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Saturday, April 13, 2024
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Con-man for president. Trump ora vende scarpe

Mentre stancamente procede la campagna delle primarie in direzione d’una ormai scontata sfida presidenziale – di fatto una replica, in chiave di rivincita, di quella consumatasi, con tumultuoso finale, nel 2020 – due cose vanno rivelandoci o, meglio, confermandoci tutti i sondaggi.

La prima: Donald J. Trump ha ormai da tempo, volendo usare una molto popolare metafora, “fatto le scarpe” a tutti i suoi possibili contendenti in campo repubblicano. Tutti, compresa quella Nikki Haley che – unica sopravvissuta dopo le prove dell’Iowa, del New Hampshire e del Nevada – continua imperterrita, seppur irrimediabilmente scalza, una corsa a tutti gli effetti diventata un puro atto di testimonianza. Puro ed anche piuttosto patetico, considerato che molto arduo è comprendere che cosa, politicamente parlando, Nikki intenda testimoniare in un partito ormai definitivamente trasfiguratosi, anche per sua responsabilità, in un culto. Il culto, per l’appunto, di Donald Trump.

Biden? Too old for the job

La seconda: il prossimo novembre, le scarpe (sempre restando in metafora) Donald J. Trump potrebbe farle – nonostante i suoi storici indici di (im)popolarità, da sempre molto al di sotto della linea di galleggiamento del 50 per cento – anche all’attuale presidente e sicuro candidato democratico, l’ottantunenne Joseph Robinette Biden, sempre più appesantito dalla zavorra della propria veneranda età e dalla (apparentemente insuperabile) percezione di fisica debolezza e senile smemoratezza che, a causa di quanto sopra, ha messo non più estirpabili radici nel, chiamiamolo così, senso comune dell’elettorato. Non c’è niente da fare. I tre quarti degli americani giudicano oggi Biden “too old for the job”, troppo vecchio per meritare un quadriennale prolungamento del contratto d’affitto che gli consente di soggiornare nella candida magione di 1600 Pennsylvania Avenue. E questa sensazione – inevitabilmente destinata ad auto-alimentarsi nei mesi a venire, essendo il tempo notoriamente più che mai tiranno quando il problema è la vecchiaia – potrebbe alla fine determinare gli esiti della prossima contesa presidenziale. Con tanti saluti a quel che resta della “prima democrazia del mondo”.

Tutto (e il contrario di tutto) può succedere di qui a novembre. In attesa tuttavia di capire chi, giunto alla decisiva prova delle urne, farà le scarpe a chi, una cosa vale la pena riportare – e stavolta del tutto fuor di metafora – in materia di calzature. Donald Trump si è messo a vederle. Sì, sta vendendo scarpe. E lo sta, non sorprendentemente, facendo “alla Trump”. Vale a dire: nei termini più pacchianamente ostentati che sia dato immaginare. Per l’esattezza: Donald Trump ha di recente venduto ad una misteriosa società chiamata 45Footwear, il diritto d’apporre il suo venerato nome ad una variante di sneakers (scarpe da ginnastica, da pallacanestro o “del tennis” come si diceva a Milano ai tempi della famosa canzone di Enzo Jannacci) ora vendute, “in limitatissimo numero” come “collector’s items”, oggetti da collezione, al modico prezzo di 399 dollari.

Scarpe con superpoteri

Di Donald Trump quelle scarpe ostentano, in realtà, molto più del nome (riassunto da una molto evidente “T” all’altezza delle caviglie). Tutte dorate e luccicanti, ne riflettono piuttosto a tutto tondo, come chiunque può agevolmente constatare, lo stile e la filosofia. Nonché, ovviamente l’indomito coraggio ed i superpoteri (che certo, avesse anche soltanto una lontana conoscenza d’Omero e dell’Iliade, Trump non esiterebbe a paragonare a quelli del pelide, o piè veloce, Acbille). Il “titolo” di quelle scarpe è, infatti, “Never Surrender (mai arrendersi) High Top”. Lo stesso che Trump aveva scelto per la sua alquanto truce foto segnaletica – quella che gli scattarono mesi fa quando gli vennero notificate le prime quattro delle 91 imputazioni criminali delle quali deve, a vario titolo, rispondere di fronte alla Giustizia – diventata poi anch’essa parte, in forma di tazze, bicchieri t-Shirt o portachiavi – d’una più vasta campagna di merchandising.

