“Basura” – immondizia, spazzatura, sudiciume – è da sempre l’insulto preferito da Javier Gerardo Milei, presidente “anarco-capitalista” della Repubblica Argentina. E “basura” è, in effetti, quel che, nei giorni scorsi, ha distribuito a piene mani, con la consueta, mistica generosità, nel confinante Brasile. O, più precisamente, nello stadio Mercado Livre Pacaembú di São Paulo, dove s’era recato per portare il suo pieno ed incondizionato appoggio alla candidatura di Flavio Bolsonaro, figlio di Jair Messiah, l’ex presidente che, condannato per tentato golpe, sta oggi scontando la sua pena (27 anni) nella molto familiare atmosfera della propria abitazione.
Salito sul palco con l’esagitato incedere d’una rockstar ed accompagnato dalle tuonanti note “haevy metal” del Panic Show de La Renga – storica colonna sonora del mileismo, i cui primi versi così recitano: “Salve, io sono il leone, ha ruggito la bestia in mezzo alla strada, tutti scappano…” – il presidente argentino ne ha avute per tutti. Basura – o, più specificamente, “basura socialista” – è stato il suo saluto al suo omologo brasiliano, il presidente brasiliano in carica, Luiz Inácio “Lula” da Silva, da lui ripetutamente chiamato, “el presidiario”, il presidente carcerato, con ovvio e molto sarcastico riferimento alle sue passate disavventure penali (tutte, sia detto per inciso, da tempo terminate, non solo con una piena assoluzione del “reo”, ma con il completo ribaltamento del castello accusatorio contro di lui montato. Volendo prendere a prestito il lessico mileiano: a finire nel “basurero”, è stato, al termine della corsa, non Lula, ma il suo grande accusatore, il giudice Sergio Moro, che, guarda caso, fu poi anche, per un annetto, nel 2020, ministro della Giustizia nel governo di Jair Messia Bolsonaro. Sicché l’unico vero “presidiario” della storia è oggi proprio lui, l’ex presidente golpista).

Basura – “basura calva”, per l’esattezza – è stato l’epiteto da Milei reiteratamente riservato al presidente del Supremo Tribunal Federal do Brasil, Alexandre de Moraes, colpevole, oltre al fatto d’aver pochi o nessun capello in testa, d’aver, prima sancito la condanna di Jair Messiah Bolsonaro per il tentato golpe dell’8 gennaio del 2023, e poi d’aver impedito a lui, Javier Milei, di far visita all’ex presidente golpista, al nobile fine di confortarlo nel conforto della sua prigione domiciliare.
Basura, secondo Milei, è anche – per colpa di Lula e “de los zurdos de mierda”, dei sinistrorsi di mierda che governano il paese, l’economia brasiliana. Lo è al punto, ha sostenuto Milei sghignazzando, che oggi in Brasile si parla di “riesgo Lula”, così come in Argentina si parla – in realtà ne parlano solo lui ed i suoi seguaci, usando un neologismo di mileiana invenzione – di “riesgo KuKa”, con riferimento al timore d’un ritorno al potere del peronismo kirchnerista, ancor oggi simboleggiato da un’altra “presidiaria”, Cristina Kirchner, anche lei ai domiciliari per uno degli innumerevoli casi di corruzione che, in Argentina, marcarono il lungo regno dei Kirchner (Néstor e Cristina).
È stato come sempre irrefrenabile, Javier Gerardo Milei. Da par suo incontenibile e feroce, implacabile con i suoi nemici e pronto a superare a piè pari, in un’offensiva senza quartiere, tutti gli ostacoli frapposti da fatti, numeri e statistiche, per non dire della logica formale e della decenza intellettuale.
Effetto Kuka e effetto Lula
Qualche esempio. Milei è riuscito a farsi beffe dello stato dell’economia brasiliana – attraverso, per l’appunto, il sardonico paragone tra il “riesgo Lula” e il “riesgo Kuka” – ignorando il fatto che il “riesgo país” della sua Argentina (vale a dire: il rischio vero, quello calcolato dalle istituzioni finanziarie per misurare i pericoli di eventuali investimenti) è oggi poco meno di tre volte superiore a quello del Brasile (450 punti contro 170). E questo a dispetto dei molto generosi prestiti – rispettivamente 40 miliardi e 57 miliardi di dollari – al suo governo concessi dagli Stati Uniti di Trump e dal Fondo Monetario Internazionale.
