Il suo nome era Jimmy Clark (nessun livello di parentela, ovviamente, con il campione di F1 che, illo tempore, vinse un’industriale quantità di Gran Prix), ma di lui tutti ricordano soprattutto lo pseudonimo o, per meglio dire, il nome di battaglia: “Pitbull Jim”. Ed è triste pensare che, deceduto nel 2007 in un molto malandato ospizio per anziani in quel di Elba, in Alabama, al termine d’una d’un molto tormentato finale (per due volte è finito in prigione per truffa) Jim non possa oggi assistere – mentre gli scarponi anfibi dei marines da Trump inviati per “liberare” Los Angeles calpestano il suolo della California ribelle – allo spettacolo radioso della sua rivincita di fronte alla Storia.
Jimmy Clark, come di certo rammentano tutti coloro che conoscono gli eventi della lotta per i diritti civili negli USA, ricopriva alla metà degli anni ’60 la carica di sceriffo in quel di Selma, ridente cittadina della contea di Dallas, non lontana da Montgomery, capitale dello Stato dell’Alabama. E lui fu l’impavido condottiero che, adempiendo con lo zelo dei veri credenti agli ordini di George Wallace, allora governatore dello Stato – quello del “segregazione oggi, segregazione domani, segregazione per sempre” – entusiasticamente guidò la locale polizia in quella che gli annali ancor oggi ricordano come “the Bloody Sunday”, la domenica di sangue. Di fronte a sé Jim aveva il più infido e spietato dei nemici: i circa 600 partecipanti alla marcia che, nell’aprile del ’65, guidata dal reverendo Martin Luther King, s’era proposta, reclamando il “diritto di voto” ed altre egualitarie ed antirazziste chimere, di attraversare l’Edmund Pettus Bridge che unisce le due sponde del fiume Alabama per poi congiungersi con la strada che conduce a Montgomery, capitale dello Stato e vero obiettivo della marcia di protesta
“Spaccherò le ossa ad ogni scimmia che attraversi ilponte”
Rispondendo alla chiamata di Wallace, Pitbull Jim lo aveva solennemente promesso: “Spaccherò tutte le ossa (“every single bone”), ad ogni scimmia (così lui chiamava gli afroamericani n.d.r.) che si azzardi ad attraversare quel ponte”. E fu di parola. Le cronache del tempo raccontano infatti come, con geniale mossa tattica, l’eroico sceriffo abbia quel giorno attaccato i manifestanti mentre, ancora sul ponte, erano raccolti in preghiera. E come, sguinzagliando mute di cani per questo addestrate e brandendo manganelli, abbia da par suo cominciato, in effetti, a “spaccar ossa”. Quelle del cranio in particolare. Furono, per l’occasione ricoverate all’ospedale – quattro in camera di rianimazione e, per ordine dell’eroico sceriffo, incatenate al letto per evitare fughe – almeno cento teste rotte. E non solo. Attento, come ogni buon generale, ad ogni dettaglio, Pittbull Jim non risparmiò neppure le seconde linee – un’ottantina di bambini tra i sei e gli undici anni – dello schieramento nemico. E con audace manovra sistemò queste truppe di riserva sospingendole a colpi di teaser elettrico – sí, quegli strumenti che, di norma, si usano con il bestiame – all’interno d’un recinto all’uopo da lui allestito nella campagna circostante. Militarmente parlando, un vero trionfo.

Prima di tornare a raccontare più in dettaglio quel che sessant’anni fa accadde a Selma, essenziale è tuttavia, per comprendere a fondo le ragioni della postuma, ma comunque storica “rivincita” di Pitbull Jim, concentrare l’attenzione su quel che, regnante Donald Trump, sta accadendo oggi a Los Angeles ed in altre parti degli Stati Uniti d’America. Come molti ricorderanno, Trump lo aveva detto e ridetto nel corso della sua campagna elettorale. Gli Stati Uniti sono oggi un “paese occupato”. Occupato da chi? Da orde di immigrati che altro non sono che bande di stupratori, assassini, pandilleros e malati di mente, appositamente liberati dalle locali carceri da nazioni nemiche che, con la complicità dei governi democratici, intendono distruggere l’America. Votare per lui avrebbe significato – aveva detto e ripetuto – l’avvio di una vera e propria “guerra di liberazione”, marcata dalla più grande operazione di deportazione della storia universale.
