New York, New York….

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Un incubo. Anzi, l’incubo per antonomasia, “the nightmare” destinato a turbare, in forma di tangibile nemesi, i sonni di Donald Trump, il ridicolo presidente-re che in questi giorni va rimodellando a propria cafonesca immagine la Casa Bianca, e l’intero Paese ad immagine di quel 1% della popolazione che, del Paese, si crede (e di fatto è) l’incontrastato ed incontrastabile padrone. Così, agli inizi della scorsa estate, l’allora “signor nessuno” Zohran Mamdani – “immigrato, socialista e mussulmano, deciso a lottare per quello in cui crede”, nonché cittadino USA da appena sette anni – aveva presentato se stesso nell’ultimo dibattito per le primarie del Partito Democratico, in vista delle elezioni per il nuovo sindaco di New York City.

E così gli aveva, allora, risposto Andrew Cuomo, già governatore ‘padre-padrone” dello Stato di New York (“The King of Albany”, lo chiamavano) ed ultimo (seppur alquanto malandato, causa una serie di scandali per le più svariate forme d’abuso di potere) erede della più nota e potente dinastia politica della Grande Mela. “Donald Trump – aveva detto Cuomo – would go through Zohran Mamdani like a hot knife through butter”. Dovesse quel trentatreenne “socialista mussulmano” davvero diventare sindaco di New York City, Donald Trump lo avrebbe “attraversato”, spaccato in due, fatto a fettine, così come una lama rovente può fendere un tocco di burro. Troppo estremista, troppo inesperto e pasticcione era Zohran per soltanto pensare di varcare, non solo nelle vesto di sindaco, ma addirittura di universale soluzione “antiTrump”, la soglia della Gracie Mansion.

La più alta affluenza

Martedì scorso la Grande Mela ha votato facendo registrare il più altro afflusso alle urne dell’ultimo mezzo secolo. E questo è quel che è successo. Il “socialista mussulmano”, inesperto e pasticcione, ha vinto alla grande, con poco più del 50 per cento dei voti, lasciandosi ampiamente alle spalle tanto Andrew Cuomo (41, 6%), infine presentatosi come indipendente dopo la sconfitta nelle primarie democratiche, quanto il candidato repubblicano Curtis Sliwa (7,3%), pittoresca ma di fatto irrilevante rimembranza degli un tempo famosi Guardian Angels che, nell’anni ’80, facevano vigilanza anti-crimine nelle stazioni metro di New York.  E, se ancora azzardato è, contati i voti, prevedere quel che il vincitore sarà per Donald Trump – se “incubo” o “burro” – due cose già si possono dire.

La prima: a finire (e finire nel più radicale e definitivo senso della parola) attraversato dalla rovente lama di Donald Trump è stato, in realtà, proprio Andrew Cuomo. Non perché Donald Trump l’abbia accoltellato, ma per la ragione opposta. Ad ucciderlo è stato, infatti, nel nome della battaglia contro il “comunista” che sfidava l’ordine padronale, proprio il finale “endorsment” del presidente in carica, il suo soffocante abbraccio,

È stato un tristissimo, inglorioso addio, quello di Andrew Cuomo, a suggello d’una avventura dinastica in gran parte vissuta, a sinistra, nel nome dell’America “liberal”. E giusto è ricordarlo, oggi, nel giorno delle esequie: Il discorso con cui, nella Convention democratica di San Francisco, nel 1984, Mario Cuomo, allora governatore dello Stato di New York, lanciò il suo memorabile – seppur perdente – j’accuse contro il neoliberalismo reaganiano resta, ancor oggi, un punto di riferimento per i progressisti statunitensi.

