A dispetto delle sue non impeccabilissime credenziali democratiche – nel 2002 appoggiò il fallito golpe contro Hugo Chávez, allora più che legitto presidente – María Corina Machado, indiscutibile vincitrice delle elezioni presidenziali del luglio scorso, è diventata il riconosciuto simbolo delle aspirazioni democratiche del Venezuela. Ed è in queste vesti che, mesi fa, a Oslo, le è stato assegnato il premio Nobel per la Pace. Premio che Corina ha poi però provveduto – in un molto patetico atto di sottomissione – a simbolicamente consegnare a Donald Trump, il presidente USA che, da sempre – ed impavidamente sfidando il ridicolo e la decenza – quel premio reclama per sé.
Da Trump – l’uomo che a inizio anno ha sequestrato, con un classico blitz militare, il presidente venezuelano Nicolás Maduro, María Corina s’attendeva una pronta consegna delle chiavi de un nuovo Venezuela “democratico”. Chiavi che però Trump ha mantenuto, in una molto gattopardesca operazione, nelle mani delle vecchia élite chavista, ora sotto il comando di Delcy Rodríguez. Con Corina in attesa – un’attesa che appare ogni giorno un permanente stato – del suo trionfale ritorno a Caracas.
Ecco come, in un eccellente articolo pubblicato da El País di Madrid, María Martín racconta questa attesa, sempre simile a quella della celebre opera teatrale di Samuel Beckett.

