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Rubio, trumpismo all’ombra del Partenone

Come accade ogni santo giorno da ormai 2.500 anni, splenda il sole, o piova a catinelle, anche stavolta, nonostante tutto, l’Acropoli di Atene la sua parte l’ha recitata alla perfezione, solenne e silenziosa, sullo sfondo di quella che doveva essere – e forse è davvero stata, seppur non propriamente nel senso programmato – una scena da consegnare, in confezione di lusso, ai libri di testo. E va subito aggiunto che, pur sfornando un’industriale quantità di luoghi comuni sulla “superiorità della civiltà occidentale”, anche Marco Rubio ce l’ha, con compita eloquenza, messa tutta, non risparmiando, nello “storico” discorso con cui ha concluso la sua visita alla Grecia, voli pindarici ed enfatici richiami alla eterna, simbolica grandezza del monumento che, alle sue spalle, lo sovrastava.

“Ci sono grandi rovine in tutto il mondo”, queste sono state le sue prime parole. Ed in molti casi, ha subito aggiunto, “si tratta di luoghi in cui la storia sembra essersi esaurita: resti di culture lontane, ormai passate da tempo oltre la memoria dei vivi”. Ma l’Acropoli, ha subito aggiunto “è diversa”. “Per migliaia di anni – ha detto Rubio – la civiltà che ha costruito ciò che sta dietro di me ha affascinato l’immaginazione del mondo occidentale.  Generazioni dei nostri statisti, artisti e filosofi l’hanno guardata: l’hanno guardata con meraviglia e l’hanno guardato con stupore”.

Ha dato il meglio di sé, Marco Rubio, Segretario di Stato e National Security Advisor di Donald Trump. E qualche risultato l’ha in verità ottenuto. L’editorial Board del Wall Street Journal, da sempre alla ricerca di voci in grado di illustrare il trumpismo con una retorica un po’ meno sgangherata di quella di Trump, lo ha infatti sperticatamente lodato in un commento il cui titolo – “Marco Rubio goes to the Heart of the Matter” Marco Rubio va al cuore del problema – a tutti gli effetti è risuonato (fatti da parte J.D. Vance) come una investitura in vista delle presidenziali del 2028.

“Il mondo occidentale – sentenziava l’editoriale pubblicato in bella vista il giorno dopo lo “storico” discorso – sta attraversando una crisi di fiducia, morale e politica, e sta erodendo la sua prosperità e la volontà di difendere i propri principi. Per un antidoto corroborante e tempestivo, consigliamo il discorso di Marco Rubio di mercoledì all’Acropoli in Grecia”.

Di “corroborante” e “tempestivo” c’era in effetti, nel discorso del Segretario di Stato, soprattutto questo: una forbita, ma molto prevedibile e selettiva esaltazione di quei “valori”, anzi, di quella “civiltà” che la Grecia antica ha regalato al mondo. “Qui, ad Atene – ha detto Rubio – incontriamo per la prima volta una piena consapevolezza di tutti i tratti essenziali che avrebbero definito l’Occidente: una feroce individualità e un’ambizione instancabile; un’esplorazione e un’invenzione audaci; un desiderio di scoperta, di avventura, rischio e gloria.  Una curiosità insaziabile per il mondo e per i principi in base ai quali il mondo opera, una fame di conoscere i misteri della natura e cogliere i segreti del cosmo.  Un’impazienza di fronte all’impossibile e che rifiuta tutti i confini e tutti i limiti, sforzandosi di scrutare le profondità dell’ignoto”.

Una comune “antropologia”

E ancora: “Quel che sbocciò qui, in questo luogo – ha ripetuto Rubio – fu il desiderio occidentale di scoprire tutto ciò che l’ignoranza, l’oscurità e la distanza avevano tenuto nascosto alla mente dell’uomo”.  “I Greci – ha sottolineato con forza il segretario di Stato – non si sono limitati a plasmare la Storia, i greci hanno definito che cos’è la Storia… Hanno dato vita a una civiltà caratterizzata non solo da una cultura comune, ma anche da un’antropologia comune, da una visione comune dell’uomo e del suo posto nell’universo.  I suoi discendenti avrebbero più tardi condiviso, grazie a lei, non solo l’idea di un ordine naturale, ma anche una comune idea di virtù; del destino e del fato; della verità, della bontà e della bellezza; d’un codice che detta come gli uomini dovrebbero vivere; di standard oggettivi e ideali a cui tendere…”.