E non solo. Giusto mentre andava esibendosi in una sguaiata “interferenza” nella vita politica di un altro paese – sguaiata e, probabilmente, anche senza precedenti per la sua ostentata, chiassosa ed insultante evidenza – Javier Gerardo Milei ha trovato il tempo (altra “basura” da lui scoperchiata) per sdegnatamente denunciare l’interferenza contro di lui consumatasi ad opera degli “zurdos de mierda”, – sempre loro – durante l’ultima campagna presidenziale argentina. L’accusa: alcuni degli specialisti in propaganda elettorale, tutti liberi professionisti, che avevano fatto da consiglieri nell’ultima campagna di Lula in Brasile erano poi finiti nel team elettorale di Sergio Massa, il candidato peronista).

Altro piccolo neo (e qui ci fermaiamo per non apparire pedanti) nella filippica pro-Bolsonaro e anti-Lula pronunciata da Milei. In materia di corruzione – elemento chiave del suo discorso – tanto lui in Argentina (vedi truffa della criptomoneta Libra) quanto i Bolsonaro in Brasile possono vantare, mettendo da parte le accuse di golpismo, record criminali in tutto degni, o decisamente superiori, a quelli della famosa “casta” dal presidente argentino messa alla gogna. Flavio Bolsonaro, giusto per fare un esempio, è finito nel vortice dello scandalo del Banco Master, una sordida vicenda di lavaggio di denaro e di frode fiscale. E li ancora si trova, immerso fino al collo. Per non dire, poi, delle cosiddette “rachadinhas”, episodi di sistematico abuso di fondi pubblici consumati quando Flavio era deputato dello Stato di Rio.
Una domanda sorge a questo punto spontanea. Quanto – al di là della sua indecente, ma indiscutibile spettacolarità – questo blitz propagandistico di Milei è servito a Flavio Bolsonaro ed alla destra bolsonarista brasiliana? Non a molto, probabilmente. E questo per almeno due motivi, il più importante dei quali ha a che fare con il contesto regionale e internazionale.
Milei, primo vassallo del nuovo impero
Javier Milei, infatti, ha viaggiato a São Paulo non solo, e non tanto, per coprire Lula di insulti e per dare il suo appoggio a Flavio Bolsonaro, quanto per confermare e rafforzare un’altra candidatura: la sua. Scopo ultimo della sua visita e delle sue isterie verbali – da sempre parte del personaggio ed ormai, a loro modo, tediosamente prevedibili – era infatti quello di riproporsi come leader della destra latino-americana, sullo sfondo della nuova politica feudal-imperiale lanciata dagli Usa di Donald Trump in America Latina.
Agli inizi del 2025, quando Trump, conquistato il suo secondo mandato presidenziale, ha elaborato quella che già è passata agli annali come “Donroe Doctrine” – ovvero, una politica di incontrastato dominio politico continentale, in una aggiornata versione della “Monroe Doctrine” datata 1823 – Javier Milei era, in pratica, con l’eccezione di Nayib Bukele, presidente del minuscolo Salvador, l’unico riconoscibile referente del “trumpismo” in America Latina. Ed in questa veste era stato dallo stesso Trump salutato al grido di “Make Argentina Great Again”. Oggi la concorrenza è esponenzialmente aumentata in un continente che è progressivamente passato, elezione dopo elezione, nelle mani, non solo della destra, ma della destra più estrema.

José Antonio Kast, in Cile, Keiko Fujimori in Perú, Abelardo de la Espriella in Colombia, Daniel Noboa in Ecuador, Rodrigo Paz in Bolivia. Il tutto all’ombra del Venezuela, dove, dopo il sequestro di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez da vicepresidente di una nazione (o di un regime) social-chavista s’è tramutata, nel nome del petrolio, nella “virreina” di quella che è ormai, a tutti gli effetti, una colonia statunitense.
