Che cosa ha fatto Javier Gerardo Milei, primo presidente โanarco-capitalistaโ della molto travagliata storia argentina, nei suoi primi 100 giorni di governo? La risposta รจ tutto รจ nulla. Tutto perchรฉ questo โ tutto ed anche qualcosa di piรน – era quel che contenevano le sue prime due monumentalmente ambiziose iniziative legislative, il DNU, o Decreto de Necessitad y Urgencia e la cosiddetta legge omnibus, E niente perchรฉ queste onnicomprensive e totalizzanti, nonchรฉ, ovviamente messianicamente epocali iniziative, ancora si trovano (e non pochi sembrano convinti sia destinata a restare a lungo) nel limbo di un molto contrastato rapporto con il Parlamento. Di certo questi primi tre mesi e passa ci hanno offerto โ o meglio, riproposto senza apprezzabili variazioni – una sola certezza. Dietro lโiconica, isterica riproposizione dello slogan โviva libertad, carajoโ, si nasconde โ o meglio, inequivocabilmente si rivela โ la piรน sgangherata riproposizione, con tonalitร mistico-libertarie, del piรน classico e sgangherato caudillismo latino-americano. Con quali finali effetti sulla fragile democrazia argentina รจ ancora tutto da vedere.
Clicca qui per leggere quel che scrive il proposito, sul New York Times, lo storico Uki Goรฑi.
Ed ecco come, nel suo numero di marzo, Critica Marxista Massimo Cavallini analizza, da un punto di vista storico-politico, il fenomeno Milei.
Chi รจ Javier Gerardo Milei, nuovo presidente della Repubblica Argentina? Rispondere a questa domanda รจ estremamente facile e, al tempo stesso, estremamente difficile. Estremamente facile perchรฉ Javier Milei รจ, notoriamente, un classico prodotto della piรน esibizionistica e scollacciata โ โsgarbianaโ potremmo definirla per italianizzare il concetto โ cultura dei talk-show e reality-show televisivi, quella che, in un lascivo ed illusorio effetto โbuco della serraturaโ, ai suoi protagonisti impone unโincondizionata, totale e compiaciuta rivelazione di sรฉ stessi. Ed รจ, insieme, estremamente difficile perchรฉ difficile โ difficile e per molti aspetti doloroso โ รจ capire non solo le piรน immediate ragioni della rapida ed irresistibile ascesa di questo fino a ieri folclorico โshowmanโ ai vertici dโuno dei piรน grandi paesi delle due Americhe, ma anche le radici storico-politiche del โfenomeno Mileiโ, il suo senso ultimo, oggi e in prospettiva, tanto in Argentina quanto in un mondo dove sempre piรน palese va facendosi la crisi della democrazia rappresentativa,

Javier Gerardo Milei โ il Javier Gerardo Milei โfacile da raccontareโ perchรฉ lui stesso sโรจ raccontato e riraccontato in tv o su Tik Tok – รจ per tutti โlโuomo della motosegaโ, il furente e scapigliato castigamatti della diabolica โcastaโ economico-politico-culturale sulla quale, in molto nebulosi ma implacabili termini, ricadono tutte le responsabilitร dei moltissimi mali che affliggono lโArgentina. Di questo Milei nulla cโรจ da scoprire, perchรฉ – nel suo costante offrirsi senza veli, tra insulti e sceneggiate, talk-show dopo talk-show โ nulla Milei ci ha risparmiato di sรฉ e della sua vita. Dalla sua passione per il sesso tantrico, basato sulla ricerca dellโorgasmo senza eiaculazione (โme llaman la vaca malaโ, mi chiamano la vacca cattiva, รจ andato in questi anni ripetendo dal piccolo schermo con ammiccante riferimento alla difficoltร di โmungerloโ), alla sua venerazione per Conan, il mastino inglese che – defunto tempo fa, ma dal vecchio padrone ancor oggi regolarmente contattato via sedute spiritiche – รจ stato poi clonato in quattro altrettanto venerate copie (Murray, Milton, Robert e Lucas, dai nomi e cognomi di alcuni dei piรน celebrati e da lui deificati economisti liberisti), tutto รจ regolarmente e reiteratamente entrato, per entusiasta volontร del protagonista, nel tritacarne della trash-tv. Tutto, compresi i piรน intimi risvolti di unโadolescenza a suo dire marcata a fuoco da un difficile e spesso violento rapporto con i genitori. Col padre in particolare. โIo mi considero un orfanoโ, ha detto e ripetuto Javier in questo suo omnicomprensivo concedersi ad una platea avida consumatrice di queste pubbliche e spettacolari confessioni, lasciando tra le righe intendere (โda allora nulla mi fa pauraโ) come proprio nelle violenze subite in famiglia vada ricercata lโorigine della motosega. O, se si preferisce, dei suoi fumettistici โsuper-poteriโ, della sua indomabile forza di giustiziere.
E se questa รจ la conosciutissima (perchรฉ raccontatissima) storia erotico-personal-familiare del Milei uomo, del tutto chiare โ certo stravaganti, ma nella loro stravaganza chiarissime – sono anche le idee che hanno fin qui mosso e, si presume, continueranno in futuro a muovere gli ingranaggi della sua spietata motosega. Quali sono queste idee? Per coglierle nella loro essenza, assai utile รจ seguire il filo del discorso โ un vero e proprio sermone – che, lo scorso 18 gennaio, il presidente argentino, da appena qualche giorno preso possesso della Casa Rosada, ha pronunciato di fronte al Foro Economico di Davos, riconosciuto tempio del capitalismo globalista ed annuale luogo dโincontro di capi di Stato, grandi imprenditori ed economisti di grido impegnati a discutere i destini del pianeta.

