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Sunday, February 8, 2026
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Da Monroe a Donroe, l’imperialismo ai tempi di Trump

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La chiamano “Donroe Doctrine”. “Roe” come James Monroe, quinto presidente degli Stati Uniti d’America ed originale elaboratore della dottrina – la “Monroe Doctrine”, per l’appunto – che, dal lontano 1823, fa da cangiante eppur a suo modo uniforme refrain alla vocazione egemonica della politica estera Usa. E “Don”, ovviamente, come Donald Trump, l’uomo che nelle sue vesti di 45esimo e 47esimo inquilino della Casa Bianca, di questa dottrina è stato (e più che mai è) l’ultimo contraddittorio e decisamente sgangherato interprete. Contradditorio e sgangherato al punto che non pochi vanno legittimamente chiedendosi quanto il termine “dottrina” – che, da vocabolario, sta per “complesso organico di principi fondamentali alla base d’un movimento, o d’una teoria politica” (Zingarelli) – sia in effetti applicabile a quello che, allo stato delle cose, appare come un molto minaccioso, ma alquanto squinternato assemblaggio di contrari.

Le cronache vanno raccontandoci come – corsi e ricorsi della Storia – al centro di questa dottrina (continuiamo, per comodità, a chiamarla così) vi sia oggi, in forma di bersaglio-cavia e con esiti ancora tutti da misurare, il Venezuela “bolivariano”. Ovvero: il regime dittatoriale o semi-dittatoriale – classico esempio di quello che Steven Lewitsky e Lucan Way definiscono “new competitive autoritharianism” – che da ormai una dozzina d’anni è governato (perlopiù con metodi fraudolenti e repressivi) da Nicolás Maduro Moro, “apostolo” e designato erede di Hugo Chávez Frías, l’ex militare golpista che di quel regime a sua volta fu, nelle vesti di non-designato erede di Simón Bolívar, il molto carismatico padre fondatore.

Gli eventi – in piena evoluzione mentre questo articolo viene stilato – sono noti. Nella notte tra il 2 ed il 3 di gennaio, le forze speciali degli Stati Uniti d’America, sostenute da una giantesca operazione militare, hanno arrestato e trasferito a New York – dove a quanto pare lo attende un processo per “narcotraffico – Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores (autoproclamatasi “primera combatiente”). E seppur con la sgangherata retorica che, in crescendo con l’avanzare dell’età, caratterizza ogni suo discorso, molto chiaramente Donald Trump ha illustrato le finalità dell’operazione: “We are going to run Venezuela”. Noi, gli Stati Uniti d’America, governeremo il Venezuela. Lo faremo fino a quando non potremo garantire una ordinata transizione. E lo faremo, innanzitutto recuperando “quel che ci è stato rubato”. Vale a dire il petrolio. E i venezuelani? Che stiano a guardare, con gratitudine ed allegria.

Trump, Hegseth e il gen. Caine

Nel corso della conferenza stampa post-arresto – significativamente tenutasi non a Washington D.C., ma nella reggia trumpiana di Mar-a-Lago – nessuno ha usato, foss’anche di sfuggita, la parola “democrazia” . E tutto è girato attorno a due enormi” P”. la P di petrolio, per l’appunto, e la P di potere. Il potere militare che – come il raid in quel di Caracas dimostra – che gli USA possiedono e che si riservano di usare – in qualsivoglia parte del pianeta, ma in particolare col “cortile di casa latino-americano” –  come, dove e quando lo ritengano necessario. Imperialismo puro, scevro d’ogni formale ipocrisia.

Non è questo, ovviamente, il luogo per raccontare in dettaglio la storia del Venezuela “chavista” e di quello che venne da Chávez battezzato “socialismo del XXI secolo”. Ma inevitabile è, per capire il presente, partire da un rapido “riassunto delle precedenti puntate”. Quando, come e perché è nato il “Venezuela Bolivariano” di Hugo Chávez? E lungo quale percorso è – come bersaglio-cavia, per l’appunto – infine entrato nel mirino della “Donroe Doctrine”?

Una vittoria e una speranza

Tutto, ci ricordano gli annali, è cominciato nel dicembre del 1998 con una vittoria e con una speranza. La vittoria era quella che l’ex tenente colonnello dei paracadutisti Hugo Chávez – già protagonista di due tentativi di golpe militare, entrambi falliti, nel febbraio e nel novembre 1992 – aveva sorprendentemente conseguito, con ampio margine, alla testa del “Movimiento V República” nelle elezioni presidenziali. E la speranza era quella che, giusto in virtù di quella vittoria, come una fenice sorgeva dalle ceneri del cosiddetto “Punto Fijo”: la molto inamidata ed ormai esausta democrazia (la IV Repubblica, per l’appunto) che, nata sull’onda del golpe civico-militare che rovesciò la dittatura di Marco Pérez Jiménez nel 1958, si fondava sulla bipartitica alternanza tra i socialdemocratici di Acción Democratica e i socialcristiani del Copei (Comité de Organización Politica Electoral Independiente).

Hugo Chavez

Presentando se stesso come la reincarnazione del Libertador Simón Bolívar, Chávez aveva vinto promettendo due cose: più democrazia e più giustizia. O, più in dettaglio: una implacabile lotta alla corruzione – malattia cronica del Venezuela – ed una più equa e “redentrice” redistribuzione dei proventi petroliferi. Perché “redentrice”? Perché riaccendeva, oltre la sua logica egualitaria, un antico sogno delle forze progressiste venezuelane: quello d’una riduzione della dipendenza dal petrolio, causa ultima della crisi – un assai classico caso di “malattia olandese” – nella quale, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, a fronte della esplosione del debito pubblico e delle politiche di estrema austerità imposte dal FMI, era precipitato il paese. Il famoso ‘Caracazo” – la rivolta popolare che, nel febbraio del 1989, s’era concluso con il massacro di almeno 300 persone nei quartieri più miserabili della capitale, quelli dove più feroce era stato il morso dell’austerità – era stato, di quella crisi, il cruento culmine. Un vero e proprio punto di non ritorno.

Appena un anno dopo la vittoria di Chávez, era entrata in vigore, plebiscitariamente approvata via referendum, una nuova Costituzione, con la quale – questo si legge nel suo Preambolo – “Il popolo del Venezuela, nell’esercizio dei suoi poteri creatori e invocando la protezione di Dio, l’esempio storico del nostro Libertador Simón Bolívar, l’eroismo e il sacrificio dii nostri antenati aborigeni e dei precursori e forgiatori di una patria libera e sovrana”, definiva i lineamenti d’una “società democratica, partecipativa e protagonista, multietnica e pluriculturale..”. Doveva essere, quella Costituzione – “la più bella del mondo”, come lo stesso Chávez amava definirla – il punto di partenza d’un Venezuela nuovo ed antico.