Seconda cosa: Zohran Mamdani – candidato democratico e, contemporaneamente, orgoglioso membro del DSA, Democratic Socialists of America – ha vinto senza nascondere nulla. E senza nulla nascondere ha verbalmente dato il là, martedì notte alla sua nuova avventura da sindaco della più celebrata metropoli del pianeta. Da ”socialista” – termine da quasi tutti considerato letale nella politica Usa – Mamdani aveva cominciato il suo cammino quattro an ni fa, quando era stato eletto deputato nel Congresso della Stato di New York in rappresentanza del quartiere di Astoria, nel Queens, una delle parti più etnicamente multicolori parti della multicolore New York. “Vado ad Albany – aveva detto allora dopo la vittoria – per tassare i ricchi, aiutare i bisognosi, dare una casa ai poveri e costruire una New York socialista”.  E ieri ha aperto il suo nuovo “victory speech” con una invocazione – “I can see the dawn of a better day for humanity”, vedo l’alba d’un giorno migliore per l’umanità – esplicitamente attribuita a Eugene Debs, di certo  il più noto socialista della Storia d’America,  raffinatissimo analista politico per cinque voile candidato presidenziale (nel 1920 da prigioniero politico, condannato per la sua propaganda antiguerra e anti leva militare), capace di raggiungere, nel 1912, quando venne eletto Woodrow Wilson, il 7% dei voti. Non cosa da poco considerata la sorte che, nel rigorosamente bipartitico sistema politico Usa, hanno sempre avuto le “terze forze”.

Così, di fronte ad una platea entusiasta, ha esordito Zohran Mamdani. E definitivamente “classista” – socialisticamente e poeticamente classista – è stato quel che a questa citazione ha fatto seguito: “Da sempre – ha detto Mamdani – i ricchi e le persone in alto loco vanno dicendo ai lavoratori di New York che il potere non è, non deve e non può essere, nelle loro mani. Dita ammaccate per la fatica di sollevar scatole e casse dai pavimenti di magazzini sovraffollati e senza luce, palmi consumati della bicicletta usata per far consegne, nocche marcate da ustioni rimediate nelle cucine: queste sono le mani alle quali mai è stato permesso di tenere il potere. Queste sono le vostre mani. Le mani che ieri hanno deposto nelle urne il proprio voto. Un voto che reclama il potere al quale, nel nome della democrazia, hanno diritto”.

Per molti – e non solo i molti che martedì scorso hanno perduto – queste sono le parole di un demagogo. E non pochi, tra questi molti, sono coloro che si dicono convinti che il vero “incubo” da Mamdani incarnato sia, in realtà, non quello destinato a turbare i sonni di Donald Trump, ma quello che, a causa del suo estremismo, s’appresta a vivere il già molto malandato Partito democratico (i cui due principali leader, il capo della minoranza del Senato Chuck Schumer ed il leader della House of Representatives, Hakeem Jeffrey mai, è bene ricordarlo, hanno dato il proprio assenso alla candidatura del nuovo sindaco).  

The People Republic of New York

“Mamdani? – titolava ieri uno degli editoriali del Wall Street Journal – Per Trump un regalo da scartare con cura”. E certo è che – sebbene di sindaci socialisti o filo socialisti New York ne abbia, nel corso della sua storia, già in realtà conosciuti almeno un paio, George Richard Lunn, tra il 1917 ed il 1919, ed il leggendario Fiorello La Guardia, tra il 1934 ed il 1946 – la campagna contro il “comunismo” oggi vittorioso nella Grande mela, era cominciata, con apocalittici accenti, già ai tempi delle primarie democratiche. “The People’s Republic of New York”, la Repubblica Popolare di New York, aveva sardonicamente titolato un altro editoriale del Wall Street Journal quando, quattro mesi fa, Mamdani aveva inaspettatamente stravinto le primarie, liquidando le speranze di resurrezione politica di Andrew Cuomo, nell’agosto del 2021, costretto alle dimissioni da governatore dello Stato.

Zohran Mamdani – questo era e continua ad essere il racconto ripetuto all’infinito – è l’alfiere di programmi (controllo dei costi degli affitti, trasporti gratuiti e via promettendo) non realizzabili, o realizzabili solo al prezzo d’una autentica catastrofe. Deponete nelle sue mani il bastone del comando – è il senso del ritornello – e l’effetto non potrà che esser questo: un biblico esodo della “New York degli affari:”, vera, vitale linfa del benessere e del proverbiale, “insonne” dinamismo della Grande Mela. Il tutto ovviamente servito – essendo Mamdani un mussulmano – in salsa rigorosamente “antisemita”. Non fu forse il nuovo sindaco di New York, ardente sostenitore della causa palestinese, a propugnare, tempo fa, la “globalizzazione della Intifada”?