Non ha, come si dice, menato il can per lโaia il presidente argentino. Nรฉ ha, in alcun modo, peccato di timidezza o, ancor meno, di modestia, di fronte a tanto consesso. E al dunque, un sacro dunque, รจ venuto fin dalle sue primissime parole, in tutto degne, per la loro profetica forza, dโun biblico Messia – il โBar Enashโ, il Figlio dellโUomo preconizzato nel Libro di Daniele 7:13 e piรน volte in prima persona riproposto dallo stesso Gesรน di Nazareth, detto il Cristo, nei quattro Vangeli – disceso in Terra per annunciare la prossima Apocalisse e lโavvento del Regno dei Cieli. โOggi sono venuto qui โ ha esordito Milei con ieratici accenti โ per dirvi che lโOccidente รจ in pericolo. Ed รจ in pericolo perchรฉ quanti dovrebbero difenderne i valori (una gran parte dei presenti in sala n.d.r.) sono stati cooptati da una visione del mondo che, inesorabilmente, conduce al socialismo e, conseguentemente, alla povertร โฆโ. Questa visione del mondo โ ha quindi proseguito Milei โ si chiama โcollettivismoโ. Ed รจ proprio per meglio illustrare la demoniaca natura di questa concezione del mondo โ nonchรฉ per indicare al popolo di Davos la via della salvezza โ che il neo-presidente argentino รจ puntualmente e senza apprezzabili variazioni tornato a raccontare, come giร aveva fatto innumerevoli volte in vari talk show e in centinaia di comizi, la storia, o meglio, la leggenda, dโuna Argentina che seguendo la via maestra del liberismo economico fu a suo tempo โla prima potenza del mondoโ e il โfaro dellโOccidenteโ. Tale restando fino a poco piรน di cento anni fa, quando, ascoltata la voce del demonio e mangiata la mela del collettivismo, ha condannato se stessa ad una โdecadenzaโ che si รจ fino ad oggi prolungata, aggravandosi fino alla catastrofe, di marca โkirchneristaโ, degli ultimi venti anni.
Cosรฌ Milei sโรจ presentato di fronte alla platea di Davos: con una messianica ouverture che il giorno dopo, con ovvii intenti satirici, qualcuno ha molto opportunamente paragonato a quel che si legge in Matteo 24:30: โโฆe allora comparirร nel cielo il segno del Figlio dell’Uomo e si batteranno il petto tutte le tribรน della terra, e tutti vedranno il Figlio dell’Uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloriaโฆโ.

Al di lร delle nubi e della โpotenza e gloriaโ โ la stessa dei suoi comizi e delle sue apparizioni televisive โ con cui Milei ha esordito a gennaio tra le nevi di Davos (peraltro accolto non da grida di giubilo, ma dai molto formalmente tiepidi applausi dei non troppo numerosi astanti) inevitabile รจ chiedersi: ha un senso, 35 anni dopo la caduta del muro di Berlino, presentarsi di fronte ai sacerdoti di Davos โ il โriconosciuto tempio del capitalismo globalistaโ di cui sopra e, per molti versi, la pratica rappresentazione di quella che a suo tempo, svanita la Unione Sovietica, venne molto prematuramente chiamata la โFine della Storiaโ – annunciando unโimminente (ed evitabile solo attraverso un incondizionato ritorno alla fede del libero mercato) apocalisse socialista? E, soprattutto: ha un senso la ricostruzione della Storia Patria che il presidente Argentino ha, in questo quadro, riproposto ai potenti della Terra come metafora dei destini del mondo? Assolutamente no, ovviamente, se ci riferisce a quei famosi โfatti provatiโ che dโogni ricostruzione storica che si rispetti sono lโindispensabile base. Assolutamente sรฌ, invece, se il problema รจ quello di inquadrare in termini storico-politici il fenomeno Milei.
Come sempre quando sulle scene appare un leader di estrema destra, una parte degli analisti politici legittimamente si chiede quanto corretto sia usare, nei suoi confronti, il termine โfascistaโ, etichetta che peraltro, nel caso specifico, Milei sempre ha respinto con sdegno, sventolando la bandiera dโun liberalismo radicale che in quanto tale รจ, a suo dire, intrinsecamente incompatibile con lo statalismo fascista. Un fatto รจ comunque โ al di lร dโogni etichetta โ assolutamente certo: con il fascismo, con tutti i fascismi, Javier Gerardo Milei comparte un essenziale connotato: il miraggio dโun mitico e โtraditoโ passato di gloria. Un passato da riconquistare, guidati da un grande leader, contro il contaminante, esiziale assalto di forze etnicamente, religiosamente ed ideologicamente impure. Forze del male di fronte alle quali non esistono che due alternative: distruggerle o esserne distrutti. Per Mussolini quel passato era una caricaturale riedizione della โromanitร imperialeโ, per Hitler una Germania ariana mai esistita, ma destinata per volere di Dio โ Gott mit uns โ a dominare il mondo a dispetto delle umiliazioni dโuna guerra perduta e delle sordide trame di ebrei, comunisti, liberali ed altre subumane creature.