Ed è così, sulla base di questi principi e di queste promesse, che in effetti giorni fa, è cominciato l’attacco contro Los Angeles, giusto – trumpianamente parlando – nel cuore della “più occupata” parte della “America occupata” da Trump tante volte apocalitticamente descritta nei suoi comizi. Stando ad una ricostruzione del Wall Street Journal – quotidiano non propriamente di sinistra, anzi, sia pur con qualche sofferenza, decisamente in orbita trumpiana – così sono andate le cose.
Stephen Miller :”Qui si va troppo per il sottile”
Alla fine di maggio, Stephen Miller, deputy chief of staff e riconosciuto “ideologo” della politica anti-immigrazione di Donald Trump, ha convocato d’urgenza una riunione dei dirigenti del ICE (U.S. Immigration and Custom Enforcement, la polizia di frontiera che, per l’appunto, si occupa di immigrazione). E – pare con molto furiosi accenti – questo in sostanza ha detto loro. Signori, qui il piatto piange. Donald Trump ha promesso al Paese la più grande deportazione della storia Ed ora, a quasi cinque mesi dalla cerimonia inaugurale, spentisi gli applausi per la ostentata crudeltà ed illegalità di alcune brillanti operazioni -vedi la fulminea spedizione di un paio di centinaia di venezuelani nei lager del Salvador – statisticamente risulta che, in materia di deportazioni, siamo ancora al di sotto della media dei precedenti governi democratici (Biden e, soprattutto, Obama). Perché? Perché, ha sbottato Miller, qui si va troppo per il sottile. In una molto zelante e, nel contempo, ridicolmente restrittiva interpretazione del Trump-pensiero – laddove il Grande Leader afferma che saranno gli “immigrati criminali” ad esser deportati – si sta perdendo un sacco di tempo per cercare gente con la fedina penale sporca o, comunque, con riscontrabili tendenze al crimine. Per l’appunto: gli stupratori, gli assassini, i pandilleros di varie affiliazioni da Trump tante citati nelle sue filippiche di campagna.

È tempo di cambiare – ha imperiosamente ricordato Miller – rammentando una semplice verità: l’immigrato senza documenti (ed anche quello con documenti se ha la pelle scura, nota, questa, del redattore sulla base di un’accurata analisi degli scritti e dei discorsi di Miller) è, di per sé, un criminale. E va cercato là dove si trova. All’alba di fronte alle filiali di Home Depot o di Seven/Eleven, dove si presentano alla ricerca di lavoro giornalieri e precari, come muratori, idraulici, addetti alle pulizie o, comunque, “uomini di fatica”. Nelle cucine dei ristoranti, per le strade che attraversano pedalando con delivery da consegnare qua e là, o trasportando su vecchie carrette strumenti per il giardinaggio, pronti a tagliar erba e rassettar siepi là dove capita. Il nemico, ha sentenziato il primo consulente anti-immigrazione di Donald Trump, si cela ovunque e ovunque va instancabilmente cercato. Al lavoro, dunque, e alla lotta. Rastrellare, arrestare, se è il caso pestare e, soprattutto, “deport, deport, deport …” (questa triplice, infervorata ripetizione è letteralmente tratta da una intervista rilasciata giorni fa da Milller su Fox News)
L’ “ovunque” dove giorni fa è scoppiata la scintilla d’una rivolta che ancora continua e cresce, è il quartiere losangelino di Westlake, abitato prevalentemente da latinos. È qui che gli agenti dell’ICE, armati fino ai denti e con il volto coperto, hanno fatto irruzione nel locale sede di Home Depot, la gigantesca catena commerciale che è una sorta di mecca del “fai da te”, anche se a comprare sono, assai spesso, quelli che “fanno per te”, vale a dire: i succitati muratori, imbianchini, idraulici, immigrati senza documenti che, provenienti da quelli che Trump elegantemente definisce “shithole countries”, paesi del buco del culo, per quattro soldi, rimettono a posto case e giardini. E questo gli agenti del ICE hanno zelantemente fatto pedissequamente seguendo le indicazioni di Miller e la volontà del Leader Supremo. Hanno rastrellato, picchiato, ammanettato e, dulcis in fundo, trascinato tutti in un centro di detenzione, in attesa – un’attesa che, dicano quel che vogliono i giudici, sarà la più breve possibile – di deportare, deportare, deportare…
Una consolidata, naturalissima parte della quotidianità.
