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Monday, October 18, 2021
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L’ultima tragica farsa di Trump & Co

Le presidenziali americane sono, finalmente, giunte al capolinea. Ieri, 14 dicembre, la convocazione dei collegi elettorali ha definitivamente sancito – contati tutti i voti e certificati i risultati in ciascuno dei 50 Stati – la vittoria del 78enne democratico Joseph Robinette Biden Jr, meglio noto come Joe Biden (o, ancor più confidenzialmente, come Uncle Joe, lo zio Joe). Ed i numeri ci dicono – o più esattamente tornano a ripeterci, questa volta con i crismi della più assoluta e definitiva ufficialità – che è stata, la sua, una vittoria ampia tanto nel voto popolare (con vantaggio d’oltre sette milioni di voti e quasi cinque punti in percentuale) quanto nella obsoleta e stravagante, ma assolutamente decisiva aritmetica – quella, per l’appunto, dei collegi elettorali – che da sempre definisce, o meglio, che da sempre limita la democrazia Usa. In questo caso: 306 voti per Joe Biden, contro i 232 ottenuti da Donald J. Trump, candidato repubblicano e presidente molto controvoglia “uscente”.

President Donald Trump speaks at the White House, Thursday, Nov. 5, 2020, in Washington. (AP Photo/Evan Vucci)

Fine della corsa? No. Perché stavolta questo “capolinea” – il cui raggiungimento viene di norma, per la sua scontatissima natura, del tutto ignorata dai media – non è affatto il formale passaggio, o il procedurale preludio, di quel “pacifico passaggio dei poteri” che della democrazia Usa (e, per la verità, d’ogni vera democrazia) è un antico vanto. Non lo è per il semplice, inedito fatto che l’uomo al volante – per l’appunto Donald J. Trump, presidente molto controvoglia uscente, anzi, a suo dire, nient’affatto uscente – ha deciso di non rispettare la fermata. O, fuor di metafora: perché – a dispetto non solo dei conteggi e delle certificazioni di cui sopra, ma anche d’una serie di umilianti sconfitte giudiziarie – il candidato perdente ed attuale inquilino della Casa Bianca ancora non ha accettato i risultati delle elezioni. Né presumibilmente lo farà nelle settimane che ci separano dalla cerimonia inaugurale – se cerimonia ci sarà, considerato l’imperversare della pandemia – del nuovo presidente eletto. “I won the elections in a landslide”, io ho vinto “a valanga” le elezioni, ha ribadito via Twitter Donald Trump giusto domenica scorsa, alla vigilia della riunione dei collegi elettorali e subito dopo un’ultima, definitiva debacle di fronte alla Corte Suprema. Immediatamente aggiungendo: “ricordatevi, (quando parlo di vittoria n.d.r.) io mi riferisco solo ai voti legali, non ai falsi elettori ed alle frodi che galleggiano ovunque. What a disgrace, che vergogna!”.

Una vergogna, certo. Ed una vergogna – non ovviamente quella, del tutto risibile, dei “falsi elettori” e delle “frodi galleggianti”, ma quella del mancato riconoscimento della vittoria di Joe Biden – che non ha precedenti di sorta nella storia della “più antica democrazia del mondo”. Gli annali ci raccontano infatti come, nell’America pre-Trump, non siano mancati i finali elettorali sofferti. Nel 1800, quando gli USA ancora non avevano compiuto un quarto di secolo di vita, Thomas Jefferson, l’uomo che dell’indipendenza aveva scritto la “dichiarazione” – il raggio di luce nel quale s’afferma che del “tutti gli uomini sono stati creati uguali” – venne eletto dal Congresso (che, al termine d’un infuocato dibattito, lo preferì al presidente in carica, John Adams) dopo che dai collegi elettorali non era uscito un definitivo vincitore. E la stessa sorte era toccata, nel 1824, a John Quincy Adams, nonostante fosse stato battuto, nel voto popolare, da Andrew Jackson. Nel 1876, ancor fresche le ferite della Guerra di Secessione, la storia concesse – in quella che era, fino a ieri, considerata la più contrastata e “sporca” delle elezioni presidenziali – una nuova e molto turbolenta replica, quando la strenua battaglia tra Rutherford Hayes e Samuel Tilden venne infine decisa, ancora una volta dal Congresso, sulla base d’un piuttosto infame compromesso. La presidenza andò, infine, a Hayes, in cambio del ritiro delle truppe federali dagli Stati ex-confederati. Il che significò la fine della “Reconstruction” e l’inizio della lunga e trista storia dell’apartheid nel Sud degli Stati Uniti. E tutti certo rammentano, venendo a tempi più prossimi, come, nell’anno 2000, fu un voto (5 a 4) della Corte Suprema a consegnare la presidenza a George W. Bush, ponendo fine, dopo 37 giorni, al maratonico “riconteggio” nello Stato della Florida (dove Al Gore perse, infine, per soli 518 voti).

