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Sunday, July 21, 2024
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Segreti di Pulcinella made in U.S.A.

In altri tempi – tempi, chiamiamoli così, “normali” – la notizia non avrebbe di certo conosciuto l’onore delle prime pagine. Probabilmente, anzi, neppure sarebbe stata ritenuta tale. E questo, ci si può scommettere, al punto da non meritare neanche il famoso “trafiletto” in cronaca – “svaligiati nell’hotel Watergate gli uffici del Democratic National Commitee” – che nell’Anno del Signore 1972 dette il là, in clamoroso crescendo, a quello che resta, non solo negli Stati Uniti, lo scandalo politico per antonomasia. Ma questi, negli USA, non sono in alcun modo tempi normali. Meglio ancora: negli Stati Uniti d’America i tempi di una “normalità” marcata dai ritmi e dalle abitudini d’una solida democrazia bipartitica sono da tempo finiti. Ed il fatto che, lo scorso novembre, nel “ripulire” gli uffici del Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement – un “think-tank” dedicato ai problemi di politica estera a suo tempo presieduto dall’attuale presidente – siano stati ritrovati alcuni documenti riservati (“classified”, ovvero: concernenti la sicurezza nazionale e, pertanto, di rigorosa proprietà del governo) ha immediatamente suscitato un frastuono mediatico di colossali dimensioni.

Molto semplice e, al tempo stesso molto astrusa, la ragione di tanto scalpore. Quei documenti – il cui grado d’importanza è ancora tutto da valutare – sono calati sulle scene politiche nel bel mezzo d’un altro ed analogo scandalo. Quello che, ormai da diversi mesi e con altrettanto frastuono mediatico, è scandito dalle indagini sulla montagna cartacea – in gran parte, per l’appunto, formata da “classified” o, addirittura “top-secret documents” – che, nel lasciare la Casa Bianca nel gennaio del 2021, l’ex presidente Donald Trump, ha artatamente portato con sé nella sua residenza di Mar-o-Lago. E pertanto sono, quei documenti, la prova provata di come Joe Biden, attuale presidente, si sia macchiato della medesima colpa rinfacciata al suo predecessore. Tanto più se si considera che alla prima scoperta negli uffici del Center for Diplomacy, situati nell’Università di Pennsylvania, altre ne sono seguite, in una sorta di studiato stillicidio, nella residenza privata di Biden in Delaware ed in altri luoghi da lui frequentati.

“Così fan tutti” è prevedibilmente stato il non propriamente mozartiano ritornello intonato dai repubblicani. Il tutto, ovviamente, con l’ignominiosa aggravante, per il presidente in carica, delle parole (“assolutamente irresponsabile”) con le quali – scagliando l’evangelica prima pietra – Biden aveva, quando ancora il “suo” scandalo non era venuto alla luce, bollato il comportamento del predecessore. Scandalo copre scandalo, vuole un’antica legge della politica. Ed è sempre il secondo arrivato che – in termini di percezione ed a prescindere dalla realtà dei fatti – è, agli occhi della pubblica opinione, il più esposto e visibile. Sicché – mentre in sordina continuano le indagini sui documenti di Mar-o-Lago – è Joe Biden a trovarsi oggi sul tavolo degli imputati. Stessa colpa – l’indebita appropriazione di documenti di proprietà del governo che, per legge, dovevano esser consegnati agli Archivi Nazionali – stesso trattamento. Così come a suo tempo aveva nominato uno “Special Counsel” per accertare la verità dei fatti nel caso di Donald Trump, Il segretario alla Giustizia (o Attorney General) Merrick Garland non ha esitato, in un’ammirevole prova di equidistanza, a nominarne un altro un altro nel caso dei documenti trovati in possesso del presidente in carica.

Uno “Special Counsel” per uno non fa male a nessuno, verrebbe da dire. Anche se, volendo parafrasare il George Orwell di “Animal Farm” – che a sua volta, com’è noto, parafrasò la splendida frase d’apertura della Dichiarazione d’Indipendenza – va da sé che, se tutti i furti di documenti “classified” sono stati creati uguali, alcuni sono molto più uguali degli altri. O, fuor di metafora: anche se tra i peccati che si presume siano stati commessi da Donald Trump e quelli che si presume siano stati commessi da Joe Biden corre, in effetti, la stessa differenza che separa la notte dal giorno.

Venendo ai fatti. Nella “notte” di Donald Trump, i documenti trafugati – ovvero, presi dalla Casa Bianca ed artatamente, consapevolmente trasferiti nella magione di Mar-o-Lago – sono diverse centinaia. Nel “giorno” di Joe Biden sono appena una ventina (anche se di quando in quando ne spuntano, qua e là, di nuovi). Nella notte di Donald Trump sono stati gli Archivi Nazionali, accortisi della scomparsa, a reclamare all’ex presidente la restituzione del maltolto, ricevendo dal medesimo nella migliore de circostanze, risposte parziali, false dichiarazioni sempre accompagnate da arroganti (e molto trumpianamente ridicole) rivendicazioni di diritto alla proprietà dei documenti in questione. In sostanza: Trump sostiene di non aver commesso alcuna illegalità perché quei documenti sono stati tutti da lui, nelle sue vesti di presidente in carica, regolarmente “declassificati”. Declassificati come, dove, quando e perché? La legge, è vero, assegna al presidente in carica tanto il potere di “classificare”, quanto quello di “declassificare” documenti. Ma il tutto deve, com’è ovvio, esser fatto attraverso procedure, identificabili decisioni delle quali non v’è, nei record della Casa Bianca, traccia alcuna. Trump sembra evidentemente convinto che basti il suo sovrano e non dichiarato desiderio per cambiare la natura d’ogni atto governativo. Roba da ridere e da piangere, come quasi sempre accade quando Donald Trump è il protagonista in scena.

