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Wednesday, December 8, 2021

Golpe nel FMI?

Kristalina Georgeva, attualmente alla testa del Fondo Monetario Internazionale, è finita sotto accusa per avere – quando ancora era alla testa della Banca Mondiale – falsato dati al fine di favorire la Cina. Vero o falso? Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz sostiene con forza la seconda tesi, parlando di “golpe” ai danni di chi, come la Georgeva aveva modificato, nel senso d’una maggiore sensibilità sociale e ambientalistica, la tradizionale politica del Fondo. Stati Uniti e Giappone hanno già reclamato un cambio al vertice. Ed in Argentina – il paese che forse più era stato beneficiato dalla nuova linea del Fondo – molti si chiedono quali potrebbero essere le comseguenze d’una eventuale cauta della Georgeva. Ecco quel che scrive in proposito Carlos Pagni, in un editoriale di El País di Madrid.


Argentina nell’occhio del ciclone Georgeva

Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale (FMI), è scossa da una tempesta istituzionale e geopolitica. E l’Argentina è intrappolata in essa. Georgeva è stata accusata di favorire la Cina quando ricopriva la carica di direttore generale della Banca mondiale. In particolare, gli viene rimproverato di aver costretto i suoi subordinati a manipolare i dati in modo tale che il paese migliorasse la propria classifica nel programma Doing Business. Un rapporto di 15 pagine redatto per la Banca Mondiale dallo studio legale Wilmerhale descrive i dettagli su cui si fondano queste accuse.

Le imputazioni si iscrivono in una grande disputa di potere che ha come protagonisti Washington e Pechino, e che ora si svolge all’interno del FMI. La quota cinese costituisce il 6% del controllo dell’organismo. Quella degli Stati Uniti, il 17%. Se l’anno prossimo sarà ancora a capo del Fondo, la Georgeva dovrebbe rivalutare la partecipazione della Cina. Lo scandalo di questi giorni, nella misura in cui lo mette in dubbio, condizionerà questo compito.

Il comportamento di Georgeva le è valso una quantità di reclami. The Economist ha chiesto le sue dimissioni. Yanet Yellen, la segretaria del Tesoro di Joe Biden, si è rifiutata di rispondere alle sue chiamate. Il Segretariato ha espresso preoccupazione per quanto sta accadendo. Gli Stati Uniti e il Giappone sono i partner del FMI più duri con Georgeva. È superfluo chiarire che tale allineamento non è estraneo al conflitto con la Cina.

In difesa di Georgieva intervenne Joseph Stiglitz. Il professore di Columbia e premio Nobel del 2001, ritiene che la funzionaria sia sotto attacco a causa dell’orientamento che ha dato al FMI: preoccupazione per il cambiamento climatico; minore attenzione all’austerità e più alla crescita e alla lotta contro la povertà; e una maggiore consapevolezza dei limiti del mercato. È una lettura discutibile: le principali obiezioni alla Georgieva provengono dall’amministrazione Biden, che condivide questi valori.

Stiglitz ha formulato la sua interpretazione in un testo intitolato “Un tentativo di golpe al FMI”, che ha pubblicato Project Syndicate. In tale occasione, come altro merito per il quale Georgeva sarebbe stata attaccata, il precedente è stato il seguente: “Nella ristrutturazione del debito argentina iniziata nel 2020, il Fondo ha chiaramente indicato i limiti di ciò che il paese poteva pagare, ossia quanto debito era sostenibile. Poiché molti creditori privati volevano che il paese pagasse più di quanto fosse sostenibile, questo semplice atto cambiò il quadro negoziale”.

L’affermazione di Stiglitz può aggiungere indizi per capire le sue affinità con Georgieva. Si spera che non aggiungerà nuove mortificazioni all’economista bulgara, non più per il suo operato in seno alla Banca mondiale, ma al Fondo. Questi indizi sono, per vari motivi, argentini.

Stiglitz e Georgieva fanno parte di un tessuto il cui nodo più importante è il Vaticano. Stiglitz è membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, guidata dal vescovo argentino Marcelo Sánchez Sorondo. È un’istituzione intellettuale legata, naturalmente, al pensiero ecclesiastico che durante il pontificato di Jorge Bergoglio, compatriota di Sánchez Sorondo, ha accentuato la sua diffidenza verso i mercati, soprattutto finanziari. La voce di Stiglitz risuona lì con forza.

Da quando Georgeva è a capo del FMI, è diventata una visitatrice abituale della Casina Pio IV, la sede dell’Accademia: un piccolo palazzo che sorge nei giardini del Vaticano e che ha come piano i vecchi mosaici della Domus Aurea, la casa di Nerone.

Chi, come Stiglitz, è incline a vedere cospirazioni, potrebbe fermarsi all’empatia della Santa Sede di Bergoglio con la Cina di Xi Jinping. Il 22 settembre 2018 il Vaticano ha firmato un accordo con Pechino per riconoscere la designazione dei vescovi da parte del regime. Il testo del patto rimane segreto. La decisione ha sollevato critiche tra coloro che denunciano o subiscono le sistematiche aggressioni del governo cinese alla libertà religiosa, che includono la persecuzione di molti cattolici. Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, che era vescovo di Hong Kong, ha affermato che i negoziatori “stanno truffando la Chiesa”. L’approccio sembra essere la manifestazione di una sintonia concettuale. Sánchez Sorondo ha affermato nel febbraio 2018 che “è in Cina che la dottrina sociale della Chiesa è meglio praticata”. Sarebbe interessante sapere cosa pensa Mario Draghi, un altro accademico pontificio, di questa affermazione. Il primo ministro sta allontanando sempre più l’Italia dai cinesi.

Sarebbe un errore estendere a Georgeva questa attrazione per il regime di Xi. Ma, pur professando la fede ortodossa, essa ha posto sotto l’ombrello della Chiesa l’agenda della sua gestione, così come la definisce e la difende Stiglitz: Papa Francesco è stato ossessivo nelle sue preoccupazioni per la cura dell’ambiente e nella necessità che la dinamica del mercato trovi restrizioni di fronte alla povertà delle società e all’indebitamento degli Stati a basso o medio reddito.

In quest’ultima scia appare un altro asse legato all’Argentina. Si tratta del paese che ha ricevuto il prestito più cospicuo dal FMI di tutta la sua storia: 57 miliardi di dollari, di cui 45.000 sono stati erogati tra il 2018 e il 2019. Tale credito è stato gestito dal governo di Mauricio Macri e deve ora essere rinegoziato da quello del kirchnerista Alberto Fernández. Responsabile di questa rinegoziazione è il ministro Martin Guzmán, discepolo diletto di Stiglitz e suo assistente nell’università di Columbia. Alcune delle riunioni tra Georgeva e Guzmán per questo debito si sono svolte in Vaticano, nel contesto di sessioni accademiche organizzate da Sánchez Sorondo, alle quali cui ha partecipato Stiglitz…..

Leggi l’intero articolo in spagnolo

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