“Ass”, vocabolo inglese che, senza possibilità di eufemistiche varianti, corrisponde all’Italiano “culo”, è, da sempre, tra i più frequentemente usati da quel grande ed elegante maestro di forbitissima retorica che risponde al nome di Donald J. Trump, quarantacinquesimo e quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Con però significati che, nel corso del tempo – e con particolare intensità negli ultimi mesi – sono andati trasfigurandosi in direzioni da molti giudicate sorprendenti.
Culo era e, ovviamente, culo rimane. Ma se in un non lontano passato questo termine era stato da Trump prevalentemente usato, nelle più diverse circostanze, come alato ed evocatorio simbolo di assoluta sottomissione al sovrano – molti ricorderanno il celebre “J.D. Vance mi ha baciato il culo per avere il mio appoggio” con cui, nell’ottobre del 2022, Trump pubblicamente umiliò il suo attuale vicepresidente – in tempi recenti e recentissimi la parola “ass” ha progressivamente assunto, nella retorica trumpiana, tonalità erotiche o, più correttamente omoerotiche, che hanno in più d’una circostanza sollevato (e non solo con satiriche intenzioni) dubbi sul reale orientamento sessuale dell’attuale presidente degli Stati Uniti.
È Donald J. Trump un “closet gay”?
È Donald J. Trump un “closet gay”, un omosessuale che ha fin qui nascosto, per conformismo, opportunismo o paura, il suo autentico io erotico, ora da lui rivelato, non per scelta, ma per senile smemoratezza, nei suoi sempre più squinternati comizi elettorali?
Per rispondere a questa domanda occorre, com’è ovvio, partire dai fatti. L’ultimo dei quali ha avuto per teatro la Northern Kentucky University, luogo da Trump prescelto, martedì scorso, per uno dei suoi molti “rallies” a sostengo di candidati repubblicani in corsa per le ormai imminentissime elezioni di metà mandato. È stato qui che, per misteriose ragioni – o, forse, perché davvero trascinato dalla passione e da una libido fin qui da lui tenuta nascosta – Trump s’è abbandonato ad una prolungata e molto sensuale esaltazione della fisica e molto virile bellezza di Jon Husted, l’ex campione di football americano che, nel confinante Ohio, è stato dal Partito Repubblicano (vale a dire: dal medesimo Trump) prescelto per occupare il seggio senatoriale che fu proprio di J.D. Vance (sì, sempre lui, l’attuale vicepresidente, quello che, a suo tempo di Trump baciò il posteriore).

“Ho esaminato il suo culo” ha detto Trump, precisando come a quell’esame fosse stato sospinto – a dispetto del fatto che, di norma, lui non sia aduso esaminar posteriori maschili – dalla straordinaria, marmorea bellezza di quell’esemplare che, da lui toccato, è poi risultato (“It was like steel”) esser duro come l’acciaio. Duro al punto, ha precisato il presidente Usa, che ancor oggi gli duole la mano con la quale a suo tempo lo palpeggiò. Duro e ammirevole come, del resto, ammirevoli erano al suo esame risultate le sue larghe spalle, i suoi piedi e, per concludere in bellezza, la perfetta “linea mascellare” che marca il suo virilissimo viso.
Tutti fisici dettagli, questi, da Trump esaminati in successione. E tutti da lui rappresentati come splendidi esempi d’una esuberante, aggressiva e intimidatoria forza virile. Un vero maschiaccio, questo Husted. Bello, forte e all’occasione pronto, come ben s’addice ad ogni maschiaccio, a menar le mani. “Non auguro a nessuno – ha detto Trump con crescente e lasciva ammirazione – d’affrontarlo in una rissa da bar”.
Della virile beltà di Jon Husted, Trump aveva già a lungo disquisito – seppur senza dirette menzioni del suo deretano – una settimana prima a Youngstown, in Ohio. E la cosa già allora aveva riacceso la memoria d’un altro non lontano episodio di trumpiano omoerotismo. Quello accaduto due anni fa, nel bel mezzo dell’ultima campagna presidenziale nella Pennsylvania occidentale. Più precisamente nella cittadina di Latrobe, luogo di nascita d’un grande campione di golf, Arnold Palmer, morto nel 2016, a 87 anni di età, e popolare al punto che proprio a lui è oggi dedicato l’aeroporto dove il comizio di Trump si è svolto.
I fantastici “attributi” di Arnold Palmer
Per ben 12 minuti filati, in quell’occasione, Trump s’era dilungato – suscitando l’ovvia indignazione degli eredi di Palmer – nella descrizione delle più intime e (è appena il caso d’aggiungere) virili parti corporee del grande campione. In particolare, soffermandosi sulla stupefatta, estatica ammirazione con la quale, ai tempi, i suoi compagni di gioco lo osservavano mentre, in adamitica versione, si trovava sotto doccia.
Fu quella, per tutti, un’esperienza indimenticabile, aveva, allora, detto e ripetuto Trump. “They came out of there, they said, ‘Oh, my god, that’s unbelievable”. Tutti uscivano (dalla doccia) ed esclamavano: Dio mio è incredibile. “I must tell you”, ve lo devo dire, aveva sostenuto Trump durante quei 12 esaltati ed esaltanti minuti, “This is a guy that was all man”, Palmer era, considerate le straordinarie dimensioni delle sue parti intime, un uomo a tutto tondo, il massimo della virilità. Ed anche, calcolando in centimetri, qualcosa di più del massimo.

