non suona bene in teoria.  Il mondo che immagina per tutti noi è piccolo, piatto, grigio, livellato da ogni eccezione, prosciugato di tutto ciò che è buono e nobile nell’anima umana.  Il mondo che immagina è un mondo senza coraggio, un mondo senza creatività o ambizione, un mondo senza eroi, gloria o grandi cause a cui tendere, un mondo senza miracoli, senza miti, senza uomini che si elevano al di sopra degli altri per fare cose incredibili e straordinarie.  Il mondo immaginato dal comunismo è un mondo senza Dio”.

Qualcuno, ascoltato il discorso di Marco Rubio, ha parlato di “nuovo maccartismo”. Ma in realtà il Chief Steward of Politics di Donald Trump, è andato molto oltre o, per meglio dire, molto al di sotto di quello che albori della guerra fredda fu il maccartismo. Non foss’altro perché, per quanto aberrante e strumentale, quest’ultimo aveva almeno, di fronte a sé, qualcosa con un nome e cognome, con un volto – quello di Josep Stalin – e con un programma, un’identificabile struttura organizzativa. Quello che porta il nome di Joseph McCarthy e del suo famigerato “Unamerican Activities Committee” – forse il più grave assalto alla libertà d’espressione della storia americana – era, se non altro, un anticomunismo con comunismo. Quello dell’America trumpiana è, al contrario, un anticomunismo solitario, una battaglia contro il niente e, in quanto tale, pronto a scagliarsi contro tutto.

E che cosa sia questo “tutto”, lo ha a sua volta spiegato con ancor più  tetra chiarezza – in una sorta di tenebroso nitore – Steven Miller, l’altro oratore della giornata d’apertura della conferenza. Lo ha fatto laddove ha ricordato dove si annidi il più infido e, quindi, il più pericoloso risvolto di questa minaccia globale. “Uno dei tratti distintivi della violenza e del terrorismo di sinistra – ha detto Miller – è il suo appello completamente pretestuoso e disonesto alle libertà civili, nel tentativo di proteggere la propria violenza (e la violenza è, nel caso specifico, secondo Miller, quella praticata in molte città Usa per protestare contro i raid antiimmigrati in stile Gestapo, e non di rado con conseguenze omicide, praticati dall’ICE, la Immigration e Custom Enforcement n.d.r.). Questa – ha proseguito il Deputy Chief of Staff – è la tattica che la sinistra usa sempre per cercare di proteggersi dalle punizioni penali. È pertanto essenziale essere abbastanza saggi e abbastanza forti da capire che questi appelli devono cadere nel vuoto….”.

Quella che, in ultima analisi, l’America di Donald Trump, propone – o, più propriamente, cerca di imporre al mondo intero, additando un esiziale nemico che non c’è – è proprio questo: una battaglia contro i diritti civili. Una battaglia contro libertà nel nome della difesa della libertà. Una battaglia contro la democrazia. Una riproposizione, su scala politica globale, di quello che fu uno dei principi – “destroy the village in order to save it”, distruggere il villaggio al fine di salvarlo – che, a suo tempo, gli Stati Uniti militarmente applicarono, massacro di civili dopo massacro di civili, durante la guerra in Vietnam.

A Steven Miller si deve anche la più vivida e significativa descrizione fisica – con magistrali pennellate verbali – del nemico che non è soltanto “cattivo”, ma anche fisicamente deforme o, peggio, subumanamente “anormale” tanto nell’anima (che non possiede) quanto nell’aspetto, “Non è un caso – ha detto Miller – che quando guardi queste violente manifestazioni antifa e vedi qualsiasi fotografia di coloro che a queste manifestazioni partecipano, nessuna delle persone che sta manifestando sembra, per dirla tutta, una persona normale.  Nessuno sembra normale.  Sono tutti deformi in qualche modo – nel loro aspetto, nel loro vestito, nel loro manierismo.  Perché?  Perché?  Perché se metti a confronto due fotografie, una con un normale americano per strada e l’altra con partecipanti a una protesta Antifa, sbito t’accorgi come tra le persone che manifestano violentemente non ce ne sia una dall’aspetto normale.  Ognuno di loro, nel corso della sua vita ha segnato il proprio corpo e il proprio aspetto al punto da trasfigurarlo in una rappresentazione del proprio odio interiore”.

‘Distruggere il villaggio al fine di salvarlo”

Parole che richiamano quelle che, nell’undicesimo capitolo del Mein Kampf, espressamente dedicato alla salvaguardia della purezza ariana, Adolf Hitler ha usato per descrivere gli ebrei. Parole, quelle di Miller che, convertite in immagini di nasi adunchi, labbra carnose e sguardi lascivi, avrebbero tranquillamente potuto, senza particolari accentuazioni, apparire, negli anni ’30, sulle copertine di “Der Sturmer”, di “Der Giftpilz”, o dell’italiano “La difesa della Razza”, di cui fu mai pentito caporedattore il primo mentore politico del nostro attuale capo del governo, Giorgia Melon inaturale referente, a dispetto dei recenti bisticci, della proposta trumpiana.

Quello che la Conferenza anti-antifa ha espresso è, ridotto all’osso, solo questo: il molto sgangherato manifesto di un nuovo movimento globale contro la democrazia, una sorta di nuova internazionale nera. Riuscirà, anche fuori dagli USA, a distruggere il villaggio?

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