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Thursday, October 8, 2026
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Milei, 100 giorni istericamente vissuti

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Che cosa ha fatto Javier Gerardo Milei, primo presidente โ€œanarco-capitalistaโ€ della molto travagliata storia argentina, nei suoi primi 100 giorni di governo?  La risposta รจ tutto รจ nulla. Tutto perchรฉ questo โ€“ tutto ed anche qualcosa di piรน – era quel che contenevano le sue prime due monumentalmente ambiziose iniziative legislative, il DNU, o Decreto de Necessitad y Urgencia e la cosiddetta legge omnibus, E niente perchรฉ queste onnicomprensive e totalizzanti, nonchรฉ, ovviamente messianicamente epocali iniziative, ancora si trovano (e non pochi sembrano convinti sia destinata a restare a lungo) nel limbo di un molto contrastato rapporto con il Parlamento. Di certo questi primi tre mesi e passa ci hanno offerto โ€“ o meglio, riproposto senza apprezzabili variazioni – una sola certezza. Dietro lโ€™iconica, isterica riproposizione dello slogan โ€œviva libertad, carajoโ€, si nasconde โ€“ o meglio, inequivocabilmente si rivela โ€“ la piรน sgangherata riproposizione, con tonalitร  mistico-libertarie, del piรน classico e sgangherato caudillismo latino-americano. Con quali finali effetti sulla fragile democrazia argentina รจ ancora tutto da vedere.

Clicca qui per leggere quel che scrive il proposito, sul New York Times, lo storico Uki Goรฑi.


Tutto da leggere anche questo articolo pubblicato dalla rivista Anfibia, la cui redazione รจ giorni fa andata completamente distrutta in un incendio. Ai suoi giornalisti tutta la solidarietร  di 2Americhe.


Ed ecco come, nel suo numero di marzo, Critica Marxista Massimo Cavallini analizza, da un punto di vista storico-politico, il fenomeno Milei.


Chi รจ Javier Gerardo Milei, nuovo presidente della Repubblica Argentina? Rispondere a questa domanda รจ estremamente facile e, al tempo stesso, estremamente difficile. Estremamente facile perchรฉ Javier Milei รจ, notoriamente, un classico prodotto della piรน esibizionistica e scollacciata โ€“ โ€œsgarbianaโ€ potremmo definirla per italianizzare il concetto โ€“ cultura dei talk-show e reality-show televisivi, quella che, in un lascivo ed illusorio effetto โ€œbuco della serraturaโ€, ai suoi protagonisti impone unโ€™incondizionata, totale e compiaciuta rivelazione di sรฉ stessi. Ed รจ, insieme, estremamente difficile perchรฉ difficile โ€“ difficile e per molti aspetti doloroso โ€“ รจ capire non solo le piรน immediate ragioni della rapida ed irresistibile ascesa di questo fino a ieri folclorico โ€œshowmanโ€ ai vertici dโ€™uno dei piรน grandi paesi delle due Americhe, ma anche le radici storico-politiche del โ€œfenomeno Mileiโ€, il suo senso ultimo, oggi e in prospettiva, tanto in Argentina quanto in un mondo dove sempre piรน palese va facendosi la crisi della democrazia rappresentativa,

Milei in un momento di calma

Javier Gerardo Milei โ€“ il Javier Gerardo Milei โ€œfacile da raccontareโ€ perchรฉ lui stesso sโ€™รจ raccontato e riraccontato in tv o su Tik Tok – รจ per tutti โ€œlโ€™uomo della motosegaโ€, il furente e scapigliato castigamatti della diabolica โ€œcastaโ€ economico-politico-culturale sulla quale, in molto nebulosi ma implacabili termini, ricadono tutte le responsabilitร  dei moltissimi mali che affliggono lโ€™Argentina. Di questo Milei nulla cโ€™รจ da scoprire, perchรฉ – nel suo costante offrirsi senza veli, tra insulti e sceneggiate, talk-show dopo talk-show โ€“ nulla Milei ci ha risparmiato di sรฉ e della sua vita. Dalla sua passione per il sesso tantrico, basato sulla ricerca dellโ€™orgasmo senza eiaculazione (โ€œme llaman la vaca malaโ€, mi chiamano la vacca cattiva, รจ andato in questi anni ripetendo dal piccolo schermo con ammiccante riferimento alla difficoltร  di โ€œmungerloโ€), alla sua venerazione per Conan, il mastino inglese che – defunto tempo fa, ma dal vecchio padrone ancor oggi regolarmente contattato via sedute spiritiche – รจ stato poi clonato in quattro altrettanto venerate copie (Murray, Milton, Robert e Lucas, dai nomi e cognomi di alcuni dei piรน celebrati e da lui deificati economisti liberisti), tutto รจ regolarmente e reiteratamente entrato, per entusiasta volontร  del protagonista, nel tritacarne della trash-tv. Tutto, compresi i piรน intimi risvolti di unโ€™adolescenza a suo dire marcata a fuoco da un difficile e spesso violento rapporto con i genitori. Col padre in particolare. โ€œIo mi considero un orfanoโ€, ha detto e ripetuto Javier in questo suo omnicomprensivo concedersi ad una platea avida consumatrice di queste pubbliche e spettacolari confessioni, lasciando tra le righe intendere (โ€œda allora nulla mi fa pauraโ€) come proprio nelle violenze subite in famiglia vada ricercata lโ€™origine della motosega. O, se si preferisce, dei suoi fumettistici โ€œsuper-poteriโ€, della sua indomabile forza di giustiziere.