Qualcuno – difficile dire come e perché – è addirittura arrivato a quantificare la nuova diaspora: 782.000 persone pronte, come già accaduto a Cuba, in Vietnam o in Venezuela, a fuggire da una metropoli che, un tempo libera e vibrante, è finita nelle grinfie di un’ultima e feroce espressione di bolscevismo. Un’epica calamità di fronte alla quale – nell’America di Trump la barzelletta è sempre dietro l’angolo – già si vanno predisponendo rimedi. Come in Texas, dove il governatore Greg Abbot già ha annunciato, al fine d’evitare quella che si preannuncia come l’invasione d’una massa di diseredati, di porre una tassa del 100% a tutti coloro che da New York volessero trasferirsi nel suo Stato.

Ma è davvero così che – barzellette a parte – stanno le cose? Non proprio. Per quanto discutibili siano le soluzioni proposte di Mamdani (alcune delle quali già in passato sperimentate e non funzionanti) e per quante paure – tra quanti di fatto ignorano il vero, pratico e storico senso della parola – possa sollevare il suo dichiarato “socialismo”, un paio di cose vanno sottolineate. La prima: se serenamente valutato oltre, o al di sopra, dell’isteria che la sola parola solleva negli USA, il socialismo democratico di Zohran Mamdani è quello che le parole e la Storia suggeriscono: una moderata versione delle esperienze vissute, quasi sempre con successo e, comunque, sempre senza catastrofiche conseguenze, in Europa ed in altre parti del mondo. È a questa corrente di pensiero  che Mamdani appartiene. Definirlo un comunista – con tutte le luciferine significanze che questo termine ha in gran parte degli Usa – non è, a conti fatti, che una propagandistica idiozia.

Colto, cosmopolita, istintivamente progressista

Zohran Mamdani non è in realtà, sgombrato il campo da questa idiozia, che una espressione della parte migliore, colta e cosmopolita, naturalmente, istintivamente progressista, della “città che non dorme mai”. Nato in Uganda da genitori d’origine indiana – prodotto della diaspora (una vera diaspora in questo caso) seguita alla fine dell’epoca coloniale ed alla separazione tra India e Pakistan – Zohran è arrivato negli Usa quando aveva 7 anni. Suo padre, Mohamood Mamdani, rinomato antropologo, professore alla Columbia University ha, oltre ad una lunga serie di saggi sull’Africa post-coloniale, scritto, nel 2004, un libro – “Good Muslim, Bad Muslim: America, the Cold War and theRoots of Terror” – fondamentale per comprendere le origini del terrorismo islamico. Sua madre, Mira Nair, è una filmmaker di grande valore, regista del celebre film, Mississippi Masala”, che nel lontano 1991 lanciò la carriera hollywoodiana di Denzel Washington, e di un documentario, “Salaam Bombay”, che nel 1988 guadagnò la nomination all’Oscar.

Forte di questo famigliare retroterra, Zohran ha frequentato – e sempre con eccellente profitto – le migliori scuole. Ed è oggi il personaggio che tutti – tranne quelli accecati dai fantasmi del “comunismo” – possono vedere ed ascoltare. Un idealista colto ed affabile, straordinariamente eloquente e sicuramente carismatico. Un uomo politico che – cosa questa che spiega il suo successo – sa come parlare e sa come ascoltare.

Ed è anche, Zohran Mamdani – a dispetto delle pregiudiziali che molti ipocriti usano appicciare alla definizione pro-Palestina – un facondo portatore di tolleranza ideologica e religiosa. Brad Lander, il City Comptroller ebreo che la scorsa estate ha conteso a Mamdani la nomination democratica, non ha avuto esitazione alcuna, una volta sconfitto nelle primarie, a dare, nel nome d’una comune visione progressista, il suo pieno ed entusiastico appoggio al vincitore. Ed altrettanto ha fatto persino il rabbino Moshé Indig, capo della ultraortodossa comunità Satmar Hasidic, visibilissima presenza nel quartiere di Williamsburg, a Brooklyn. Il tutto a fronte – rivelano i sondaggi – d’un oltre 40 per cento di ebrei newyorchesi che non hanno esitato a votare per l’ “antisemita” Zohran Mamdani. Il quale ha, a sua volta, nel suo discorso della vittoria, senza equivoci ribadito la sua volontà di lottare ogni giorno ed in qualunque circostanza, contro l’islamofobia, contro l’antisemitismo e contro ogni forma di ideologica, etnica o religiose manifestazione d’odio, nel nome della comune visione d’una città e di un mondo migliore. Migliore perché più giusto. E giusto per tutti.

