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A volte ritornano

“O Brasil pertence aos brasileiros”. Il Brasile appartiene ai brasiliani. A pronunciare questa frase – ed a pronunciarla ripetutamente in pressoché tutti i suoi discorsi e con la tipica scansione d’uno slogan – non è stato, come di primo acchito potrebbe apparire, un qualunque Vannacci brasiliano, bensì Luiz Inácio da Silva, detto Lula. Ovvero: il personaggio che, carico d’anni e di cicatrici, viene oggi da molti (e per molto buone ragioni) considerato l’ultimo (o il penultimo volendo inserire nel calcolo il minuscolo Uruguay ed il suo “frenteamplista” presidente Yamandú Orsi) baluardo di quel che resta della sinistra latino-americana.

Quasi sempre seguito da un’altra ed altrettanto solenne invocazione – “Nossa soberanía não è negociável”, la nostra sovranità non è negoziabile – quello slogan nulla ha ovviamente a che fare con l’immigrazione, o con la difesa della purezza etnica di una nazione la cui “splendida e meticcia pluralità razziale” Lula sempre ha non solo difeso, ma rappresentato. È, al contrario, quello slogan, un appello alla difesa della Nazione – e della Nazione “meticcia” – contro due coincidenti nemici. Le ingerenze straniere che, nella forma di rinnovate ambizioni colonial-egemoniche, provengono dagli Stati Uniti d’America di Donald Trump, rubicondo e sguaiato becchino di quella che, per 250 anni, è stata, pur tra mille contraddizioni ed altrettante infamie, la “prima democrazia del mondo”. E da una destra (bianca, bianchissima e, per sua natura, golpista) che, sventolando minacciosamente la classica bandiera della triade “Dio, Patria e Famiglia”, in quelle ingerenze oggi di fatto si identificano.

Questo significa “o Brasil pertence aos brasileiros”. E da qui vale la pena partire per cogliere il più profondo senso delle elezioni presidenziali che, ieri notte, hanno vissuto il loro primo atto. O, più banalmente, per capire, chi, e nel nome di che cosa, quelle elezione le ha vinte (o le sta vincendo). E chi, e nel nome di che cosa, quelle elezioni le ha perse (o le sta perdendo).

I numeri parlano chiaro. Questa prima tornata l’ha vinta Flavio Bolsonaro. E si tratta di una vittoria che sembra inequivocabilmente preludere ad un probabilmente risicato, ma inevitabile finale vittorioso nel ballottaggio del prossimo 25 ottobre.

In concreto. Flavio Bolsonaro ha vinto in questo primo turno 47 a 45, di fatto ribaltando previsioni che prevedevano un pressoché identico risultato, ma a vantaggio del presidente uscente. E considerato che i voti dispersi – quelli conquistati dai tre candidati minori riconosciuti dai radar elettorali, in un quadro complessivo che vedeva più d’una dozzina di concorrenti – appartengono in larga maggioranza ad una più o meno estrema o stravagante  destra – facile diventa prevedere, il prossimo 25 ottobre – una non travolgente, ma piuttosto chiara vittoria bolsonarista.

Un’onda nera, anzi, nerissima…..

Breve e necessaria digressione per meglio inquadrare il contesto o, se si preferisce, il panorama nel quale, con la tipica drammaticità di tutte le “ultime spiagge”, queste elezioni presidenziali brasiliane si sono dipanate all’apice d’un processo che, nell’ultimo anno ed in rapida successione, ha visto la destra più estrema e “nostalgica” vincere ovunque. In Cile, con il pinochetista Antonio Kast. In Bolivia, dove la vittoria di Rodrigo Paz Pereira ha infine sepolto due abbondanti decenni di dominio del MAS, Movimiento al Socialismo di Evo Morales (movimento morto, in realtà, per suicidio o, più propriamente, assassinato dalle pulsioni “caudilliste” del suo leader). In Ecuador, con la vittoria di Daniel Noboa, In Perù, dove Keiko Fijimori – figlia di quello che dopo l’ “autogolpe” del novembre 1992, per otto anni aveva governato il paese da dittatore – ha infine, dopo tre vani tentativi, riconquistato nelle urne quel che al padre la democrazia aveva infine sottratto nell’anno 2000, prima destituendolo per “incapacidad moral permanente” e poi incarcerandolo per corruzione. Ed infine, last but not least, in Colombia, dove il nuovo presidente, Abelardo de la Espreilla, giusto qualche giorno fa ha mostrato al Paese il senso ultimo della sua vittoria nelle urne, facendosi fotografare, pistola infilata nella cintura, mentre – in una sorta di déjà-vu che ha richiamato ancor fresche memorie di massacri in un paese le cui forze armate vantano, su scala universale, alcuni tra i peggiori record in materia di violazione di diritti umani – passeggiava trionfante tra i cadaveri d’una operazione antiguerriglia.