E se questa รจ la conosciutissima (perchรฉ raccontatissima) storia erotico-personal-familiare del Milei uomo, del tutto chiare โ€“ certo stravaganti, ma nella loro stravaganza chiarissime – sono anche le idee che hanno fin qui mosso e, si presume, continueranno in futuro a muovere gli ingranaggi della sua spietata motosega. Quali sono queste idee? Per coglierle nella loro essenza, assai utile รจ seguire il filo del discorso โ€“ un vero e proprio sermone – che, lo scorso 18 gennaio, il presidente argentino, da appena qualche giorno preso possesso della Casa Rosada, ha pronunciato di fronte al Foro Economico di Davos, riconosciuto tempio del capitalismo globalista ed annuale luogo dโ€™incontro di capi di Stato, grandi imprenditori ed economisti di grido impegnati a discutere i destini del pianeta.

Non ha, come si dice, menato il can per lโ€™aia il presidente argentino. Nรฉ ha, in alcun modo, peccato di timidezza o, ancor meno, di modestia, di fronte a tanto consesso. E al dunque, un sacro dunque, รจ venuto fin dalle sue primissime parole, in tutto degne, per la loro profetica forza, dโ€™un biblico Messia – il โ€œBar Enashโ€, il Figlio dellโ€™Uomo preconizzato nel Libro di Daniele 7:13 e piรน volte in prima persona riproposto dallo stesso Gesรน di Nazareth, detto il Cristo, nei quattro Vangeli – disceso in Terra per annunciare la prossima Apocalisse e lโ€™avvento del Regno dei Cieli. โ€œOggi sono venuto qui โ€“ ha esordito Milei con ieratici accenti โ€“ per dirvi che lโ€™Occidente รจ in pericolo. Ed รจ in pericolo perchรฉ quanti dovrebbero difenderne i valori (una gran parte dei presenti in sala n.d.r.) sono stati cooptati da una visione del mondo che, inesorabilmente, conduce al socialismo e, conseguentemente, alla povertร โ€ฆโ€. Questa visione del mondo โ€“ ha quindi proseguito Milei โ€“ si chiama โ€œcollettivismoโ€. Ed รจ proprio per meglio illustrare la demoniaca natura di questa concezione del mondo โ€“ nonchรฉ per indicare al popolo di Davos la via della salvezza โ€“ che il neo-presidente argentino รจ puntualmente e senza apprezzabili variazioni tornato a raccontare, come giร  aveva fatto innumerevoli volte in vari talk show e in centinaia di comizi, la storia, o meglio, la leggenda, dโ€™una Argentina che seguendo la via maestra del liberismo economico fu a suo tempo โ€œla prima potenza del mondoโ€ e il โ€œfaro dellโ€™Occidenteโ€. Tale restando fino a poco piรน di cento anni fa, quando, ascoltata la voce del demonio e mangiata la mela del collettivismo, ha condannato se stessa ad una โ€œdecadenzaโ€ che si รจ fino ad oggi prolungata, aggravandosi fino alla catastrofe, di marca โ€œkirchneristaโ€, degli ultimi venti anni.

Cosรฌ Milei sโ€™รจ presentato di fronte alla platea di Davos: con una messianica ouverture che il giorno dopo, con ovvii intenti satirici, qualcuno ha molto opportunamente paragonato a quel che si legge in Matteo 24:30: โ€œโ€ฆe allora comparirร  nel cielo il segno del Figlio dell’Uomo e si batteranno il petto tutte le tribรน della terra, e tutti vedranno il Figlio dell’Uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloriaโ€ฆโ€. 

Al di lร  delle nubi e della โ€œpotenza e gloriaโ€ โ€“ la stessa dei suoi comizi e delle sue apparizioni televisive โ€“ con cui Milei ha esordito a gennaio tra le nevi di Davos (peraltro accolto non da grida di giubilo, ma dai molto formalmente tiepidi applausi dei non troppo numerosi astanti) inevitabile รจ chiedersi: ha un senso, 35 anni dopo la caduta del muro di Berlino, presentarsi di fronte ai sacerdoti di Davos โ€“ il โ€œriconosciuto tempio del capitalismo globalistaโ€ di cui sopra e, per molti versi, la pratica rappresentazione di quella che a suo tempo, svanita la Unione Sovietica, venne molto prematuramente chiamata la โ€œFine della Storiaโ€ – annunciando unโ€™imminente (ed evitabile solo attraverso un incondizionato ritorno alla fede del libero mercato) apocalisse socialista? E, soprattutto: ha un senso la ricostruzione della Storia Patria che il presidente Argentino ha, in questo quadro, riproposto ai potenti della Terra come metafora dei destini del mondo? Assolutamente no, ovviamente, se ci riferisce a quei famosi โ€œfatti provatiโ€ che dโ€™ogni ricostruzione storica che si rispetti sono lโ€™indispensabile base. Assolutamente sรฌ, invece, se il problema รจ quello di inquadrare in termini storico-politici il fenomeno Milei.

