Cinquant’anni dopo. Stesso Cile?

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In un’intervista con The Clinic, José Rodríguez Elizondo avvocato, giornalista e National Humanities Award nel 2021, afferma che “il paese sta peggio che all’inizio della transizione, perché la polarizzazione è la stessa, ma con persone che non ancora nate all’epoca del conflitto”. Inoltre, a 50 anni dal Golpe, Elizondo parla delle convinzioni democratiche di Allende, della ferocia del golpe  e delle ragioni che hanno portato alla caduta del governo della Unidad Popular.


L’11 settembre 1973, giorno colpo di Stato, l’allora militante comunista e procuratore della Corfo, José Rodríguez Elizondo (87), fu arrestato dai militari. Si salvò esibendo una vecchia credenziale che lo accreditava come burocrate della pubblica amministrazione. Rifugiatosi a casa di un’amica, venne a sapere che era stato dato per morto e che, a Rancagua, la sua famiglia già aveva celebrato una messa in sua memoria. Quindi si trasferi in un’ambasciata. “Siccome ero morto, in quel momento pensai che nessuno si sarebbe accorto di me”, racconta oggi. E cosi fu. “Solo quando chiesi un lasciapassare per abbandonare il paese, si eresero conto che ero vivo”.

Oggi, lontano dall’entusiasmo per la rivoluzione di quegli anni si definisce “militante dell’estremismo di centro”. E assicura che “tutti sapevamo che stava arrivando un golpe”, sottolineando come le attuali circostanze del Cile siano simili a quelle che hanno preceduto il crollo della democrazia.

Durante l’esilio (1973 – 1990), Rodríguez Elizondo passò per il Perù, la Germania Democratica, la Germania Federale e la Spagna. In Perù, dove è stato tra il 1977 e il 1986, ha lavorato come giornalista per la rivista Caretas, insieme a Mario Vargas Llosa. In Spagna è stato nominato direttore del Centro informazioni delle Nazioni Unite.

Al suo ritorno in Cile una volta ristabilita la democrazia, Patricio Aylwin lo ha nominato consigliere del Ministero degli Esteri e poi, durante il governo di Eduardo Frei, Elizondo è stato ambasciatore in Israele, tra il 1997 e il 2000. Ha pubblicato 30 libri tra cui saggi, romanzi, memorie e reportage, ed è stato professore di relazioni internazionali all’Università del Cile.

Nella sua casa a Las Condes, dove si possono ammirare la sua collezione di dipinti e le caricature da lui stesso disegnate, il Premio Nazionale di Scienze Umane 2021, avvocato, diplomatico e giornalista, parla dell’Unità Popolare, Allende, Pinochet e dei 50 anni del Golpe.

Come guarda questa commemorazione dei 50 anni del Golpe? Che ne pensa del tono che le è stato dato dal Governo?

Con tutto il rispetto per il presidente Boric: se fosse stato perfettamente consigliato, “perfettamente” è una parola forte, si sarebbe reso conto che il paese sta peggio oggi che al l’inizio della transizione, perché la polarizzazione è rimasta, e con persone che, non ancora nate nell’epoca del conflitto, hanno ricevuto una versione di seconda o terza mano, altamente ideologica.

Dall’11 settembre 1973, ciò che ha prevalso nella metà o più della popolazione cilena è la parola d’ordine “né perdono né oblio”. E con questo slogan funziona la polarizzazione. Perché i discendenti dei militari, che non erano nati all’epoca, si sentono odiati, e i discendenti delle vittime sentono che qualsiasi approccio ai militari è un tradimento. È un gioco a somma zero in cui chi perde è il paese. In questo contesto, si sono verificate situazioni che per me sono surreali.

Crede che si sia sviluppato un sentimento contro il mondo militare?

