No menu items!
18.5 C
Buenos Aires
Friday, September 18, 2026
Home Nord America U.S.A. Trump, due bugie per ricordare l’11 settembre

Trump, due bugie per ricordare l’11 settembre

0
8

Un quarto di secolo è trascorso dal giorno in cui – questo si disse allora in un pressoché unanime coro – nulla, per l’America e per il mondo, sarebbe “più stato come prima”. Quel giorno era (è) l’11 settembre del 2001. E l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump, ha, da par suo, provveduto a ricordarlo nel segno della più assoluta – ed immediatamente riconoscibile – continuità trumpiana. Come? Celebrando se stesso. E facendolo nell’unico modo possibile. Ovvero: raccontando una frottola. Anzi, raccontandone due. Una in diretta connessione con i tragici eventi di 25 anni fa e, l’altra, senza un immediato nesso con quel accadde allora, ma a suo modo in grado d’illustrare, con paradossale nitore, quel che da quel giorno è, come solennemente preconizzato, davvero per sempre cambiato. O, nella sostanza, rimasto come prima. O ancora – come l’avvento del trumpismo inequivocabilmente testimonia – decisamente cambiato in peggio.

La prima frottola (che poi altro non è che l’ennesima (e sistematicamente “abbellita”) riproposizione d’una originale fandonia) riguarda quel che Trump – allora un molto vistoso imprenditore immobiliare, seriale bancarottiere e costante presenza nella galassia del gossip metropolitano – personalmente fece in quelle ore d’orrore, terrore ed eroismo, tra le macerie e le polveri d’una New York mortalmente ferita, ma ancora orgogliosamente viva. La seconda ci racconta, invece, di quel che Trump si appresta a fare o, meglio, promette di fare in vista delle prossime elezioni di metà mandato, com’è noto chiamate a rinnovare per intero i 435 seggi della House of Representatives ed un terzo dei seggi del Senato, in quello che – in un clima per lui e per il suo partito non propriamente favorevole – va configurandosi come un decisivo referendum su questa sua seconda presidenza.

Andate e votate “come se sulle schede ci fosse il mio nome”, ha detto giovedì scorso Trump nel corso d’una Convention repubblicana da lui appositamente convocata – cosa mai successa prima in occasione del “midterm” – in quel di Dallas., Texas. E dovessimo mantenere la maggioranza nelle due Camere, ha aggiunto, ciascun cittadino riceverà in premio, per questo, 5.000 dollari.

A questo “premio”, il presidente degli Stati Uniti ha anche dato un nome. Il suo. Lo ha infatti chiamato, mutuando il lessico delle società per azioni, “the Trump dividend”, il dividendo Trump. Vale a dire: l’ha presentato come la parte che, in soldoni, spetta agli azionisti – i cittadini americani in questo caso – a fronte dei guadagni dell’impresa. Guadagni che, nel caso degli Stati Uniti d’America, in realtà ammontano ad un abissale deficit che, proprio grazie a Trump ed alle sue regalie fiscali ai confratelli miliardari, ha, mesi fa, per la prima volta superato la frontiera dei 40.000 miliardi di dollari, costantemente alimentati da passivi di bilancio annuali pari a 1.800 miliardi.

Una mancia da 1.300 miliardi di dollari

Ovvia domanda: Dove andrà, Donald J. Trump, a prendere i soldi (1.300 miliardi, secondo i primi calcoli) per pagare questo dividendo? Nessuno sembra, in queste ore, cercare una razionale risposta.

Non, ovviamente, i pasdaran trumpisti che, durante la Convention di Dallas, hanno, senza nulla domandare, religiosamente accolto l’annuncio con un’entusiastica standing ovation.

Non gli economisti che – data un’occhiata alle cifre – sono arrivati all’immediata ed inevitabile conclusione che, di quei denari, gli azionisti-cittadini non vedranno neppure l’ombra. “Donald Trump has a $5.000 bridge to sell you”, Donald vi vuole vendere un ponte da 5.000 dollari, ha molto sarcasticamente titolato, due giorni fa, l’Editorial Board del Wall Street Journal, con ovvio riferimento al ponte di Brooklyn, che, ipoteticamente venduto ai gonzi di turno, svolge la medesima, metaforica funzione del Colosseo nelle barzellette italiane.