Come sempre quando sulle scene appare un leader di estrema destra, una parte degli analisti politici legittimamente si chiede quanto corretto sia usare, nei suoi confronti, il termine โ€œfascistaโ€, etichetta che peraltro, nel caso specifico, Milei sempre ha respinto con sdegno, sventolando la bandiera dโ€™un liberalismo radicale che in quanto tale รจ, a suo dire, intrinsecamente incompatibile con lo statalismo fascista. Un fatto รจ comunque โ€“ al di lร  dโ€™ogni etichetta โ€“ assolutamente certo: con il fascismo, con tutti i fascismi, Javier Gerardo Milei comparte un essenziale connotato: il miraggio dโ€™un mitico e โ€œtraditoโ€ passato di gloria. Un passato da riconquistare, guidati da un grande leader, contro il contaminante, esiziale assalto di forze etnicamente, religiosamente ed ideologicamente impure. Forze del male di fronte alle quali non esistono che due alternative: distruggerle o esserne distrutti. Per Mussolini quel passato era una caricaturale riedizione della โ€œromanitร  imperialeโ€, per Hitler una Germania ariana mai esistita, ma destinata per volere di Dio โ€“ Gott mit uns โ€“ a dominare il mondo a dispetto delle umiliazioni dโ€™una guerra perduta e delle sordide trame di ebrei, comunisti, liberali ed altre subumane creature.

E per Milei? In cosa consiste, per Javier Gerardo Milei, questo passato di gloria? La risposta โ€“ come indicato anche nel discorso di Davos – รจ racchiusa in tre semplici parole: โ€œgrande potenza mondialeโ€. Questo infatti โ€“ una grande potenza mondiale, anzi, โ€œla piรน grande potenza mondialeโ€ โ€“ รจ stata in passato, per Milei, lโ€™Argentina. E la piรน grande potenza mondiale tornerร  ad essere sotto la sua guida. Proprio con questo slogan del resto โ€“ โ€œMake Argentina Great Againโ€, ovvia rielaborazione del trumpiano โ€œMake America Great Againโ€ โ€“ il piรน eminente ed ingombrante tra i messianici leader in odore di fascismo che oggi popolano il pianeta (Donald Trump, per lโ€™appunto, ex e forse prossimo presidente degli Stati Uniti dโ€™America) ha salutato, lo scorso dicembre, la vittoria elettorale di Milei.

Per il neopresidente argentino, questa รจ la storia: cโ€™era una volta unโ€™Argentina che era โ€œil piรน ricco e poderoso paese del mondoโ€. E cโ€™รจ oggi un paese che in quel mondo sโ€™รจ infine smarrito, perchรฉ soffocato dallโ€™ingordigia dโ€™un mostro chiamato Stato. Era un paese felice lโ€™Argentina. Felice perchรฉ libero. E libero perchรฉ libera โ€“ libera perchรฉ privata โ€“ era la sua economia. Ed รจ a questo antico e perduto Eden, a questa universale e svanita grandezza che Milei vuole, con profetici e biblici accenti, ricondurre il paese.

Accenti in effetti molto letteralmente biblici, visto che, a dispetto della sua strenua fede cattolica โ€“ strenua al punto da non esitare a dettare, in materia di fede, la linea al suo connazionale papa Bergoglio, da lui ripetutamente definito โ€œuna rappresentazione del Malignoโ€ per via delle sue โ€œidee comunisteโ€ – tra i suoi piรน influenti assessori Milei vanta anche un rabbino che lo aiuta a meglio cogliere, nel Vecchio Testamento ed in altri sacri testi, le pagine piรน affini (biblicamente affini) alla sua battaglia per il ritorno dellโ€™Argentina alla terra promessa della โ€œgrande potenzaโ€ che (non) fu. โ€œIo non sono venuto a pascolare agnelli, sono venuto a svegliare leoniโ€, questa รจ la frase, attribuita a Moisheh Ben Maimon, filosofo ebreo sefardita del 13esimo secolo, che Javier Milei โ€“ il leone Milei, perchรฉ proprio cosรฌ, come un indomito leone dalla folta criniera il presidente argentino ama rappresentare se stesso โ€“ piรน spesso cita nei suoi discorsi. E direttamente dal Libro dei Maccabei vengono anche le โ€œforze del cieloโ€ che, da lui ad ogni mentre invocate, hanno finito per diventare il nome dellโ€™organizzane che raccoglie i piรน giovani e ortodossi dei suoi seguaci. โ€œIl trionfo in guerra non dipende dalla quantitร  di soldati โ€“ recita il sacro testo โ€“ ma dalle forze che vengono dal cieloโ€.

Dove si trova, in quale punto della Storia Patria va esattamente individuato, per Javier Milei, il Paradiso terrestre che lโ€™Argentina ha perduto? E dovโ€™รจ la Terra Promessa alla quale ritornare, sotto la sua illuminata guida, sospinti dai venti impetuosi della vera fede, quella del piรน incontaminato liberismo economico e della mistica, purissima riproposizione delle piรน estreme teorie neoliberali che, originalmente elaborate dalla โ€œscuola austriacaโ€ (Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich Hayek) sono poi state riprese โ€“ sia pur con significative differenze – dalla scuola di Chicago (Milton Friedman, George Stigler, Gary Becker)?

Per Milei lโ€™Argentina รจ, come il Buon Selvaggio di Jean Jaques Rousseau, nata libera. Libera ma, proprio perchรฉ selvaggia โ€“ anzi โ€œbarbaraโ€, come ama definirla โ€“ ancora incapace di cogliere appieno i frutti economici della propria innata libertร . Lo storico evento che, secondo il Milei-pensiero, ha infine dischiuso, anzi, spalancato di fronte a quellโ€™Argentina โ€œbarbaraโ€ le porte della civiltร  e dellโ€™abbondanza liberista, รจ stata la vergatura della Costituzione del 1853 – la prima e, seppur emendata in parti essenziali nel 1860, 1898, 1949 e 1994, per molti aspetti anche lโ€™ultima dellโ€™Argentina – il cui riconosciuto autore intellettuale, Juan Bautista Alberdi, lโ€™attuale presidente sembra considerare una profetica anticipazione di se stesso, il primo e piรน importante dei suoi precursori nella storia dโ€™auge, caduta e redenzione che con lui, Javier Gerardo Milei, sta finalmente entrando nella sua fase โ€œestremaโ€. Quella della finale vittoria e della definitiva estinzione dello Stato. Con la Costituzione del 1853, afferma Milei, si apre per lโ€™Argentina una luminosa โ€“ tanto luminosa, per lโ€™appunto da diventare โ€œil faro dellโ€™Occidenteโ€ – storia di libertร , progresso e ricchezza destinata a durare 50 anni.

Risalendo alla fonte autentica del dogma, ecco quanto lo stesso Javier Gerardo Milei ebbe a dire, quando ancora non era che un emergente e pittoresco deputato โ€œlibertarioโ€, durante quello che lui stesso ed i suoi piรน ossequienti biografi amano considerare il piรน significativo dei suoi discorsi. Chiamiamolo, giusto per restare negli evangelici territori a lui tanto cari, il suo โ€œdiscorso della montagnaโ€. Correva lโ€™anno 2022 ed il primo di ottobre, parlando di fronte a diverse migliaia di fedeli nella cittร  di San Miguel di Tucumรกn, con alle spalle una enorme gigantografia raffigurante proprio Juan Bautista Alberdi, queste furono le sue parole: โ€œQuando, essendo ancora un paese barbaro, lโ€™Argentina abbracciรฒ le idee di Alberdi (con, per lโ€™appunto, lโ€™entrata in vigore della Costituzione del โ€™53 n.d.r.), in 35 anni divenne la prima potenza del mondo. Ed รจ a partire dal 1916, quando abbiamo cominciato ad abbracciare dosi crescenti di collettivismo, che ci siamo convertiti in un paese decadenteโ€

Ipse dixit. E va da sรฉ che, se valutato con il metro della scienza storica, il racconto di Milei non supera, in nessuna delle sue parti, la prova del ridicolo. Perchรฉ ridicola รจ la sua pretesa di cassare come una sorta di barbara ed indistinta preistoria tutte le complesse vicende che tra lโ€™inizio della lotta per lโ€™Indipendenza, nel maggio del 1810, e la Costituzione del โ€™53, hanno visto il lungo e spesso sanguinoso confronto tra gli โ€œUnitariosโ€, sostenitori di un molto accentrato potere in quel di Buenos Aires, ed i โ€œFederalesโ€ che favorivano molto ampi margini di autonomia per le Province. Quella che Milei descrive come una sorta di divina illuminazione da Alberdi ispirata non fu, in realtร , che il punto dโ€™arrivo dโ€™un molto tormentato processo, sfociato nel cruento scontro tra Juan Manuel de Rosas e Justo Josรฉ de Urquiza (entrambi, peraltro, provenienti dalle fila dei โ€œFederalesโ€) e sigillato dalla vittoria di Urquiza nella battaglia di Caseros. Fu nel molto precario periodo di stabilitร  politica che seguรฌ questa battaglia che nacque la Costituzione (peraltro, solo sei anni piรน tardi, con il Patto di San Josรฉ de Flores, accettata, con gli opportuni emendamenti, anche dagli โ€œunitariosโ€ di Buenos Aires). Nรฉ รจ possibile incontrare, nei 35 anni seguiti alla promulgazione di quella prima (e ultima) Carta Magna, alcunchรฉ che consenta di definire lโ€™Argentina, non solo โ€œla prima potenza del mondoโ€, ma anche soltanto โ€“ e soltanto da un punto di vista economico โ€“ una vera potenza.

Quella che esce dalle pagine dei libri di Storia รจ, al contrario, unโ€™Argentina che fu certamente, nei suoi momenti di maggior auge agro-esportatrice, un paese molto ricco. Ricco, anzi, ricchissimo, in termini puramente statistici (o per capita) grazie alla sua ancor scarsa popolazione. Ricco e terribilmente diseguale, come testimoniato, giusto per dirne una, dai dati della leva militare che nel 1902 โ€“ ovvero nel momento di massimo splendore economico della โ€œgrande potenzaโ€ argentina โ€“ rivelano come ben il 40 per cento dei possibili coscritti delle province della cosiddetta โ€œpampa humedaโ€, la ricchissima parte agricola e โ€œganaderaโ€ dโ€™un paese che proprio dallโ€™agricoltura e dagli allevamenti di bestiame ricavava quasi il 90 per cento dei suoi introiti, fosse risultato โ€œnon arruolabileโ€ per malattie dovute alla denutrizione. Ricco della fragile ricchezza di tutti i paesi agro-esportatori, troppo dipendenti, specie da un punto di vista finanziario, da fattori esterni per poter essere โ€œpotenzaโ€. Ricco dโ€™una ricchezza ancora molto coloniale, come impietosamente rivelato dalla proprietร  straniera, in molto larga prevalenza britannica, della quasi totalitร  delle infrastrutture โ€“ trasporti, comunicazione โ€“ che in quegli anni andavano freneticamente sviluppandosi. Ricco โ€“ volendo forzare ai fini dโ€™una maggiore comprensione del fenomeno i paragoni storici โ€“ come ricca, anzi, ricchissima era stata, sul finire del secolo diciottesimo, prima della furente e โ€œgiacobinaโ€ insurrezione degli schiavi negri (lโ€™80 per cento della sua popolazione), lโ€™isola โ€œzuccherrieraโ€ di Saint Domingue, perla dellโ€™impero coloniale francese.

Basta, per cogliere appieno la strutturale debolezza dellโ€™Argentina di quegli anni โ€“ una debolezza mai di fatto superata โ€“ riesumare le cronache di quella che, nel 1890, fu la prima delle periodiche crisi che, da allora e fino ai giorni nostri, hanno scosso la โ€œprima potenza del mondoโ€. Gli elementi โ€“ gli elementi della decadenza, verrebbe da dire alla Milei – giร  ci sono tutti. Una crisi finanziaria esterna, quella del โ€œquasi fallimentoโ€ della Baring Brothers, una superbanca londinese, la cui onda dโ€™urto scosse lโ€™intero pianeta con la conseguente caduta, sui mercati mondiali, dei prezzi della lana e del grano. Una situazione interna marcata da un forte indebitamento pubblico, da una economia molto rigidamente dipendente, da una cronica debolezza istituzionale e da una ricorrente instabilitร  politica. E questo con le conseguenze di sempre: recessione ed inflazione, nuovi debiti, svalutazione della moneta. Scrivere la storia dellโ€™economia argentina e delle sue crisi, disse negli anni โ€™80 Raรบl Prebish, celebre studioso del problema del sottosviluppo latinoamericano, รจ la cosa piรน facile del mondo: basta cambiare le date e lasciare intatto quel che rimane del testo.

Quanto a Juan Bautista Alberdi โ€“ che in effetti fu uno dei piรน importanti intellettuali della storia argentina โ€“ non risulta che Javier Milei abbia nei suoi confronti usato il medesimo trattamento riservato a Conan, il suo venerato mastino inglese defunto anni fa. Vale a dire: nulla indica che, previamente alla sua nomina a grande precursore della Argentina libertaria di cui Milei รจ il profeta, Alberdi sia stato dal neopresidente debitamente consultato via seduta spiritica. Il che evidentemente ci nega la possibilitร  di conoscere, per via diretta โ€“ o via medium โ€“ che cosa lโ€™Alberdi davvero pensi del ruolo di pre-fondatore dellโ€™anarco-capitalismo mileiano dโ€™ufficio assegnatogli dal neo-presidente. Due cose sono tuttavia, alla luce della Storia (quella vera) assolutamente certe.

La prima: la Costituzione del 1853, da Alberdi ispirata, a tutti gli effetti rispondeva, in linea con i tempi, ad una molto moderata logica repubblicana, marcata da molto limitati margini di democrazia. Il presidente veniva, in quella originale versione, eletto โ€“ sul modello dei collegi elettorali degli Stati Uniti dโ€™America โ€“ solo in modo indiretto dai delegati delle varie Province. Ed Il voto era rigorosamente riservato โ€“ seguendo regole localmente dettate – ai maschi bianchi e maggiorenni che possedessero, in termini di proprietร  e di educazione, determinati e, spesso, molto privilegiati criteri di selezione. E comunque in nessuno dei suoi punti โ€“ se non in una molto generica e nientโ€™affatto originale difesa della proprietร  privata โ€“ puรฒ, quella Costituzione, esser considerata, fossโ€™anche nella piรน ampia e generosa delle prospettive, un modello di libertari propositi.

La seconda: contrariamente alle anarco-capitaliste fobie anti-Stato che caratterizzano il pensiero di Javier Milei, proprio questo sempre era stato il dichiarato obiettivo di Juan Bautista Alberdi: rafforzare lo Stato, creare, allโ€™interno dโ€™un ben definito quadro legale, uguale per tutti, istituzioni forti capaci di condurre la Nazione โ€“ da lui mai considerata una super-potenza โ€“ fuori dalla semi-coloniale dipendenza e dalla strutturale instabilitร  che, marcata dal predominio dโ€™una molto arretrata ed avida oligarchia agraria, ne caratterizzava lโ€™economia e la politica. Alberdi voleva creare uno Stato, non distruggerlo. E lo stesso dicasi โ€“ con tutte le differenze del caso ed in un processo mai davvero conclusosi positivamente โ€“ di tutti i presidenti che, approvata la Costituzione, hanno guidato lโ€™Argentina lungo il mezzo secolo che Milei descrive come una sorta di etร  dellโ€™oro o, meglio, come un mitico regno di libertร , abbondanza. e progresso. Tutti, da Justo Josรฉ de Urquiza, a Bartolomรฉ Mitre, da Nicolรกs Avellaneda a Domingo Faustino Sarmiento, da Julio Argentino Roca (il โ€œConquistatore del Desertoโ€ che sterminรฒ gran parte delle popolazioni indigene della Patagonia e che Milei annovera tra i suoi piรน eminenti ispiratori) a Carlos Pellegrini.

Il che ci riconduce ad una ovvia veritร  non solo negata, ma capovolta dal Milei-pensiero: alle origini della decadenza argentina โ€“ o, meglio, del cronico sottosviluppo dal quale mai lโ€™Argentina รจ riuscita a uscire โ€“ non vโ€™รจ affatto la soffocante e โ€œcollettivistaโ€ presenza dello Stato, ma la sua assenza o, quantomeno, la sua incompletezza. Perchรฉ, come sottolineato, con diversi accenti, dai piรน qualificati studi in materia, proprio nella forza e nella qualitร  delle istituzioni, nella loro democratica inclusivitร , vanno โ€“ non solo in Argentina โ€“ ricercate le ragioni dello sviluppo e del sottosviluppo. [1]

Tornando tuttavia al discorso di San Miguel di Tucumรกn, una domanda โ€“ la piรน importante ai fini della comprensione del senso ultimo della mileiana visione della Storia argentina โ€“ assolutamente sโ€™impone. Per quale ragione lโ€™attuale presidente indica nel 1916 lโ€™inizio della discesa agli inferi dโ€™un paese che, in virtรน dei libertari principi della Costituzione del 1853, viveva in uno stato di paradisiaca libertร  ed in unโ€™abbondanza senza pari sul pianeta Terra? Che cosa รจ accaduto in quellโ€™anno fatale? Quale terribile evento ha sospinto lโ€™Argentina, allora โ€œprima potenza del mondoโ€, lungo i tenebrosi sentieri della โ€œdecadenzaโ€? Semplice รจ la risposta. Alla fine del 1916 ha inizio in Argentina, a fronte dellโ€™insorgere di forti movimenti di massa, il primo vero esperimento di governo democratico. O, se si preferisce, il primo tentativo di dare alla molto elitaria forma di governo repubblicano definita dalla Costituzione del 1853, una piรน ampia e partecipativa base popolare. Quattro anni prima, il Congresso aveva approvato la legge Sรกez Peรฑa, che finalmente sanciva il suffragio universale (relativamente universale, visto che per il voto alle donne lโ€™Argentina avrebbe dovuto aspettare fino allโ€™anno 1947, secondo dellโ€™era peronista), nonchรฉ segreto ed obbligatorio. E la discesa dei ceti meno abbienti nellโ€™arena politica aveva portato al trionfo elettorale della Uniรณn Cรญvica Radical di Hipรณlito Yrigoyen, il cui programma elettorale prevedeva, oltre ad una modesta espansione โ€œpartecipativaโ€ delle istituzioni repubblicane, anche la creazione di una minima struttura di welfare state: pensioni minime, educazione pubblica, sanitร .

La Storia โ€“ quella che si basa sui summenzionati fatti accertati โ€“ ci racconta come questo esperimento sia passato, tra molte difficoltร , per tre presidenze: la prima di Yrigoyen, seguita da quella, giร  molto piรน conservatrice negli intenti, di Marcelo Torcuato de Alvear, e la seconda di Yrigoyen, interrotta infine da un colpo di stato che, diretto da Josรฉ Fรฉlix Uriburu, un generale di dichiarate simpatie fasciste, il 6 settembre del 1930 aprรฌ lโ€™infausta stagione del diretto intervento delle Forze Armate nelle vicende politiche dellโ€™Argentina, di fatto chiudendo un processo democratico che solo 53 anni dopo, con la caduta della Junta Militar, la vittoria di Raรบl Alfonsรญn ed il processo del โ€œNunca Mรกsโ€ si sarebbe davvero riaperto.

Da quel 6 settembre del 1930, molte cose sono accadute. Dopo vari andirivieni, nel 1943, al termine di quella che, per molte e validissime ragioni, รจ passata agli annali come la โ€œdecada infameโ€, un altro golpe โ€“ ispirato anchโ€™esso da un gruppo di ufficiali di dichiarate simpatie nazi-fasciste – avrebbe preso il potere. Ed uno di loro, Juan Domingo Perรณn, avrebbe assunto prima lโ€™incarico di ministro del Lavoro e poi, nel 1945, con un altro golpe, quello di capo di Stato, dando il via a riforme che, modellate a immagine del corporativismo fascista, avrebbero non solo trasformato la struttura delle Stato, ma creato un onnivoro sistema di potere โ€“ e, insieme, un movimento di massa โ€“ che, trasformando la dialettica politico-sociale argentina  in un enigmatico โ€œunicumโ€,  รจ stata al tempo stesso governo ed opposizione, rivoluzione e conservazione, corruzione e pulizia, destra e sinistra, tutto ed il contrario di tutto.

Nel 1955 un nuovo golpe  autodefinitosi โ€œRevoluciรณn Libertadoraโ€, lanciato con la dichiarata intenzione di โ€œripristinare la democraziaโ€, ma aperto dallโ€™indiscriminato e sanguinoso bombardamento della folla riunita nella Plaza de Mayo, costrinse Perรณn ad un esilio non per caso da lui consumato, lungo 18 anni, come gradito ospite delle peggiori dittature latine: da Alfredo Stroessner in Paraguay, a Leonidas Trujillo nella Repubblica Domenicana ed a Marcos Pรฉrez Jimรฉnez in Venezuela, per finire poi in Spagna, alla corte di Francisco Franco. Lโ€™unico tangibile risultato di questa โ€œcacciata del tirannoโ€, fu perรฒ la sostituzione del governo in carica con una dittatura civico-militare molto piรน autoritaria e violenta, perchรฉ priva dellโ€™appoggio popolare che, pur nella sua โ€œmostruositร โ€, il peronismo manteneva. Cosa questa che si รจ poi ripetuta, in ancor piรน cruenti termini, nel 1976, quando un altro ed ancor piรน violento golpe militare rovesciรฒ, in una logica da โ€œsoluzione finaleโ€, il peronismo tornato trionfalmente al potere tre anni prima, ma solo per divorare ferocemente se stesso e tutte le speranze di democrazia di cui, pur nelle sue strutturali ambiguitร , era stato portatore.