 Antico, anzi “ancestrale” (Chávez dixit) perché tornava, finalmente, alle sue origini “bolivariane” (o a quelle che Chávez tali considerava). Ed insieme nuovo, perché finalmente in grado di camminare senza la zavorra di vecchi vincoli oligarchici e senza la “democratica” camicia di forza del “Punto Fijo”. Doveva essere un Venezuela libero e giusto, quello che andava nascendo. Libero, soprattutto, dalla “maledizione del petrolio”. O, ancor meglio, pronto a “sembrar el petroleo” a seminare il petrolio, come già più di 90 anni fa – in un celeberrimo editoriale pubblicato dal quotidiano “Ahora” il 14 luglio del 1934  – aveva invocato Arturo Uslar Petri, intellettuale tra i più importanti e prolifici del Venezuela moderno.

Seminare il petrolio

Tenemos que sembrar el petroleo”, dobbiamo seminare il petrolio, aveva solennemente affermato Chávez nel suo discorso di insediamento il 2 febbraio del 1999, con esplicito riferimento alla metafora di Uslar Petri. Ed aveva aggiunto: “Per 60 anni il Venezuela non è stato capace di farlo…Adesso sì, adesso è il momento. Vamos a sembrar el petroleo…”.

Doveva, la Costituzione del 1999, essere la Costituzione di tutti, la prima vera Costituzione democratica del Venezuela. E di un Venezuela che, contrapposto alle egemoniche pretese dell’imperialismo Usa, riaccendeva a livello continentale il sogno bolivariano della “Patria Grande” latinoamericana. Fu invece, quella approvata al tramonto del secolo scorso, soltanto la Costituzione di Hugo Chávez. Nel senso che, come tale, Chávez sempre la considerò: come qualcosa di suo. E di suo nella più personale e deteriore accezione del termine. Vale a dire: come un semplice e manipolabile compendio del culto di se medesimo e come qualcosa di cui, in virtù di quel culto, poteva disporre a piacimento. L’auto-nominato “erede autentico di Simón Bolivar” – il grande Libertador la cui splendida traiettoria politica non è, peraltro, priva di pulsioni autoritarie– si trasfigurò in un’ennesima riedizione, sia pur nel nome di un nuovo socialismo (quello, per l’appunto del XXI secolo), d’un caudillismo antico nella cui logica la nuova Costituzione “democratica, partecipativa e protagonista, multietnica e pluriculturale“, non era che un’ennesima “bella donna da sverginare”, come recita una frase (non si sa quanto vera) che la leggenda attribuisce – riferita per l’appunto alla Carta Magna che aveva giurato di difendere – ad un altro dei grandi caudillos latinoamericani: quel Getulio Vargas che, tra il 1935 ed il 1954 dominò la scena politica brasiliana.

Giusto questo è stato, infatti, quel che Hugo Chávez ha fatto con la “sua” Costituzione: l’ha “sverginata”, violata in ogni sua parte. E questo è quel che tutt’oggi è: un guscio vuoto, ufficialmente venerato come le Tavole della Legge perché diretta emanazione del Grande Leader, ma nel nome del Grande Leader sistematicamente (in molti casi addirittura beffardamente) trasgredito. L’indipendenza della magistratura? Azzerata. La neutralità delle Forze Armate? Rimpiazzata da una ferrea ideologizzazione “chavista”, parte d’un culto della personalità (un culto “armato”) che è andato, in rossiniano crescendo, sempre più assomigliando alla caricatura di se stesso. Il controllo democratico della spesa pubblica? Cancellato da una serie di “fondi speciali” sotto il diretto ed esclusivo controllo del Grande Capo.

E il petrolio da “seminare”?  Di nuovo: non è questo il luogo per raccontare in dettaglio il catastrofico fallimento economico del chavismo. Questo si può, però, dire in estrema sintesi. Il “socialismo del XXI secolo” non solo non ha cancellato, o anche soltanto ridimensionato, la dipendenza del Venezuela dal petrolio, ma l’ha esasperata. Ed esasperandola ne ha anche distrutto la fonte. In termini di “seminagione” del petrolio, il chavismo è stato, nella sostanza, una rovinosa, storica occasione perduta. E questo non certo – come vuole la retorica del regime – per l’ “assedio dell’imperialismo”, o per le sanzioni economiche Usa che, in realtà, solo a partire dal 2015 hanno cominciato a mordere.

I numeri non mentono. Ed inequivocabilmente ci raccontano come Il governo di Chávez abbia goduto, per oltre un decennio, del più alto livello di entrate dell’intera storia venezuelana: quello garantito del prolungato “boom” petrolifero che, tra il 2004 ed il 2012 ha portato il prezzo dell’“oro nero” a livelli mai prima raggiunti. E ci mostrano anche come tutta questa ricchezza sia stata, non “seminata” per diversificare ed irrobustire l’economia venezuelana, ma gettata al vento, sacrificata, in parte sugli altari delle megalomania politica del Grande Leader – ovvero in sussidi internazionali atti ad alimentare il culto del nuovo Bolivar e l’immagine di “grande potenza antimperialista” del Venezuela – ed in parte dissipandola in politiche sociali che, pur originalmente non prive di positivi risvolti per la vita degli strati più poveri, non hanno mai superato i limiti del puro assistenzialismo o, peggio, del più gretto clientelismo elettorale.