La cosa che più va sottolineata è però la seconda. Nonostante le altissime grida d’allarme lanciate per l’ormai imminente arrivo dei cosacchi bolscevichi pronti ad accamparsi ed a pascolare i propri cavalli nei prati del Central Park – mettiamola così rievocando, tra il serio e il faceto, quelle che furono le elezioni italiane nel fatidico 1948 – il voto di martedì scorso non si è in alcun modo giocato sul piano ideologico (se di ideologia si può parlare a proposito delle convulsioni anticomuniste che l’hanno accompagnato). Zohran ha vinto sulla base d’una linea politica basata su una semplicissima e materialissima parola: “affordability”. Accessibilità, costo della vita. MNYAA , Make New York Affordable Again avrebbe tranquillamente potuto essere – avesse Mamdani voluto parafrasare beffardamente il MAGA trumpiano – l’acronimo della sua campagna elettorale.

Il più classico dei “kitchen table issue”

Non il “socialismo” è stata la proposta che ha trionfalmente (e miracolosamente per molti aspetti) spalancato di fronte a Zohran Mamdani le porte della Gracie Mansion, ma, per dirla all’inglese, il più classico dei “kitchen table issue”, dei problemi da tavolo della cucina. Ovvero: della più immediata, fisiologica problematica della vita quotidiana. Zohran Mamdani ha parlato alla gente di una città dove – finalmente liberi dal bisogno e liberi dalla paura come, nel pieno della Grande Depressione, proclamó Franklin Delano Roosevelt – si può vivere senza l’ansia di arrivare a fine mese. Dove è possibile trovare abitazioni a prezzi accessibili, guadagnare salari decenti e percorrere i corridoi d’un supermarket senza che ti venga la pelle d’oca. Ed ha vinto per questo: perché ha fatto breccia non solo tra gli ultimi – quelli, citati nell’avvio del suo discorso, con “mani callose” e con cognomi sospettosamente “stranieri”  che oggi, da Trump accusati di “avvelenare il sangue della Nazione”, sono costretti a convivere con i raid mascherati in stile Gestapo dell’ICE – ma anche ai penultimi, i terzultimi e quartultimi che vivono e faticano nella Grande Mela.

E non solo nella Grande Mela, da molti con più d’una buona ragione considerata un unicum, una eccezione o, se si preferisce, socialmente, economicamente e politicamente parlando, una realtà a sé. Quel che Zohran Mamdani ha fatto a New York City, già lo aveva fatto quattro mesi fa – in molto meno visibile, ma egualmente significativa maniera – John Ewing Jr. ad Omaha, in Nebraska. Vale dire: in una parte dell’America rurale dove Trump aveva, appena un anno fa, vinto con percentuali bulgare. Ewing – primo sindaco afroamericano della storia della città e dello Stato, dettaglio, questo, di tutt’altro che scarsa importanza – aveva sonoramente battuto nelle urne la molto trumpiana sindachessa (sindaca o sindaco che dir si voglia) Jean Stothert. E lo aveva fatto sulla base della medesima parola d’ordine, “affordability”, che ha decretato il trionfo di Mamdani nel cuore finanziario d’America. “Io ho parlato alla gente della loro vita di tutti i giorni, di costo delle abitazioni, di salario minimo, dello stato della salute pubblica, del prezzo dei medicinali salito alle stelle – così Ewing aveva spiegato le ragioni della sua vittoria, con esplicito riferimento alle ossessioni anti-trans della Stothert – mentre la mia rivale discuteva su chi poteva o non poteva entrare nelle toilette delle donne”.

Martedì non è stata, non solo a New York, un gran giornata per Donald J. Trump, 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Ovunque si è votato ha vinto la “affordability”. O, meglio: ha vinto il Partito Democratico ribaltando, o, comunque, migliorando notevolmente a proprio vantaggio, nel nome del costo della vita, quello che, un anno fa fu il voto delle presidenziali.