Controcanto latino al ritorno di Trump alla Casa Bianca

Cinque vittorie che si erano aggiunte a quella che, due anni prima, nel dicembre del 2023, aveva visto l’“anarco-capitalista” Javier Gerardo Milei, mistico e nevrastenico seguace del più estremo e fascisteggiante neoliberalismo, conquistare, motosega alla mano, la presidenza in Argentina.

Cinque vittorie che, soprattutto, avevano fatto da controcanto, in lingua castigliana, al ritorno alla Casa Bianca d’un Donald Trump deciso a “far di nuovo grande l’America” ripristinando – ora senza mediazioni ideologico-diplomatiche, come inequivocabilmente asserito, nel novembre del 2025 nel suo “National Security Strategy” – un pieno ed incontrastato dominio, economico e militare, in quello che gli USA sempre hanno considerato il proprio “cortile di casa”.

Prova generale di questa strategia: il sequestro armato, agli albori dell’anno in corso, del presidente del Venezuela “chavista”, Nicolás Maduro, preludio – all’insegna della spartizione del bottino petrolifero – della rapida, praticamente istantanea trasformazione in protettorato Usa di quello che, per oltre un ventennio, dell’imperialismo statunitense si era presentato come grande antagonista.   

Di questo dominio – marcato anche dal tentativo, ancora in corso, di prendere per fame quel che resta della rivoluzione castrista a Cuba – è diventato primo e più visibile strumento la comune adesione a quello che gli USA hanno battezzato “The Shield of the Americas”, lo scudo delle Americhe. Uno scudo che, in realtà, altro non è uno scettro consegnato nelle mani d’una nuova potenza coloniale.

Formalmente, infatti, quello “scudo” è un’alleanza tesa a combattere a livello continentale organizzazioni criminali – tutte equiparate al terrorismo – dedite al narcotraffico. Ma in realtà profila una svendita di sovranità destinata, nel nome di una comune volontà reazionaria e della lotta a una “sovversione comunista della quale non v’è traccia|, ad aprire le porte ad una diffusa (e alquanto avida, in materia di risorse naturali) presenza armata degli Stati Uniti in tutto il Continente.

Di questa dichiarata volontà di dominio emisferico era stata (e continua ad essere) in ultima analisi parte, anche l’aggressione tariffaria (un 50 per cento su tutti i prodotti) alla quale gli Stati Uniti hanno – senza alcuna giustificazione economica, considerato che gli USA vantano nei confronti del Brasile, un consistente superavit commerciale – sottoposto il Brasile. Trump, del resto, era stato su questo punto più che chiaro. Il Brasile veniva dagli USA punito – aveva detto il presidente Usacon la grossolanità che lo contraddistingue sia quando mente sia quando, come in questo caso, dice il vero – per il trattamento riservato al suo “grande amico” Jair Messiah Bolsonaro, l’ex presidente che , sconfitto da Lula nelle ultime elezioni, aveva – in una violenta replica di quel che lo stesso Trump aveva mostrato al mondo il 6 gennaio del 2021 – tentato di capovolgere il risultato delle urne dando l’assalto al Palacio do Planalto, a Brasilia.

Affermare che il Brasile “appartiene ai brasiliani” e che “la sovranità non è in vendita” era (è) un modo per dire no a tutto questo. Perché, dunque, questo “no” non ha funzionato? Perché questo appello non ha fatto breccia? Perché la sovranità ha perso (o, quantomeno, pare oggi destinata a perdere) contro i suoi arrogantemente dichiarati nemici?

Per molti motivi, il primo dei quali è la stanchezza. Il Brasile è, con tutta evidenza, arrivato sulle ginocchia a a un appuntamento – quello di queste elezioni – per molti aspetti decisivo per la sua sovranità e per la difesa di una democrazia tanto faticosamente riconquistata nel 1985, dopo 21 anni di dittatura militare.

Il “no” all’assalto alla sovranità del Brasile sta perdendo la sua battaglia, proprio perché all’insegna del “no” si stanno svolgendo queste elezioni. O, più brutalmente – come giorni fa recitava il titolo d’un quotidiano a larga diffusione – perché sono elezioni che, in un trionfo del meno peggio, hanno per forza di cose imposto una scelta “tra uno statista dalla nobile biografia, ma ormai esausto, e la controfigura di un golpista”.

