Ebbene sì. Luiz Inácio da Silva, universalmente noto come “o Lula”, non ha soltanto nove dita, ma anche nove vite come i gatti. O, se non esattamente nove, come vuole un antichissimo proverbio, di certo almeno quattro, come le quattro elezioni presidenziali che, dal 2003 ad oggi lo hanno visto vincitore. L’ultima e la più difficile delle sue vittorie – un vero e proprio miracolo di resurrezione, alla faccia delle molte Cassandre (StrisciaRossa inclusa) – è arrivata giusto ieri notte, conquistata con le unghie e con i denti, contro venti e maree, smentendo ogni pronostico.
La famosa “onda nera” – la globale scivolata verso la destra estrema che negli ultimi mesi ha investito, uno dopo l’altro, pressoché tutti gli angoli l’America Latina, s’è inaspettatamente fermata alle porte del paese più grande e popoloso, “o maior do mundo”, come il Brasile ama definire se stesso. E si è fermata grazie ad un piccolo uomo cresciuto nella povertà del “Nordeste” e che si è formato, come operaio e sindacalista, negli anni della lunga notte della dittatura militare nelle fabbriche metalmeccaniche di São Bernardo do Campo, nella immensa periferia di São Paulo. Qui “o Lula”, il calamaro, ha cominciato la sua lunga – e non ancora conclusa – corsa politica. E qui, a São Bernardo do Capo ha lasciato, stritolato dagli ingranaggi di una macchina alla quale lavorava, una delle sue dieci dita.
Contro venti e maree
Contro ogni pronostico, Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto ieri notte con quasi quattro punti di vantaggio – 51,77% contro 48,23%, il ballottaggio contro Flavio Bolsonaro, figlio di quel Jair Bolsonaro che, presidente tra il 2019 e il 2013, si trova ora ai domiciliari condannato a 27 anni per tentato colpo di Stato. Ha vinto, Lula, capovolgendo – e capovolgendo al di là d’ogni previsione – i pronostici pressoché universalmente stilati dopo che, appena tre settimane or sono, la prima tornata elettorale lo aveva visto soccombere, 45% contro 47% contro il rivale. Pressoché impossibile – considerato che tutti, o quasi, i voti dispersi tra gli altri 11 candidati erano voti di destra – era, a quel punto pronosticare una sua rimonta.
Ed invece rimonta c’è stata. Forte, chiara, inequivocabile. E c’è ora un’eccellente ragione per commentarla, questa rimonta, partendo – messo infine da parte ogni riferimento alle vite dei gatti – proprio dalle “nove dita” dell’operaio metalmeccanico Luiz Inácio da Silva. Tra le possibili e più immediate ragioni di questa “virada histórica” vanno infatti annoverati gli esiti dell’ultimo dibattito televisivo, tenutosi giusto ventiquattrore prima del voto. E, dentro questo dibattito, un particolare momento che, per molte ragioni, è risaltato come un lampante, esplicito momento di verità. O, se si preferisce, come un’immagine, un inconfondibile ritratto dei due gareggianti. E, nel confronto tra i due gareggianti, anche la foto della posta in palio.

È arrivato, questo magico momento, quando, in un diretto attacco personale, Flavio Bolsonaro ha raccontato quella che voleva essere una tagliente battuta in merito alla presunta “corruzione” di Lula. Il quale, aveva detto Flavio, con molto ammiccanti accenti, “ti dà con una mano e si riprende tutto con nove dita”. Ed era stato a questo punto che Lula aveva spiegato al “figlio di papà” (e di che papà) Flavio Bolsonaro che cosa significassero quelle nove dita. Di quale Brasile quella mano mutilata fosse il prodotto. E di quale Brasile – di quale disprezzo della povertà e della democrazia – fossero figlie quelle sue parole.