Sì. Abbiamo approfondito, ricostituito il cattivo rapporto di uno Stato con il suo esercito, e del popolo con il suo esercito. Perché, giustamente, un esercito serve a difendere il paese. E il paese significa tutti: bianchi, neri, rossi, blu, comunisti, conservatori, gialli. Poi siamo tornati a uno stato in cui i militari sono in una sorta di limbo e tu vedi il problema che abbiamo oggi. Il governo ha un’ideologia X, e pensa ancora marxiamente che le Forze Armate siano la forza di repressione dello Stato borghese. E poiché non sono uno Stato borghese, non possono usare la forza legittima. E la forza legittima, quindi, è in uno stato in cui dice “se non mi chiamano, non vado”.

Questo è il problema del Cile oggi, uno dei più gravi. Perché, qual è il problema più grave del Cile oggi? La sicurezza. E questo significa che i carabinieri o i militari, che erano considerati forze repressive, hanno un senso di insicurezza di fronte alla sfiducia che ha la cittadinanza e la politica. Siamo nel peggiore dei mondi. Allora, il futuro del Cile ha bisogno che una volta per tutte pensiamo che sia giunto il momento della riconciliazione, che non è mai troppo tardi.

È possibile la riconciliazione?

L’ho vissuta in prima persona. In esilio, nell’impresa privata e alle Nazioni Unite, dove ho dovuto lavorare con gente di sinistra e di destra, di paesi di tutto il mondo. Questa posizione mi ha portato a definirmi un estremista di centro. Quando mi hanno chiesto in Perù come potevo essere così obiettivo nelle cose politiche e cosa ero io, destra, sinistra. “Sono un estremista di centro”, rispondeva. Fino ad oggi credo che dovrei fondare il partito dell’estremismo di centro.

Chi è, per lei, Salvador Allende? In alcuni articoli lo ha chiamato democratico, ma anche solitario.

(dopo un lungo silenzio)…Massimo rispetto. Ai tempi di Allende, dirsi socialdemocratici era un peccato di sinistra. Significava riformista, falso rivoluzionario. E perché? Per l’incantesimo di Fidel Castro. La Rivoluzione cubana aveva imposto un modello secondo il quale, anche senza partiti politici, bisognava fare la rivoluzione. “La guerriglia è il partito in germe”, dicevano i castristi. “Quindi voi socialisti e comunisti avete predicato la rivoluzione per decenni, per un secolo e non l’avete fatto. Noi l’abbiamo fatta subito. Dopo il college, abbiamo fatto la rivoluzione”, dicevano. Per qualche motivo misterioso, Salvador Allende romanzò la rivoluzione cubana, emotivamente toccante.

Allende era un politico istituzionale al 100%, che amava profondamente l’evoluzione politica del Cile. Diceva: “Noi possiamo fare la rivoluzione senza spargimento di sangue”, che era la posizione dei socialdemocratici. Era un marxista socialdemocratico. E io, come giovane intellettuale, ero inconsapevolmente socialdemocratico. Mi sono identificato molto con Allende, ma lui l’ha detto molto raramente.

Ma aveva affinità con diversi settori di sinistra.

È che era un tipo trasversale di sinistra, ospitava in casa i MIR e ammirava profondamente Castro. La grande tensione di Allende era dimostrare ai miristi e a Castro che egli poteva fare una rivoluzione socialista in Cile graduale, di transizione, per la via costituzionale e democratica. E c’era l’utopia. Da lì vengono molti problemi.

Quindi Salvador Allende era un utopista?

Questo è in discussione, perché l’utopia è una cosa che si dice come risultato di un processo. Ma il processo, a sua volta, ha componenti che possono portare a un altro risultato se si agisce diversamente. E Allende era fiducioso che, con la sua leadership, avrebbe convinto il suo partito che non era la Rivoluzione cubana il modello. E il suo partito lo dirigeva Altamirano, che era contrario. I comunisti lo accettarono, ma ci furono lacerazioni nella Democrazia Cristiana che divennero subito estremiste, adottando posizioni più favorevoli ad Altamirano e al MIR che ad Allende.