Bellissime parole alle quali ne sono però seguite altre che, di quella Storia, o di quella scienza del passato, regalataci dall’antica Grecia, hanno poi riprodotto – lungo un luminoso commino che non conosce contraddizioni – una molto volgarmente appiattita e mutilata versione.

La Grecia, ha sottolineato Rubio, è la forza creatrice  della “mente occidentale” della “nostra matematica, della nostra scienza, della nostra medicina. È la nostra filosofia, etica e religione.  Ha aperto la strada il vangelo di Gesù Cristo che, grazie a lei ha trovato terreno fertile perché l’Europa potesse prosperare nell’impero della cristianità. La Grecia è stata il fondamento delle ricchezze della teologia cristiana – di Agostino, Tommaso d’Aquino e dell’intera tradizione della legge naturale.”

Comincia, il cammino tanto enfaticamente descritto da Rubio, con Achille, il fittizio eroe omerico, “andato alla guerra in cerca di gloria” e continua con i 300 di Leonida e con “l’eroico sacrificio” degli spartani – di Atene e della sua cultura non esattamente entusiastici ammiratori – che morirono alle Termopili fronteggiando il pericolo che, “in soverchiante forza”, veniva dall’Est. Passa poi, quel cammino, rapidamente per Socrate, che “beve la cicuta pur di non rinunciare alla verità”, per quindi arrivare, senza sobbalzi (questa la parte in cui Rubio ha mostrato, all’ombra del Partenone, un più virile entusiasmo) alla splendida saga dei “grandi conquistatori”. A scalare: dal Carlo Magno del Sacro Romano Impero, a Giulio Cesare, a Alessandro Magno (una passione, questa, che, sia detto per inciso, il cubano-americano Rubio condivide con l’uomo di cui si considera la nemesi: quel Fidel Castro che – come anche Che Guevara ricorda nei suoi diari della guerriglia – proprio in omaggio al condottiero macedone scelse, nei giorni della Sierra Maestra, il nome di battaglia di “Alejandro”).

Comincia con Achille e Leonida, la storia narrata da Rubio, e finisce, in linea retta e sempre in perfetta armonia con le lezioni della Grecia antica, con David Crocket e l’assedio di Fort Alamo (febbraio-marzo 1863), dopo esser passata, senza sussulti, per gli splendori dell’umanesimo rinascimentale, per le “scoperte” dei grandi navigatori e per le audaci imprese dei “conquistadores” spagnoli.

Galileo senza il “eppur si muove”

Niente conflitti, niente contrapposizioni. C’è spazio per Galileo, in questa storia, ma non per il rassegnato “eppur si muove” con cui Galileo rispose alle censure della Chiesa cattolica, indiscussa rappresentante di quel “impero della cristianità” al quale, a detta di Rubio, l’antica Grecia aveva aperto le porte.

Ci sono Cristoforo Colombo e Magellano, in quel racconto. C’è anche Hernán Cortés, conquistatore del Messico e distruttore della civiltà azteca i cui fasti, quel rude guerriero aveva, prima di raderla al suolo, ammirato nello splendore “mai visto prima” di Tenochtitlán.

Nessuna traccia, lungo il cammino, della politica di pura rapina e della Santa Inquisizione, imposta dai molto cattolici – ed indiscutibilmente “occidentali” – re di Spagna nei territori conquistati. Nessuna attenzione, neppur per vaghi accenni, al genocidio che, per armi e batteri, di quelle eroiche conquiste fu la conseguenza. O, ancor meno, al fatto che il generale Antonio López de Santa Anna, l’uomo che guidò l’esercito messicano contro i gloriosi coloni texani barricati a Fort Alamo, fosse a tutti gli effetti l’erede – anche lui un molto occidentale erede – proprio della “conquista” di Hernán Cortés e dei re cattolici di Spagna.