Quella che oggi Donald Trump ed i suoi accoliti chiamano una “insurrezione” – e che, in quanto tale ha ispirato, nonostante la furiosa opposizione del Governatore della California, Gavin Newsom e del sindaco di LA, Karen Bass, la discesa in campo prima di 4.000 uomini della Guardia Nazionale e, quindi, di 700 marines – altro non è stata che questo: l’indignata, spontanea protesta, subito estesasi a gran parte della California ed a molte altre città d’America, degli abitanti d’un quartiere – Westlake, per l’appunto – dove molti, forse la maggioranza, sono passati, direttamente o per testimonianza di precedenti generazioni, per l’esperienza dell’ “indocumentado”. Ed è stata anche la protesta – oltre la realtà dei molti ghetti che la compongono – d’una intera “città-arcipelago” nella quale la presenza di immigrati dal sud, con o senza documenti, è da sempre una consolidata, naturalissima parte della quotidianità. Se vogliamo, il risvolto di una permanente ingiustizia – nelle fabbriche, nelle strade, nei negozi, nei ristoranti, nei giardini – e d’una storica forma di sfruttamento.
Una presenza, quella degli immigrati, che in ogni caso, pur nella sua basica ingiustizia, è dalla notte dei tempi parte vitale, imprescindibile della vita economica della città. Nel 2004 uscì nelle sale (ed ebbe un considerevole successo di critica e di cassetta) un “mockumentary” (un falso documentario con fini satirici) dal titolo “A Day Without a Mexican”, un giorno senza messicani, diretto da Sergio Arau. In quella pellicola “off-Hollywood” si descriveva lo stato di paralisi e panico, nel quale precipitava l’intera California a causa della misteriosa scomparsa, dopo un altrettanto misterioso giorno di fittissima nebbia, di tutti i lavoratori immigrati. E celebre resta la barzelletta che, durante la campagna elettorale del 2016, beffardamente accompagnò la proposta trumpiana di costruire, pagata da un volente o nolente governo messicano, una gigantesca muraglia anti-immigrati lungo tutte le oltre 3mila miglia delle frontiera sud. Gli unici, si diceva beffardamente allora, che avrebbero potuto materialmente realizzare l’impresa – che infatti realizzata non fu, nonostante la vittoria di Trump – erano i lavoratori messicani che il muro voleva tener fuori dal sacro suolo statunitense.

Così stavano e così stanno le cose. In molti modi si può definire la storica e normalissima presenza di immigrati senza documenti in California, tranne che come una “invasione”. E in nessun modo – a meno ovviamente di non essere, per fede o per opportunismo politico, un militante trumpiano – si possono definire come una “insurrezione” le proteste provocate dai rastrellamenti in stile Gestapo degli uomini dell’ICE, da Stephen Mille arringati nel nome di Donald Trump.
Le cronache di questi giorni raccontano di manifestazioni rabbiose, ma in larghissima parte pacifiche, con una modesta appendice – capita sempre un po’ dovunque – di auto a cassonetti dell’immondizia dati alle fiamme, vetrine rotte e qualche episodio di saccheggio. Più qualche ferito tra gli agenti dell’ICE o, nella maggioranza dei casi, dagli agenti dell’ICE. Scene, in ogni caso, anni luce lontane da esperienze del passato, in una parte d’America che, anche in anni relativamente recenti, è stata teatro di violentissime rivolte razziali: Watts nel 1965 (“burn, baby, burn”) o, ancora, a Los Angeles nel 1992 dopo che il gratuito pestaggio poliziesco di un automobilista negro, Rodney King – pestaggio filmato e trasmesso da tutte le TV – aveva scatenato giorni e giorni di ferro e fuoco. Giorni, pure, all’epoca, nessuno s’era azzardato a definire come momenti d’una “insurrezione”.
I precedenti
Nel 1965, regnante Lyndon Johnson, e nel 1992, regnate George H. Bush (o Bush padre, come si suole chiamarlo), i presidenti in carica decisero infine, in situazioni ormai obiettivamente fuori controllo, di far scende in campo (“federalizzandola” come si dice in gergo) la Guardia Nazionale. E lo fecero con il pieno consenso, anzi per diretta sollecitazione, di autorità locali – governatore, sindaco, dirigenti della polizia – travolte dagli eventi. Oggi Trump i 4.000 uomini della Guardia Nazionale prima e poi i 700 marine i marines li ha invece chiamati, arbitrariamente invocando una legge del 1807, di fatto sbattendoli in faccia al goverrnatore Newsom (che sta, peraltro, rispondendo a dovere). Il tutto nel nome di una “emergenza”, anzi, di una guerra che non esiste. E che, proprio per questo va creata, come essenziale precondizione d’una marcia verso il potere assoluto.