Il “trumpismo” – e la “Donroe Doctrine” – stanno trionfando ovunque (uniche eccezioni, il Brasile, il Messico e l’Uruguay). Ed ogni giorno vanno aumentando i vassalli desiderosi del primato che Milei, a suon di insulti, va reclamando per sé. Ragion per la quale lil suo blitz in Brasile non è, in realtà, stato che l’inizio di un lungo viaggio che lo porterà prima in Perú poi in Ecuador. Gli insulti e le bizze di Milei non sono, in ultima analisi, stati che questo: un inchino di fronte al sovrano.
In tutto, però, con una contraddizione di fondo. L’ondata di destra sta attraversando l’America Latina sospinta dalla paura. O, più propriamente, da un diffuso bisogno di sicurezza a fronte di una continua espansione della criminalità. E non pochi analisti sembrano convinti che, alla lunga – e anche alla meno lunga – siano proprio le ambizioni imperiali e la prepotenza dell’America trumpiana il maggiore e probabilmente esiziale limite di questo tsunami reazionario.
Quello del Brasile sembra, in questo senso, essere un caso tipico. I sondaggi rivelano come – in una situazione di sostanziale “pareggio tecnico” e di permanente incertezza – Lula mantenga un lieve vantaggio su Flavio Bolsonaro. E come, in questa incertezza, un fattore giochi chiaramente a suo favore: la crescente impopolarità di Donald Trump. In Brasile e non solo in Brasile.

È all’interno di questa contraddizione che si muove oggi l’intera America Latina. Il trumpismo sta vincendo (quasi) ovunque, ma di fronte a sé – o, per meglio dire, dentro di sé – ha un ferale nemico: Donald Trump, la sua ostentata prepotenza, le sue tariffe doganali usate come richiamo alla più assoluta ubbidienza, la sua ignoranza. Ed assai improbabile è che l’intervento di Javier Gerardo Milei, implicitamente presentatosi come primo messaggero del re, abbia, in questo quadro, portato qualche giovamento a Flavio Bolsonaro.
E questo anche perché – seconda ragione e concludendo con una nota più “leggera” – in aggiunta alla impopolarità di Trump, Milei ci ha messo molto del suo in materia di quella che, nella sua Argentina, va sotto il nome di “boludez” o, nei casi più gravi – e questo è probabilmente il caso – di “pelotudez” (fase suprema della “boludez”, come la definì lo scrittore Osvaldo Soriano nel suo romanzo “A sus plantas se rinde un león”). Giusto per evitare equivoci. In Argentina (ed anche nel vicino Uruguay), “boludo” e “pelotudo”, stanno – volendo ricorrere a un eufemismo – per “scemo” e “più scemo”.
Pelotudez, fase suprema della boludez
Sull’onda di una sua recente campagna polemica – da lui rabbiosamente lanciata a seguito della finale perduta con la Spagna nella finale del Mundial, Milei ha denunciato (con l’indice puntato in particolare in direzione di Messico, Brasile e, ovviamente, dei già citati “zurdos de mierda”) l’esistenza di una “campagna di diffamazione contro l’Argentina”. Ed ha – presumibilmente per questo o, forse soltanto per un improvviso attacco di “pelotudez” – pensato bene di concludere il suo comizio sventolando, accanto alla bandiera verdeoro agitata da Flavio Bolsonaro, una maglia della selezione nazionale argentina.
In pratica, un gesto suicida, anche di fronte a una platea consumata dall’odio verso Lula, come ben comprede chiunque abbia anche soltanto una modestissima conoscenza dello stato di cose calcistiche in America Latina. Si fosse presentato indossando un t-shirt che, sfoderando uno dei suoi insulti, avesse recitato “non votate per quel emerito c….e di Flavio Bolsonaro” avrebbe sicuramente fatto meno danni al su candidato preferito ed a se stesso.
Se il piano era quello di tornare ad essere il primo vassallo dell’Impero, non è davvero stata, la sua, una promettente partenza.