Questo è auel che ha fatto sembrare tutto questo un’utopia. Ma poiché la politica è spesso irrazionale, tutto questo è confluito in una finale catastrofe. E oggi si può parlare dell’utopia di Allende. Ma questo, anche filosoficamente, è complesso e discutibile. Non ci sono soluzioni semplici per problemi complessi.

Allende ha mai riconosciuto di essere un socialdemocratico? Com’è stato il suo rapporto con Miguel Enríquez?

“Lei è un socialdemocratico”, fu l’accusa di Miguel Enríquez ad Allende. “E con grande onore”, gli rispose Allende. Alla fine, Allende, che non aveva mai detto “io sono un socialdemocratico”, lo disse in faccia al leader del MIR. Tutto questo ha una dimensione shakespeariana.

La morte di Allende ebbe diverse teorie per molti anni.

Il fatto che si parli delle ‘teorie’ sulla morte di Allende dimostra fino a che punto Fidel Castro abbia falsificato la storia del Cile. Avevo amici dentro La Moneda. Tra questi, Arturo Jirón, ex ministro della Salute di Allende, medico della famiglia di Allende, Pepe Quiroga, amico d’infanzia, cardiologo, e Patricio Guijón, mio vicino. Tutti e tre mi hanno raccontato il suicidio di Allende con precisione e concordanza, come dicono gli avvocati, per qualificare i testimoni. Io, fin dall’inizio, l’ho saputo dalla prima fonte di coloro che erano stati lì. Tutte le persone che erano lì me l’hanno ratificato dopo gli anni.

E che fine ha fatto quella storia?

Una volta a Caracas, con Arturo Jiron, saranno passati 10 o 15 anni, ne abbiamo parlato. E a un certo punto io gli dico: “Artù, ma tu che hai visto questo, perché non dici alla gente la verità su quello che è successo? Perché non lo spieghi?”. E la risposta di Arturo fu: “E tu vuoi che mi metta sotto le zampe del cavallo?”. “Cavallo” dicevano a Fidel Castro a Cuba. Era un segno d’ammirazione dei suoi seguaci. Fidel Castro impose questa versione, perché da quando Allende emerse come possibile vincitore nel 1970, percepì il pericolo di un socialista che convocava la rivoluzione, che toglieva la leadership a Fidel, che voleva la rivoluzione armata per l’America Latina. Essendo molto intelligente e molto astuto, una volta vinto Allende, pensò: ‘Non posso combattere Allende. Ma io non mi arrenderò nel dimostrarti che lo scontro è inevitabile’.

E Salvador Allende lì sperimentò questa drammatica ambiguità della sua vita, di aver voluto dimostrare a Fidel che lui poteva fare una rivoluzione senza bisogno di sangue. Questa invenzione di Fidel aveva come unico scopo quello di dire ai cileni e al mondo “se Salvador Allende mi avesse dato retta, avrebbe preso le armi fin dal primo giorno”. Uno dei paragrafi del suo omaggio ad Allende dice: “Ora i rivoluzionari cileni sapranno che non c’è altra via che quella delle armi per fare la rivoluzione”. Tacitamente, dice che Allende si sbagliava. Questa è la storia della morte di Allende, un falso della storia del Cile.

Cosa proponeva la versione di Castro?

Secondo la versione di Castro, Allende era con un bazooka che sparava dalla finestra e ha distrutto un carro armato dell’esercito. Poi, un altro vicino a lui distrusse un altro carro armato. Alla fine, Allende scese sulla scala che conduceva alla porta di Morandé 80. È stato qui che i militari fascisti sono saliti sparando su di lui, mentre Allende si difendeva con la sua mitragliatrice. Gli hanno sparato e una volta a terra hanno continuato a sparare. Gli accompagnatori di Allende si ritirarono in una controffensiva e i militari raccolsero il corpo. Lo fecero sedere sulla poltrona presidenziale e lo coprirono con la bandiera. “Un gesto di insolita grandezza”, come diceva Castro. Diavolo. Questa fu la versione della storia.