Questi i fatti. Questo è quel che Trump ha detto e continua a dire mentre va approssimandosi l’appuntamento di un “midterm” che potrebbe, per lui, trasformarsi in una sorta (Napoleone ci perdoni) di Waterloo politica. Sono, le cose che Trump dice, una involontaria, ma inequivocabile confessione? È davvero Donald Trump – tornando alla domanda iniziale – un “closet gay”?
L’unica risposta possibile è: magari.
Magari Donald Trump fosse soltanto un omosessuale in clandestinità. Il vero problema – l’unico che davvero conti – è che, quali che siano gli orientamenti sessuali che le ispirano – le parole di Donald Trump trumpianamente riflettono (ovvero, riflettono nel più sgangherato dei modi) un’idea di maschile bellezza e di forza virile che viene da lontano (dalla notte dei tempi verrebbe da dire) e che nella storia già ha lasciato inequivocabili tracce.
L’uomo maschio che Trump va descrivendo è lo stesso che, nel nome d’un ritrovato “warrior ethos”, spirito guerriero – misurato non solo in centimetri, ma anche in livelli di testosterone e di incondizionata aggressività bellica – va a piè sospinto predicando il tatuatissimo e molto impomatato “Secretary of War”, segretario alla guerra, Pete Hegseth.
Ed il “guerriero” osannato da Hegseth non è, a conti fatti, che una riproposizione dell’ideale di maschia virilità, purezza etnica, nazionalistico ardore e indistruttibile fedeltà al grande capo che – in tempi la cui sinistra eco ancora va risuonando – alimentarono il fascismo ed il nazismo.
Così nacque “l’uomo fascista”
Il marmoreo posteriore “duro come l’acciaio” che tanto erotico entusiasmo va suscitando nel Donald Trump di questi suoi ultimi comizi, non è che una tutto sommato insignificante accentuazione anatomica delle sculture con cui, lungo la linea tracciata dal “Mein Kampf” di Adolf Hitler, Arno Breker negli anni ’30, illustrò i fisici ed ariani lineamenti del perfetto nazista. (Tutto da leggere è, per chi voglia approfondire, “The Image of Man” di George L. Mosse, con particolare attenzione al capitolo 8, dedicato, per l’appunto, alla nascita del “uomo fascista”).
Volendo, invece, risalire a più dirette ed italicissime fonti si può dare un’occhiata al “Manifesto del Futurismo” di quel Tommaso Filippo Marinetti, che, del sunnominato uomo fascista – fu, già nel 1909, profetico precursore, in una frenetica esaltazione della forza e di una modernità fatta di crescente velocità, audacia, sopraffazione, violenza, morte. E di guerra, tanta guerra. Una guerra che Marinetti notoriamente definì la “igiene del mondo”.

C’è, del resto, in questi ultimi sproloqui omoerotici di Trump un dettaglio che direttamente ci riporta a precedenti, chiamiamoli così, italico-littori. Ed è il punto in cui, giusto a conclusione della sua anatomica rassegna della bellezza di Jon Husted, Trump si sofferma sulla perfezione della sua “linea mascellare”. Pressoché impossibile, a questo punto, diventa, infatti, non rievocare il mito fascista della “mascella volitiva” di Benito Mussolini, diventata – nei filmati dell’Istituto Luce ed in una molto stilizzata rappresentazione scultorea (vedi “Il profilo continuo del Duce” di Renato Bertelli”) un archetipo di mascolinità “granitica”, di fermezza instancabile e di aggressiva determinazione che – in un ideale ritorno alla gloria della Roma imperiale e rappresentata in murales, medaglioni ed onnipresenti busti bronzei o marmorei – si poneva in totale contrapposizione all’immagine allora stereotipata del politico liberale, descritto dal regime come esile, debole e logorroico.
Non di solo culo, dunque, si alimenta la mascolinità trumpiana. E dietro le sue disquisizioni omoerotiche c’è, in realtà, molto di più – e di molto, molto peggio – che l’ipocrisia d’una omosessualità negata.
Che Trump sia o non sia gay poco importa. Quello che conta è che, ogni giorno di più, Trump è un pericolo per il mondo, il lato tragicomico d’un ritorno alle tenebre, il culo e, al tempo stesso, la mascella volitiva di quel che fu. E che potrebbe tornare ad essere. Anzi, che già è tornato e, ogni giorno, vive tra noi.

