“To the victor belong the spoils”, al vincitore appartengono le spoglie.
Molto si è scritto sulla visita a Washinton di Xi Jinping e sul senso ultimo dell’accoglienza a lui da Trump riservata – così in cielo come in terra, verrebbe da dire, prendendo a prestito le parole del Padre Nostro – in un susseguirsi di rossi tappeti, fragorosi voli di aerei da combattimento, fuochi artificiali, inni e bandiere, parate militari e pranzi di gala. Vale però forse la pena – volendo afferrare appieno la, chiamiamola così, più profonda filosofia geopolitica dell’incontro – partire non dall’istante in cui Xi, in pompa magna ricevuto dal medesimo Trump, è sbarcato nella capitale statunitense, ma da un po’ più lontano. Più esattamente: da una frase – quella, per l’appunto, riportata all’inizio dell’articolo – che lo stesso Trump aveva boriosamente pronunciato – appena 24 ore prima, senza riferimento alcuno alla visita di Xi e alla Cina – di fronte alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Le spoglie (o il bottino, come forse più propriamente ha tradotto qualcuno) erano quelle che Trump (the victor, il vincitore) aveva raccolto in forma di barili di petrolio, in Venezuela, dopo il sequestro manu militari di Nicolàs Maduro, al termine di quella che senza mezzi termini lui medesimo aveva, in quello stesso discorso, definito una guerra. ”It was a war, but it’s perhaps the biggest deal ever made. To the victor belong the spoils”. Era una guerra, ma è forse il più grande affare che mai sia stato fatto. Al vincitore spettano le spoglie (il bottino).

Questo aveva detto Donald Trump il giorno prima dell’arrivo di Xi Jinping a Washington D.C. E subito aveva, a scanso d’equivoci, precisato che cosa quell’appropriarsi del bottino (leggi, delle ricchezze petrolifere del Venezuela sconfitto) significasse in prospettiva. Se necessario, aveva infatti immediatamente aggiunto il presidente Usa gonfiando da par suo il petto di fronte al mondo, gli Stati Uniti non esiteranno, in qualunque istanza lo ritengano necessario, a far uso della loro “unmatched military might”, della loro incomparabile forza militare, al fine di “tutelare i propri interessi vitali nell’emisfero occidentale”.
Il mondo appartiene ai forti, aveva in sostanza sentenziato Donald Trump. E vi fosse stata nel suo bagaglio culturale, un’almeno approssimativa conoscenza della storia antica, avrebbe certamente chiuso questa parte del suo discorso con il classico e barbarico “vae victis”, guai ai vinti, col quale, secondo Tito Livio, Brenno salutò, nel 390 a.C., il suo vittorioso assalto al Campidoglio.
Ovvia domanda: per quale ragione questo riferimento alla spartizione delle spoglie ed agli illimitati diritti del vincitore aiuta a capire il senso d’una visita di Stato – quella appunto di Xi Jimping a Washington – che da pressoché tutti gli osservatori e stata definita tanto ricca in sfarzo cerimoniale (pageantry), quanto assolutamente povera in sostanza?
La legge del più forte
Per molte ragioni, la prima delle quali – ovvia quanto la domanda di cui sopra – è che quella frase (ed il contesto in cui quella frase è stata pronunciata) con grande nitore illustrano, in senso generale, la natura del trumpismo, la sua essenza, la sua visione del mondo. Nel corso della storia delle Nazioni Unite non mancano cronache di discorsi molto aggressivamente belligeranti. Ma mai, prima di Trump, era accaduto che, all’interno d’una istituzione nata per evitare la guerra, venisse pronunciata una frase che – in difesa dei diritti del più forte – della guerra, esalta la natura più antica e brutale.
