Molti ricorderanno come, durante il primo mandato di Donald Trump, un’autentica ed inattesa “love story” fosse sbocciata tra il presidente degli Stati Uniti d’America e Kim-Jong-Un, ultimo erede di Kim-Il-Sung, il “presidente eterno” della Corea del Nord. E ricorderanno anche, questi molti, come, a suo tempo, Donald Trump avesse spiegato l’origine di questa, ai tempi, davvero stupefacente reciproca infatuazione. “He wrote me a beautiful letter, – mi ha scritto una bella lettera, disse quello che era allora il 45esimo presidente Usa – and we fell in love”. E ci siamo innamorati l’uno dell’altro.
Il contenuto di quella “bella lettera”, non è mai stato reso noto. Ma il tempo ha egualmente provveduto – specie in questi primi 15 mesi del secondo mandato – a chiarire da quali Wahlverwandtschaften (le “affinità elettive” tanto brillantemente descritte da Johann Wolfang Goethe nel suo romanzo del 1809) fosse alimentato quell’amore a prima vista. Semplicemente: Donald Trump e Kim-Jong-Un s’erano istantaneamente specchiati, da culto a culto, l’uno nel potere dell’altro, con l’idolatria a far da collante.
Sì, Donald Trump, presidente di quella che ama chiamare se stessa “la più antica democrazia del mondo”, e Kim-Jon-Un, presidente ereditario di quella che è forse la più dittatoriale delle dittature oggi in funzione sul pianeta Terra, hanno la stessa sacra e “assoluta” visione di se stessi e di un potere che si nutre di adulazione.
Giusto ieri, il New York Times ha pubblicato un lungo reportage che, al termine di una dettagliata analisi delle trascrizioni delle riunioni del governo di Donald Trump, valuta il tasso di – chiamiamola così – cortigianeria – degli interventi di segretari e altri membri del gabinetto. Ed i risultati – tutt’altro per sorprendenti per quanti vadano con continuità seguendo la politica Usa – appaiono davvero “nordcoreani”. Di fatto non c’è intervento – poco importa quale sia il tema della riunione – che non si apra una una sperticata esaltazione del “grande leader”, unanimemente e sistematicamente descritto, al termine di prolungate sviolinature relative alla impareggiabile leadership del “grande ed amato leader”, l’unica redentrice forza in grado di salvare il mondo dalla distruzione.
Il New York Times ha anche calcolato la frequenza di queste verbalik genuflessioni: una ogni sei frasi. Con il Segretario di Stato Marco Rubio – sì lui, quello che di questi tempi va tuonando contro la dittatura cubana – a guidare la carica degli adulatori.
Il significato di tutto questo? Lo spiega assai bene Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, in questo articolo pubblicato su Substack:

