S’intitola “National Security Strategy of the United States of America” ed è la base teorico-politica di quella che lo stesso Dopnald Trump – mai avaro quando si tratta di mettere il suo nome in rilievo, si tratti di edifici, di località o di idee – ha battezzato “The Donroe Doctrine” Don come “Donald”, ovviamente, e ‘roe” come Monroe, da James Monroe, il presidente che per rprimo, nel 1823, definì il ruolo internazionale degli ancora giovanissimi, ma già in piena espansione, Stati Uniti d’America.
Vale la pena leggerlo nella sua interezza, a cominciare dal suo enfatico preambolo, che, da Trump personalmente vergato, altro non è che un grottesco inno ai grandi risultati – tutta roba, naturalmente, “never seen before”, mai vista prima – in campo internazionale. Laddove il “mai visto prima” è il narcisismo di una autocelebrazione inevitabilmente destinata ad un crescendo di ridicolo a mano che i grandi successi da Trump rivendicati vanno rivelandosi patetiche panzane, false promesse o, nella maggioranza dei casi, autentici e costosissimi fallimenti.
Al di là del suo preambolo – che potrebbe esser liquidato come parte del folclore trumpiano – il documento segna, pur nella sua mediocrità (o, se si preferisce, in virtù della sua mediocrità), una vera e propria svolta storica. Più che un documento, infatti, questa nuova “National Security Strategy” è una sorta di orazione funebre. Ed il morto in questione è la democrazia, valore negato o stravolto all’interno d’una politica di puro dominio imperiale.