Soltanto una volta infatti – questo ci raccontano gli archivi dell’Onu passati velocemente al setaccio della IA – quella frase sui diritti di proprietà e di saccheggio dei vincitori era apparsa in un discorso pronunciato di fronte alla Assemblea Generale. Ed a pronunciarla – al solo fine di sottolinearne l’impresentabile obsolescenza di fronte ad un’assemblea che di quell’antica logica era la negazione – era stato, esattamente sessant’anni fa, il 28 settembre del 1966, Luís Demétrio Tinoco, rappresentante della molto pacifista Costa Rica (paese notoriamente privo di esercito). Quel principio, aveva detto Tinoco rammentando lontane storie di conquiste africane, appartiene alla notte dei tempi. E nessuno, aveva aggiunto, può pensare di far ripiombare il mondo in quelle tenebre.
Ci ha pensato, sessant’anni dopo, Donald Trump. Ed è giusto in quelle tenebre che, malcelato dagli sfavillii della “pageatry”, si é consumato tre giorni fa lo storico incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. Dettaglio curioso. Per spegnere la luce, e reincontrarsi con le tenebre del passato, Trump ha rispolverato una frase che, pur risuonando come appartenente all’antichità classica, in realtà è da quasi due secoli parte del politicese made in USA. Più esattamente: che risale a un discorso che, pronunciato nel 1832 dal senatore di New York William Learned Marcy, non aveva riferimento alcuno a guerre o a saccheggi, ma l’unico fine di denunciare, con una guerresca metafora, la faziosità dell’allora presidente Andrew Jackson, nella nomina delle cariche pubbliche.

Quel discorso non fu propriamente un successo – Jackson continuò, ignorando le lamentele del Congresso, a nominare funzionari a suo piacimento – ma “to the victor the spoils” è da allora diventato una “catchphrase”, una tipica e reiterata espressione di denuncia della (passando dal politicese made in USA al nostrano) lottizzazione politica.
Le cronache della visita ci raccontano – oltre la pompa magna della rappresentazione – molte cose. Ci dicono del costante, ostentato ossequio esibito da Trump, espresso – sia pure nel molto elementare lessico trumpiano – in un florilegio di molto lusinghieri elogi rivolti alla grande amicizia ed all’infinito rispetto nei confronti dell’ospite, ma anche (cosa piuttosto inusuale nel caso di cerimonie di Stato) al suo aspetto fisico. “Strong, vibrant and fit”, forte, vibrante e in gran forma, così Trump ha ripetutamente definito Xi in diverse fasi della visita. E con queste parole, prima della partenza, Trump ha congedato Xi e la di lui consorte Peng Liyuan: “We’ve had a tremendous visit from two spectacular people”, abbiamo avuto una visita di due persone spettacolari.
Imitando Maria Antonietta
Donald Trump non ha ovviamente mancato di mettere in mostra, durante la visita, il suo sempre più preponderante lato, chiamiamolo così, “miariaantoniettano”, esibendo di fronte all’ospite, con molto puerile orgoglio, quelli che considera i suoi più bei giocattoli. La sala da ballo in costruzione dopo la (quasi certamente illegale) distruzione della East Wing della Casa Bianca. Il suo nuovo eliporto (manco a dirlo “il più bello che mai sia stato costruito”), i nuovi ed alquanto ornamenti dorati dell’Oval Office…
Particolarmente patetico – anche se coronato da una molto diplomatica risatina di Xi – il momento in cui, durante la visita alla “hall of fame” della White House (la galleria con i ritratti di tutti i presidenti), Trump ha mostrato a Xi le sardoniche alterazioni da lui apportate, con la maturità ed il sens of humor di un liceale burlone e prepotente, alle biografie dei presidenti a lui meno graditi (vittime principali, è appena il caso di ricordarlo, Barack Obama e Joe Biden)

Quanto, al di là di questo folclore cerimoniale, è per contro stato il tempo dedicato alle trattative politico-economiche? Pochissimo – in tutto meno di un’ora – e, per quel che si vede, riempito soltanto da molto vaghe buone intenzioni, tutte rimandate tempi non definiti. O, più concretamente, tutte racchiuse nel prolungamento di due mesi della “tregua tariffaria” in corso tra i due paesi. E pari pressoché a zero è stato, tra uno scambio di complimenti e l’altro, il tempo dedicato all’effettivo miglioramento di relazioni dalle quali dipendono, in non piccola misura i destini del mondo.