PDVSA, lo specchio della catastrofe

Grande specchio – uno specchio rotto – di questa fallimentare grandeur politica è il PDVSA (Petroleo de Venezuela S.A.), il monopolio statale creato nel 1976, quando, durante il primo governo di Carlos Andrés Pérez, il petrolio venne nazionalizzato in quello che resta uno dei momenti cruciali della Storia venezuelana. Non seminò il petrolio nazionalizzato, il PDVSA. Non lo fece negli anni immediatamente seguenti la sua creazione – formalmente marcati dalle ambizioni socialdemocratiche di CAP (come viene normalmente chiamato Carlos Andés Pérez, morto in disgrazia nel 2010 marchiato da una serie di scandali per corruzione). E tantomeno lo fece durante gli anni contro-riformisti della cosiddetta “Apertura Petrolera” (1990-1998), quando l’ente statale si aprì alla collaborazione con le grandi multinazionali petrolifere. Il PDVSA era, prima del chavismo, un comitato d’affari le cui ricchezze – quotate a Wall Street – non arrivavano neppure a sfiorare il Venezuela povero. Ma era anche, da un punto di vista strettamente aziendale, un riconosciuto modello di efficienza e professionalità, impermeabile alla corruzione politica. A suo modo un’isola felice, seppur d’una molto privilegiata felicità

Oggi di quella che fu la più grande impresa latino-americana – da Chávez trasformata nel suo comitato di propaganda elettorale o, come si dice, nella sua “caja chica” – non resta che un relitto alla deriva, un carrozzone burocratico che, diretto da militari incompetenti ed in gran parte ipotecato dai creditori russi e cinesi, con una forza lavoro quintuplicata, produce un terzo del petrolio che produceva nel 1998 agli albori dell’avventura “chavista”.  Nella sua bancarotta – scandita da strutture obsolete e da disastri ecologici – il PDSA è, per l’appunto, il più fedele ed implacabile riflesso del fallimento storico del chavismo. Vale a dire: d’una “grandeur” politica che, gonfiata dal culto della personalità del padre fondatore, non solo ha incrementato la dipendenza dal petrolio, ma anche distrutto la fonte di quella dipendenza.

Nel marzo del 2013, Quando Hugo Chávez morì in un ospedale cubano ucciso dal cancro, la catastrofe già si era di fatto consumata. Ed il Venezuela ereditato da Nicolás Maduro, “figlio ed apostolo” del “comandante eterno”, già nella sostanza era quello che in queste ore – corsi e ricorsi della Storia – è diventato (e presumibilmente per qualche tempo resterà) il banco di prova della più recente e “trumpizzata” versione di quella che fu la Monroe Doctrine. Un fallimento politico, economico e morale governabile solo per mezzo della repressione e della frode, come ampiamente testimoniato, nel luglio del 2024, dalle ultime elezioni presidenziali da Maduro gloriosamente conquistate “sulla parola”. Ho vinto io e tanto vi basti. Mostrare gli atti elettorali? Neanche parlarne.

 Perché dunque – tornando a bomba – corsi e ricorsi della Storia? Perché fu proprio in Venezuela che, a cavallo  tra il XIX ed il XX secolo, la “Monroe Doctrine” – nata con dichiarati fini anticoloniali ed antieuropei – per la prima volta mostrò al mondo ed in particolare a quella parte di mondo che gli USA considerano “our backyard”, il proprio cortile di casa – i propri muscoli imperiali.  Quando, il 2 dicembre del 1823, James Monroe aveva pronunciato il suo annuale discorso di fronte al Congresso (quello che più tardi sarebbe divenuto il moderno State of the Union Address) gli Stati Uniti d’America ancora stavano muovendo i primi passi nel contesto d’un globale processo di liberazione. O di quella che molti storici amano chiamare “the Age of Revolutions”.

Alle origini della “dottrina”. L’America agli americani. Purché bianchi

Solo un anno prima, lo storico incontro a Guayaquil (in quello che oggi è l’Ecuador) tra Simón Bolívar e José de San Martín aveva di fatto concluso (con la sola e molto peculiare eccezione lusitana dell’“impero” brasiliano) la liberazione dell’intera America Latina dal giogo coloniale spagnolo. E proprio questo era quel che James Monroe intendeva stabilire: un punto di non ritorno, l’inizio di una nuova era. “Date le condizioni di libertà e di indipendenza assunte e mantenute – aveva affermato Monroe nel suo discorso – i continenti americani non devono, pertanto, esser più in alcun modo considerati come soggetti di future colonizzazioni da parte di potenze europee”. E questo aveva quindi esplicitamente aggiunto l’allora presidente Usa: che di lì innanzi qualsivoglia intervento europeo negli affari interni di qualsivoglia paese del continente (o dei continenti, come Monroe li chiamava, evidentemente distinguendo tra Nord e Sud) sarebbe stato dagli USA considerato un atto ostile.

L’America agli americani. O a quelli che americani venivano allora considerati – per ideologia o convenienza – nella “prima democrazia del mondo”. Non, dunque, a quelli, di pelle nera e di origine africana, che, tra il 1791 ed 1804, avevano liberato parte dell’isola di Saint Domingue dal dominio coloniale francese e – imperdonabile peccato – se stessi dagli orrori della schiavitù. Nel 1825 – giusto un paio d’anni dopo il discorso di Monroe davanti al Congresso – quando la Francia post-rivoluzionaria, post-napoleonica e neo-borbonica di Carlo X inviò nel Caribe le sue cannoniere per imporre alla nuova Repubblica il pagamento dei danni causati dalla rivolta (una somma pari a trenta volte il prodotto interno della nuova nazione) gli Stati Uniti non solo non mossero un dito, ma applaudirono, felici di veder soffocata nella culla (o condannata ad uno stato di perenne indigenza economica) quella che, da paese libero e democratico, ma schiavista, vedevano come un incubo.

La prima vera occasione di confronto con le ingerenze europee arrivò nel 1895, quando la scoperta di giacimenti auriferi, provocò un’assai aspra disputa di frontiera tra il Venezuela e la Guiana Britannica (oggi Guyana). Fu in quell’occasione che, sotto la presidenza di Grover Cleveland, il segretario di Stato Richard Olney per la prima volta ufficialmente invocò, nelle vesti di inappellabile arbitro, la “Monroe Doctrine”. E come arbitro venne infine, sia pur con qualche riluttanza, accettato da una Gran Bretagna in quei giorni troppo impegnata nella Boer War in Sudafrica per aprire un nuovo fronte di guerra. Fu, quella britannica, una scelta obbligata ma anche, alla prova dei fatti, molto felice, considerato che, a dispetto della proclamata vocazione anticoloniale della dottrina Monroe, i risultati finali della mediazione Usa furono – nel 1899, al termine di un lungo processo – assolutamente favorevoli al Regno Unito.