È stato in quel momento che le sorti del ballottaggio si sono capovolte? Probabilmente no. E di certo non si sono capovolte “solo” per quella “foto”, per quell’impietoso confronto tra due storie e due persone (tra un uomo e un quaquaraquà, verrebbe da dire, parafrasando il Leonardo Sascia di “Il giorno della civetta”).
Molto si sta parlando già in queste ore – e lo ha fatto anche Lula nel suo discorso della vittoria – dell’importanza che, in questa seconda tornata, ha avuto la riduzione ad un minimo storico delle astensioni. E del ruolo decisivo che ha avuto, in questo ritorno alle urne – particolarmente dell’elettorato più giovane – la dirompente discesa in campo di André Janone, il grande esperto di propaganda informatica, via social, che già aveva diretto che le campagne elettorali del PT in passato e che, negli ultimi anni, era stato inspiegabilmente messo da parte. È lui, secondo molti, il mago che, nel tempo record di appena tre settimane, ha estratto dal cilindro mediatico i 10 e passa milioni di voti che Lula ha guadagnato rispetto alla prima tornata.
Lula, l’eroe imperfetto
Ci sarà il tempo per analizzare più in dettaglio i processi che hanno portato al ribaltone. Un ribaltone che, peraltro – cosa tutt’altro che sorprendente considerata la natura intrinsecamente antidemocratica e golpista del movimento che, nel nome del padre, lui rappresenta – Flavio Bolsonaro non ha accettato, chiedendo l’annullamento del ballottaggio, a suo dire falsato dall’allungamento dell’orario elettorale.
Ci sarà tempo per questo e per valutare le reazioni “esterne”. Quella, in particolare, di Donald Trump – per molti aspetti, paradossalmente il più importante, anche se ovviamente involontario, alleato di Lula e della sua difesa della sovranità nazionale – che già annunciato, nel nome della “lotta al comunismo” e della sua dichiarata politica neocoloniale, il suo sostegno alle rivendicazioni (quanto concretamente golpista si vedrà) di Bolsonaro figlio.
Giusto è però dedicare a Lula ed alle sue nove dita – a quello che queste nove dita rappresentano – queste prime ore del dopo elezioni. Il Lula che è arrivato a quest’ultima battaglia e quest’ultima vittoria – il Lula bambino povero del Nordeste, il Lula operaio di São Bernardo do Campo, il Lula presidente – è, per molti versi, l’opposto del “uomo di marmo”, o dell’ “eroe forgiato nell’acciaio” della classica iconografia del realismo socialista.
Lula è, in realtà, un combattente vittorioso, ma esausto. E non solo per i suoi 80 anni compiuti. È un guerriero carico di cicatrici e di lividi, un sopravvissuto – glorioso e vincente, ma pur sempre un sopravvissuto – le cui battaglie sono state, nell’ultimo quarto di secolo combattute tutte all’insegna del compromesso.

Si è sporcato le mani – e se le è sporcate con tutte le nove dita che gli restavano – Luiz Inácio Lula da Silva. E molto – a partire dalla sua famosa “carta ao povo brasileiro”, nel 2002 – ha, in 23 anni, concesso al sistema che voleva cambiare. Di quel sistema, anzi, si è anche portato addosso – per responsabilità politica, non per arricchimento personale – anche la piaga della corruzione, l’onta del “Lava Jato”.
Dopo molti anni di governo Lula è arrivato a questa ultima battaglia con sulle spalle il peso di uno status quo che una gran parte dell’elettorato – anche quello che sempre era stato il “suo” elettorato – detestava. Ma è riuscito, con un ultimo colpo di reni, a vincere nel nome della democrazia e della sovranità nazionale. E proprio in questo, nella assoluta impurità della sua vittoria, sta anche la sua grandezza.
Ha fermato l’ “onda nera” il piccolo, vecchio e malandato Luiz Inácio da Silva. Ed ora lo attende una nuova grande battaglia. Quella contro lo status quo che si porta addosso, la più difficile: ritrovare il se stesso che voleva cambiare il mondo. Dare ai giovani brasiliani che sono andati alle urne un domani, sogni che vadano oltre la semplice paura delle tenebre “trumpo-bolsonariste” che si profilano all’orizzonte.
“Quello che comincia oggi – ha detto Lula nel suo discorso della vittoria di fronte ad una platea gigantesca ed entusiasta – sarà il più grande mandato della storia del Brasile”. Vale la pena prenderlo in parola.