Anche in questi molto controversi casi, tuttavia, la contesa s’era chiusa con un vincitore e con un vinto pronto a, più o meno cavallerescamente, riconoscerlo come tale. La più ritardata e sofferta accettazione dei risultati elettorali era fin qui stata quella con la quale, nel 1916, Charles Evan Hughes, repubblicano, aveva infine riconosciuto, una settimana esatta dopo il voto, la vittoria del democratico Woodrow Wilson. E fino a ieri, gli storici ricordavano come un intollerabile oltraggio al bon ton elettorale il fatto che, nel 1944, Thomas Dewey, pur rapidamente riconoscendo la risicatissima vittoria di Harry Truman, non avesse poi fatto la tradizionale telefonata (o inviato il tradizionale telegramma) di congratulazioni al vincitore.

Oggi Donald J. Trump ha inviato al mondo – attraverso Twitter, telefono e telegrafo dei nostri giorni – un messaggio che, senza possibilità d’equivoco, non solo definisce “illegittima” la presidenza di Joe Biden, ma anche invita (“A rigged election, fight on”, elezione fraudolenta, continuate la lotta) a combatterla con ogni mezzo. E, così facendo, ha indiscutibilmente aperto, all’insegna della tragicommedia, un nuovo capitolo nella storia americana.

Quale capitolo? E perché all’insegna della tragicommedia? Alla prima di queste due domande è, allo stato delle cose, impossibile rispondere. Questa “prima volta” di Donald Trump – punto di arrivo d’un quadriennio presidenziale che, in realtà, altro non è stato che un abominevole susseguirsi di “prime volte” le quali, a loro volta, non sono state che la conclusione d’un lungo processo di deterioramento della democrazia Usa – trascina il paese in territori ancora inesplorati, con conseguenze difficilmente prevedibili. Molto evidenti sono invece – al di là di quel che sarà l’evolversi degli eventi nelle prossime settimane, nei prossimi mesi e nei prossimi anni – i due elementi, la commedia e la tragedia, della rappresentazione trumpiana.

Affidata ad un team legale guidato dall’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, la battaglia di Donald Trump contro la presunta frode elettorale ha regalato all’America momenti d’involontaria, irresistibile ed a tratti persino crudele comicità. Cinquantatré volte le “ragioni” – chiamiamole così per comodità – del presidente in carica sono state presentate di fronte ai tribunali competenti. E per 52 volte – l’unica “vittoria” ha avuto per oggetto voti che mai erano stati conteggiati ed è quindi stata, di fatto, irrilevante – sono state pressoché istantaneamente respinte, molto spesso da giudici di nomina e di provata fede repubblicana, con motivazioni che, pur nella loro ovvia varietà, possono essere complessivamente riassunte nella frase: “non fateci perder tempo con queste buffonate”. E non v’è dubbio che proprio di questo – di buffonate – si sia nutrita, in ogni suo momento, la “guerra anti-frode” di Donald Trump e della sua armata Brancaleone legale.