Non i media (quelli di assoluta fede trumpista a parte, ovviamente) che hanno puntualmente ricordato come, in questi ultimi due anni, altri due “’Trump Dividends” , solennemente promessi a inizio mandato, siano poi, per così dire, silenziosamente passati in cavalleria. Il “Tariffs Dividend’ (altri $5.000) che dovevano derivare dagli aumenti delle tariffe doganali (poi in realtà risoltisi, per la gioia dell’americano medio, in un significativo aumento dell’inflazione che Trump aveva, durante la campagna presidenziale promesso che avrebbe azzerato in un paio di settimane). Ed il “DOGE Dividend” ($2.000), derivante dai tagli agli apparati statali extra costituzionalmente operati, sotto la guida di Elon Musk, dall’ora disciolto Department of Government Efficiency.

Italian memories: le du scarpe di Achille Lauro

E certamente a questa domanda non hanno cercato risposta gli storici che, in queste ore, si sono, al contrario, limitati a cercate lungo il quarto di millennio della Storia d’America, senza trovarlo, qualche altro caso anche solo approssimativamente analogo  ad un tale esempio di sgangherato populismo (più fortunati sono stati in Italia, dove, esaminato il “premio” di Trump, a molti  è meccanicamente tornato alla mente, con pressoché istantanea chiarezza, il celebre caso dell’armatore Achille Lauro, sindaco nella Napoli nel dopoguerra, che a ciascuno degli elettori dei Quartieri Spagnoli notoriamente promise, non “dividendi”, ma un paio di scarpe nuove. La destra prima del voto. E la sinistra dopo, a vittoria conseguita.

In questo contesto, solo i comici televisivi (storici nemici di Trump) hanno, da par loro, preso per buona la notizia del “premio” chiedendosi – pur ignorando i precedenti scarpari laurini – se, con quei 5.000 dollari, Elon Musk, uomo più ricco del mondo, ex capo del DOGE e, sia pur con temporanei screzi, grande sostenitore di Trump, potrà finalmente comprare un paio di nuove calzature ai suoi 14 figli (i più arrivando alla conclusione che, a causa dell’inflazione provocata dall’insensata politica tariffaria di Trump, il povero Musk non ce la farà. Non, almeno, per tutta la sua massiva figliolanza).

Tornando alla prima delle due frottole, quella direttamente connessa ai fatti dell’11 settembre 2001. Che cosa, del se stesso di quei tragici giorni, è tornato con qualche variante a narrare Donald Trump? Quando le due torri del World Trade Center sono crollate, ha raccontato a Dallas il presidente degli Stati Uniti, lui stava “dirigendo i lavori d’ un nuovo grande edificio a Manhattan”. E, appreso della tragedia, si è trasferito con tutta la manodopera tra le macerie per aiutare nelle operazioni di soccorso. Lo ha fatto – come si conviene ad un vero “uomo della Provvidenza” – non solo dando prova di umana solidarietà e grande coraggio personale, ma anche facendo mostra di sovrumani poteri nelle sue relazioni col tempo e con lo spazio.

È, infatti, un antico racconto quello che Trump è tornato ad esporre alla Convention. Antico (e nel tempo ripetuto) quanto il quarto di secolo da allora trascorso. Sempre la stessa storia, ma con molte varianti, a seconda delle circostanze. In questi 25 anni Trump ha talora descritto quel suo impavido intervento alla testa d’almeno un centinato di “construction workers” come istintivamente “immediato”, prodotto, senza esitazione alcuna, quando ancora il fumo e le polveri saturavano l’aria della Lower Manhattan. E, talaltra, l’ha  – come nel caso del suo ultimo discorso a Dallas – collocata solo “dopo un paio di giorni”. Teatro delle operazioni era, secondo l’ispirazione del momento, una volta quel che restava del WTC, e la volta seguente uno dei pericolanti palazzi adiacenti. Ed il tutto – cosa solo spiegabile solo con un intervento divino – nel medesimo lasso di tempo.