E per Milei? In cosa consiste, per Javier Gerardo Milei, questo passato di gloria? La risposta โ come indicato anche nel discorso di Davos – รจ racchiusa in tre semplici parole: โgrande potenza mondialeโ. Questo infatti โ una grande potenza mondiale, anzi, โla piรน grande potenza mondialeโ โ รจ stata in passato, per Milei, lโArgentina. E la piรน grande potenza mondiale tornerร ad essere sotto la sua guida. Proprio con questo slogan del resto โ โMake Argentina Great Againโ, ovvia rielaborazione del trumpiano โMake America Great Againโ โ il piรน eminente ed ingombrante tra i messianici leader in odore di fascismo che oggi popolano il pianeta (Donald Trump, per lโappunto, ex e forse prossimo presidente degli Stati Uniti dโAmerica) ha salutato, lo scorso dicembre, la vittoria elettorale di Milei.
Per il neopresidente argentino, questa รจ la storia: cโera una volta unโArgentina che era โil piรน ricco e poderoso paese del mondoโ. E cโรจ oggi un paese che in quel mondo sโรจ infine smarrito, perchรฉ soffocato dallโingordigia dโun mostro chiamato Stato. Era un paese felice lโArgentina. Felice perchรฉ libero. E libero perchรฉ libera โ libera perchรฉ privata โ era la sua economia. Ed รจ a questo antico e perduto Eden, a questa universale e svanita grandezza che Milei vuole, con profetici e biblici accenti, ricondurre il paese.
Accenti in effetti molto letteralmente biblici, visto che, a dispetto della sua strenua fede cattolica โ strenua al punto da non esitare a dettare, in materia di fede, la linea al suo connazionale papa Bergoglio, da lui ripetutamente definito โuna rappresentazione del Malignoโ per via delle sue โidee comunisteโ – tra i suoi piรน influenti assessori Milei vanta anche un rabbino che lo aiuta a meglio cogliere, nel Vecchio Testamento ed in altri sacri testi, le pagine piรน affini (biblicamente affini) alla sua battaglia per il ritorno dellโArgentina alla terra promessa della โgrande potenzaโ che (non) fu. โIo non sono venuto a pascolare agnelli, sono venuto a svegliare leoniโ, questa รจ la frase, attribuita a Moisheh Ben Maimon, filosofo ebreo sefardita del 13esimo secolo, che Javier Milei โ il leone Milei, perchรฉ proprio cosรฌ, come un indomito leone dalla folta criniera il presidente argentino ama rappresentare se stesso โ piรน spesso cita nei suoi discorsi. E direttamente dal Libro dei Maccabei vengono anche le โforze del cieloโ che, da lui ad ogni mentre invocate, hanno finito per diventare il nome dellโorganizzane che raccoglie i piรน giovani e ortodossi dei suoi seguaci. โIl trionfo in guerra non dipende dalla quantitร di soldati โ recita il sacro testo โ ma dalle forze che vengono dal cieloโ.

Dove si trova, in quale punto della Storia Patria va esattamente individuato, per Javier Milei, il Paradiso terrestre che lโArgentina ha perduto? E dovโรจ la Terra Promessa alla quale ritornare, sotto la sua illuminata guida, sospinti dai venti impetuosi della vera fede, quella del piรน incontaminato liberismo economico e della mistica, purissima riproposizione delle piรน estreme teorie neoliberali che, originalmente elaborate dalla โscuola austriacaโ (Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich Hayek) sono poi state riprese โ sia pur con significative differenze – dalla scuola di Chicago (Milton Friedman, George Stigler, Gary Becker)?
Per Milei lโArgentina รจ, come il Buon Selvaggio di Jean Jaques Rousseau, nata libera. Libera ma, proprio perchรฉ selvaggia โ anzi โbarbaraโ, come ama definirla โ ancora incapace di cogliere appieno i frutti economici della propria innata libertร . Lo storico evento che, secondo il Milei-pensiero, ha infine dischiuso, anzi, spalancato di fronte a quellโArgentina โbarbaraโ le porte della civiltร e dellโabbondanza liberista, รจ stata la vergatura della Costituzione del 1853 – la prima e, seppur emendata in parti essenziali nel 1860, 1898, 1949 e 1994, per molti aspetti anche lโultima dellโArgentina – il cui riconosciuto autore intellettuale, Juan Bautista Alberdi, lโattuale presidente sembra considerare una profetica anticipazione di se stesso, il primo e piรน importante dei suoi precursori nella storia dโauge, caduta e redenzione che con lui, Javier Gerardo Milei, sta finalmente entrando nella sua fase โestremaโ. Quella della finale vittoria e della definitiva estinzione dello Stato. Con la Costituzione del 1853, afferma Milei, si apre per lโArgentina una luminosa โ tanto luminosa, per lโappunto da diventare โil faro dellโOccidenteโ – storia di libertร , progresso e ricchezza destinata a durare 50 anni.
Risalendo alla fonte autentica del dogma, ecco quanto lo stesso Javier Gerardo Milei ebbe a dire, quando ancora non era che un emergente e pittoresco deputato โlibertarioโ, durante quello che lui stesso ed i suoi piรน ossequienti biografi amano considerare il piรน significativo dei suoi discorsi. Chiamiamolo, giusto per restare negli evangelici territori a lui tanto cari, il suo โdiscorso della montagnaโ. Correva lโanno 2022 ed il primo di ottobre, parlando di fronte a diverse migliaia di fedeli nella cittร di San Miguel di Tucumรกn, con alle spalle una enorme gigantografia raffigurante proprio Juan Bautista Alberdi, queste furono le sue parole: โQuando, essendo ancora un paese barbaro, lโArgentina abbracciรฒ le idee di Alberdi (con, per lโappunto, lโentrata in vigore della Costituzione del โ53 n.d.r.), in 35 anni divenne la prima potenza del mondo. Ed รจ a partire dal 1916, quando abbiamo cominciato ad abbracciare dosi crescenti di collettivismo, che ci siamo convertiti in un paese decadenteโ