Qualcuno ha paragonato questa “guerra” ad una delle più celebri gag dei Monty Python. Quella nella quale – durante il film “Il sacro Graal” – re Artù s’imbatte, nel bel mezzo d’un ponte, in un misterioso “cavaliere nero” che lo minaccia di morte. Inizia un duello nel quale re Artù fa progressivamente a pezzi, tra spettacolari schizzi di sangue-pomodoro, il cavaliere nero. Prima le braccia, poi le gambe, il torso e la testa. Alla fine del cavaliere nero non resta che la lingua che – esattamente come il Trump in questi giorni impegnato a denunciare frodi ed a celebrare la sua vittoria per “landslide” – continua imperterrita a ripetere: “prega per l’anima tua, Artù, perché è infine giunta la tua ora”. Alla ricerca di paralleli cinematografici, altri hanno tirato in ballo la commedia l’italiana. Non, ovviamente quella nobilissima di “Un giorno in pretura” – anche se alcuni episodi della saga legale trumpiana sembrano, in effetti, degni di tanto film – ma quella assai più scollacciata e triviale, fatta di grevi doppi sensi pseudo-erotici e di flatulenze, del Pierino di Alvaro Vitali (di flatulenza, Giuliani ne ha in effetti, nel corso della rappresentazione, regalata almeno una in diretta TV, per la gioia del “comedians” dei “late-shows” televisivi).

Iniziata con una conferenza stampa per errore convocata, non in un lussuoso salone dell’Hotel Four Seasons di Filadelfia, ma alla periferia della città, nel parcheggio d’un vivaio chiamato “Four Seasons Total Landscaping”, giusto tra uno sex-shop ed un negozio di pompe funebri, la campagna politico-legale di Trump-Giuliani s’è poi dipanata, sconfitta dopo sconfitta, umiliazione dopo umiliazione, lungo il filo d’una serie di ridicoli intermezzi in aule di giustizia, riempiti dai più improbabili “testimoni” impegnati a denunciare le più improbabili truffe elettorali. Qualcuno (in Michigan) aveva visto camion scaricare pacchi di schede fasulle poi risultati, alla prima verifica, essere i rifornimenti alimentari per gli scrutatori. Altri (in Pennsylvania) hanno denunciato “gravissime irregolarità” che, alla prova dei fatti, in altro non consistevano che nel momentaneo black-out, durante gli scrutini, dell’aria condizionata. L’avvocatessa Sidney Powell, uno dei più visibili e ciarlieri membri del team-Giuliani, non ha, in uno dei molti siparietti legali seguiti all’esilarante conferenza di lancio, esitato a denunciare, ovviamente sulla base del nulla, una cosmica cospirazione anti-Trump che coinvolge Cina, Russia e Cuba, con alla testa del complotto il finanziere George Soros (un personaggio che, come un tempo i savi dei protocolli di Sion, mai viene meno in circostanze di questo tipo) e l’ex presidente venezuelano Hugo Chávez, notoriamente deceduto sette anni or sono.

Infine, come nella più classica delle comiche finali, il tutto è poi  confluito in un’altra e davvero memorabile conferenza stampa dell’ex sindaco della Grande Mela, dalle cronache già ferocemente archiviata come “la conferenza dello scioglimento (melt down) di Rudy Giuliani”. Perché scioglimento? Perché nel momento cruciale della sua filippica anti-frode, Giuliani è davvero parso liquefarsi di fronte alle telecamere, allorquando un rivolo nerastro – presumibilmente la tintura per capelli – aveva cominciato, discendendo implacabile dalle basette, a rigargli le due guance. Ed è facile pronosticare che proprio in questa immagine – in questo volto d’un Pierrot grottesco, senza poesia e senza dignità – finiranno domani per meglio specchiarsi, di fronte alla Storia, i giorni di questo inverecondo crepuscolo della presidenza Trump.