Come siano alla fine andate le cose, è risaputo. Di fronte alla resistenza, alle menzogne ed al tira e molla dell’ex-presidente, il Dipartimento alla Giustizia è stato infine costretto (letteralmente tirato per i capelli) a chiedere l’autorizzazione – date le circostanze concessa senza esitazioni da un giudice che dal medesimo Trump era stato nominato – per una ispezione del FBI che, realizzatasi mesi fa con tutte le garanzie di legge, ha portato  al ritrovamento d’una notevole quantità di nuovi e documenti (tutti naturalmente declassificati con la sola forza del pensiero dall’uomo che ha governato la più grande potenza del pianeta tra il 2016 ed il 2020).

Tutt’altra è, invece, la storia nel “giorno” di Joe Biden. In questo caso i documenti in questione sono stati casualmente ritrovati dai legali del presidente e sono stati d’acchito consegnati agli Archivi Nazionali. I quali hanno a loro volta riferito il caso al Dipartimento alla Giustizia che, come detto, ha immediatamente nominato un ispettore – ispettore al quale Biden ha assicurato piena collaborazione – per indagare sul caso. Come e perché quei documenti siano finiti nel Biden Center o nella residenza privata di Biden, non è chiaro. Né è chiaro quale sia la reale importanza di quelle carte. Lo Special Counsel nominato da Garland darà, prima o poi, una risposta a questa domanda. Ma di primo acchito il tutto sembra il prodotto d’un antico problema che, negli USA, concerne la classificazione di documenti. In estrema sintesi: negli Stati Uniti si classifica troppo e si protegge troppo poco il classificato. Ogni anno, calcolano gli esperti in materia, sono almeno cinque milioni i documenti dichiarati “riservati”. E questo mare di carta finisce poi, macinato dalla politica istituzionale, per disperdersi in mille rivoli senza adeguati controlli. Giusto tre giorni fa, anche l’ex vicepresidente di Donald Trump, Mike Pence, ha dichiarato di aver ritrovato nella sua abitazione alcuni di questi documenti “riservati”. A quanto pare non esiste negli USA, in materia di possesso di “classified documents” alcuna forma di innocenza. Chiunque – ed a qualunque titolo – faccia politica, consciamente o inconsciamente ne nasconde qualcuno nella soffitta di casa.

Venendo al dunque: quello che – a fronte d’un medesimo peccato – divide la notte di Donald Trump dal giorno di Joe Biden è con tutta evidenza il dolo. Del tutto e sfacciatamente ovvio – dominante verrebbe da dire – nel caso di Trump. In apparenza del tutto assente in quello di Biden. I documenti ritrovati in Pennsylvania e poi nella casa di Biden in Delaware sembrano, a prima vista, il prodotto di traslochi mal organizzati. I documenti di Mar-o-Lago ricordano invece la classica storia criminale del contabile che, licenziato – licenziato dal popolo americano nel caso di Trump – si porta a casa carte segrete per potersi poi vendicare, ricattandolo, del suo ex datore di lavoro.

Come finirà tutto questo? Difficile dirlo. E soprattutto: in che misura, prima che tutto questo finisca, la popolarità (o impopolarità) di Joe Biden verrà colpita dallo scandalo? In che misura quei “traslochi mal organizzati”, influiranno sulla sua – ancora non dichiarata ma, pare, assai probabile – corsa alla rielezione (o alla rielezione di qualsivoglia altro candidato democratico)? Probabilmente – come indica un primo sguardo ai sondaggi – molto poco. Gli indici di gradimento del presidente in carica (da sempre bassini) oscillavano tra il 40 ed il 43 per cento prima del ritrovamento dei documenti e lì sono grossomodo rimasti in virtù d’una polarizzazione politica ormai giunta alla sclerosi. Non solo i contrapposti scandali, ma neppure il voto sembra, ormai, in grado cambiare le relazioni ed i comportamenti politici.

Si prenda il caso delle elezioni di metà mandato. I repubblicani le hanno a tutti gli effetti perse. E perse in virtù del fatto che, nonostante un panorama politico straordinariamente favorevole, hanno, per così dire, pagato nelle urne il fio del proprio estremismo trumpista, della propria sempre più ovvia natura antidemocratica. Dovevano, i repubblicani, conquistare, in una storica “ondata rossa” e con inattaccabili maggioranze, entrambi i rami del congresso. Hanno infine perso un seggio nel Senato e raggiunto, alla Camera, un’assai rachitica maggioranza. Eppure – come testimoniano le vicende che hanno tortuosamente portato alla elezione del nuovo “Speaker of the House”, Kevin McCarthy – è oggi, in questa rachitica maggioranza, proprio l’ala più estremista, quella che con più evidenza ha perso le elezioni, a controllare il gioco politico.

Quale sarà questo gioco, non è ancora dato sapere. Di certo sarà – al di là degli esiti deli scandali – un gioco al massacro.

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