Si potrebbe discettare a lungo sull’intrinseca ignominia d’un presidente nato miliardario che pur essendo, ufficialmente, un “convicted fellon” – ovvero, giudicato, cosa mai prima accaduta ad un presidente Usa, colpevole da una regolarissima giuria per 34 reati penali – va oggi a gran voce chiamando criminali gente che, in condizioni di estrema precarietà giuridica (l’assenza di documenti, per l’appunto) si guadagna un magro vivere imbiancando pareti o consegnando pizze a domicilio. O, ancor più sull’ostentata sconcezza d’un presidente che avendo appena perdonato tutti i condannati per una vera insurrezione – quella del 6 gennaio del 2021, da lui medesimo ispirata nel tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni presidenziali – oggi denuncia come una letale minaccia alla sopravvivenza della Nazione, proteste in gran parte pacifiche e, oltretutto, da lui stesso volontariamente provocate come strumentali fonti di “emergenza”.
Come tutti gli aspiranti dittatori, Trump ha bisogno di “nemici”
Si potrebbe, ma non ne vale la pena, perché questo è ormai chiaro. La “emergenza” e la guerra – contro il nemico esterno o interno, rileggere, per ulteriori informazioni il “1984” di George Orwell – sono da sempre parte dell’armamentario degli aspiranti dittatori. E Trump non fa eccezione. O, se la fa, è per la estrema grossolanità della sua replica, per l’ovvietà grottesca dei suoi gesti, delle sue parole e dei suoi piani. In questi primi quattro frenetici mesi di presidenza, Trump, in fondo, non ha fatto altro che questo: cercar nemici. Non solo gli immigrati – stupratori, assassini etc. – che invadono e militarmente occupano gli Stati Uniti, ma anche la Danimarca (che si ostina a non voler cedere la Groenlandia allo zio Sam), il Canada (che non si rassega a diventare, come Trump desidera, il 51esimo Stato dell’Unione), il governo di Panama (che non vuole restituire il canale), i geografi (che, violando un decreto da lui firmato (uno dei circa 200) continuano a chiamare Golfo del Messico, quello che lui ha d’autorità ribattezzato Golfo d’America), l’Unione Europea e, in pratica, tutti i paesi che hanno relazioni commerciali con gli Stati Uniti. Tutti nemici, tutti da punire con una molto divagante pioggia di tariffe decretate, tolte e ri-decretate che, a dispetto delle sue simpatie trumpiane, il Wall Street Journal ha a malincuore dovuto definire, mesi fa, “la più stupida guerra commerciale della Storia dell’umanità”.

E qui si torna a bomba. In che misura la discesa in campo della Guardia Nazionale a Los Angeles, contro la volontà del governatore e del sindaco – più ancora, come un aperto, arrogante gesto di sfida nei loro confronti – rappresenta una storica rivalsa per lo sceriffo di Selma Jim Clark, meglio noto come “Pitbull Jim”? E perché è proprio in questa rivalsa che è oggi possibile misurare la più intima sostanza di questa seconda presidenza di Donald J. Trump, la profondità dell’abisso nel quale sta precipitando la più antica democrazia del mondo?
Per rispondere basta un’occhiata ai precedenti. Ci sono infatti stati altri casi in cui i presidenti in carica hanno mobilizzato la Guardia Nazionale contro la volontà delle autorità locali. E l’ultima di queste volte fu proprio in Alabama, a ridosso del “Bloody Sunday”. Fu, infatti, appena dopo che le immagini dell’attacco alla marcia diretta Martin Luther King erano state trasmesse via TV in tutta l’America, sollevando un’ondata di sdegno e vergogna, che Lyndon Johnson fece la sua scelta. E “federalizzò” la Guardia Nazionale per difendere, da un lato, un sacro diritto: quello di protestare per chiedere giustizia, cartina di tornasole d’ogni democrazia. E, dall’altro, per cancellare, finalmente, la macchia della segregazione razziale, orrido retaggio, in pressoché tutti gli Stati del Sud, di quello che della democrazia USA fu il mai completamente redendo peccato originale: la schiavitù.
In precedenza, c’erano stati altri analoghi casi. Nel 1957 il repubblicano Ike Eisenhower aveva mandato le truppe a Little Rock in Arkansas, per garantire, contro l’aperto boicottaggio del governatore, Orval Faubus, la pratica attuazione nello Stato della Brown v. Board of Education, sentenza con la quale, tre anni prima, la Corte Suprema aveva decretato, su scala nazionale, la fine della segregazione razziale nelle scuole. Ed altrettanto aveva fatto per due volte John Kennedy, nel 1963, prima in Mississippi, e poi proprio in Alabama.