A presentare quelle dorate calzature al pubblico – la cui vendita, assicurano i misteriosi gestori della misteriosa 45Footwear, nulla ha a che fare con qualsivoglia campagna politica – ha provveduto lo stesso Trump, in pompa magna, nel corso della Sneakers Con, la periodica mega-riunione dei fabbricanti di scarpe da ginnastica (colossi tipo Nike) che quest’anno si è tenuta a Philadelphia.

Chi compra queste scarpe dorate, ha detto in sostanza Trump, di fronte a quella platea di super-esperti del ramo (che peraltro lo ha accolto con un misto di applausi e fischi) correrà come me con le ali ai piedi verso sicure vittorie. Primo appuntamento: il prossimo novembre. E subito le malelingue – quelle che Trump chiama le Fake News – hanno approfittato delle circostanze per insinuare un qualche possibile nesso tra questa iniziativa commerciale e le più recenti disavventure giuridico-finanziarie dell’ex-presidente. Il tutto partendo dalla notizia, vecchia solo di qualche giorno, che un tribunale civile di New York ha affibbiato a Trump ed al suo impero immobiliar-finanziario-commerciale, una multa pari a dollari 355 milioni per aver sistematicamente sopravvalutato il proprio patrimonio – in Italia si chiama falso in bilancio – al fine d’ottenere dalle banche prestiti e prebende altrimenti non conseguibili. Multa che va peraltro ad aggiungersi agli 83,3 milioni di dollari che Donald Trump è stato da un altro tribunale civile condannato a pagare, come risarcimento per ripetuti episodi di diffamazione, a E. Jean Carroll, una delle circa due dozzine di donne che, in questi anni, hanno rivolto a Trump accuse – più che giustificate secondo la giuria che a deciso il caso di E. Jean Carroll, da Trump aggredita mentre si provava un vestito nello spogliatoio d’un grande magazzino newyorkese – di violenze sessuali di varia natura. Varia, ma sempre in perfetta sintonia con quanto da Trump a suo tempo notoriamente teorizzato in una famosa conversazione tramandata agli annali, nel non lontanissimo 2016, come “Access Hollywood Tape”. Se sei ricco e famoso – aveva in quell’occasione sostenuto Trump – puoi afferrarle quando vuoi per la (aggiungere qui la più volgare tra le possibili definizioni dell’organo sessuale femminile) e non ti dicono niente…

Cosa vende Trump? L’idea platonica di se stesso

Ma stanno davvero così le cose? Donald Trump si è davvero messo a vender scarpe perché ha un disperato bisogno di soldi? Per quanto la risposta a questa domanda possa essere assolutamente positiva (questo per quel che si sa, essendo la vera sostanza del patrimonio di Trump avvolta nelle più fitte nebbie), le perfide Fake News mancano in questo caso clamorosamente il bersaglio. Certo: in casa Trump il piatto sta – per usare una metafora pokeristica – davvero piangendo. Ma la vendita di se stesso – o, per meglio dire della idea platonica di se stesso – è sempre stata, con la pioggia o col sole, parte integrante, il vero motore per molti aspetti, del “business model” propugnato da Trump.

Basta un breve viaggio in rete per constatare come le scarpe d’oro con la grande “T” non siano, in realtà, che la più attualmente visibile e gridata parte di una lunga e gridatissima serie prodotti che di Trump portano il nome. Vini, vestiti, collezioni di figurine, ritratti, articoli regalo d’ogni tipo. Persino profumi. Quello che gli appositi siti assicurano essere, tra questi ultimi, il più venduto – perché decisamente il più trumpiano – si chiama “Victory”. E questo dice lo slogan che l’accompagna: “The signature scent of strength and success”, l’inconfondibile aroma della forza e del successo. E basta un piccolo salto all’indietro, poi, per constatare come in anni appena più lontani – nel 2007, anche in questo caso, curiosamente, in coincidenza con un paio delle sei bancarotte che hanno costellato la sua vita d’imprenditore – Trump avesse fatto irruzione anche nel mercato alimentare, mettendo in vendita, attraverso la catena commerciale “Sharper Image” e QVC, il più noto tra i canali di vendite televisive, la Trump-steak (la bistecca Trump) la Trump-vodka, l’acqua minerale Trump e la birra analcolica Trump. Il “profumo del successo” – se ma mai successo c’è stato – a dir il vero non durò, in questo caso, che un paio d’anni. Già alla fine del 2008 QVC aveva cessato la vendita di bistecche ed affini. Ed agli inizi del 2009 le mancati vendite delle leccornie trumpiane avevano dato, in un alquanto puzzolente contesto, un decisivo contributo al fallimento di “Sharper Image”.