Finché la famiglia non si ribellò e disse: “Perché state togliendo la sua degna morte a Salvador?”. E Isabel Allende cercò una verità giudiziaria… che un giudice stabilisse la causa della morte di Allende. Poi è arrivato un processo, alcune perizie e c’è un parere del Servizio Medico Legale del 2011 secondo il quale è morto suicidato. Non aveva un proiettile in corpo. Ma tutti ancora credevano che fosse morto in combattimento….

Secondo il suo giudizio, Allende rispettava la Costituzione e le leggi?

Era un grande socialdemocratico con una grande passione rivoluzionaria che voleva fare il socialismo in Cile secondo la Costituzione e le leggi.

Ma ci sono persone che non credono che le abbia rispettate.

Ecco che arriva lo scontro delle IDEOLOGIE con la realtà. Io sono molto poco ideologico. In teoria funzionava, c’erano vie legali per fare la rivoluzione. Tuttavia, non avevamo previsto che una norma giuridica non fosse sufficiente per fermare o avviare un processo politico. C’è la reazione dei politici, delle masse, dell’economia. Se inizi un processo con questa posizione teorica, e il giorno dopo ti tagliano i fondi, che succede? Le industrie vanno in un altro paese, la gente comincia ad accaparrare beni e arriva la carestia, arriva il malcontento popolare, nasce un movimento reazionario estremista che comincia a fare sabotaggio. Tutte queste cose sono nella vita reale.

Questi governanti di oggi, per esempio, che si muovono seguendo un’ideologia romantica, combattendo i carabinieri, combattendo i militari, perché portano una visione di un nuovo Cile, una rifondazione. Ma si insediano nel governo e si rendono conto che rifondare il Cile non è facile, perché nel sud i mapuche non sono una massa omogenea. C’è un Llaitul che vuole la guerra, che vuole la lotta armata. Ci sono mapuche che vogliono altre rivendicazioni, ci sono altri mapuche che si accontenterebbero della restituzione delle terre ancestrali. Poiché i carabinieri non sono chiamati e gli stati di emergenza sono limitati, i criminali dicono “pucha, ora c’è il campo libero” e i narcotrafficanti “ay, caramba, si è aperto un campo in Cile molto favorevole per noi”. Beh, questo è il paese in cui viviamo.

Allende era solo durante il suo governo?

L’ho vissuto in prima persona. Quando ero alla Corfo, nel pieno delle operazioni più strategiche del paese, mentre si nazionalizzavano le banche, chiese di parlare con il Presidente. Salvador Allende mi ricevette nel suo ufficio….e fu lì che mi parlò dei partiti dell’Unità popolare, dove nessuno gli faceva caso…. All’origine di tutto questo c’era un problema. Allende non era il candidato del Partito socialista. Nella votazione del Comitato Centrale la maggioranza era del voto in bianco o nullo, ed era per default che era il candidato socialista. Inoltre, i partiti dell’Unità popolare, che erano sei o sette, lo hanno impegnato ad agire di concerto in ogni decisione. Un Presidente che ha in Cile le attribuzioni di un re, che improvvisamente dica che prima di dettare qualsiasi editto, chiederà l’accordo a tutti i suoi sudditi. Per ogni cosa importante c’era almeno un partito che diceva “non si può”. E questo era quello di cui si lamentava Allende.

Com’era il suo rapporto con il PC?

Anche se non amava molto i comunisti, per la sua formazione come socialista, si rendeva conto che il Partito Comunista era il partito più serio, era il più disciplinato, quello che aveva nella sua strategia quello di porre fine al governo. La parola d’ordine del PC era “no alla guerra civile”. Quella fu l’ultima parola d’ordine che i dirigenti del Partito Comunista tirarono fuori. E parlando con loro, dicevano che dovevamo arrivare al 1976. Non c’era un orizzonte insurrezionale per i comunisti dell’epoca, perché dipendevano anche molto dall’Unione Sovietica, che nemmeno voleva una seconda Cuba.