Per non dir del fatto che il massacro di Fort Alamo – subito vendicato dal generale Sam Houston nella vittoriosa battaglia di San Jacinto, terminata, appena un mese più tardi, con la cattura di Santa Anna – fu il preludio di quella “Guerra del Messico” che, duramente condannata da un tal Abraham Lincoln, allora semi-sconosciuto deputato dell’Illinois, un decennio più tardi avrebbe introdotto in Texas, la molto occidentale pratica della schiavitù. O della “peculiar institution”, come veniva allora, con un molto occidentale eufemismo, definita negli Stati Uniti d’America, la compravendita di esseri umani

Questo ha detto (e, ancor più, non detto) Marco Rubio all’ombra dell’Acropoli. E avessero quelle antiche pietre potuto parlare, gli avrebbero di certo raccontato, come, in realtà, nel corso dei secoli, proprio dall’occidente e dai suoi più rappresentativi e guerreschi esponenti fossero giunte le più gravi e devastanti ingiurie.

Molto prima che gli ottomani trasformassero il tutto in moschea (e più tardi in Santa Barbara), l’ “Impero della Cristianità” aveva, infatti, provveduto a distruggere il frontone del Partenone per far posto all’abside di una cattedrale. E gli annali inequivocabilmente rammentano anche come, nel 1687, durante la guerra di Morea, il Capitano Generale veneziano Francesco Morosini, grande difensore dell’Occidente cristiano, avesse, senza rispermiare cannonate, cinto d’assedio Atene. Fu un colpo di mortaio – uno dei molti sparati dai veneziani in direzione dell’Acropoli e dal Morosini definito “provvidenziale” – a raggiungere infine il Partenone, dagli Ottomani utilizzato come polveriera, provocando un’immane esplosione che ridusse in rovina l’antico tempio e indusse gli ottomani alla resa.

Fu quella, per la cristianità, di cui la Serenissima era baluardo di primissima linea, una grande (anche se molto effimera) vittoria. Ed il Morosini – un indiscutibile eroe dell’Occidente – volle molto occidentalmente celebrarla portandosi a casa, come bottino, qualche marmoreo ricordo. Ragion per la quale ordinò ai suoi uomini di staccare dal frontone (quello, ovviamente, che guardava a occidente) le splendide sculture del carro e dei cavalli di Atena. A causa di un ponteggio difettoso e d’una manovra errata, tuttavia, quel capolavoro di marmo scivolò e, precipitato nel vuoto, si frantumò sulle rocce dell’Acropoli.

Così Lord Elgin completò l’opera

Tutto quello che il Morosini (costretto ad abbandonare velocemente Atene per il timore d’una incombente epidemia) poté, infine, portare in patria come trofeo, fu un leone di marmo che ancor oggi si può ammirare nell’arsenale di Venezia.

L’opera che il Capitano Generale della Serenissima non riuscì a realizzare per ingegneristica inettitudine e per mancanza di tempo, venne comunque completata, poco più d’un secolo dopo, da Lord Thomas Bruce, 7th Earl of Elgin – chi più occidentale di lui? – tra il 1801 e il 1812 ambasciatore britannico presso l’Impero Ottomano (col quale La Gran Bretagna era, allora, alleata in chiave anti-napoleonica). Elgin portò infatti a Londra, di riffa o di raffa – ovvero, in parte col consenso ottomano, in parte con l’inganno – una ricca serie di bassorilievi e statue che, mai restituite a quella che Rubio definisce la fonte della “civiltà occidentale”, ancor oggi si possono ammirare nel British Museum.

Scopo ultimo del pindarico discorso di Marco Rubio era, comunque, questo: ricordare a tutti, con l’Acropoli come maestoso sfondo, due interconnesse verità (verità trumpiane, ovviamente). La prima: come, il “nazionalismo” – un nazionalismo, ha detto Rubio, che molti oggi considerano “una brutta parola” – fosse, nella sua versione cristiana (cosa filosoficamente e storicamente del tutto arbitraria) l’unico possibile punto di arrivo della gloriosa storia iniziata con Achille e Leonida, passata per Socrate, Aristotele e Plutarco, Galileo e Michelangelo ed arrivata infine, accompagnata da Cristoforo Colombo e Hernan Cortés, fino ad Alamo.

Seconda verità: come in perfetta linea con il pensiero della destra più reazionaria, i greci antichi fermamente credessero “nell’ideale del grande uomo, dell’individuo eccezionale che ottiene l’immortalità attraverso le proprie azioni”.