Appena tre anni più tardi, il 2 dicembre del 1902, le “potenze europee” (Gran Bretagna e Germania, nel caso specifico, con accodata l’Italia) si rifecero vive inviando le proprie cannoniere nelle acque del Caribe per chiudere ogni accesso ai tre principali porti del Venezuela, Maracaibo, La Guaira e Puerto Cabello. Ragione del “bloqueo”: la richiesta di immediato pagamento del debito che il Venezuela – in quegli anni “pre-petrolieri” in piena crisi per il crollo dei prezzi del caffè – aveva maturato per la costruzione della sua rete ferroviaria (affidata per l’appunto ad imprese inglesi, tedesche ed italiane), nonché per i danni a quelle imprese causati dalle croniche guerre civili che, in più parti del Paese, andavano destabilizzando quel lembo di mondo. Il Venezuela era, a quei tempi dittatorialmente governato da Cipriano Castro, l’uomo che nel 1899, nel nome di una autodenominata “Revolucion Liberal Restauradora”, aveva preso il potere al termine di una marcia armata che, partita dalle regione andine di Táchira, Mérida e Trujillo, aveva raggiunto  e conquistato Caracas. Era stato lui a decidere – ragion per cui Hugo Chávez lo avrebbe, più tardi collocato nel Pantheon degli eroi nazionali ed antimperialisti – la sospensione del pagamento del debito. Ed era stato a questo punto che, di nuovo, la “Monroe Doctrine” era scesa in campo forte di una molto significativa, storica reinterpretazione di se stessa.

Grande protagonista – grazie al “corollario’ che porta il suo nome e che, da allora, è considerato parte integrante o, meglio, la interpretazione autentica della “Monroe Doctrine”– fu il presidente Theodore Roosevelt, da gran parte della storiografia considerato il vero “inventore” dell’imperialismo americano. O, se si preferisce, il riconosciuto elaboratore della sovrastruttura ideologica ed il pratico esecutore dell’ormai strutturale, naturale vocazione imperiale degli Stati Unit d’America. Fu lui, infatti, a stabilire, nel 1904, che nel nome dei principi da Monroe definiti nel 1823, agli Stati Uniti spettava un ruolo di “polizia” (e pulizia) a fronte di qualsivoglia crisi destabilizzatrice nel continente americano. Idea questa che, considerato il precedente della disputa di frontiera con la Guiana, gli europei – la Gran Bretagna in particolare – accettarono di buon grado. E che, obtorto collo, finì per accettare anche Cipriano Castro.

Una spartizione del bottino

La “mediazione” statunitense finì come doveva finire. Con la Gran Bretagna e la Germania (più l’Italietta dei Savoia) pienamente soddisfatte. Soddisfatte, anzi, al punto che l’allora Primo Ministro britannico, Robert Gascoyne Cecil, non esitò a dichiarare: “We are entire advocate of the Monroe Doctrine”, siamo senza riserve sostenitori della dottrina Monroe. Parole sante, considerato che questo di fatto fu – alla faccia del nazionalismo economico e della per nulla liberale “revolución Restauradora” di Cipriano Castro – l’arbitraggio rooseveltiano: una vera e propria spartizione del bottino (leggi: risorse naturali venezuelane) tra le vecchie potenze coloniali ed il nuovo “arbitro” americano. Il tutto in vista di quello che – sotto la lunga dittatura di Juan Vicente Gómez, luogotenente di Cipriano Castro durante la marcia su Caracas del 1899 – sarebbe presto diventato il “boom” petrolifero venezuelano.

Chilometrica è la lista delle invasioni ed occupazioni militari che scandirono questo, chiamiamolo così, “upgrade” della originale “Monroe Doctrine”: Cuba, invasa, occupata e forzatamente trasformata in un protettorato al termine della sua lunga e dolorosa guerra di indipendenza contro la Spagna, la Repubblica Dominicana, Haiti, il Nicaragua di Augusto César Sandino, Vera Cruz in Messico, Puerto Rico, più l’invenzione d’un nuovo paese, Panama, un lembo di istmo centroamericano strappato alla Colombia, dove gli USA avrebbero costruito, rilevando un fallimentare progetto francese, il “loro” canale interoceanico.

Grazie al “Roosevelt Corollary” – o di quella che oggi qualcuno chiama la “Monroe Doctrine 2.0” – l’America Latina s’era trasfigurata da compagna di lotta contro ogni ingerenza coloniale, nel “backyard” il cortile di casa degli Stati Uniti. E tale è rimasto anche durante la parentesi relativamente “soft” degli anni dell’altro Roosevelt, Franklin Delano, marcati da una serie di accordi diplomatici (Montevideo 1933, Buenos Aires 1936 e l’Avana 1940) che sancivano alleanze formalmente paritarie grazie alle quali, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, tutti i paesi latinoamericani, con  l’eccezione dell’Argentina, si schierarono con gli Alleati (Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Unione Sovietica) contro le potenze dell’Asse (Germania, Giappone e Italia).

Poi venne la Guerra Fredda. E con la Guerra Fredda tornarono in massa, ora nel nome della lotta al comunismo, le invasioni ed i golpe. Dal rovesciamento del governo di Jacobo Árbenz in Guatemala, nel 1954, allo sbarco (fallito) in quel di Bahía Cochinos, a Cuba, nel 1961, all’invasione della Repubblica Domenicana nel 1965, fino ai golpe militari in serie che, negli anni ‘60 e ’70, coordinati dalla CIA, quasi ovunque – Brasile, Paraguay, Bolivia, Cile, Uruguay, Argentina – attraverso la “Operación Condor” soffocarono, nel nome della democrazia, non tanto i “fuochi” armati in più parti accesi dal trionfo della rivoluzione castrista a Cuba, quanto, in forma preventiva, ogni istanza di rinnovamento democratico.

Entra in scena Donald J. Trump

Questa è la storia della “Monroe Doctrine”. Ed è con questa storia che Donald Trump già s’era in forma molto diretta e personale incontrato nel corso del suo primo mandato, quando, agli albori dell’anno 2019, il suo National Security Adviser, John Bolton, ancora una volta riferendosi al Venezuela chavista, e, più in generale alla politica latino-americana degli USA, questo aveva solennemente affermato: “The Monroe Docrine is alive and well”. La Dottrina Monroe è viva e gode ottima salute. Il contesto era – come non pochi ricorderanno, data la relativa prossimità degli eventi – quello della seconda e (tanto per cambiare) fraudolenta vittoria presidenziale di Nicolás Maduro. O, più esattamente, quello che – ufficialmente per un quadriennio, di fatto per meno d’un anno – vide un Venezuela con due presidenti. Uno, Nicolás Maduro, con in mano tutte le leve del potere. Ed un altro, Juan Guaidó, riconosciuto in forma interina dagli USA, dalla Comunità Europea e da una sessantina d’altri paesi, ma di fatto privo di qualsivoglia potere esecutivo (ed anche, come si vedrà, di qualsivoglia chiarezza strategica).