Una gara di impopolarità

Tutti i sondaggi ci raccontano, infatti, come entrambi i candidati vantino indici di gradimento negativi. Per logoramento nel caso di Lula. E, nel caso di Flavio Bolsonaro, addirittura doppiamente negativi. Nel senso che impopolare è di certo il padre che, condannato a 27 anni di carcere per golpismo, lo ha “unto” come suo successore al trono. Ed ancor più impopolare è di riflesso lui, Flavio, pallida immagine del paterno pallore.

Lontane ed ormai impercepibili alla vista, appaiono le speranze di rinnovamento democratico e di giustizia sociale che, nel 2002, nel segno della “trasformazione nella continuità” da Lula annunciata nella sua “Carta ao povo brasileiro”, avevano accompagnato, dopo tre tentativi andati a vuoto, la prima vittoria elettorale di quello che i media brasiliani già avevano battezzato come un tenace “eterno perdente”. Ed ancor più lontani, anche se temporalmente più vicini, sembrano i giorni in cui, al termine del suo secondo mandato, quell’eterno perdente vantava una popolarità tra l’80 e il 90 per cento.

Era allora, quella di Luiz Inácio “Lula da Silva”, storico leader degli scioperi che, a San Bernardo di Campo, nella periferia industriale di São Paulo, nell’83 preannunciarono la fine della dittatura, una popolarità solidamente fondata su indiscutibili successi. Trentasei milioni di persone sottratte alla povertà grazie al programma “Bolsa familia”. E tassi di crescita annuali che, sistematicamente al di sopra del 7 per cento, parevano destinati a riservare al Brasile un permanente posto al tavolo delle grandi potenze economiche del pianeta.

Era però, quella travolgente e cosmica popolarità, anche fragilissima, perché sostanzialmente basata, economicamente parlando, prevalentemente sull’espansione del consumo e sui “venti di coda” che per un decennio, tra il 2003 e il 2013, avevano visto uno dei più prolungati boom internazionali a beneficio delle materie prime. E, soprattutto, perché era politicamente sorretta – questo era stato il prezzo della “continuità” nel cui nome Lula aveva vinto le sue prime elezioni – da un sistema istituzionale e partitico immutato, inefficiente ed intrinsecamente corrotto.

Quei giorni, ci raccontano gli annali, sono morti tra il 2015 ed il 2018, inghiottiti dallo scandalo del “Lava Jato”. E, dopo aver portato alla presidenza Jair Bolsonaro, un “impresentabile” apologeta dei più oscuri tratti della vecchia dittatura, non sono più tornati indietro, nonostante i fallimenti e la finale vergogna golpista del bolsonarismo. Quel che è rimasto è, invece, il sordo, rancoroso divorzio dalla politica emerso, anzi, riemerso, chiarissimo, nelle elezioni di ieri. Con tutti i pericoli che, ovunque, tutti i divorzi dalla politica rappresentano per i destini d’ogni democrazia.

L’economia va bene, ma…..

In termini puramente statistici l’ultimo governo lulista può vantare, in economia, tutt’altro che catastrofici dati. Disoccupazione al 5,3%, minimo storico secondo molte fonti, inflazione annua al 4,22% in un paese vanta che mantiene una crescita moderata – il 2,5 per cento – ma costante e superiore alle attese. Il problema è che una parte della popolazione non percepisce questi risultati nella vita quotidiana. Salari, prezzi e costo della spesa continuano a dominare le conversazioni. Ed i tassi d’interesse, alimentati dal crescere del disavanzo pubblico, sono una perdurante, dolorosissima spina nel fianco in un paese nel quale l’indebitamento è una realtà vissuta quasi in ogni casa.

L’economia non va male, ma la gente soffre. E Lula ha d’istinto risposto a questa realtà tornando all’antico. Ovvero: aumentando, a vantaggio di quasi 20 milioni di famiglie, del 15 per cento i sussidi di Bolsa Familia, e vietando le scommesse online, a quanto pare tra le prime cause dell’indebitamento familiare (il tutto col probabile risultato, come insegna la storia di tutti i proibizionismi, d’ingigantire, a vantaggio della criminalità organizzata, l’affare delle scommesse clandestine). Ma non si è trattato che di palliativi.