Ipse dixit. E va da sรฉ che, se valutato con il metro della scienza storica, il racconto di Milei non supera, in nessuna delle sue parti, la prova del ridicolo. Perchรฉ ridicola รจ la sua pretesa di cassare come una sorta di barbara ed indistinta preistoria tutte le complesse vicende che tra lโinizio della lotta per lโIndipendenza, nel maggio del 1810, e la Costituzione del โ53, hanno visto il lungo e spesso sanguinoso confronto tra gli โUnitariosโ, sostenitori di un molto accentrato potere in quel di Buenos Aires, ed i โFederalesโ che favorivano molto ampi margini di autonomia per le Province. Quella che Milei descrive come una sorta di divina illuminazione da Alberdi ispirata non fu, in realtร , che il punto dโarrivo dโun molto tormentato processo, sfociato nel cruento scontro tra Juan Manuel de Rosas e Justo Josรฉ de Urquiza (entrambi, peraltro, provenienti dalle fila dei โFederalesโ) e sigillato dalla vittoria di Urquiza nella battaglia di Caseros. Fu nel molto precario periodo di stabilitร politica che seguรฌ questa battaglia che nacque la Costituzione (peraltro, solo sei anni piรน tardi, con il Patto di San Josรฉ de Flores, accettata, con gli opportuni emendamenti, anche dagli โunitariosโ di Buenos Aires). Nรฉ รจ possibile incontrare, nei 35 anni seguiti alla promulgazione di quella prima (e ultima) Carta Magna, alcunchรฉ che consenta di definire lโArgentina, non solo โla prima potenza del mondoโ, ma anche soltanto โ e soltanto da un punto di vista economico โ una vera potenza.
Quella che esce dalle pagine dei libri di Storia รจ, al contrario, unโArgentina che fu certamente, nei suoi momenti di maggior auge agro-esportatrice, un paese molto ricco. Ricco, anzi, ricchissimo, in termini puramente statistici (o per capita) grazie alla sua ancor scarsa popolazione. Ricco e terribilmente diseguale, come testimoniato, giusto per dirne una, dai dati della leva militare che nel 1902 โ ovvero nel momento di massimo splendore economico della โgrande potenzaโ argentina โ rivelano come ben il 40 per cento dei possibili coscritti delle province della cosiddetta โpampa humedaโ, la ricchissima parte agricola e โganaderaโ dโun paese che proprio dallโagricoltura e dagli allevamenti di bestiame ricavava quasi il 90 per cento dei suoi introiti, fosse risultato โnon arruolabileโ per malattie dovute alla denutrizione. Ricco della fragile ricchezza di tutti i paesi agro-esportatori, troppo dipendenti, specie da un punto di vista finanziario, da fattori esterni per poter essere โpotenzaโ. Ricco dโuna ricchezza ancora molto coloniale, come impietosamente rivelato dalla proprietร straniera, in molto larga prevalenza britannica, della quasi totalitร delle infrastrutture โ trasporti, comunicazione โ che in quegli anni andavano freneticamente sviluppandosi. Ricco โ volendo forzare ai fini dโuna maggiore comprensione del fenomeno i paragoni storici โ come ricca, anzi, ricchissima era stata, sul finire del secolo diciottesimo, prima della furente e โgiacobinaโ insurrezione degli schiavi negri (lโ80 per cento della sua popolazione), lโisola โzuccherrieraโ di Saint Domingue, perla dellโimpero coloniale francese.

