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Venezuela, la terra trema…

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“Erano da poco passate le quattro, il cielo sopra Caracas era estremamente limpido e luminoso, un’immensa calma aumentava l’intensità d’un caldo insopportabile, umido al punto che cadevano gocce d’acqua, ma non c’erano nuvole a rilasciarle. Uscì di casa per andare alla Cattedrale. Circa cento passi prima di raggiungere Piazza San Jacinto ed il convento dell’Ordine dei Predicatori, la terra cominciò a muoversi con un suono terribile….A quel suono inaudito e inspiegabile seguì, dopo molti minuti, un silenzio di tomba…Ora ero solo in mezzo alla piazza ed alle macerie. E dalle macerie, rotto quel silenzio di tomba, cominciarono, come venissero dall’inferno, le urla di coloro che stavano morendo all’interno del tempio. Mi arrampicai su quel cumulo di polvere e pietre ed entrai in quel che del tempio restava. Tutto è successo in un istante. Una città che era l’orgoglio delle Americhe era ora ridotta in rovina. E lì, tra le rovine, ho visto una quarantina di persone fatte a pezzi o prossime a morire tra i detriti….”

Con pochissime variazioni potrebbero, queste parole, esser state scritte nel pomeriggio di mercoledì, quando, poco prima del tramonto, la terra è di nuovo tremata in una città che da tempo immemorabile non è più – o forse che mai è stata – l’orgoglio delle Americhe, ma di sé ancor oggi con allegorica chiarezza espone, come nelle pagine di un libro di Storia, o in un bassorilievo di marmo, le immagini di immense ricchezze e di invereconde miserie, gli incubi ed sogni, la violenza, la gloria e la sconcezza che, le une alle altre sovrapposte, hanno marcato le vicende di questa parte di mondo. Poco prima delle sei del pomeriggio, raccontano le cronache, un sisma di “magnitud 7,2”, ha dilaniato la capitale del Venezuela e gran parte della costa nord, fino a La Guaira, seminando distruzione e morte. All’alba di ieri i cadaveri estratti dalle macerie erano già più di 600, i feriti diverse migliaia. E non si tratta, assicurano i testimoni oculari (e gli esperti confermano), che del tragico preludio d’una catastrofe di ben più ampie dimensioni.

Caracas è oggi in rovina, così come – volendo prender in prestito, leggermente modificato, il celeberrimo poema di Federico García Lorca – in rovina era alle quasi “cinco de la tarde”, 214 anni fa, nell’asfissiante calura del 26 marzo del 1812. Fu in quel giorno che, alla vigilia del Venerdì Santo, José Domingo Díaz, un funzionario di quella che fino a pochi mesi prima era stata Capitanía General de Venezuela – essenziale parte del Virreinato de la Nueva Granada – appassionatamente ed involontariamente consegnò alla Storia le parole che aprono quest’articolo.

Perché le consegnò alla Storia? E perché lo fece “involontariamente”? Per una semplice ragione. Perché, tra le molte testimonianze documentate dagli archivi, quella di Josè Domingo Díaz – uomo pio e fedelissimo servitore dei “re cattolici” di Spagna – fu l’unica che colse (alcuni storici sostengono che se lo inventò di sana pianta) un dettaglio destinato ad entrare nella leggenda.

Parole crudeli e stravaganti

“Mi sono arrampicato sulle macerie – scrisse allora José Domingo – e la mia mente non dimenticherà mai quel momento. In cima ho trovato Simón Bolívar che, con le maniche rimboccate, si rivolgeva alla folla che ora riempiva la piazza. Il suo volto esprimeva il terrore più grande o la disperazione più profonda. Mi vide e mi disse queste parole crudeli e stravaganti: ‘Se la Natura si oppone a noi, combatteremo anche contro di lei e la ridurremo all’obbedienza’. La piazza era piena di gente che urlava forte….”.

Nelle intenzioni di José Domingo, dovevano, quelle parole “crudeli e stravaganti”, testimoniare la natura satanica di chi le aveva pronunciate. Vale a dire: dell’uomo che in quei giorni era, insieme a Francisco de Miranda, alla testa dell’appena nata Republica Federal de Venezuela e del movimento indipendentista che – a ridosso dell’invasione napoleonica della Spagna e della deposizione di Fernando VII – andava percorrendo l’intera America Latina.

