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Sunday, September 25, 2022
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Ortega celebra la rivoluzione che ha assassinato

Se qualcuno di voi, per qualche motivo, sente il bisogno d’esplorare le più sordide profondità dello squallore politico ed umano e – per curiosità o masochismo – desidera rimirare da vicino, in tutta la loro pomposa sconcezza, immagini che, in ogni sfumatura, parlano di tradimento e di personale infamia, non ha che da sfogliare le cronache, scritte e fotografiche, della tragica farsa con la quale ieri, in quel di Managua, Daniel Ortega ha celebrato, circondato dai suoi cortigiani, il quarantatreesimo anniversario del trionfo della rivoluzione sandinista. O meglio: le cronache della cerimonia con la quale Daniel Ortega e Rosario Murillo, sua degna consorte, sono tornati a pubblicamente umiliare il cadavere ed il ricordo della rivoluzione che loro stessi hanno assassinato. C’è in realtà un solo modo per commemorare, con dignità, il 19 luglio del 1979: ricordando quelli che, come la comandante Dora Maria Téllez, per quella rivoluzione combatterono. E che oggi, nelle carceri del nuovo Somoza, continuano ad onorare, contro il tiranno, le idee e le speranze di quei giorni.

Ecco quel che scrive in proposito Wilfredo Miranda, su El País di Madrid:


Le colonne guerrigliere sandiniste entrarono euforiche a Managua il 19 luglio 1979 e, a 93 chilometri di distanza, a León, la nuova giunta rivoluzionaria di governo si riunì per assumere il potere appena conquistato. Mesi prima, in quella città, un commando guidato da una donna dai corti capelli aveva sconfitto le forze del Somozismo in una vittoria strategica per il rovesciamento della dinastia. Quella donna era ed è Dora Maria Téllez, allora studentessa di medicina di 23 anni e audace combattente che aveva già partecipato all’assalto al Palazzo Nazionale. La mattina dopo la vittoria, il 20, Téllez marciò con la giunta a Managua per unirsi alla gioia per la vittoria e recuperare le posizioni che Anastasio Somoza Debayle aveva abbandonato con la sua fuga dal Nicaragua. Ora, 43 anni dopo questo episodio epocale nella storia recente del Nicaragua ed a 66 anni di età, la “Comandante Dos”, come recitava il suo nome di battaglia, si trova rinchiusa in regime di isolamento ed in una cella senza luce, nella peggior prigione – quella di El Chipote – del regime guidato da Daniel Ortega e Rosario Murillo.

La magrezza e il pallore di Téllez, figura storica del sandinismo tradito dall’attuale coppia presidenziale, si possono apprezzare con nitidezza in un ritratto elaborato a partire dalle testimonianze delle rare visite che hanno potuto ricevere, ritratto che la sua famiglia ha raccolto e condiviso in esclusiva con El País questo 19 luglio. L’ex guerrigliera e storica mantiene i suoi capelli corti, già molto grigi, il volto scavato sotto gli zigomi, ma non ha perduto l’orgogliosa acutezza del suo sguardo. “Ha perso oltre il 15% del suo peso corporeo, ma grazie alla sua esperienza di lotta ha saputo affrontare con forza l’esperienza della prigione”, assicura un parente della prigioniera politica.

Téllez è stata arrestata nel giugno 2021 insieme ad altri ex guerriglieri storici sandinisti, oppositori, giornalisti, più tutti i pre-candidati presidenziali che avevano osato sfidare nelle urne Ortega e Murillo. L’escalation repressiva di quell’anno ha permesso ad Ortega e Murillo di perpetuarsi nel potere. La commemorazione del 43º anniversario della rivoluzione sandinista è segnata quest’anno, più che mai, da un clima repressivo e dal consolidamento d’un regime a partito unico nel quale la persecuzione, il carcere o l’esilio sono la sistematica risposta ad ogni più flebile voce critica.