Quella che si consumando in Brasile non è una campagna “per”, ma una campagna “contro”. E quello dei brasiliani è sostanzialmente stato, come ha scritto Esther Solano, docente di Relazioni Internazionali alla Universidad Complutense di Madrid e grande esperta di cose brasiliane, un classico “voto di rifiuto”. Un rifiuto dell’altro, molto più che una proposizione di se stessi. E grande arma del bolsonarismo è prevedibilmente stata, in questo quadro, quella della sicurezza o, più specificamente, della lotta al crimine.

Ha vinto, in sostanza, la paura. Ed anche qui, come in economia, il dramma del Brasile si va consumando all’interno di un paradosso statistico. Le cifre ci dicono che gli omicidi presentano, con 19 morti violente ogni 100.000 abitanti nel 2025, il dato più basso degli ultimi vent’anni. Ma egualmente cresce, tra la popolazione, la sensazione che il Paese sia sempre più sotto il controllo delle organizzazioni criminali. In particolare, il “Comando Vermelho” e il PCC, Primeiro Comando da Capital.

E per capire quale sia il Brasile che viene, regnante Flavio – o, più probabilmente il vecchio Jair, visto che la sua liberazione è al primo posto del programma del figlio – vale la pena ricordare quello che il bolsonarismo, il 28 ottobre di un anno fa, all’unisono salutò come un grande ed “esemplare” successo dell’ordine. Vale a dire: la battaglia che le formazioni d’élite della polizia di Rio de Janeiro hanno combattuto – o più propriamente del massacro che hanno consumato – contro il Comando Vermehlo in due delle più problematiche favelas della metropoli: Alemão e Penha. Il prezzo di quella battaglia fu di 5 morti tra i poliziotti e di 117 civili, quanti dei quali davvero appartenenti al Comando Vermelho non si è mai saputo.

Il Brasile che viene

In un articolo pubblicato giorni fa, María Martín, corrispondente di El País di Madrid, è tornata a ricostruire i fatti di quei giorni tragici attraverso la testimonianza di Rakhel Ríos, una madre che, per tre giorni, era andata disperatamente cercando, tra i vivi e tra i morti, il figlio Rafael, un sedicenne che, sosteneva Rakhel, nulla aveva a che vedere con il Comando Vermelho. E che era svanito nel nulla dopo il raid poliziesco. “È facile riconoscerlo – ripeteva a tutti – ha i capelli rossi”.

L’avevano infine ritrovato Rafael. O meglio: avevano ritrovato i suoi “capelli rossi”.  Quelli e la sua testa. Solo quella perché Rafael era stato, come una dozzina di altri ragazzini, decapitato nella boscaglia che separa Alemão da Penha. O Bosque da Misericordia, si chiama, con macabra ironia, quel brandello di verde nella Rio che i turisti non vedono. Molti altri corpi – una sessantina – portavano, ricorda Martín, segni di torture. E tutti – tutti quelli i cui corpi non erano stati smembrati – avevano le mani legate dietro la schiena.

Per la giustizia – la giustizia secondo i Bolsonaro – fu, quello, un vero trionfo. E lo fu anche per il Comando Vermelho oggi più che mai presente a Penha, a Alemão e in tutte le altre favelas.

Vedremo – la vita è piena di sorprese – quel che ci diranno le urne il prossimo 25 ottobre. Ma vale la pena, nell’attesa, riascoltare quel che lo stesso Lula, intervistato in un podcast di grande ascolto, ha detto giusto il giorno prima del voto.

“Finché vivo – ha sottolineato – cercherò di impedire che il fascismo ritorni in questo Paese”. E quindi, rivolto alla gioventù brasiliana, ha aggiunto qualcosa, un appello, quasi un grido, che – dopo tante battaglie vinte e perdute senza lasciare riconoscibili eredi, sembra denunciare la sua solitudine, il senso di vuoto che avverte di fronte a sé.

“Perché invece di arrabbiarti non ti infili in politica? – ha detto Lula dalla lontananza dei suoi 80 e passa anni e delle ferite che si porta addosso – Il politico onesto che vuoi è dentro di te. Non arrabbiarti pensando che nessuno ne valga la pena, perché la persona che vuoi che io sia, potresti essere tu. Io sono già stato al tuo posto, tu puoi essere me domani”.

Arriverà questo nuovo Lula? Forse. Ma di certo non prima del 25 ottobre. E i risultati di ieri ci dicono che, anche dovesse miracolosamente vincere, Lula (il vecchio Lula, il Lula che c’è) dovrebbe comunque governare con un Congresso a maggioranza ultraconservatrice.

Giorni cupi si profilano all’orizzonte. In Brasile e in tutta l’America Latina.

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