L’Unione Sovietica era favorevole alla via pacifica, che non avrebbe comportato i milioni che gli costava Cuba. Ma c’è stato un incredibile ribaltamento dell’Unione Sovietica quando c’è stato il Golpe. Fu in quel momento che accusarono i comunisti cileni di non aver saputo difendersi, di non avere preparato i contingenti militari.

Non lo sapevano dall’Unione Sovietica? Per te, l’hanno fatto cadere?

In politica c’è molta trappola, c’è molto ‘make believe’, come dicono gli inglesi, finzione. L’Unione Sovietica sostenne fermamente la via pacifica cilena. Kruschov era il capo. Ma, allo stesso tempo, Cuba era una sorta di gioiello della corona, un paese che si era fatto comunista a 90 miglia dagli Stati Uniti. In Unione Sovietica dicevano “Fidel Castro è un pazzo, ma ha saputo difendere la rivoluzione e noi abbiamo in Cile un partito molto strutturato, ma non lo ha saputo difendere”.

Poi, improvvisamente, in estate, e questo mi risulta dai miei contatti con gli scienziati politici sovietici, e vi racconto com’era il progetto della via pacifica, delle imprese e che tutto questo non aveva funzionato perché invece di 91 imprese, l’estrema sinistra arrivò a fare circa 300, perché i partiti dell’Unità popolare erano divisi. E non dimenticherò mai la sua reazione. Mi guardano e mi dicono: “Piani napoleonici, con le fattezze di calzolaio. Calzolaio, le tue scarpe”. Terribile. E questo era alla base della reazione dell’Unione Sovietica che disse ai comunisti cileni “voi non sapevate difendere la rivoluzione”. In fondo, che “Fidel Castro aveva ragione”. Allora è stato un momento molto terribile, che ti segna la differenza che c’è tra il PC della mia epoca e il PC dell’epoca attuale, che si rivolse a Fidel Castro.

A suo giudizio, le circostanze in cui è arrivato il governo di Salvador Allende meritavano il colpo di stato del 1973, come dicono alcuni?

-Nessun colpo di stato è giustificato, nessuno. Un colpo di stato è un attentato alla patria. Ma la domanda è un’altra. La domanda è se le due anime dell’Unità Popolare non siano arrivate a tale livello di esasperazione tra di loro da costringere le Forze Armate ad intervenire. L’intervento delle Forze Armate è, come si dice, “che qualcuno controlli questo squilibrio che c’è nel paese”. Ma se qualcuno mi chiede del colpo di Stato, con i suoi effetti, nessuno lo giustifica. Non c’è una risposta semplice a problemi complessi.

Così com’era il paese, sapevamo tutti che stava arrivando un colpo di stato. Per i sovietici, siamo stati colti di sorpresa. È quello che ha detto Brezhnev, che era al comando supremo dell’URSS: “Il Golpe ha colto il Partito Comunista cileno impreparato”. Che cosa ridicola. Ma lo sapevamo tutti. E nel mio libro di memorie racconto come mi sono salvato. Un ufficiale dell’esercito mi fermò e io gli mostrai una patente della Contraloría, che era il mio precedente lavoro, e mi disse “torna a casa, signore”. Poi sono tornato a casa e non sono stato ucciso, e quello ucciso è stato un altro. Ma quello che nessuno pensava, e che non si giustifica, è che la leadership del Golpe abbia portato alle barbarie che sono venute dopo. Avevo fiducia che, come dicevamo tutti nei primi tempi, dopo circa tre o quattro anni, ci sarebbero state le elezioni e tutto sarebbe finito.

Ma non è successo.

Certo, e la cosa è stata terribile.

Qualche settimana fa, parlando con The Clinic, il fotogiornalista Chas Gerretsen, autore dell’iconica foto di Pinochet nel suo primo Te Deum, ha affermato che “senza l’interferenza degli Stati Uniti e le loro sanzioni, non ci sarebbe stato un colpo di Stato”. Lei come la vede?