Il dono dell’ubiquità

In questi 25 anni, Donald si è, in quel fatidico 11 settembre. trovato ovunque nello stesso momento. Due giorni fa, raccontandosi in quel di Dallas, si ritrovato nel One Liberty Plaza (per l’appunto, uno degli edifici in prossimità del WTC), dove, ha raccontato, quando le strutture portanti hanno cominciato ad emettere inquietanti cigolii, venne sgomberato di peso dai un paio di nerboruti pompieri, giusto pochi istanti prima che sul suo biondo capo crollasse l’intero edificio.

L’11 settembre del 2001, Trump ha, con ubiqua presenza, più volte rischiato la sua vita per salvare quella di altri. E di certo, in questi suoi reiterati racconti ci sono due cose. La prima è che non c’è niente di certo. Vale a dire: che di questi interventi – quali che ne siano stati i tempi e la logistica – non v’è traccia alcuna. Tra le macerie del WTC o altrove Trump nessuno l’ha mai visto. Lui ed i suoi costruttori sono stati – altra testimonianza di divini superpoteri? – assolutamente invisibili.

Seconda certezza: mentre eroicamente lavorava tra le macerie delle torri gemelle, Trump era anche, grazie ai suoi superpoteri, in altri e piuttosto remoti luoghi, privilegiati punti d’osservazione dai quali aveva, come da lui più volte raccontato, chiaramente potuto vedere, sui tetti di abitazioni situate nel New Jersey, qualcosa che, in quelle ore e in quei giorni, nessun altro aveva visto per la semplicissima ragione che mai era accaduto. Folti gruppi di islamici che, sull’altra sponda del fiume Hudson, festeggiavano, in tempo reale, rimirando la devastata skyline di Manhattan, il crollo delle Torri Gemelle.

Questo aveva a suo tempo raccontato Trump, quando le sue ambizioni politiche erano, nei rari casi in cui venivano prese in qualche considerazione, soltanto oggetto di scherno. E questo – con pochissime varianti e con l’aggiunta d’una promessa elettorale dal Wall Street Journal (medium normalmente “amico”) equiparata alla truffaldina vendita del ponte di Brooklyn – Donald Trump è tornato a raccontare oggi, venticinque anni dopo, da presidente eletto. Ed eletto per due volte. La prima grazie ad un sistema elettorale obsoleto ed iniquo – quello dei collegi elettorali – la seconda con una molto esigua ma validissima maggioranza del voto popolare.

Un quarto di secolo di differenza. Stesse menzogne. Che cosa significa tutto questo? Che cosa collega queste due Americhe e questi due Trump tanto uguali e, al tempo stesso tanto diversi? Che cosa è successo – e che cosa non è successo – in questo arco di tempo?

L’inizio d’una Storia che non era finita

Molte cose. Il crollo di due dei più iconici edifici di una metropoli che era (e resta) un cosmopolita simbolo di modernità capitalistica, uno spettacolare monumento alla  potenza del danaro e dell’Occidente (con tutti i significati positivi e negativi che questo termine si porta addosso) aveva rivelato, l’11 settembre di 25 anni fa, la fragilità di equilibri che, finita la Guerra Fredda, parevano aver sanzionato la definitiva, irreversibile ed universale vittoria della democrazia liberale. O di quella che, in un celebre saggio, Francis Fukuyama aveva a suo tempo chiamato “The End of History”, la fine della Storia.

E la risposta era stata la guerra. Non una guerra temporalmente e territorialmente limitata, destinata a colpire gli autori della strage e l’ideologia che, in una Storia tutt’altro che finita, l’aveva motivata. Ma una guerra “infinita”, una “forever war”, un permanente stato di cose. Una guerra chiamata, nel nome della lotta al terrorismo, a colpire chiunque in qualunque parte del pianeta. Oggi, domani, per sempre. E chiamata, soprattutto a chiudere, nel nome di quella medesima lotta, spazi democratici dentro il sistema politico che della Guarra Fredda s’era proclamato definitivo vincitore.

Rivalutata in questo 25esimo anniversario dell’11 settembre, la “forever war” presenta, di se stessa, un solo aspetto davvero vittorioso: la sua perpetuità, la sua incapacità o, meglio, la sua impossibilità di liberarsi da se stessa. La sua condanna a ripetersi.