Basta, per cogliere appieno la strutturale debolezza dellโArgentina di quegli anni โ una debolezza mai di fatto superata โ riesumare le cronache di quella che, nel 1890, fu la prima delle periodiche crisi che, da allora e fino ai giorni nostri, hanno scosso la โprima potenza del mondoโ. Gli elementi โ gli elementi della decadenza, verrebbe da dire alla Milei – giร ci sono tutti. Una crisi finanziaria esterna, quella del โquasi fallimentoโ della Baring Brothers, una superbanca londinese, la cui onda dโurto scosse lโintero pianeta con la conseguente caduta, sui mercati mondiali, dei prezzi della lana e del grano. Una situazione interna marcata da un forte indebitamento pubblico, da una economia molto rigidamente dipendente, da una cronica debolezza istituzionale e da una ricorrente instabilitร politica. E questo con le conseguenze di sempre: recessione ed inflazione, nuovi debiti, svalutazione della moneta. Scrivere la storia dellโeconomia argentina e delle sue crisi, disse negli anni โ80 Raรบl Prebish, celebre studioso del problema del sottosviluppo latinoamericano, รจ la cosa piรน facile del mondo: basta cambiare le date e lasciare intatto quel che rimane del testo.
Quanto a Juan Bautista Alberdi โ che in effetti fu uno dei piรน importanti intellettuali della storia argentina โ non risulta che Javier Milei abbia nei suoi confronti usato il medesimo trattamento riservato a Conan, il suo venerato mastino inglese defunto anni fa. Vale a dire: nulla indica che, previamente alla sua nomina a grande precursore della Argentina libertaria di cui Milei รจ il profeta, Alberdi sia stato dal neopresidente debitamente consultato via seduta spiritica. Il che evidentemente ci nega la possibilitร di conoscere, per via diretta โ o via medium โ che cosa lโAlberdi davvero pensi del ruolo di pre-fondatore dellโanarco-capitalismo mileiano dโufficio assegnatogli dal neo-presidente. Due cose sono tuttavia, alla luce della Storia (quella vera) assolutamente certe.

La prima: la Costituzione del 1853, da Alberdi ispirata, a tutti gli effetti rispondeva, in linea con i tempi, ad una molto moderata logica repubblicana, marcata da molto limitati margini di democrazia. Il presidente veniva, in quella originale versione, eletto โ sul modello dei collegi elettorali degli Stati Uniti dโAmerica โ solo in modo indiretto dai delegati delle varie Province. Ed Il voto era rigorosamente riservato โ seguendo regole localmente dettate – ai maschi bianchi e maggiorenni che possedessero, in termini di proprietร e di educazione, determinati e, spesso, molto privilegiati criteri di selezione. E comunque in nessuno dei suoi punti โ se non in una molto generica e nientโaffatto originale difesa della proprietร privata โ puรฒ, quella Costituzione, esser considerata, fossโanche nella piรน ampia e generosa delle prospettive, un modello di libertari propositi.
La seconda: contrariamente alle anarco-capitaliste fobie anti-Stato che caratterizzano il pensiero di Javier Milei, proprio questo sempre era stato il dichiarato obiettivo di Juan Bautista Alberdi: rafforzare lo Stato, creare, allโinterno dโun ben definito quadro legale, uguale per tutti, istituzioni forti capaci di condurre la Nazione โ da lui mai considerata una super-potenza โ fuori dalla semi-coloniale dipendenza e dalla strutturale instabilitร che, marcata dal predominio dโuna molto arretrata ed avida oligarchia agraria, ne caratterizzava lโeconomia e la politica. Alberdi voleva creare uno Stato, non distruggerlo. E lo stesso dicasi โ con tutte le differenze del caso ed in un processo mai davvero conclusosi positivamente โ di tutti i presidenti che, approvata la Costituzione, hanno guidato lโArgentina lungo il mezzo secolo che Milei descrive come una sorta di etร dellโoro o, meglio, come un mitico regno di libertร , abbondanza. e progresso. Tutti, da Justo Josรฉ de Urquiza, a Bartolomรฉ Mitre, da Nicolรกs Avellaneda a Domingo Faustino Sarmiento, da Julio Argentino Roca (il โConquistatore del Desertoโ che sterminรฒ gran parte delle popolazioni indigene della Patagonia e che Milei annovera tra i suoi piรน eminenti ispiratori) a Carlos Pellegrini.