I libri di Storia ci raccontano come, il 19 aprile del 1810, una autonominata “Suprema Junta Conservadora de los Derechos de Fernando VII” avesse deposto, nel nome della fedeltà alla corona di Spagna, il regnante Capitano General, Vicente Emparán, assumendo pieni poteri. E come questa “difesa dei diritti di Fernando VII”, si fosse rapidamente trasformata, sotto la spinta di Francisco de Miranda e di Bolívar (nonché, paradossalmente, nel nome delle nuove idee diffuse dal bonapartismo invasore) nel proprio contrario. Ovvero: in un movimento – ed in un movimento repubblicano – per la totale e definitiva indipendenza dalla Spagna. Il tutto sotto gli inorriditi occhi dei “peninsulares” (la aristocrazia spagnola ai vertici della piramide del potere), dell’alta gerarchia cattolica e di buona parte di quei “mantuanos”, i rappresentanti (spagnoi e “criollos”) d’una oligarchia terriera della quale (altro paradosso) Bolivar era un classico rappresentante.

Il 5 luglio del 1811 il Venezuela aveva proclamato la propria Indipendenza. Ed il 21 dicembre dello stesso anno aveva poi vergato la “Constitución Federal de los Estados de Venezuela”, creando quella che gli annali ricordano come la Prima Repubblica. Appena tre mesi più tardi, nel pieno della Settimana Santa, era arrivato – dai “penisulares “ e dai “mantuanos” subito interpretato come un “segnale di Dio” – il terremoto che aveva distrutto non solo Caracas, ma anche La Guaira, Barquisimento, San Felipe e Merida. E dal pulpito di quel che restava della Cattedrale, l’arcivescovo Narciso Coll y Prat non aveva, in quei giorni di terrore e di sangue, esitato a ripetutamente richiamare, con ieratici accenti, i tragici destini di Sodoma e Gomorra, da Dio annientate in una pioggia di zolfo e di fuoco,

Nessun dubbio: il Creatore stava, in quei giorni, punendo il Venezuela per l’imperdonabile peccato d’essersi allontanato dai re cattolici di Spagna, inseguendo le luciferine tentazioni dell’Illuminismo. E davvero biblicamente terribili apparivano, a Caracas, i risultati della sua ira. Dati i molti vaghi rapporti dei tempi con l’arte della statistica, il numero esatto delle vittime sisma non si conoscono. Le ricostruzioni storiche più conservatrici parlano di non più di 5.000 morti. Altri sono arrivati alla conclusione che almeno 15.000 esseri umani (più di un terzo degli abitanti d’una città che, allora, vantava meno do 40.000 anime) siano periti sotto le macerie.

E di certo c’è questo. Sotto quelle macerie morì anche la Prima Repubblica del Venezuela, nata piena di speranze, ma fragile, divisa e sostanzialmente disarmata. Nel luglio del 2012, ristabilitasi in Spagna la monarchia di Fernando VII, un molto consistente contingente militare spagnolo sbarcò non lontano da La Guaira al comando del generale Domingo de Monteverde; e, travolte a Puerto Cabello le truppe repubblicane comandate dallo stesso Bolívar, in pochi mesi completò – nel nome di Dio accolto a braccia aperte da Coll y Prat e dalla oligarchia “peninsulares e “criollas” – l’opera iniziata dal Padreterno. Francisco de Miranda, “el Precursor”, venne catturato a La Guaira dagli spagnoli (a loro a quanto pare consegnato, in quella che resta la pagina forse più oscura nelle sua luminosa traiettoria di “libertador”, proprio da Simón Bolivar). E morì appena cinque anni più tardi nell’oscurità d’una galera di Cadice. A Bolívar andó appena meglio. O meno peggio. Dopo la disfatta di Puerto Cabello e quella che viene ricordata come la “Capitulación de San Matéo”, iniziò un lungo e tomentato esilio.

La Storia, però, non è, notoriamente, mai avara di sorprese. E ci racconta d’una per molti versi davvero “miracolosa” resurrezione. Ovvero: come, tra le altre cose – e a dispetto delle originali intenzioni del molto monarchico José Domingo Díaz – fu proprio la “satanic” immagine del Bolivar che, in cima ad un cumulo di macerie sfidava impavido, con “parole crudeli e stravaganti”, le leggi di Dio e le ingiurie della natura, ad alimentare una leggenda destinata a trasformarsi, pochi anni più tardi, nell’epica marcia che, attraversando cordigliere, immense praterie e impenetrabili foreste, avrebbe, battaglia dopo battaglia, liberato l’intero continente, da giogo spagnolo.