Supporters of President Donald Trump attend a pro-Trump march Saturday Nov. 14, 2020, in Washington. (AP Photo/Jacquelyn Martin)

Ultima tappa di questa itinerante “commedia”: la Corte Suprema. È qui che Donald Trump la settimana scorsa ha giocato la sua ultima carta legale. L’ha fatto con una denuncia che, presentata dallo Stato del Texas – o, più precisamente dall’Attorney General dello Stato del Texas Ken Paxton – chiedeva ai custodi della Costituzione di “scartare” tutti i voti espressi in quattro Stati: la Georgia, il Michigan, La Pennsylvania ed il Wisconsin. O, più in concreto: chiedeva di consegnare la vittoria elettorale al presidente in carica, eliminando circa 20 milioni di regolarissimi suffragi. Il tutto sulla base di argomentazioni che giuristi d’ogni tendenza hanno d’acchito definito “assolutamente impresentabili”. E che tali sono state considerate, di fatto all’unanimità, dai nove giudici della Corte (tre dei quali nominati proprio da Trump) che, venerdì scorso, le hanno respinte con il più laconico e sdegnato dei “non luoghi a procedere”. Trump in fondo aveva ragione: queste elezioni sono state marcate da un tentativo di frode: il suo. Quello col quale lui – incomparabilmente il più bugiardo ed “opaco” dei presidenti Usa – ha con molto sincera e trasparente illegalità cercato di capovolgere i risultati del voto, prima torcendo il braccio a funzionari, governatori e deputati statali repubblicani (che non l’hanno seguito) e poi forzando il cammino verso la Corte Suprema (che l’ha, di fatto, mandato al quel paese, scatenando una prevedibile tempesta di tweet presidenziali: “The Supreme Court really let us down. No Wisdom, No Courage!” La Corte Suprema ci ha abbandonati, Nessuna saggezza, nessun coraggio!)

Ieri notte, formalmente sancita la sua vittoria, Joe Biden ha parlato alla Nazione. Ed ha celebrato quella che ha definito “una vittoria della democrazia”. Difficile dargli torto. Le istituzioni democratiche – quelle che Trump sprezzantemente chiama “deep state”, lo Stato profondo – hanno retto bene alla prova. Ed il prossimo 20 gennaio entrerà alla casa Bianca il presidente che il popolo – “we the people” come ieri ha sottolineato Biden riecheggiando il preambolo della Costituzione – ha liberamente scelto.

Un fatto però resta (ed è la parte tragica della tragicommedia recitata in queste ultime settimane). La strategia legale di Trump-Giuliani non è andata – non poteva e, probabilmente, neppure voleva andare – da nessuna parte. Ma Trump ha nel frattempo, per sostenerla, raccolto somme ingenti: quasi 300 milioni di dollari destinati al suo “Save America” PAC (Political Action Commitee). Come userà domani queste somme è materia dibattito. Non pochi sembrano convinti che, alla fine, prevarrà il Trump “conman”, l’imbroglione passato di bancarotta in bancarotta. E che quei danari serviranno per pagare i suoi debiti personali (oltre 400 milioni a breve scadenza, secondo il New York Times). I più, tuttavia, pensano che quella raccolta di fondi non sia che il primo passo verso una nuova corsa presidenziale nel 2024.

Le condizioni per questa corsa ci sono tutte. Dicono i sondaggi che il messaggio trumpiano – quello che definisce “illegittima” la presidenza Biden – è stato accolto dai tre quarti dell’elettorato repubblicano (quasi 75 milioni di voti). E le cronache ci raccontano come la “impresentabile” denuncia alla Corte Suprema dell’Attorney General texano sia stata sottoscritta dalla quasi totalità dei rappresentanti repubblicani al Congresso. Trump ha perso le elezioni, ma ha, nella sconfitta, rafforzato il suo controllo su un partito repubblicano che, a sua volta, manterrà il controllo d’uno dei due rami del Congresso (saranno a questo proposito decisivi i due “spareggi” per i posti di senatori della Georgia in programma per il 4 di gennaio). E ieri, in Michigan, il collegio elettorale – minacciato dalle proteste armate dei simpatici Proud Boys, le formazioni della supremazia bianca calate in quel di Lansing in risposta al “fight on” lanciato da Trump – ha potuto riunirsi solo sotto la protezione della polizia…

Nei prossimi quattro anni non sarà facile, per lo zio Joe, governare l’America che, il 3 novembre, gli ha regalato il più alto numero di voti della storia degli Stati Uniti. Ma che – in una sua fetta minoritaria, però enorme – ha anche smesso di credere nella democrazia.

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