Il che ci riconduce ad una ovvia veritร non solo negata, ma capovolta dal Milei-pensiero: alle origini della decadenza argentina โ o, meglio, del cronico sottosviluppo dal quale mai lโArgentina รจ riuscita a uscire โ non vโรจ affatto la soffocante e โcollettivistaโ presenza dello Stato, ma la sua assenza o, quantomeno, la sua incompletezza. Perchรฉ, come sottolineato, con diversi accenti, dai piรน qualificati studi in materia, proprio nella forza e nella qualitร delle istituzioni, nella loro democratica inclusivitร , vanno โ non solo in Argentina โ ricercate le ragioni dello sviluppo e del sottosviluppo. [1]
Tornando tuttavia al discorso di San Miguel di Tucumรกn, una domanda โ la piรน importante ai fini della comprensione del senso ultimo della mileiana visione della Storia argentina โ assolutamente sโimpone. Per quale ragione lโattuale presidente indica nel 1916 lโinizio della discesa agli inferi dโun paese che, in virtรน dei libertari principi della Costituzione del 1853, viveva in uno stato di paradisiaca libertร ed in unโabbondanza senza pari sul pianeta Terra? Che cosa รจ accaduto in quellโanno fatale? Quale terribile evento ha sospinto lโArgentina, allora โprima potenza del mondoโ, lungo i tenebrosi sentieri della โdecadenzaโ? Semplice รจ la risposta. Alla fine del 1916 ha inizio in Argentina, a fronte dellโinsorgere di forti movimenti di massa, il primo vero esperimento di governo democratico. O, se si preferisce, il primo tentativo di dare alla molto elitaria forma di governo repubblicano definita dalla Costituzione del 1853, una piรน ampia e partecipativa base popolare. Quattro anni prima, il Congresso aveva approvato la legge Sรกez Peรฑa, che finalmente sanciva il suffragio universale (relativamente universale, visto che per il voto alle donne lโArgentina avrebbe dovuto aspettare fino allโanno 1947, secondo dellโera peronista), nonchรฉ segreto ed obbligatorio. E la discesa dei ceti meno abbienti nellโarena politica aveva portato al trionfo elettorale della Uniรณn Cรญvica Radical di Hipรณlito Yrigoyen, il cui programma elettorale prevedeva, oltre ad una modesta espansione โpartecipativaโ delle istituzioni repubblicane, anche la creazione di una minima struttura di welfare state: pensioni minime, educazione pubblica, sanitร .

La Storia โ quella che si basa sui summenzionati fatti accertati โ ci racconta come questo esperimento sia passato, tra molte difficoltร , per tre presidenze: la prima di Yrigoyen, seguita da quella, giร molto piรน conservatrice negli intenti, di Marcelo Torcuato de Alvear, e la seconda di Yrigoyen, interrotta infine da un colpo di stato che, diretto da Josรฉ Fรฉlix Uriburu, un generale di dichiarate simpatie fasciste, il 6 settembre del 1930 aprรฌ lโinfausta stagione del diretto intervento delle Forze Armate nelle vicende politiche dellโArgentina, di fatto chiudendo un processo democratico che solo 53 anni dopo, con la caduta della Junta Militar, la vittoria di Raรบl Alfonsรญn ed il processo del โNunca Mรกsโ si sarebbe davvero riaperto.
Da quel 6 settembre del 1930, molte cose sono accadute. Dopo vari andirivieni, nel 1943, al termine di quella che, per molte e validissime ragioni, รจ passata agli annali come la โdecada infameโ, un altro golpe โ ispirato anchโesso da un gruppo di ufficiali di dichiarate simpatie nazi-fasciste – avrebbe preso il potere. Ed uno di loro, Juan Domingo Perรณn, avrebbe assunto prima lโincarico di ministro del Lavoro e poi, nel 1945, con un altro golpe, quello di capo di Stato, dando il via a riforme che, modellate a immagine del corporativismo fascista, avrebbero non solo trasformato la struttura delle Stato, ma creato un onnivoro sistema di potere โ e, insieme, un movimento di massa โ che, trasformando la dialettica politico-sociale argentina in un enigmatico โunicumโ, รจ stata al tempo stesso governo ed opposizione, rivoluzione e conservazione, corruzione e pulizia, destra e sinistra, tutto ed il contrario di tutto.
Nel 1955 un nuovo golpe autodefinitosi โRevoluciรณn Libertadoraโ, lanciato con la dichiarata intenzione di โripristinare la democraziaโ, ma aperto dallโindiscriminato e sanguinoso bombardamento della folla riunita nella Plaza de Mayo, costrinse Perรณn ad un esilio non per caso da lui consumato, lungo 18 anni, come gradito ospite delle peggiori dittature latine: da Alfredo Stroessner in Paraguay, a Leonidas Trujillo nella Repubblica Domenicana ed a Marcos Pรฉrez Jimรฉnez in Venezuela, per finire poi in Spagna, alla corte di Francisco Franco. Lโunico tangibile risultato di questa โcacciata del tirannoโ, fu perรฒ la sostituzione del governo in carica con una dittatura civico-militare molto piรน autoritaria e violenta, perchรฉ priva dellโappoggio popolare che, pur nella sua โmostruositร โ, il peronismo manteneva. Cosa questa che si รจ poi ripetuta, in ancor piรน cruenti termini, nel 1976, quando un altro ed ancor piรน violento golpe militare rovesciรฒ, in una logica da โsoluzione finaleโ, il peronismo tornato trionfalmente al potere tre anni prima, ma solo per divorare ferocemente se stesso e tutte le speranze di democrazia di cui, pur nelle sue strutturali ambiguitร , era stato portatore.