La ragione della catastrofe? In quell’anno, il Wall Street Journal così la riassunse. Nel contratto che autorizzava la messa in vendita dei suoi prodotti, Trump aveva preteso che “Sharper Image” collocasse, in ciascuno dei suoi negozi, visibilissime e molto “ritoccate” gigantografie di Trump medesimo. E questo fu quel che accadde. La gente entrava nei negozi, si faceva un selfie accanto alle gigantografie e se ne andava senza consumare cibo o bevande. Anche perché quel cibo e quelle bevande costavano, in virtù del fatto che portavano una T dorata stampata sulla confezione, il triplo di quel che sarebbero costate altrove.

Fu a suo tempo Fran Lebowitz, geniale direttrice di Vanity Fair, a dare la più efficace e sintetica interpretazione del fenomeno. O, se si preferisce, la più chiara definizione di quella che – un po’ forzatamente – più sopra viene in quest’articolo definita la “idea platonica” che Trump ha di se stesso. Trump – scrisse Lebowitz – riflette l’idea che i poveracci (i “loser”, i perdenti, l’umana variante che Trump più disprezza n.d.r,) hanno dell’uomo ricco”. E questo è quel che, in effetti, Trump ha sempre fatto, prima da Tycoon immobiliare venerato dai rotocalchi, poi come divo televisivo via “The Apprentice” e, quindi, come uomo politico, anzi, come uomo della Provvidenza intento ad afferrare nelle sue più sensibili parti e violentare, rimodellandola a propria immagine somiglianza, l’intera Nazione: vendere ai poveracci questa idea. Vendere, nel nome d’una illusione, un prodotto (lui stesso) a ben più del triplo del suo valore reale. In sostanza, vendere un imbroglio, una menzogna. Ed il più bell’esempio resta, in proposito, la sua “Trump University”. Vale a dire: una università che, messo da parte ogni inutile orpello culturale o scientifico, si proponeva di insegnare ai suoi studenti – ovviamente dietro lauto pagamento – l’unica cosa che davvero conta: l’arte di diventare ricchi. Quello che in realtà quell’università insegnava era – attraverso i più cialtronescamente selezionati insegnanti – come buttar via i propri danari per qualcosa che non esisteva in natura. Trump venne, per questo, denunciato per truffa. Ed infine risolse la cosa extragiudizialmente pagando parecchi milioni di risarcimento ai truffati.

William Thompson, l’originale “con-man” è tornato tra noi

Il teatro nel quale Trump ha, giorni fa, messo in mostra l’ultima dorata espressione di questa menzogna – le sue “Never Surrender High Top” scarpe del tennis – si chiama, come sopra indicato, Sneaker Con. Laddove “Con” è ovviamente l’abbreviazione di Conference. “Con” è però anche il suffisso che si associa ad attività o persone truffaldine. “Con” come in “con-artist”, o in “con-game”. Con” come in “con-man” – che sta, per l’appunto, per imbroglione, impostore, ciarlatano – titolo questo che, come un’ombra, ha accompagnato ogni movimento di Trump lungo la sua intera esistenza. “I can recognize a con-man when I see one”, io so riconoscere un imbroglione quando ne incontro uno. Questo disse il noto imprenditore Michael Bloomberg nel 2016, riferendosi a Trump, durante la Convention repubblicana del 2016, quando ancora il G.O.P. (Grand Old Party) conservava alcuni tratti del suo originale essere il “partito di Lincoln”.

Con-man – ci spiegano i dizionari di espressioni idiomatiche – viene da “confidence-man”, titolo che nel lontano 1849 i media assegnarono ad un tal William Thompson, resosi tristemente famoso, nella New York dell’epoca, perché, nei pressi di quella che è oggi Time Square, usava raggirare i più ingenui passanti, prima guadagnandosi la loro confidenza con melliflui discorsi, e quindi chiedendo loro in prestito danari, orologi o gioielli, nessuno dei quali, prevedibilmente, si chiamava Pietro. Arrestato e processato l’originale con-man venne infine condannato ad una mezza dozzina di anni di carcere e di lui si perse memoria. Di lui, ma non dell’espressione “confidence-man” o, più comunemente, “con-man”.

 E proprio questo è, in fondo, quel la vicenda del Trump scarparo torna, con sempre più inquietanti accenti, a raccontarci. Oggi, 174 anni dopo, William Thompson è tornato tra noi. Non come truffatore di strada, ma come candidato, anzi, come ri-candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Non per sottrarre ai passati orologi o danari, ma per distruggere la democrazia. Con quali conseguenze per l’America – e per un mondo nel quale i con-men vanno un po’ dovunque avanzando – lo sapremo il prossimo novembre.

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