Nuovo e necessario breve riassunto delle precedenti puntate. Tutto era cominciato nel gennaio del 2015, quando – in quello che fu a tutti gli effetti l’ultimo spasimo, o il paradossale epitaffio, della morente democrazia venezuelana – l’opposizione antichavista aveva vinto con buon margine (tanto buono, in effetti, da poter cambiare la Costituzione e deporre il presidente in carica) le elezioni parlamentari.

Perché l’ultimo spasimo? E perché il paradossale epitaffio? Perché furono proprio le inattese dimensioni di quel democratico trionfo ad accelerare la fine d’una democrazia già in stato terminale. Grazie, infatti, al pieno controllo di tutto l’apparato statale – magistratura, forze armate, poteri elettorali, Tribunal Supremo de Justicia (TSJ) – con una serie di trucchi da baraccone (basicamente l’invenzione di inesistenti frodi elettorali che, in quanto tali, non vennero mai né indagate né, tantomeno, dimostrate) il governo in carica prima impedì alla neoeletta Asamblea Nacional di funzionare. E quindi, nel luglio del 2017, di fatto la sostituì con l’elezione d’una Assemblea Costituente che, fraudolentemente convocata via referendum e fraudolentemente eletta attraverso un inedito e fraudolento sistema elettorale, fraudolentemente attribuì a se stessa, una volta eletta, “pieni poteri”. Il tutto per poi venir fraudolentemente (e burlescamente) sciolta tre anni più tardi senza aver mai discusso o, tantomeno, approvato un solo articolo della nuova Costituzione, ma avendo, in compenso, fraudolentemente imposto, grazie ai poteri fraudolentemente auto-attribuitisi, una lunga serie di – avete indovinato – fraudolente leggi liberticide. Su tutte la tristemente famosa “legge contro l’odio”, che ha di fatto criminalizzato ogni forma di dissenso antigovernativo.

Fu in questo contesto che nacquero i “due presidenti”. E fu in questo contesto che Donald Trump – per l’occasione sostenuto da una pattuglia della più intransigente vecchia guardia “neocon”, quella che, agli albori del millennio ci regalò la guerra In Iraq – esplicitamente rispolverò, con molto sbruffoneschi accenti, la dottrina Monroe. Accadde dopo le elezioni presidenziali del maggio 2018, da Maduro vinte in scioltezza al termine di una corsa virtualmente solitaria, garantita dal fatto che tutti i suoi possibili rivali erano stati, per le più varie ma tutte ridicolmente strumentali ragioni, molto opportunamente inabilitati dal TSJ. Fu allora che quel che restava della inabilitata (vedi sopra) Asamblea Nacional decise, dichiarata “illegittima” la vittoria di Maduro, di eleggere, in virtù d’una piuttosto forzata interpretazione della vigente Costituzione, un alternativo presidente interino – per l’appunto Juan Guaidó – con l’incarico di organizzare nel giro di pochi mesi nuove (e stavolta regolarmente competitive) elezioni presidenziali.

Furono più di sessanta, narrano gli annali, i paesi che riconobbero la presidenza di Juan Guaidó. E gli Stati Uniti lo fecero, nel nome d’una rispolverata “Monroe Doctrine”, con toni decisamente “ultimativi”. Giusto al fine di gestire la crisi venezuelana, Donald Trump aveva riesumato, nelle vesti di consulente “speciale”, un vecchio arnese “neocon” come Eliott Abrams (già pesantemente coinvolto, ai tempi di Ronald Reagan, nello scandalo Iran-contra e nella ancor più scandalosa copertura del massacro di El Mozote, consumato nel Salvador, nel dicembre del 1981, da truppe, il famigerato battaglione Atlacátl, i cui ufficiali erano stati addestrati negli USA). E John Bolton, il suo fresco National Security Adviser (oggi caduto in disgrazia per ragioni che troppo lungo sarebbe qui narrare) era probabilmente il più convinto ed aggressivo sostenitore della politica di “regime change” che, ai tempi, il mercato della destra Usa potesse offrire.

Maduro di nome e di fatto

Per Trump, Bolton ed Abrams tutto era semplice: l’avventura del chavismo era, dopo quasi vent’anni, giunta al capolinea. Ed a Nicolás Maduro altro non restava – Bolton dixit – che “scegliere in quale spiaggia cubana trascorrere gli anni del suo esilio”. Il mal eletto presidente venezuelano era “maduro” di nome e di fatto. E per farlo cadere dall’albero bastava, a quel punto, una spintarella, uno schiocco di frusta, un’alzata di voce. Fuor di metafora, bastava creare la giusta occasione e, tanto la piazza, quanto i militari si sarebbero rivoltati contro di lui indicandoli la porta d’uscita.

L’occasione – uno spettacolare entrata di Guaidó al confine con la Colombia nell’aprile del 2019 – venne creata. E nulla, o quasi nulla, accadde. Il popolo, sfiancato da una devastante crisi economica e più propenso a emigrare che a insorgere (di sette milioni d’anime è fatta la diaspora venezuelana dell’ultimo decennio), si mosse appena E le Forze Armate non si mossero affatto. O meglio: si mossero, sì, ma solo per reprimere ogni protesta antiregime. Trump, Bolton e Abrams avevano, semplicemente, sottovalutato la solidità “armata” del potere di Maduro.

In quei giorni del 2019 i sondaggi di opinione mostravano – ed ancor oggi mostrano – come quasi l’80 per cento della popolazione auspicasse la caduta dei responsabili del disastro economico, politico e morale che soffocava il Paese. Ma proprio questo era allora – e presumibilmente ancor oggi è – il punto. Quel che restava, il 20 o il 30 per cento, era (e presumibilmente continua ad essere) una minoranza non solo cementata dalla corruzione, ma anche materialmente ed ideologicamente, anzi, religiosamente in armi. Oltre alle forze armate, alle varie polizie ed ai servizi segreti, si muovono, in questo tenebroso sottofondo, le FAES, forze speciali della Guardia Nacional Bolivariana, veri e propri squadroni della morte. Ci sono, disseminate in ogni quartiere, le formazioni paramilitari – e non propriamente “spontanee” – dei cosiddetti “colectivos”. C’è il “culto di Chávez” che – come quello di Perón in Argentina – è sopravvissuto, non intatto ma ancora funzionante, ai disastri che ha provocato. E ci sono i due milioni di “miliziani” da Chávez creati (contro il dettato costituzionale) come spina dorsale di quella che il “comandante eterno” amava chiamare la “alianza civico-militar”.

