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Wednesday, July 24, 2024
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Bolivia: golpe, golpetto o autogolpe?

Mercoledì la Bolivia ha vissuto momenti di profonda tensione per un tentativo di colpo di Stato che è però fallito in appena due ore. Le immagini del veicolo blindato che ha sfondato la porta del Palacio Quemado, sede del Governo a La Paz, e dell’irruzione con la forza di un gruppo di militari hanno, per un breve ma assai angoscioso periodo di tempo, portato il paese sull’orlo di quello che è, per la Bolivia un molto familiare baratro. La “asonada” è però sfumata dopo l’arresto del suo leader, Juan José Zúñiga, il capo dell’esercito solo un giorno prima era stato destituito. Il presidente del paese andino, Luis Arce, ha invitato la popolazione a mobilitarsi in difesa della democrazia e ha nominato un nuovo comando delle Forze Armate, che ha invitato gli agenti ammutinati a ripiegare e tornare nelle caserme.

L’episodio, di estrema gravità in un paese con una lunga storia di tentativi golpisti e insurrezioni, mostra la precarietà degli equilibri politici boliviani, dove risuonano ancora gli echi del rovesciamento dell’ex presidente Evo Morales nel 2019. Arce, a capo di un esecutivo indebolito, ha destituito martedì il generale golpista dopo che questo ha avvertito che non avrebbe permesso un nuovo governo di Morales, che aspira alla rielezione. Nei suoi proclami ha fatto riferimento all’ex mandataria Jeanine Áñez, che ha preso il potere senza passare per le urne dopo Morales e che oggi è detenuta per la repressione della polizia che ha lasciato decine di morti durante la convulsa successione. ” Libereremo tutti i prigionieri politici”, ha concluso Zuñiga.

L’ex comandante dell’esercito ha inoltre cercato, al momento del suo arresto, di coinvolgere Arce in un presunto autogolpe per “aumentare la sua popolarità” e ha parlato di un presunto incontro segreto con il capo dello Stato. L’attuale presidente, ex ministro dell’economia e alleato di Morales, ma oggi impelagato in un violento confronto con Evo, ha ricevuto il sostegno di tutto lo spettro politico della Bolivia e della comunità internazionale. Ma la lotta tra i due dirigenti del Movimento al Socialismo (MAS) complica ogni possibile analisi dell’accaduto. Lo stesso Arce ha denunciato un mese fa l’esistenza di un “soft golpe” in corso e ha chiesto alle forze armate di difendere la legalità. E dopo la convulsa sera di mercoledì, ci sono stati dirigenti delle due parti che si sono reciprocamente addossati la responsabilità di quanto accaduto. Il presidente della Camera dei Senatori, Andronico Rodriguez, sostenitore di Morales, ha accusato il governo di ordire un autogolpe, ed altrettanto, sia pur in senso contrario ha fatto un deputato affine ad Arce, sostenendo che dietro il tentativo di colpo di Stato ci sarebbe proprio Evo,, con il presunto proposito di imprigionare il capo e il suo numero due, il vicepresidente David Choquehuanca.

L’azione delle unità dell’esercito che hanno preso il palazzo presidenziale non è, in ogni caso, solo un colpo alla democrazia che merita d’essere indagato a fondo e giudicato, ma è anche l’ennesima dimostrazione dei pericoli che si annidano nell’esercito nei momenti di instabilità. La Bolivia soffre di una crisi economica, aggravata dalla scarsità di dollari e dalla mancanza di carburante; ci sono appelli di protesta sociale che il governo considera guidati dai sostenitori di Morales; l’Assemblea legislativa, che oggi è a maggioranza in mano all’opposizione, è paralizzata dall’intervento della Corte costituzionale. Lo scontro tra i poteri legislativo e giudiziario blocca ogni attività legislativa dallo scorso febbraio. I problemi rimarranno tali. Ma la cosa più urgente ora è che tutte le forze democratiche rimangano unite per affrontare qualsiasi minaccia contro l’ordine costituzionale e insieme affrontino i problemi del paese.

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