I fatti sono noti. Il peronismo cominciรฒ ad autodistruggersi โ e a distruggere la ripristinata democrazia – il giorno stesso in cui Perรฒn tornรฒ dallโesilio. Fu quel giorno che, per dargli il benvenuto, le sue contrapposte fazioni, di destra e di sinistra, si fronteggiarono armate massacrandosi nei dintorni dellโaeroporto di Ezeiza. Ed a distruggere se stesso e la democrazia il peronismo ha continuato in un bagno di sangue nel quale รจ andato, per tre anni, recitando tutte le parti in copione. Tutte, naturalmente, tranne quella che i vertici militari e la Cia erano nel frattempo andate perfezionando โ neppure tanto โdietro le quinteโ โ nellโambito di quella โOperazione Condorโ che, negli anni settanta, partendo dal Cile di Salvador Allende, avrebbe distrutto, in pratica, ogni forma di democrazia nel โcortile di casaโ degli Usa. Peronista era il governo. Peronista era la guerriglia dei Montoneros che gli esiti della rivoluzione misurava, in una logica militar-fascista, non dalla profonditร dei cambiamenti apportati, ma dalla quantitร di violenza che generava. E peronista era, infine, la famigerata โTriple Aโ, la Alianza Anticomunista Argentina i cui squadroni della morte, diretti da Josรฉ Lรณpez Rega, segretario personale di Juan Domingo Perรณn, eliminavano, omicidio dopo omicidio, tutto quel che aveva un sia pur vago odore โdi sinistraโ.
Tutto questo โ e molte altre cose โ sono accadute da quel 6 settembre del 1930. Ma queste – il suffragio universale, la partecipazione popolare, le pensioni minime, lโeducazione e la sanitร pubblica, la tassazione progressiva dei redditi – restano le โcrescenti dosi di collettivismoโ che, a detta di Milei, hanno trasformato lโArgentina, fino ad allora la โpiรน grande potenza del mondoโ in un โpaese decadenteโ. E questo ci porta al cuore, chiamiamolo cosรฌ, โlessicaleโ del problema. Laddove parla di โcollettivismoโ โ termine che tutti gli uomini di poca fede di norma associano con le piรน estreme forme di comunismo o, comunque, di totalitarismo statalista โ Javier Milei intende, in realtร , โdemocraziaโ. Perchรฉ proprio la democrazia sempre รจ in ultima analisi stata โ in tutta la originale visione liberista ed ancor piรน, ovviamente, nella sua mistica e fondamentalista rielaborazione mileiana โ il vero pericolo, il vero nemico. Friedrich Hayek โ che per due volte, nel โ77 e nellโ81 ha visitato il Cile insanguinato dalla dittatura militare, in entrambi i casi intrattenendo cordiali colloqui con il generale Augusto Pinochet โ lo ha anche, a suo tempo, apertamente teorizzato: meglio una dittatura che garantisca la piena libertร di mercato, ha sostenuto, che una democrazia che la limiti. Ed รจ certo che proprio alla corte di Pinochet alacremente ed entusiasticamente lavorarono, nel nome della libertร di mercato, i โChicago Boysโ di Milton Friedman.

Quanto a Milei, รจ noto come, pur venerando tutti i maestri del neoliberalismo austriaco e di Chicago, in uno in particolare si sia sempre riconosciuto con religioso fervore. Ovvero: nel meno noto e piรน estremo, Murray Rothbard, al quale di deve, non solo il nome del primo dei quattro mastini inglesi da Milei clonati, ma anche il conio dellโespressione โanarco-capitalismoโ della quale Milei รจ diventato lโevangelizzatore argentino. E davvero esemplare, per capire il nuovo presidente argentino, รจ seguire la parabola politica che, negli anni, ha portato Rothbard a sposare la sua originale fede libertaria, protesa ad una totale abolizione dello Stato, con le idee della destra americana piรน grettamente razzista, nazionalista, xenofoba e cristianamente bigotta (da lui definita โpaleolibertariaโ). Rothbard รจ stato, sul terreno politico, un nemico giurato di ogni battaglia per i diritti civili e contro il razzismo, un feroce antifemminista ed un fanatico antiabortista, non disdegnando ambigue frequentazioni dei piรน accesi antisemiti e negatori dellโOlocausto. Nel 1992, tre anni prima di passare a miglior vita, aveva incondizionatamente appoggiato la candidatura presidenziale di David Duke, Gran Dragone del Ku Klux Klan.
ร di fronte a questo specchio che Milei ha elaborato la sua visione del passato e del futuro. Ed รจ guardando lโimmagine riflessa di Rothbard che รจ andato, in questi anni, negando tutto quel che avesse un sia pur vago sapore di progressismo. Nega, Milei, la realtร del cambiamento climatico. Nega i diritti civili โ lโaborto, il matrimonio paritario, la paritร salariale tra uomo e donna, il femminismo e quantโaltro โ conquistati negli ultimi anni. Nega che la salute sia un diritto garantito da pubbliche e gratuite strutture. Nega la necessitร dโun sistema di educazione pubblica. Durante la pandemia ha, con i consueti esagitati toni, negato la necessitร del lockdown โ da lui considerata la piรน grave violazione dei diritti umani consumatasi in Argentina โ e della campagna di vaccinazione. Ed unโaltra cosa โ partendo da questa visione โ nega Javier Gerardo Milei: lโesistenza della dittatura militare che, tra il โ76 e lโ83, governรฒ nel sangue lโArgentina. Per lui โ e soprattutto per la sua vice-presidente, Victoria Villaruel, che in questo campo detta la linea โ non vi fu in Argentina nulla degno di questo nome. Non vi furono violazioni di diritti umani, ma soltanto โeccessiโ, pochi e tutti consumati nellโambito dโuna โguerra civileโ le cui vittime vanno celebrate, se proprio รจ necessario celebrarle, in termini assolutamente paritari.