Ed è qui che, come si usa dire, è infine clamorosamente cascato l’asino. Perché il “grande uomo, l’individuo eccezionale che conquista l’immortalità” salvando dall’auto-distruzione un Occidente che, dimentico della propria natura cristiana e nazionalista ha tradito se stesso, l’erede della gloria che, da Leonida a David Crocket, definisce quello è stato e deve tornare ad essere “the West”, altri ovviamente non è che Donald J. Trump.

“Sotto la presidenza Trump – ha detto Rubio – gli Stati Uniti hanno ripreso il cammino che, cominciato nella Grecia del Partenone, si era interrotto, Ed hanno “fatto la loro scelta”.  Hanno ripreso, senza dubbi o pentimenti, “la ricerca del potere nazionale ed il controllo delle più critiche catene di approvvigionamento, hanno reindustrializzato economia, ricostruito la difesa, lottato per il dominio delle tecnologie e delle industrie del futuro”. E soprattutto, hanno “chiuso le frontiere” di fronte a una immigrazione di massa che, dell’Occidente. minacciava l’ “antropologica” purezza, la secolare civiltà

Nessuna traccia dell’Illuminismo

Non per caso, c’è un enorme buco, una vera e propria voragine, in questa ricostruzione che, partendo dalla agorà ateniese, ha forzatamente – contro la logica e la Storia –  sospinto Rubio verso  la messianica esaltazione del “grande leader”. La parola “democrazia” appare, nel discorso del segretario di Stato Usa, una sola volta. E solo per ricordare, di passaggio, come questa fosse una delle tante parole che, giunte fino ad oggi, sono nate e cresciute nella Grecia antica. Impossibile è trovare, in quel discorso alcun accenno, al pensiero illuminista che, pure, fu parte essenziale della visione dei padri fondatori degli Stati uniti, il vero anello di congiunzione tra il culto delle classiche “virtù repubblicane” dell’antichità greco-romana, e la nuova democrazia che – basata sul principio del “all men are created equal “- andava nascendo. E che è, ancor oggi un elemento portante della più aggiornata, della più vera idea di Occidente. Democrazia, libertà di pensiero, stato di diritto, difesa dei diritti umani, giustizia.

E non reperibile appare anche, nel Rubio-pensiero, ogni riferimento – da Herbert Spencer, a Thomas Hobbes, a John Locke, per non dire di Montesquieu e Tocqueville – al liberalismo conservatore classico. Persino il molto reazionario e ferocemente anti-giacobino Edmund Burke delle “Riflessioni sulla Rivoluzione francese”, è, nel discorso di Rubio, del tutto assente ed inconciliabile, perché troppo “a sinistra”, con il nazionalismo cristiano e con il culto del grande leader mercoledì scorso propugnato, ai piedi dell’Acropoli e nel nome di Donald Trump, dal Segretario di Stato Marco Rubio.

È stato un vero e proprio processo inversamente proporzionale quello si è visto nello splendido panorama della Atene che fu. Più Rubio andava esaltando, in termini trumpiani, la grandezza dell’eredità della Grecia classica ora finalmente riscattata da Trump, e più appariva piccolo. O, se si preferisce, più appariva simile – in versione miniaturizzata – al “little Marco”, il piccolo Marco da Trump sbeffeggiato durante le primarie repubblicane del 2016.

Per quel “piccolo” Marco Rubio, Donald Trump era, allora, un pericoloso “wannabe dictator” un dittatore in fieri, un “conman”, un imbroglione ed un patologico bugiardo. Oggi di quell’imbroglione è il primo ed il più servile apologeta. Lo è dalla testa ai piedi o, meglio, dalla testa alle scarpe.