Questa è un’altra delle teorie che non vedono la realtà del paese, perché ne sono fuori. Le persone all’esterno sono molto influenti, ma sanno molto poco, non hanno l’esperienza che comporta l’aver vissuto l’intero processo durante Frei, durante Allende. Eravamo al culmine della guerra fredda, che significava “questo mondo per l’Unione Sovietica, questo mondo per l’America”. Gli Stati Uniti avevano sperimentato un colpo strategico mortale con Cuba e non potevano permettere una seconda Cuba. Effettivamente intervennero gli Stati Uniti, ma anche Cuba, che era il grande agitatore per gli Stati Uniti. Stava intervenendo con il MIR, stava intervenendo nel Partito Socialista. Quindi quello che dice questo fotografo è una verità parziale.

È un errore tremendo, per capire il processo cileno, parlare solo dell’intervento americano, che è esistito e che è stato forte. Perché gli Stati Uniti stavano agendo in accomandita con l’intervento di Cuba. E che non  mi dicano che Cuba non interveniva, se io avevo l’ambasciatore di Cuba di fronte ad ogni misura che prendevo. Facevo un festival del cinema della Corfo e veniva l’ambasciatore di Cuba a dirmi che tali e quali film non erano corretti…

Parlando del l’attuale governo, c’è chi indica che c’è uno scenario con certe somiglianze al 1973. Che cosa ne pensa?

In modo eccezionalmente chiaro, rispondo di sì. Ci troviamo in circostanze simili a quelle che hanno preceduto il Colpo di Stato. Perché c’è una struttura di conflitto, ma gli sviluppi di quella struttura a volte variano, sono diversi. Le due anime che erano nel governo di Allende le abbiamo qui, nel governo attuale, per quanto si neghino. Ci sono due anime, il che significa diverse strategie. La strategia di Carlos Altamirano e la strategia di Allende erano due anime antagoniste.

Queste anime, a loro volta, sono poli di attrazione per le altre forze politiche, significano diversi modi di reazione delle opposizioni. Quindi, quando dico che la struttura del conflitto è simile, è perché esiste una struttura di conflitto all’interno del governo e dell’opposizione. Ma il modo in cui le forze agiscono sarà diverso, ed è diverso. Quelle che si chiamano “capriole” del presidente Boric, io le chiamo “evoluzioni”, e mi ricordo molto di un testo di Lenin che dice “due passi indietro e uno avanti”. Cioè, a volte bisogna tornare indietro per continuare la stessa cosa, ma a volte bisogna tornare indietro per cambiare rotta. Questo è ciò che avrebbe fatto Lenin.

Per lei, qual è l’immagine che ha lasciato Augusto Pinochet?

Non lo scuserò per tutta la barbarie che ha commesso. Sono stata una sua vittima di lui, anche se non mi sono mai autoinvitata come vittima. Mi ha tenuto fuori dal paese per 17 anni. Ma non posso non sapere che era un ragazzo intelligente. Uno dei dittatori intelligenti, che ha gestito il paese con crimini, omicidi, torture, fregando molte persone dell’esercito. Questa è una delle dimensioni che non si è mai manifestata tra i settori di sinistra e di centrosinistra. Tutti quelli che sono a Punta Peuco, sicuramente nel loro intimo, dicono “accidenti, ci ha lasciati qui archiviati per sempre il Capitano Generale”. Perché ha sempre detto che non aveva niente di cui scusarsi. È stata una grande crudeltà.

Quindi, nell’esercito credo che ci siano sentimenti molto forti. Ho parlato accademicamente con gli intellettuali militari e lo spirito del loro corpo è molto forte, ma allo stesso tempo, come persone intelligenti, sanno perfettamente bene questo che dico. Non c’era responsabilità per il comando. Per me, il grande peccato di Pinochet, al di là dei crimini che gli vengono attribuiti e per i quali è stato condannato, è che non abbia mai detto “guardi, io rispondo per tutte le persone che hanno agito per me”.

Non l’ha mai detto?

Mai.

Clicca qui per leggere l’intervista origina, in spagnolo, su The Clinic

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