La tragedia di Vargas

Il mito del grande “Libertador” Simón Bolívar, instancabile condottiero pronto a sfidare e risfidare, sempre sconfiggendolo, l’impossibile – i suoi soldati lo chiamavano, con religiosa ammirazione, “culo de hierro”, culo di ferro, per la sua capacità di restare in sella per ore e ore –  nasceva così, da un tentativo di demonizzazione. Da un errore.

Tanto forte fu, in effetti, quell’immagine involontariamente consegnata alla Storia che, molti anni più tardi, il 15 dicembre del 1999, sarebbe stata apertamente ed orgogliosamente rivendicata e richiamata da un altro leader politico che di Bolívar s’era, senza modestia alcuna, proclamato il reincarnato erede. Quel leader era il tenente colonnello Hugo Chávez, già protagonista, nei primi anni ’90, di due falliti golpe militari. E quella immagine la riesumò, con demagogica ma molto efficace puntualità, in un altro tragico momento che – corsi e ricorsi della storia – non pochi, nelle alte sfere, avevano, di nuovo, cercato di spacciare per un “segnale di Dio”

Un anno prima, sull’onda d’un enorme e prolungato malcontento popolare, maturato nella scia nel cosiddetto “Caracazo” (una sommossa consumatasi, nel febbraio del 1989, nei quartieri più miserabili di Caracas con il massacro di almeno 300 persone), Hugo Chávez aveva ampiamente vinto le elezioni presidenziali, annunciando una nuova “rivoluzione bolivariana”, più tardi diventata il “socialismo del XXI secolo”.  

In quel dicembre del ’99, Chávez aveva da poco aperto la campagna per l’approvazione via referendum di quello che, della sua “rivoluzione”, doveva essere il documento fondatore. Ovvero: una nuova Costituzione “partecipativa e progressista”. E fu giusto in quei giorni che, in quel di Vargas, una gigantesca slavina di fango trascinò in mare, distruggendo almeno 40.000 vite umane, i ripidi pendii lungo i quali erano sorti, come squallidi alveari, i cosiddetti “ranchitos”, i quartieri popolati dal Venezuela più povero e dimenticato.

Quel che resta della “Patria Grande”

Era a quel Venezuela che Chávez aveva, vincendo, rivolto un messaggio di speranza. E fu a quel Venezuela che, in quelle ore di disperazione e di morte, Chávez tornò a rivolgersi rievocando la sfida “contro la natura” lanciata 188 anni prima dal “Libertador”.

E oggi? Cosa resta oggi, di fronte ad una Caracas di nuovo in macerie, di quella sfida all’impossibile, di quella speranza che – dal buon José Domingo Díaz scambiata per un luciferino messaggio – rabbiosamente aveva illuminato, a Caracas come a Vargas, paesaggi devastati dalla furia della Natura?

Non molto. O forse nulla. O, ancor peggio, non resta che il suo contrario. La straordinaria epopea bolivariana gloriosamente si concluse con molte vittorie e con la fine di quel prolungato, plurisecolare saccheggio che fu dominio coloniale spagnolo. Ma la “Patria Grande” che era al centro dei sogni del “Libertador” non è mai nata, terminando quasi all’istante il suo cammino nella disperata solitudine che Gabriel García Márquez ha, nel 1989, mirabilmente raccontato nel suo “El general en su labirinto”. Così come, in un panorama di crescenti diseguaglianze, violenze e dittature, caudillos e squadroni della morte, mai davvero è nata – se non per brevi parentesi o in molto inamidate versioni – la democrazia latino-americana.