I fatti sono noti. Il peronismo cominciรฒ ad autodistruggersi โ€“ e a distruggere la ripristinata democrazia – il giorno stesso in cui Perรฒn tornรฒ dallโ€™esilio. Fu quel giorno che, per dargli il benvenuto, le sue contrapposte fazioni, di destra e di sinistra, si fronteggiarono armate massacrandosi nei dintorni dellโ€™aeroporto di Ezeiza. Ed a distruggere se stesso e la democrazia il peronismo ha continuato in un bagno di sangue nel quale รจ andato, per tre anni, recitando tutte le parti in copione. Tutte, naturalmente, tranne quella che i vertici militari e la Cia erano nel frattempo andate perfezionando โ€“ neppure tanto โ€œdietro le quinteโ€ โ€“ nellโ€™ambito di quella โ€œOperazione Condorโ€ che, negli anni settanta, partendo dal Cile di Salvador Allende, avrebbe distrutto, in pratica, ogni forma di democrazia nel โ€œcortile di casaโ€ degli Usa. Peronista era il governo. Peronista era la guerriglia dei Montoneros che gli esiti della rivoluzione misurava, in una logica militar-fascista, non dalla profonditร  dei cambiamenti apportati, ma dalla quantitร  di violenza che generava. E peronista era, infine, la famigerata โ€œTriple Aโ€, la Alianza Anticomunista Argentina i cui squadroni della morte, diretti da Josรฉ Lรณpez Rega, segretario personale di Juan Domingo Perรณn, eliminavano, omicidio dopo omicidio, tutto quel che aveva un sia pur vago odore โ€œdi sinistraโ€.

Tutto questo โ€“ e molte altre cose โ€“ sono accadute da quel 6 settembre del 1930. Ma queste – il suffragio universale, la partecipazione popolare, le pensioni minime, lโ€™educazione e la sanitร  pubblica, la tassazione progressiva dei redditi – restano le โ€œcrescenti dosi di collettivismoโ€ che, a detta di Milei, hanno trasformato lโ€™Argentina, fino ad allora la โ€œpiรน grande potenza del mondoโ€ in un โ€œpaese decadenteโ€. E questo ci porta al cuore, chiamiamolo cosรฌ, โ€œlessicaleโ€ del problema. Laddove parla di โ€œcollettivismoโ€ โ€“ termine che tutti gli uomini di poca fede di norma associano con le piรน estreme forme di comunismo o, comunque, di totalitarismo statalista โ€“ Javier Milei intende, in realtร , โ€democraziaโ€. Perchรฉ proprio la democrazia sempre รจ in ultima analisi stata โ€“ in tutta la originale visione liberista ed ancor piรน, ovviamente, nella sua mistica e fondamentalista rielaborazione mileiana โ€“ il vero pericolo, il vero nemico. Friedrich Hayek โ€“ che per due volte, nel โ€™77 e nellโ€™81 ha visitato il Cile insanguinato dalla dittatura militare, in entrambi i casi intrattenendo cordiali colloqui con il generale Augusto Pinochet โ€“ lo ha anche, a suo tempo, apertamente teorizzato: meglio una dittatura che garantisca la piena libertร  di mercato, ha sostenuto, che una democrazia che la limiti. Ed รจ certo che proprio alla corte di Pinochet alacremente ed entusiasticamente lavorarono, nel nome della libertร  di mercato, i โ€œChicago Boysโ€ di Milton Friedman.

Quanto a Milei, รจ noto come, pur venerando tutti i maestri del neoliberalismo austriaco e di Chicago, in uno in particolare si sia sempre riconosciuto con religioso fervore. Ovvero: nel meno noto e piรน estremo, Murray Rothbard, al quale di deve, non solo il nome del primo dei quattro mastini inglesi da Milei clonati, ma anche il conio dellโ€™espressione โ€œanarco-capitalismoโ€ della quale Milei รจ diventato lโ€™evangelizzatore argentino. E davvero esemplare, per capire il nuovo presidente argentino, รจ seguire la parabola politica che, negli anni, ha portato Rothbard a sposare la sua originale fede libertaria, protesa ad una totale abolizione dello Stato, con le idee della destra americana piรน grettamente razzista, nazionalista, xenofoba e cristianamente bigotta (da lui definita โ€œpaleolibertariaโ€). Rothbard รจ stato, sul terreno politico, un nemico giurato di ogni battaglia per i diritti civili e contro il razzismo, un feroce antifemminista ed un fanatico antiabortista, non disdegnando ambigue frequentazioni dei piรน accesi antisemiti e negatori dellโ€™Olocausto. Nel 1992, tre anni prima di passare a miglior vita, aveva incondizionatamente appoggiato la candidatura presidenziale di David Duke, Gran Dragone del Ku Klux Klan.

รˆ di fronte a questo specchio che Milei ha elaborato la sua visione del passato e del futuro. Ed รจ guardando lโ€™immagine riflessa di Rothbard che รจ andato, in questi anni, negando tutto quel che avesse un sia pur vago sapore di progressismo. Nega, Milei, la realtร  del cambiamento climatico. Nega i diritti civili โ€“ lโ€™aborto, il matrimonio paritario, la paritร  salariale tra uomo e donna, il femminismo e quantโ€™altro โ€“ conquistati negli ultimi anni. Nega che la salute sia un diritto garantito da pubbliche e gratuite strutture. Nega la necessitร  dโ€™un sistema di educazione pubblica. Durante la pandemia ha, con i consueti esagitati toni, negato la necessitร  del lockdown โ€“ da lui considerata la piรน grave violazione dei diritti umani consumatasi in Argentina โ€“ e della campagna di vaccinazione. Ed unโ€™altra cosa โ€“ partendo da questa visione โ€“ nega Javier Gerardo Milei: lโ€™esistenza della dittatura militare che, tra il โ€™76 e lโ€™83, governรฒ nel sangue lโ€™Argentina. Per lui โ€“ e soprattutto per la sua vice-presidente, Victoria Villaruel, che in questo campo detta la linea โ€“ non vi fu in Argentina nulla degno di questo nome. Non vi furono violazioni di diritti umani, ma soltanto โ€œeccessiโ€, pochi e tutti consumati nellโ€™ambito dโ€™una โ€œguerra civileโ€ le cui vittime vanno celebrate, se proprio รจ necessario celebrarle, in termini assolutamente paritari.