Ed รจ proprio qui, in questโultima negazione, che Milei meglio rivela la sostanza, politica ed umana, dโuna filosofia che ripudia ogni forma di Stato, laddove lo Stato eroga pensioni, servizi sanitari o โ orrore! โ prebende per i piรน poveri, ma poi (inevitabilmente, date le premesse) sostiene o, quantomeno, tollera il terrorismo di Stato. E tollerandolo โ difendendolo o, addirittura promuovendolo, laddove serve a difendere lโunico diritto dalla sua religione contemplato, quello alla proprietร – rompe i fragili equilibri sui quali da quarantโanni si fonda la ritrovata democrazia argentina. Per lโappunto: quelli definiti dal โNunca Mรกsโ, dalla veritร sugli orrori consumati sotto le insegne del โProceso de Reorganizacion Nacionalโ (cosรฌ lโultima dittatura chiamรฒ se stessa) dalla comune volontร di non ripetere, al di lร delle differenze politiche, quella tragica esperienza.
Ma tornando al tempio di Davos ed al discorso di iniziazione internazionale di Milei. Come giร accennato, non sono mancate, nei commenti del giorno dopo, sarcastiche considerazioni non solo in merito agli apocalittici toni del discorso, ma anche al fatto che il neopresidente avesse senza alcuno sforzo dโapprofondimento usato, per rivolgersi ai capi di Stato, ai supermanager e ai cervelloni economici lรฌ riuniti, le stesse parole, gli stessi toni e gli stessi concetti spesi, agitando la motosega, in talk show e in lezioni impartite a platee pressochรฉ ignare di cose economiche. Ma non si รจ trattato che di sterili polemiche, incapaci di andare alla sostanza delle cose. Per il โFiglio dellโUomoโ Javier Milei, quelle elaborate da Mises, Hayek, Friedman e, soprattutto, da Rothbard e da lui stesso, non sono teorie economiche. Sono testi sacri. Ed i testi sacri non si cambiano. Verrebbe mai in mente a qualcuno di cambiare le parole dโuna delle parabole evangeliche? Avrebbe alcun senso farlo?

Evidentemente no. E nessun senso avrebbe, trattandosi di sacre scritture, fare distinzioni, cogliere qualsivoglia sfumata discrepanza tra quanti da queste inalterabili veritร sโallontanano. Il peccato di eresia non conosce distinguo. E per gli eretici, per chi nega la vera fede, comunque la neghi, non puรฒ esserci, senza differenziazioni di sorta, che unโunica condanna divina. Una condanna eterna. Tutti sono colpevoli. Colpevoli e decadenti. Tutti, โsi dicano apertamente comunisti, socialisti, socialdemocratici, democristiani, neokeynesiani, progressisti, populisti, nazionalisti o globalistiโ. E tutti โ si chiamino Pol Pot, Willy Brandt, Aldo Moro o Hipรณlito Yrigoyen poco importa โ devono finire tra le fiamme dellโinfernoโฆ
Parole troppo severe? No, perchรฉ in realtร Il Figlio dellโUomo Milei โ dopo un veemente, savonaroliano attacco contro femminismo e qualsivoglia forma di ambientalismo โ ha concluso il suo sermone con una nota di luminosa speranza. Se Gesรน era a suo tempo, pochi giorni prima dโesser crocifisso, entrato nel tempio di Gerusalemme per cacciare i mercanti, Milei รจ al contrario entrato nel Tempio di Davos per dire ai mercanti che a loro appartiene il Regno dei Cieli. โVoi โ ha detto rivolto agli imprenditori presenti a Davos e a quelli dellโintero Universo โ siete i veri benefattori sociali. Voi siete i veri eroiโฆ e che nessuno osi dire che le vostre ambizioni sono immoraliโฆโ. Andate, arricchitevi e propagate nel mondo la Buona Novellaโฆ

Questo รจ il messaggio col quale Milei sโappresta โ con universali ambizioni โ a governare unโArgentina, oggi nel pieno dโuna delle peggiori delle sue periodiche e croniche crisi. Lo fa spacciando per nuove vecchie ricette, Alla fine degli anni โ80, dopotutto, il peronista Carlos Menem aveva seguito la stessa strada neoliberale ed il tutto era sfociato, nel 2001, nella crisi del โcorralitoโ, la piรน grave della storia argentina. Lo fa usando parole e concetti che, ripescati dalla notte dei tempi, nel nome dellโantipopulismo seguono il piรน vieto e stantio copione del populismo.
Quali che siano gli esiti immediati della sua politica, questo รจ Javier Gerardo Milei: lโultimo โ ed il piรน sgangherato โ dei โcaudillosโ latinoamericani. Una reliquia del passato. Un pericolo per la democrazia.
[1] Vedi, a tal proposito “Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity, and Poverty” di Daron Acemoglu e James A. Robinson; e “The Wealth and Poverty of Nations: Why Some Are So Rich and Some So Poor” di David S. Landes.