Difficile era, allora, pensare che tutto questo potesse sciogliersi come neve al sole della tracotanza trumpiana. Ed infatti non si sciolse. Quella che invece andò progressivamente sciogliendosi – bruciata proprio dalla tracotanza trumpiana con la quale originalmente s’era identificata – fu la proposta di transizione democratica di Juan Guaidó, formalmente rimasto presidente fino al marzo del 2023, ma di fatto svanito nel nulla molto prima di quella data.

Nel luglio del 2024, sono quindi arrivate le nuove presidenziali e la nuova “vittoria al buio” di Nicolás Maduro, ancora una volta oggetto, per la sua grossolana, burlesca ovvietà fraudolenta, d’un pressoché universale ripudio e scherno. Con una tutt’altro che trascurabile differenza, tuttavia, rispetto al 2018. Questa volta Maduro non aveva corso in solitudine (o contro avversari di comodo). A dispetto delle inabilitazioni e d’un contesto chiaramente fraudolento, l’opposizione aveva partecipato e chiaramente vinto con Edmundo González, stagionato diplomatico scelto, come proprio sostituto, dalla “squalificata” Maria Corina Machado, trionfale vincitrice delle primarie. Ed a testimonianza di questa vittoria (67% contro 30%) c’erano, stavolta, non soltanto e non tanto i dati – pur credibili – diffusi dalla Mesa de la Unidad Democratica (così si chiamava la coalizione che sosteneva la candidatura di Edmundo González), quanto il pertinace e ridicolmente rivelatore rifiuto di render pubblici gli atti elettorali ostentato dal governo dopo il solenne e ridicolmente improbabile “ho vinto io” proclamato da Nicolás Maduro.

Il “Corollario Trump”

È con questo Venezuela che Donald Trump ha dovuto fare i conti una volta tornato, per volontà popolare alla Casa Bianca. Ed è con questo Venezuela che va oggi misurando le sue non sopite ambizioni imperiali. Il tutto con un esplicito richiamo alla dottrina Monroe, ora arricchita di un nuovo “corollario” che il presidente Usa si è premurato di intitolare a se stesso. (Piccolo, ovvio, ma alquanto significativo dettaglio a testimonianza del patologico narcisismo trumpiano: va da sé che né Monroe nel 1823, né Ted Roosevelt nel 1904 avevano definito, prima “dottrina” e poi “cortollario”, apponendo il proprio nome sull’una e sull’altro, le proprie linee di politica estera).

Che cosa sono dunque la “Donroe Doctrine” ed il “Trump Corollary”? Sono, nei termini più immediati, i principi e gli obiettivi contenuti nel documento di 33 pagine – “National Security Strategy of the United States of America” – pubblicato dall’Amministrazione Trump agli inizi dicembre. E sono anche – così come emergono dalle pagine del documento e, ancor più dalla pratica che ne deriva – un vago e, insieme, contraddittorio progetto politico. Vago perché molto fumosamente libero da “ismi” di sorta. O, più concretamente, perché definisce una politica che, in termini alquanto convoluti, si preannuncia come “pragmatica, senza pragmatismo, realista senza realismo, ancorata a chiari principi senza essere idealista” e, infine, come “muscolare senza essere guerrafondaia”. Il tutto, in un miscuglio di vecchio e di nuovo dal quale emergono – chiarissime in questo caso – inquietanti (anche se ormai risapute) verità.

Di sicuramente vecchio – vecchio nel senso di spettacolarmente aderente ai ricordi della più classica “gunboat diplomacy” che, nei due secoli passati, scandì i tempi dell’imperialismo coloniiale o post-coloniale – già c’erano, ancor prima del raid del 3 gennaio,le cannoniere (alcune centinaia, con a bordo 15.000 marines) che, in un Caribe da Trump trasformato in una sorta di Mare Nostrum, vanno circolando al largo (sempre meno al largo) delle coste venezuelane, E, con le cannoniere, ci sono anche le cannonate (leggi: missili teleguidati) con le quali, violando ogni legge internazionale e, probabilmente, commettendo anche crimini di guerra, vengono colpite barche e lance ritenute trasportatrici di droghe.

 Di sicuramente nuovo – anche se d’un nuovo per nulla estraneo alla Storia degli Stati Uniti – ci sono invece i principi, o meglio, i non principi, le pure ragioni di forza che, ora senza filtri, vanno guidando quelle cannoniere e quelle cannonate. Di nuovo c’è, in sostanza, l’America di Donald Trump. Un’America che, per la prima volta nella sua storia si confronta con se stessa e con il mondo, non solo senza la democrazia (questa parola non compare in nessun punto del “corollario”) ma, di fatto, contro la democrazia. Un’America impegnata, a livello globale, in una “battaglia di civiltà”, o meglio, in difesa d’un “Occidente” (the West) che i valori della democrazia ora non solo nega, ma ribalta a vantaggio della propria “purezza etnica”. Il “Trump Corollary” è, su questo punto, assolutamente chiaro, così come chiare sono state le parole da Trump pronunciate durante la conferenza stampa a  Mar-a-Lago: il vero, esiziale pericolo che minaccia l’Occidente è l’immigrazione di massa – di massa e “colorata”, nel senso di non bianca – proveniente da quelli che, già nel suo primo mandato, Trump aveva, con tipica eleganza, definito “shithole countries”, paesi del buco del culo.

Questo “nuovo” – che tanto nuovo non è, considerato che chiaramente richiama le linee fondanti del famigerato Immigration Act del 1924, da Adolf Hitler entusiasticamente lodato nel suo Mein Kampf, perché apertamente basato su criteri di selezione etnico-razziali – appare particolarmente evidente nella parte dedicata all’Europa, laddove con apocalittici accenti pronostica, causa l’immigrazione, una “civilization erasure”, una cancellazione della civiltà. Concetto, questo, che lo scorso 23 di settembre, nel suo ultimo e squinternato discorso di fronte alla Assemblea Generale dell’Onu – quello del “your countries are going to hell”, i vostri paesi stanno andando al diavolo – Donald Trump già aveva, peraltro, brutalmente esposto.

Vale a questo punto la pena, tornando al Venezuela – ovvero al più immediato banco di prova della dottrina Donroe – esaminare il fenomeno attraverso il filtro delle cronache che, negli ultimi mesi, ancor prima del suo spettacolare arresto, hanno scandito gli attacchi a Nicolás Maduro, descritto non tanto come un dittatore, quanto come il capo di una organizzazione criminale dedita ai traffici di droga. Ed in particolare, a quelle relative all’assegnazione dell’ultimo Nobel per la Pace, dalla Commissione di Oslo infine attribuito proprio a Maria Corina Machado.