 A New York – vero epicentro della sconfitta – ha vinto il “comunista mussulmano” Zohran Mamdani. In Virginia – dove il governatore uscente era il repubblicano Glenn Yourkin – i democratici hanno, in questo caso in versione molto più “moderata”,  fatto l’en plein conquistando con ampio margine tutte e tre le poltrone in palio: quella di governatore, per l’appunto, con Abigail Spanberger (prima donna a ricoprire la carica nello Stato o, meglio, nel Commonwealth, come la Virginia definisce se stessa), quella di liutenant governor con Ghazala Hashmi (donna, nera e mussulmana) e quella di Attorney General (dove, in virtù d’una serie di scandali che avevano macchiato il candidato democratico, Jay Jones, i sondaggi davano per favorito il repubblicano). Ed anche in New Jersey, dove quella che si preannunciava come una corsa testa a testa, ha visto un molto ampio trionfo di Mikie Sherrill sul repubblicano e iper-trumpista Jack Ciattarelli. Infine, vittoria per i democratici è stata, in California – e di nuovo in termini molto più ampi del pronosticato – anche nella battaglia per la cosiddetta “Proposition 50”, il referendum sulla legge che consente al governatore democratico Gavin Newsom di modificare i distretti elettorali in risposta al fraudolento “gerrimandering” da Trump imposto in Texas, al fine di guadagnare almeno cinque seggi nelle prossime elezioni di metà mandato.

Come ha risposto Donald Trump a questa molto parziale, ma comunque molto sonora batosta? Lo ha, prevedibilmente, fatto “alla Trump”. Prima del voto ventilando la possibilità di “denazionalizzare e deportare” il comunista mussulmano Mamdani e, nel contempo, prospettando divine punizioni – “YOU WILL RUE THE DAY” vi pentirete di questo giorno nel caso, aveva scritto in tutte lettere maiuscole sul suo social – nel caso che, in Virginia e New Jersey il voto non fosse andato a favor suo e del suo culto.  Quindi, considerati i risultati delle urne, buttando senza troppi scrupoli a mare i suoi candidati sconfitti. Le cose – ha fatto sapere attraverso i social – sarebbero andate in modo ben diverso ci fosse stato il suo nome in ballottaggio.

Altra inevitabile domanda: qual è, per il Partito Democratico, la vera lezione di questo primo sondaggio elettorale dopo la disfatta dello scorso novembre? Nel suo discorso della vittoria, Zohran Mamdan non è sembrato nutrire dubbio alcuno. Il futuro del Partito Democratico e degli USA in generale, è oggi in quelle mani segnate dalla fatica di lavorare e vivere che martedì, a New York, hanno deposto nelle urne un voto per lui. Un voto che reclama, nel nome della democrazia e della giustizia – e, perché no, del socialismo – un potere fino ad oggi a loro negato o solo formalmente concesso. Altri – e tra questi altri sicuramente l’establishment del Partito – sembrano credere, guardando alla Virginia e al New Jersey, che la “moderazione” d’una perenne corsa al centro resti la chiave per frenare la sempre più accelerata ed inequivocabile corsa trumpiana verso una autocrazia reazionaria e corrotta. E per sbarrare la strada, volendo parafrasare il Lincoln del Gettysburg Address – quello che alla fine della Guerra Civile invocò “a government of the people, by the people and for the people” un governo del popolo, per mezzo del popolo e per il popolo, – al nuovo regno dei miliardari, per mezzo dei miliardari e per i miliardari che del trumpismo è la vera essenza.

Ed una cosa appare certa. In versione “socialista” alla Mamdani, o in versione centro-moderata, come in Virginia ed in New Jersey, il Partito Democratico può tornare a vincere – ed a frenare la deriva autoritaria della “più antica democrazia del mondo” – solo quando si libera della zavorra che lo va affondando. Ovvero: della sua immagine di partito dello status quo.

Stiamo a vedere. Per l’intanto, tirato un sospiro di sollievo, questo si può dire. Per la democrazia americana, da tempo in terapia intensiva, quella di martedì è stata, comunque vada a finire, una gran bella giornata.

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