I prigionieri politici del 2021 hanno già scontato più di un anno nelle celle della Dirección de Auxilio Juicial (DAJ), meglio nota come El Chipote. Un lugubre luogo – lo stesso usato dai Somoza – nel quale le principali figure dell’opposizione, secondo quanto denunciato da vari organismi internazionali in difesa dei diritti umani con le Nazioni Unite in testa, sono sottoposte a trattamenti crudeli e disumani. Un compendio di pratiche infami che vanno da interrogatori continui, isolamento totale e indefinito, luci accese perpetuamente o, al contrario, penombra costante; ricatti psicologo, mancanza di coperte, di cure mediche con un’alimentazione precaria che ha intaccato la salute della maggior parte dei detenuti: alcuni hanno perso da 11 a 27 chili, secondo le denunce.

Hugo Torres

Insieme a Téllez, per El Chipote sono passate altre figure storiche che Ortega e Murillo hanno imprigionato: tra le altre l’ex cancelliere Victor Hugo Tinoco e il generale in ritiro Hugo Torres, noto come “Comandante Uno” nell’assalto al Palacio Nacional  del 1978, che ha portò alla liberazione dei guerriglieri sandinisti, tra cui lo stesso Ortega, da parte di Somoza. Questi due compagni di Téllez non sono più a El Chipote perché il primo, Tinoco, è stato mandato ai domiciliari dopo che Torres è morto in custodia il 12 febbraio scorso.

Il “Comandante Uno” non ricevette assistenza medica adeguata per curare una malattia preesistente e crollò nella cella, cosa che Téllez poté vedere. Quando lo portarono in era troppo tardi. La morte di Torres ha sconvolto e messo in luce le condizioni precarie dei prigionieri politici, in particolare i più noti. E solo per questo Ortega e Murillo hanno deciso di garantire i domiciliari ai prigionieri politici che presentavano precarie condizioni di salute, anche se in altri casi i trattamenti disumani sono stati mantenuti.

In più di un anno di reclusione, ai prigionieri politici sono state concesse solo otto visite, spazi brevi che non durano più di due ore e che le guardie di El Chipote sorvegliano. Gli oltre 47 leader dell’opposizione sono stati condannati a pene detentive che vanno dagli 8 ai 14 anni per presunti reati di “tradimento della patria” e “violazione dell’integrità nazionale” in processi politici in cui agli imputati non è stato concesso il pieno diritto alla difesa. Il deterioramento delle condizioni carcerarie ha spinto i familiari, nonostante la paura di essere sospesi dalle visite, la diffusione di ritratti parlati come quello di Téllez. I familiari hanno lanciato una campagna il cui fine è condensato dal suo nome: “Sii umano”, un grido per la liberazione dei prigionieri per motivi umanitari. Una richiesta che il governo ha ignorato poiché, secondo le parole di Ortega, coloro che sono a El Chipote e nel sistema carcerario sono “figli di puttana dell’imperialismo”.

“Quello che Dora non sopporta è stare al buio tutto il tempo, non riesce nemmeno a vedere il palmo della sua mano. Praticamente non la portano al sole ed è traparente… Non in senso poetico, ma di un pallore preoccupante. Anche se continua a fare esercizio fisico e dà coraggio ad altri prigionieri politici. La morte di Hugo Torres l’ha colpita molto”, descrive il parente dell’ex guerrigliera che qualche mese fa ha patito una grave infezione cutanea in una delle sue braccia che ha avuto come conseguenza un’ustione di secondo grado. “Dopo quel problema alla pelle ha detto di sentirsi debole e ha dormito per un’intera settimana, fino a quando non si è ripresa e ha ricominciato gli esercizi”, aggiunge la fonte familiare.

Monica Baltodano è un’altra ex guerrigliera sandinista storica ed è libera perché esiliata in Costa Rica. Diventata insegnate di Storia, condanna l’imprigionamento dei suoi compagni di lotta e rivendica i nomi di altri prigionieri politici legati al sandinismo della rivoluzione meno conosciuti di Téllez e Torres. “A El Chipote c’è Irving Larios, padre César Parrales, che è stato ambasciatore della rivoluzione presso l’OEA; ci sono anche detenute figlie di altri combattenti dell’epoca degli anni ’80 come Tamara Dávila, che da un anno sono tenute in isolamento”, dice….

Clicca qui per leggere su El País, in spagnolo, l’intero articolo…….

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