A chi il Nobel? A me

I fatti sono noti. Quel premio Donald Trump lo voleva per sé. Lo voleva e lo andava reclamando, anzi, pretendendo con puerile insistenza, fin dal giorno in cui, nel lontano 2017, aveva per la prima volta messo piede alla Casa Bianca. E questo per due ragioni. La prima: una peculiare versione della “par condicio” (se l’hanno dato a Obama devono darlo anche a me). E, la seconda: per una lunga serie di perlopiù presunte “pacificazioni” (otto all’ultimo conteggio) da lui garantite, in molti casi, a vantaggio di paesi il cui nome il presidente Usa sistematicamente mal pronuncia, come nel caso di Azerbaijan, o che confonde tra loro, come nel caso di Armenia e Albania.

Trump non aveva (e non ha) dubbi: quel premio gli appartiene. E per questo non aveva, di primo acchito, preso affatto bene la scelta di Maria Corina. Stephen Cheung, il Communication Director della Casa Bianca, aveva infatti accolto la notizia con un molto stizzito e quantomai apologetico comunicato. “Il presidente Trump – aveva affermato in quella nota di stampa – continuerà a creare trattati di pace, a far finire guerre ed a salvare vite. Trump ha il cuore d’un campione d’umanità. E nessuno come lui può muovere montagne con la sola forza della sua volontà. Il Comitato per il Nobel ha dimostrato una volta di più d’anteporre la politica alla pace”.

Poi le cose sono cambiate. E così, a ben vedere, non poteva che essere, considerato che – senza nulla togliere al suo personale coraggio ed ai suoi meriti nella battaglia contro il regime chavista – Maria Corina Machado è, a tutti gli effetti, una “trumpista”. Lo è in modo diretto, nel senso che mai – ivi compreso il giorno del famigerato assalto al Congresso, il 6 gennaio del 2021 – ha fatto mancare a Donald Trump il suo appoggio politico (sempre espresso in termini di grande ammirazione personale) e la sua personale solidarietà. Ed anche in una molto più sfumata ma egualmente ovvia forma di affinità “filosofica”. Maria Corina è, infatti – ancora una volta: a tutti gli effetti – una rappresentante della più classica (e non proprio impeccabilmente democratica, se valutata da un punto di vista storico) destra oligarchica latino-americana. Della stessa destra che, agli albori del millennio, rispose alla ascesa del chavismo, inizialmente impeccabilmente democratica, ricorrendo (per inerzia, verrebbe da dire) all’arma, tante volte sperimentata, del golpe militare.

Nell’aprile del 2002, Maria Corina fu, ancora giovanissima tra i 400 firmatari del decreto con il quale Pedro Carmona, poi ribattezzato “Pedro el breve”, sancì l’arresto e la deposizione forzata di Hugo Chávez, allora presidente più che legittimamente eletto dal popolo. Il golpe, quasi istantaneamente-rovesciato dalle truppe al comando del generale Rául Isaias Baduel (che, dettaglio significativo, sarebbe anni più tardi morto, da dissidente, nelle carceri chaviste) non durò che due giorni. Ma a suo modo marcò i limiti, gli affanni e le divisioni d’una opposizione incapace, perché troppo ancorata ad un passato ormai rifiutato dalle masse (quello dittatoriale di Juan Vicente Gómez e di Marcos Pérez Jiménez, o quello della molto inamidata democrazia petrolifera e bipartitica del “Punto Fijo”) di interpretare, contro il nuovo caudillismo chavista, il bisogno di democrazia e di giustizia del Venezuela.

Di norma, si sa, sono i vincitori del Premio a ricevere telefonate di congratulazioni da presidenti, autorità varie, ammiratori e conoscenti. Ma – a conferma di quanto poco “normale” fosse in quel Nobel – stavolta le parti si sono capovolte. È stata la vincitrice a telefonare al presidente. E la sua è per molti aspetti stata – almeno nella versione fornita da Trump – una vera e propria telefonata di scuse, una sorta d’inchino, quasi una genuflessione. Di certo una dedica e, in qualche modo, anche una condivisione.

Aiuto e perdono

Ha chiesto perdono, Maria Corina Machado. Perdono ed aiuto. E Trump, magnanimo, le ha garantito entrambe le cose. Non senza lasciar trasparire, tuttavia, un’ombra di biasimo ed irritazione per l’ennesimo sopruso subito in quel di Oslo (fonti attendibili sostengono che il presidente USA sia tuttora infuriato con il suo Segretario di Stato, Marco Rubio, perché fu proprio lui, quando ancora era senatore per la Florida, a proporre Maria Corina per il Nobel). “La persona che ha ricevuto il premio – aveva quello stesso giorno comunicato Trump, senza peraltro mai chiamar per nome la Machado – ha ammesso che il Nobel davvero lo meritavo io. Ed io – aveva quindi sottolineato, forse tra il serio e il faceto, anche se di faceto in Trump nulla di norma traspare, specie quando parla di se stesso – ho evitato di dirle che quel premio me lo poteva mandare”. Cosa che, aveva poi aggiunto senza facezia alcuna “credo avrebbe dovuto fare…”. Non l’ha fatto, Maria Corina. Ma non per questo lui le avrebbe fatto mancare il suo aiuto.  Perché di aiuto, il suo aiuto, il Venezuela – “il Paese è un disastro totale” aveva detto Trump – ha assoluto bisogno.

E l’aiuto è arrivato. Prima – una sorta di antipasto – nella forma (vedi sopra) di bombardamenti contro imbarcazioni giudicate, senza prove, parte del narcotraffico. E, quindi, nella forma del raid del 3 di gennaio e dell’arresto di Nicolás Maduro. Il tutto coronato da una molto paternalisticamente sprezzante (e di certo illuminante) sconfessione. Maria Corina Machado? Una brava donna – ha detto Trump rispondendo alla domanda di un giornalista. Brava, ma priva del “supporto”, e del “rispetto” necessari per governare il Venezuela. Il fatto che – sia pur per interposta persona, a causa della “inabilitazione” sancita dai tribunali chavisti – abbia vinto le ultime presidenziali non è che un marginalissimo dettaglio. Adesso, ha ribadito Trump, “governiamo noi”. Più avanti, sistemata la vicenda del petrolio, si vedrà.