Molti ricorderanno. Mesi fa, Donald Trump, sovrano capriccioso e crudele, aveva deciso che le calzature individualmente indossate dagli uomini della corte (i membri del suo governo) non erano di suo gradimento. Ed aveva per questo regalato a ciascuno di loro, con obbligo d’uso, un paio di scarpe nuove d’una marca di suo esclusivo gradimento. Scarpe uguali per tutti. Scarpe eleganti. Trumpianamente eleganti. Il paio da Trump scelto per Marco Rubio – forse per errore o, più probabilmente, per il piacere di umiliare il prossimo, a cominciare dal “più prossimo”, ovvero dai suoi più stretti collaboratori – era d’almeno un paio di numeri più grande del necessario. Ma poco è importato. I desideri del sovrano sono ordini. Ed il giorno dopo Rubio era stato per la Storia fotografato mentre, perduto in quelle ultrabbondanti scarpe d’ordinanza, si trascinava lungo i corridoi di Foggy Bottom, la sede del Dipartimento di Stato.

Non molto più tardi, il New York Times aveva pubblicato, partendo da una analisi dei verbali delle riunioni di governo, una dettagliata inchiesta, segretario per segretario, sui livelli di obbligatoria adulazione del grande capo. Chi è, si chiedeva l’inchiesta parafrasando la favola di Biancaneve, il più servile del reame? E Little Marco aveva, anche in quell’occasione, vinto alla grande.

Ed è davvero alla grande – o alla piccola – che Rubio ha, nel nome dell’Occidente, mostrato due giorni fa, ad Atene, con il Partenone alle spalle, la vera natura d’una presidenza, quella di Trump, che dell’Occidente – l’Occidente della democrazia – è, in realtà, il riconoscibile becchino, l’antitesi, il seppellitore di tutte  “virtù repubblicane” – quelle dall’Atene di Pericle e quelle del George Washington che, vittorioso condottiero della rivoluzione, come Cincinnato tornò ad arare il suo campicello – che della democrazia hanno scritto la storia.

Ad aiutare Rubio in questa titanica impresa hanno contribuito un paio di fattori esterni. Il primo: a presentarlo, in vista dello “storico” discorso, ha dar par suo provveduto, l’ambasciatore statunitense in Grecia, Kimberly Guilfoyle, esemplare e vistosissimo rappresentante, in termini di corruzione e clientelismo, del basso impero trumpiano. Alla carica di ambasciatore Kimberly è arrivata per due motivi: l’esser stata, a suo tempo, fidanzata di Donald Trump Jr., secondogenito del “wannabe dictator”, ed esser stata protagonista – in uno stato di vera propria trance mistica – di molto “nordcoreane” apologie del grande ed amato leader nel corso di convenzioni ed innumerevoli pubbliche assemblee.

E non solo. Giusto nel giorno in cui in cui il suo editorial board, esaltava il “corroborante e tempestivo” discorso di Marco Rubio ad Atene, il Wall Street Journal ha pubblicato in prima pagina una non proprio edificante inchiesta – una classica storia di bustarelle – proprio a Kimberly e alla sua ambasciata dedicata. “Amo et rubo”, verrebbe da dire parafrasando Catullo in un molto maccheronico latino…

Un ritorno alla ¨colonna infame

Un secondo ed ancor più valido contributo è poi arrivato, con la dovuta dose di testosterone e giusto nelle ore in cui Rubio si esibiva nella culla della “civiltà occidentale”, da Pete Hegseth, impomatato segretario alla Difesa, anzi, alla Guerra, di Donald Trump. Il quale ha annunciato il ritorno a un glorioso e molto ocidentale passato. Ovvero: la pubblica esecuzione, via streaming, del responsabile di una strage -13 militari morti – consumatasi in una base militare nel 2009. L’America di Donald Trump uccide. E tutti devono assistere allo spettacolo. La civiltà avanza.

“The men who made the Parthenon, they built upwards”, ha detto Rubio nel suo discorso. Gli uomini che hanno costruito il Partenone lo hanno fatto mirando in alto, nel nome “of the highest and most noble aspirations in life”, dei più alti e nobili ideali di vita. L’America che Trump, di Rubio e di Hegseth vogliono costruire sta, invece, guardando verso il basso, in direzione d’un abisso nel quale altro non s’intravvede – volendo ricorrere ad un esempio caro alla storia ed alla letteratura italiana – che un ritorno alla “colonna infame”.

Parlava, Marco Rubio, segretario di Stato. Parlava, nel nome dell’Occidente, di “civiltà e di coraggio”. E andava, parola dopo parola, rimpicciolendosi. Dall’alto dell’Acropoli il Partenone ascoltava. Silenzioso e inorridito…. 

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