Ci ha regalato molte cose, questa guerra. L’attacco all’Afghanistan, la morte di Osama Bin Laden, l’annientamento dei Talebani e, dopo vent’anni di guerra e di occupazione, la loro sinistra, trionfante resurrezione. E ancora, l’invasione dell’Iraq e l’abbattimento – fondato sul falso pretesto dell’esistenza di armi di distruzione di massa – del regime di Saddam Hussein. Caduto il quale il paese (una delle tante, tragiche e coloniali invenzioni del Trattato di Versailles) è poi precipitato nel vortice di una guerra civile e religiosa che ancora continua. E quindi la Libia, la Siria, le vergogne di Abu Ghraib e di Guantánamo.

Questo e morti, molti morti. Novecentoquarantamila, dei quali 432.000 civili, secondo i calcoli del War Cost della Brown University. Più di quattro milioni d’anime se si calcolano anche le conseguenze indirette – malattie, carestie – di questa “guerra infinita

Fu allora, soprattutto, che gli Stati Uniti cambiarono pelle. O meglio: fu allora che molte delle pulsioni illiberali e reazionarie che sempre hanno convissuto con i principi di libertà ed eguaglianza alla base della Dichiarazione d’Indipendenza, si tradussero in una estensione pressoché illimitata dei poteri presidenziali in materia di attività militari. Fu allora che nacquero nuove istituzioni (tra esse l’ICE, quella che oggi, in una perenne caccia all’immigrato, va sotto il nome di Trump’s Gestapo) e leggi ancor oggi in vigore: l’AUMF, Authorization for Use of Military Force ed il Patriot Act. Provvedimenti che non solo, come detto, hanno regalato alla presidenza poteri imperiali in materia militare, ma hanno anche, in un perenne e molto opaco assedio allo stato di diritto, ristretto spazi di libertà personale.

Una democrazia con un dittatorello alla sua guida

È di questa America che, sospinto dalle pulsioni illiberali di cui sopra, per due volte – la seconda dopo aver dato, il 6 gennaio del 2021, l’assalto al Congresso – Donald Trump è diventato presidente. E questa è l’America che oggi ricorda l’11 settembre del 2001. Una democrazia alla cui testa c’è un presidente che – come le sue frottole quotidianamente testimoniano – della democrazia è la grottesca, strutturale negazione. Non un dittatore – non può esserci dittatore dove non c’è dittatura – ma a tutti gli effetti la caricatura, la macchietta d’un aspirante dittatore, un sinistro preludio di inevitabile decadenza democratica.

Il 26 di ottobre del 2001, poco più d’un mese dopo l’attentato, il senatore democratico del Wisconsin, Russ Feingold, lo aveva detto, con grande e del tutto inascoltata chiarezza, nell’annunciare quello che sarebbe stato l’unico voto contrario al Patriot Act. Dire sì a queste restrizioni di libertà che dell’America – e della sua “eccezionalità” – sono le vere fondamenta, non significa combattere coloro che, oggi, hanno attaccato la nostra democrazia. Significa, al contrario, completarne il lavoro.

Ieri, a Dallas, l’ingresso di Donald Trump sul palco della Convention repubblicana è stato di nuovo preceduto dalla proiezione del video (grande “hit” dell’ultima campagna presidenziale) il cui titolo è: “So God gave us Donald Trump” per questo dio ci ha regalato Donald Trump. Ed è in effetti proprio in queste vesti – quelle di  “Uomo della Provvidenza” – che, a diseptto di sondaggi che ne rivelano la crescente impopoarità,  Trump è tornato a regalarci frottole ed a promettere bustarelle elettorali.

Entrambe le parti, non v’è dubbio, griderebbero alla bestemmia si dovesse anche solo vagamente lanciare l’ipotesi che, tra il dio che ci ha regalato Donald Trump, e quello nel nome del quale, 25 anni fa, Obama Bin Laden lanciò il suo attacco contro il World Trade Center, vi sia qualche sia pur remota relazione. Ma evidente è il fatto che i due hanno, per 25 anni, camminato nella medesima direzione.

Riusciranno le elezioni di metà mandato a frenare, tra meno di due mesi, questa marcia verso l’abisso? 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.