Il raid del 3 gennaio ha, per molti aspetti, davvero rimesso le cose a posto, sgombrando il campo da ogni strumentale distrazione. Prima dell’operazione “Absolute Resolve”, così la cattura di Maduro è stata battezzata – l’accumularsi forze navali nel Caribe altro non era, ufficialmente, che parte di una operazione anti-droga. Per Trump e per la Donroe Doctrine Nicolas Maduro era alla testa di un cartello della droga – il Cartel de los Soles – che a detta degli esperti in materia non esiste. E andava, per questo, colpito. Secondo Trump, mai avaro quando si tratta di sparar cifre a casaccio, per ogni imbarcazione affondata nelle acque dei Caraibi, «25.000 vite americane», tutte potenziali vittime delle droghe da Maduro spacciate, vengono salvate negli Stati Uniti.

I calcoli sono presto fatti. Trentacinque imbarcazioni colpite (dato del 13 dicembre 2025) 875.000 vite salvate. Una ragione in più assegnare a lui – da vivo o alla memoria – tutti i Nobel per la Pace che, di qui all’eternità, restano da assegnare. Non fosse per il fatto che, mentre con toni da angelo vendicatore denunciava Maduro per i crimini commessi da un cartello che non esiste, Donald Trump ha, alla faccia della lotta al narcotraffico, concesso il suo perdono presidenziale all’ex presidente dell’Honduras, il super-conservatore Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere da un tribunale Usa per aver contribuito – pagato da un Cartello, quello di Sinaloa, che indiscutibilmente esiste – allo spaccio di 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.

Petrolio e potere

Ora quel che davvero conta, ben al di là e al di sopra dei destini giudiziari di Nicolás Maduro e della lotta al narcotraffico, sono le due”P”. Il potere che gli usa intendono esercitare, in accordo con la “Donroe Doctrine”, in ogni angolo del “cortile di casa”. Ed il petrolio che ora Tramp, da par suo falsificando la Storia, rivendica addirittura “a ritroso”. Ovvero: risalendo agli anni che precedettero la nazionalizzazione del 1976, avvenuta senza alcun attrito politico o diplomatico. Con i due partiti del “Punto Fijo”, AD e COPEI, non solo d’accordo, ma addirittura in competizione in materia di riappropriazione pubblica delle risorse naturali. E con le compagnie petrolifere che, senza drammi di sorta negoziarono i termini del cambio di proprietà, per poi ricevere da nuovo ente statale, il PDVSA, molto favorevoli contratti di sfruttamento.

In Venezuela non c’è mai stato – neppure dal punto di vista del più gretto imperialismo – alcun “furto” di petrolio. Anche nel 2007, quando Hugo Chévez cambiò i termini del rapporto con le compagnie petrolifere straniere, imponendo una proprietà del 51% per PDVSA, il tutto venne regolarmente negoziato con le compagnie medesime. E le due uniche imprese – la EXXON-MOBILE e la CONOCO PHILIPS – che non accettarono i nuovi termini e che per questo vennero da Chávez espropriate, sono poi state regolarmente rimborsate nei termini definiti dall’International Center for Settlement della Banca Mondiale.

Un’altra e fondamentale cosa Trump ha però, negli ultimi mesi, fatto per il Venezuela. Ha cancellato ogni forma di protezione a favore dei Venezuelani che in questi anni – in quella che è stata ed è la più drammatica diaspora della storia latino-americana – hanno “scelto la libertà” emigrando negli USA. Tutti deportabili. Tutti, per ripetere il più abusato dei ritornelli trumpiani – “delinquenti, assassini, stupratori e malati di mente” che “avvelenano il sangue della Nazione”. Tutti nemici. Per Donald Trump, semplicemente, il Venezuela non è – come Maria Corina auspica – un paese da liberare nel nome della democrazia. È piuttosto – per lui e per la sua “Donroe Docrine” – un paese da tenere a bada (magari occupandolo militarmente). O, più brutalmente, un altro degli “shithole countries” i cui migranti minacciano di azzerare un Occidente la cui “civiltà” si fonda esclusivamente (al diavolo la democrazia) su valori etnico-nazionali.

Lo scorso 10 dicembre, ad Oslo, Maria Corina Machado non era presente alla cerimonia di consegna del Nobel, perché, in quel mentre, era impegnata, con l’aiuto degli USA, in un avventuroso viaggio in uscita dal Paese che l’ha democraticamente eletta (sia pur via “proxy”), ma nel quale è costretta a vivere da clandestina. Ed è stata sua figlia, Ana Corina Sosa Machado, a pronunciare dal podio il discorso d’accettazione del premio. È stato, il suo, un discorso illuminato dalla speranza – “presto il Venezuela tornerà respirare”, ha detto – anche se inevitabilmente marcato dalla distorta visione storica del Venezuela più conservatore e oligarchico. Tutto in Venezuela era luce prima della lunga notte chavista. Niente dittature, niente povertà, niente ingiustizie. Solo libertà ed abbondanza.

Trump e Chávez, così lontani e così simili…

Una frase, tuttavia, è particolarmente risaltata, involontariamente rivelando il vero paradosso che oggi, sospinta da una risorta e trumpizzata dottrina Monroe, guida la battaglia peer la “liberazione” del Venezuela. “Dal 1999 – ha detto Ana Corina esponendo il pensiero della madre – il regime si è dedicato allo smantellamento della nostra democrazia: ha violato la Costituzione, falsificato la nostra storia, corrotto le forze armate, purgato i giudici indipendenti, censurato la stampa, manipolato le elezioni, perseguitato il dissenso e devastato la nostra biodiversità…”.

Basta pochissimo. Basta cambiare la data iniziale, mutare il tempo dei verbi e porre l’azione un po’ più (ma non tanto) in divenire, e la frase perfettamente s’adatta all’America che Maria Corina Machado va invocando come “liberatrice”. Mutatis mutandis, ovviamente, Donald Trump il “liberatore” e l’ “oppressore” Hugo Chávez possono, leggendo quella frase, specchiarsi l’uno nella politica dell’altro.

Fosse una favola potrebbe cominciare così: C’era una volta un paese nato, sia pur tra ambiguità e peccati originali, alla luce d’una frase – “We hold these truths to be self evident, that all men are created equal … – che aveva cambiato la Storia del mondo. La “Donroe Doctrine” ci dice che quel paese non esiste più.E il senso del nuovo imperialismo Usa, in fondo, è tutto qui.

Questo articolo è stato scritto per Critica Marxista. Ed apparirà, in versione condensata, nel numero della rivista che uscirà nel febbraio del 2026.

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