Ed รจ proprio qui, in questโ€™ultima negazione, che Milei meglio rivela la sostanza, politica ed umana, dโ€™una filosofia che ripudia ogni forma di Stato, laddove lo Stato eroga pensioni, servizi sanitari o โ€“ orrore! โ€“ prebende per i piรน poveri, ma poi (inevitabilmente, date le premesse) sostiene o, quantomeno, tollera il terrorismo di Stato. E tollerandolo โ€“ difendendolo o, addirittura promuovendolo, laddove serve a difendere lโ€™unico diritto dalla sua religione contemplato, quello alla proprietร  – rompe i fragili equilibri sui quali da quarantโ€™anni si fonda la ritrovata democrazia argentina. Per lโ€™appunto: quelli definiti dal โ€œNunca Mรกsโ€, dalla veritร  sugli orrori consumati sotto le insegne del โ€œProceso de Reorganizacion Nacionalโ€ (cosรฌ lโ€™ultima dittatura chiamรฒ se stessa) dalla comune volontร  di non ripetere, al di lร  delle differenze politiche, quella tragica esperienza.

Ma tornando al tempio di Davos ed al discorso di iniziazione internazionale di Milei. Come giร  accennato, non sono mancate, nei commenti del giorno dopo, sarcastiche considerazioni non solo in merito agli apocalittici toni del discorso, ma anche al fatto che il neopresidente avesse senza alcuno sforzo dโ€™approfondimento usato, per rivolgersi ai capi di Stato, ai supermanager e ai cervelloni economici lรฌ riuniti, le stesse parole, gli stessi toni e gli stessi concetti spesi, agitando la motosega, in talk show e in lezioni impartite a platee pressochรฉ ignare di cose economiche. Ma non si รจ trattato che di sterili polemiche, incapaci di andare alla sostanza delle cose. Per il โ€œFiglio dellโ€™Uomoโ€ Javier Milei, quelle elaborate da Mises, Hayek, Friedman e, soprattutto, da Rothbard e da lui stesso, non sono teorie economiche. Sono testi sacri. Ed i testi sacri non si cambiano. Verrebbe mai in mente a qualcuno di cambiare le parole dโ€™una delle parabole evangeliche? Avrebbe alcun senso farlo?

Evidentemente no. E nessun senso avrebbe, trattandosi di sacre scritture, fare distinzioni, cogliere qualsivoglia sfumata discrepanza tra quanti da queste inalterabili veritร  sโ€™allontanano. Il peccato di eresia non conosce distinguo. E per gli eretici, per chi nega la vera fede, comunque la neghi, non puรฒ esserci, senza differenziazioni di sorta, che unโ€™unica condanna divina. Una condanna eterna. Tutti sono colpevoli. Colpevoli e decadenti. Tutti, โ€œsi dicano apertamente comunisti, socialisti, socialdemocratici, democristiani, neokeynesiani, progressisti, populisti, nazionalisti o globalistiโ€. E tutti โ€“ si chiamino Pol Pot, Willy Brandt, Aldo Moro o Hipรณlito Yrigoyen poco importa โ€“ devono finire tra le fiamme dellโ€™infernoโ€ฆ

Parole troppo severe? No, perchรฉ in realtร  Il Figlio dellโ€™Uomo Milei โ€“ dopo un veemente, savonaroliano attacco contro femminismo e qualsivoglia forma di ambientalismo โ€“ ha concluso il suo sermone con una nota di luminosa speranza. Se Gesรน era a suo tempo, pochi giorni prima dโ€™esser crocifisso, entrato nel tempio di Gerusalemme per cacciare i mercanti, Milei รจ al contrario entrato nel Tempio di Davos per dire ai mercanti che a loro appartiene il Regno dei Cieli. โ€œVoi โ€“ ha detto rivolto agli imprenditori presenti a Davos e a quelli dellโ€™intero Universo โ€“ siete i veri benefattori sociali. Voi siete i veri eroiโ€ฆ e che nessuno osi dire che le vostre ambizioni sono immoraliโ€ฆโ€. Andate, arricchitevi e propagate nel mondo la Buona Novellaโ€ฆ

Questo รจ il messaggio col quale Milei sโ€™appresta โ€“ con universali ambizioni โ€“ a governare unโ€™Argentina, oggi nel pieno dโ€™una delle peggiori delle sue periodiche e croniche crisi. Lo fa spacciando per nuove vecchie ricette, Alla fine degli anni โ€™80, dopotutto, il peronista Carlos Menem aveva seguito la stessa strada neoliberale ed il tutto era sfociato, nel 2001, nella crisi del โ€œcorralitoโ€, la piรน grave della storia argentina. Lo fa usando parole e concetti che, ripescati dalla notte dei tempi, nel nome dellโ€™antipopulismo seguono il piรน vieto e stantio copione del populismo.

Quali che siano gli esiti immediati della sua politica, questo รจ Javier Gerardo Milei: lโ€™ultimo โ€“ ed il piรน sgangherato โ€“ dei โ€œcaudillosโ€ latinoamericani. Una reliquia del passato. Un pericolo per la democrazia.


[1] Vedi, a tal proposito “Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity, and Poverty” di Daron Acemoglu e James A. Robinson; e “The Wealth and Poverty of Nations: Why Some Are So Rich and Some So Poor” di David S. Landes.

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