E proprio qui sta il senso vero d’una visita il cui scopo ultimo non era, con tutta evidenza, quello di definire nuovi accordi, o di metter finalmente ordine nel caos doganale improvvidamente provocato da Trump fin dai primissimi giorni del suo secondo mandato, ma di spettacolarmente rappresentare una nuova – nuova e, al tempo stesso antichissima – visione del mondo. Di un mondo che deve rimanere nelle mani dei più forti. Quelli, per l’appunto che vincono le guerre ed ai quali “appartengono le spoglie”. Quelli che – di comune accordo o accapigliandosi poco importa – si spartiscono il bottino.
Dietro le lodi di Trump a Xi Jinping – così come dietro l’ossequio che il presidente Usa sempre ha mostrato nei confronti di Vladimir Putin – non c’è, infatti, solo il palese, naturale amore di Trump per chi esercita un potere assoluto (amore che, in ultima analisi, non è che un riflesso dell’amore per se stesso). C’è anche, anzi, soprattutto, la realtà d’una nuova divisione in “sfere d’influenza” che non presuppone la pace, ma, nella contrapposizione, definisce una sistematica licenza di “fare la guerra”, ovvero, di far valere le ragioni della forza all’interno di ciascuna delle sfere. In Venezuela, a Cuba, in Ucraina, a Taiwan….

Dietro lo sfarzo senza contenuti della visita di Xi Jinping a Washington si scorge – non dichiarata ma visibilissima – una molto semplice verità. Al di là d’ogni contrapposizione, le due “super potenze” si specchiano oggi e si riconoscono in un comune nemico. Volendo usare un termine ormai diventato parte integrante del lessico trumpiano: “the enemy within”, il nemico interno.
A questo nemico Trump – ed in modo più articolato ed “ideologizzato” il suo vice, JD Vance – hanno notoriamente dato diversi nomi. Immigrazione di massa, fondamentalismo islamico, “antifa”, nonché, ovviamente, l’onnicomprensivo “wokism”, misteriosa fonte d’ogni male. Volendo però andare all’osso del problema, questa terrificante, esiziale presenza in fondo non ha, in Cina, in Russia e nell’America di Trump, che un unico e molto riconoscibile nome: democrazia. La democrazia che oggi il capitalismo tecnologico più avanzato – quello di una Intelligenza artificiale che i suoi stessi creatori considerano capace di distruggere il genere umano, quello dei “tech bro” che, via criptomonete, hanno rigonfiando i forzieri della famiglia Trump, quello di Shenzhen e delle città modello cinesi e quello che alimenta la cleptocrazia putiniana – considera un obsolescente ostacolo da cancellare.
La prima volta come Bismark, la seconda come Trump
Molti analisti vanno oggi paragonando questa nuova suddivisione in sfere di influenza – o, più propriamente, questa “competitiva” spartizione del bottino – non tanto a quella definita a Yalta dalle potenze che sconfissero il nazismo, quanto a quella che, dopo la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, venne sanzionata, in chiave ultrareazionaria, dal Congresso di Vienna nel 1815. Una molto relativa pace fondata sulla difesa dei privilegi monarchici, sulla paura del disordine delle nuove pulsioni nazionaliste – poi sfociate nel ’48 – e dei fantasmi di libertà ed eguaglianza scatenati dalla presa della Bastiglia.
Il tutto, stavolta, con al centro della scena non Otto Von Bismark, ma Donald J. Trump, l’uomo che, quando guarda il mondo vede, non popoli e nazioni, non esseri umani ma, semplicemente, proprietà da spartire. Difficile, molto difficile è, in questo contesto, immaginare un lieto fine.