Ora Trump ha ribaltato come un guanto questa logica. Le truppe le ha mandate a Los Angeles – e minaccia di mandarle ovunque si accenda, violenta o meno che sia, una protesta contro i suoi rastrellamenti e le sue deportazioni – non per garantire diritti, ma per negarli nel nome di una “emergenza” che non esiste o che, se esiste, è stata da lui ad arte creata. E Trump già lo ha annunciato: le prossime vittime di questa logica potrebbero essere, già sabato prossimo, quanti si azzardassero a rovinare, con qualsivoglia forma di protesta, la grande parata militare da lui organizzata, a Washington – un assoluto inedito per gli Stati Uniti – nel giorno del suo compleanno (che casualmente coincide con la data di fondazione dell’esercito).
Come tutti i dittatori (già arrivati o ancora in marcia, come nel suo caso) Donald è strutturalmente un presidente in guerra. Guerra contro gli immigrati che – parole sue, anche se sembrano letteralmente tratte dal “Mein Kampf” di Adolf Hitler -“avvelenano il sangue della Nazione”. Contro le Università che producono scienza e sapere. Contro la libertà di espressione in tutte le sue forme. Contro una Storia che vuole riscrivere a sua immagine e somiglianza. Nella sua recente visita a West point, nel suo discorso ai cadetti , Trump ha annunciato d’avere ordinato l’eliminazione dalla biblioteca dell’Accademia Militare, di tutti i libri critici degli Stati Uniti. Niente più riferimenti al massacro delle popolazioni originali, allo schiavismo, al razzismo’ o ad altro. Solo la gloria finalmente restaurata dal presidente che in quel momento dal podio – cosa mai vista in quello che tradizionalmente era sempre stato un territorio politicamente neutrale a loro si rivolgeva con un MAGA-cappello in testa.
Jimmy Clark vive e lotta insieme a loro
Donald Trump sta riscrivendo la Storia d’America. E chissà che, nel riscriverla non ordini anche una cinematografica rivisitazione del “Bloody Sunday”. Nessun bisogno, nel caso. di un elaborato lavoro di casting. I personaggi sono già tutti a disposizione. Il corpulento e truce Tom Homan, l’attuale “frontier czar”, lo zar della frontiera da Trump nominato per ‘mettere le cose a posto” lungo la frontiera Sud, potrebbe tranquillamente interpretare la parte del governatore George Wallace. E la parte di Pitbull Jim potrebbe, con una piccola variante “femminista” – basterebbe, per questo, ricorrere al vecchio trucco hollywoodiano del “liberamente ispirato alla storia di…” – toccare all’attuale Homeland Security Secretary, Kristi Noem, quella che nella sua biografia s’è vantata d’aver ucciso a fucilate un cane cucciolo che, per indisciplina, le aveva rovinato una battuta di caccia; ed anche quella che è più di recente volata In Salvador al solo scopo di pavoneggiarsi di fronte ai “dannati” del CECOT, la prigione-tomba allestita da Nayib Bukele, il presidente-aguzzino che delle deportazioni trumpiane è, come una sorta di Statua della Libertà ribaltata, diventato l’orgoglioso destinatario: mandate a me i vostri deportati, i vostri indesiderati, da qui, non usciranno vivi”. Con la simpatica Kristi nella parte, la sceneggiatura “liberamente ispirata a…” , potrebbe addirittura conoscere un molto edificante “prequel”. Con la Noem che, fedele alla sua fama d’ammazzacani, giustizia un paio di pastori tedeschi, colpevoli di essersi rifiutati di attaccare, come da ordini ricevuti, i manifestanti.
Di certo c’è che, con Trump – questo Trump 2.0 ormai completamente liberato dalle remore del vecchi repubblicanismo conservatore ma democratico – l’America la sua storia la sta, a passi di gigante, ripercorrendo al contrario. Tornando a prima della lotta per i diritti civili, ai giorni cupi di qel “Immigration Act “del 1924 che Adolf Hitler sperticatamente esaltò come una testimonianza di razzismo applicato nel suo “Mein Kampf. Agli anni dello schiavismo. O ancora più indietro. Più indietro, perfino, di sé stessa, verso una sorta di medioevo americano, nelle tenebre che aveva preceduto quel “We hold these Truths to be self evident, that all men are created equal”, che nel 1776, spianò la strada della sua avventura nel mondo.
In quest’America al di là (al di sotto) di sé stessa, Jim Clark, detto Pitbull Jim – fino a ieri ai primi posti nella lunga lista dei “cattivi“nazionali – sarebbe stato, non v’è dubbio alcuno, un campione di libertà, un “liberatore”. Peccato, davvero, che non possa oggi vivere, in un’America grazie a Trump ritornata la “sua” America, questi giorni di redenzione e di gloria.