Regnante un dittatore, Juan Vicente Gómez, il Venezuela ha, negli anni ’20, scoperto il petrolio. E del petrolio è diventato – nel più classico dei casi di “dutch desease” – ricchissimo e poverissimo prigioniero. Nato per rompere queste catene, il chavismo non ha, nel finale bilancio di più d’un quarto di secolo di governo (o malgoverno), fatto che peggiorare le cose, diluendo le sue originali speranze nella realtà d’una sgangherata riedizione del più vieto caudillismo e nel grottesco culto del “comandante eterno”. Una nuova religione, questa, che non solo non ha liberato, come promesso, il Venezuela dalla dipendenza dal petrolio, ma di quella dipendenza ha, per incompetenza e manie di grandezza, distrutto la fonte. A conti fatti, il chavismo – pur governando un paese per molti anni benbedetto dal più prolungato boom petrolifero – non ha prodotto che questo: miseria e autoritarismo, in un crescendo (o decrescendo) che, pezzo dopo pezzo, nel nome d’un socialismo che altro non era che un feticcio politico, ha svuotato la Costituzione “partecipativa e progressista” che lui stesso aveva creato. Repressione, culto della personalità, elezioni fraudolente, sette milioni di emigrati. Questo è stato il chavismo.

Il banco della “Donroe doctrine”

Questo e la finale consegna di se stesso, come docile gestore, alle rinascenti ambizioni imperial-coloniali degli Strati Uniti di Donald Trump e della sua “Donroe Doctrine”, aggiornata (e molto regressiva) riedizione di quella “Monroe Doctrine” che, nel 1823, nel nome del ripudio del colonialismo europeo, aveva di fatto aperto la nuova e perdurante stagione dell’imperialismo USA. O, se si preferisce, della storia dell’America Latina come “backyard”, cortile di casa, degli Stati Uniti d’America.

Si è aperto all’inizio dell’anno, questo nuovo e non propriamente edificante capitolo della storia del continente, con un atto di pirateria internazionale: il sequestro del presidente (fraudolentemente eletto, ma in questo contesto poco importa) Nicolás Maduro. E con la instaurazione di quello che di fatto appare – anche se, ovviamente, siamo di fronte ad una storia in fieri e ancora tutta da scrivere – come un nuovo “virreinato”. Ufficialmente, alla testa del governo resta – in una catena di comando che, Nicolás Maduro a parte, resta in tutto quella chavista – c’è Delcy Rodríguez, già vicepresidente di Maduro e, non per caso, da molti oggi chiamata “la virreina”. Ma a dettare le regole del gioco, specie quando di petrolio di tratta, sono gli Stati Uniti.

In Venezuela sembrano essersi incontrati – in una relazione d’amorosi sensi che vitupera i limiti imposti da ogni autentica democrazia – quel che resta del chavismo, la naturale vocazione cleptocratico-autoritaria di Donald Trump – il presidente-re che, quando non indossa in prima persona i panni di Gesù Cristo, si proclama da Dio mandato –  il feudalismo tecnocratico delle più avanzate forme di capitalismo e le più arretrate tendenze (il razzismo, la xenofobia, il fanatismo religioso e il nazionalismo cristiano) che del trumpismo sono la base,  il fondamento pratico e teorico.

E tutto questo in sintonia con un’America Latina che, pressoché all’unisono, va spostandosi a destra. José Antonio Kast in Cile, Abelardo de la Esprella in Colombia, Javier Milei in Argentina, Keiko Fujimori in Perù, Daniel Noboa in Ecuador. Rodrigo Paz in Bolivia. E, soprattutto, Nayib Bukele, il presidente del minuscolo (ma in questa logica esemplare) Salvador. Vale a dire: il “Pulgarcito”, Pollicino,  dell’America Centrale, minuscolo paese il cui sinistramente famosa lager “antiterrorista” (il CECOT, la “prigione dalla quale non si esce vivi)”) sembra essere  oggi diventato il simbolo delle più elevate aspirazioni continentali.

È in questo contesto che la terra è tornata a tremare a Caracas. E difficile è immaginare, mentre dalla macerie si estraggono i primi di molti morti, l’apparire di qualcuno che, come Bolívar nel 1811, o – in chiave minore – come Chávez nel 1999 a Vargas, possa pronunciare parole “crudeli e stravaganti”, capaci di evocare, a dispetto delle circostanze, un futuro migliore, una sfida all’impossibile.

In Venezuela e in America Latina la ruota della Storia sta, sospinta da una fasulla idea di modernità e da ritrovate passioni oscurantiste, girando all’indietro, incontro al suo peggior passato.

La terra trema a Caracas. E quel che si può vedere, tra le macerie, non è, al momento, che la disperazione di un popolo derubato del suo futuro. Non dalla vendetta di un Dio implacabile, ma dalla violenza reazionaria di chi, appellandosi a Dio, manovra i destini del mondo.

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