No menu items!
9.6 C
Buenos Aires
Thursday, August 5, 2021
HomeSud AmericaBoliviaBolivia, rumor di catene e chiavistelli

Bolivia, rumor di catene e chiavistelli

Poco più d’una settimana fa, nella notte, l’ex presidente transitoria della Bolivia tra novembre del 2019 e 2020, Jeanine Añez, è stata arrestata. Condotta nella capitale La Paz, è stata a tempo di record – e violando la legge – “condannata” a 4 mesi di carcere preventivo. Perché violando la legge? Perché per la legge e la costituzione boliviana, un/una ex presidente ha diritto ad un procedimento giuridico speciale, detto “juicios de resposabilidad”, che prevede una prassi di autorizzazione del parlamento e del tribunale costituzionale. Anche un dittatore come Garcia Meza, autore di un golpe militare nel 1980, creatore forse del primo narcostato, con appoggio anche di neofascisti italiani (delle Chiaie sembra fosse a suo servizio), ha avuto il diritto di essere processato per questa via, venendo infine condannato ed incarcerato solo alla fine del processo.

Di che cosa è accusata Jeanine Añez? Il capo d’accusa – un capo d’accusa tanto duro, quanto poco circostanziato, tanto poco circostanziato spingere José Vivanco, direttore di Human Rights Watch a definirlo senza mezzi termini un “atto di persecuzione politica” – parla di “terrorismo”, “cospirazione” e “sedizione”. Tutti reati derivanti dalla organizzazione del “golpe” che, nel novembre del 2019, nel pieno delle elezioni presidenziali, portò allae dimissioni ed all’autoesilio del presidente in carica. Un “golpe” che in realtà – come risulta da qualsivoglia ricostruzione dei fatti che rispetti i minimi sindacali di oggettività – mai è esistito.

In Bolivia tra le elezioni del 20 ottobre del 2019 e la dimissioni del presidente Evo Morales del 10 novembre, è avvenuta una rivoluzione popolare, basicamente non violenta, una mobilitazione generale, come forse mai avvenuto nei 200 anni di storia della Bolivia, dove giovani, che non avevano conosciuto che Morales come presidente, indigeni andini e dell’amazzonia, minatori e medici, gente delle aree rurali e urbane, hanno esposto al mondo le contraddizioni di un presidente oramai completamente isolato e alieno alla realtà, circondato solo da ossequiosi adulatori. Un’insurrezione che, per molti aspetti, era cominciata ancor prima delle elezioni. Un evento può, infatti, essere identificato all’origine di questo movimento popolare: gli incendi forestali dell’inverno-parte primavera australe (giugno-ottobre) del 2019. Fino a metà anno Morales si avviava ad una tranquilla, sia pur incostituzionale, rielezione. Il controllo dei media, la propaganda quasi a senso unico, la divisione dell’opposizione orientava tutti i sondaggi in tal senso. Invece accadde l’imprevisto: la concomitanza di un suo decreto che autorizzava, ed incentivava, la deforestazione, e la stagione particolarmente secca, provocarono in Bolivia il più grande incendio di foreste e savane della storia recente del continente americano.

Foreste in fiamme, Evo senza maschera

In quei mesi, 5.4 milioni di ettari di ecosistemi tropicali e subtropicali (quasi il doppio del Belgio) sfumarono in un evento parzialmente ignorato dalla stampa mondiale, per la quale amazzonia è sinonimo unicamente di Brasile, in cui peraltro le dimensioni del danno furono molto inferiori. Morales ignorò per mesi l’evento catastrofico, per infine cercare di vendersi come il pompiere più ardito. Nel frattempo erano morti almeno mezza dozzina di giovani pompieri volontari e l’opinione pubblica piangeva le terre perdute. Il tardivo intervento di Morales non convinse la gente. (Per altri dettagli vedere:

https://ytali.com/2019/09/27/amazzonia-in-fiamme-evo-presidente-double-face/)

Tornando alle elezioni, al “golpe che non fu” e a quel che fu prima del golpe che non fu. Morales era alla fine del suo terzo mandato, contro la stessa costituzione da lui approvata nel 2009, che prevede la possibilità di una sola rielezione (Art. 168. El periodo de mandato de la Presidenta o del Presidente y de la Vicepresidenta o del Vicepresidente del Estado es de cinco años, y pueden ser reelectas o reelectos por una sola vez de manera continua). Per modificare quest’articolo costituzionale Morales aveva convocato anche un referéndum nel 2016 che la popolazione respinse. E prima del voto del 2016 Morales aveva dichiarato: “Si gana el No, tenemos que irnos callados, ¿no vamos a hacer golpe de Estado?https://www.paginasiete.bo/nacional/2016/1/14/evo-gana-tenemos-irnos-callados-vamos-hacer-golpe-estado-83372.html. Nonostante questo era ancora candidato, incostituzionale, per la 4ª volta de manera continua.

Quel che è accaduto dopo è noto. Quando il conteggio rapido dava, se non proprio per certo, perlomeno come molto probabile un ballottaggio tra Morales e Carlos Mesa, il sistema informativo elettorale entrò in un lungo (23 ore) blackout, al termine del quale, Evo apparve in TV dichiarandosi vincitore, in virtù del fatto che, per ristrettissimi margini aveva ottenuto quel che la Costituzione prevedeva. Ovvero: almeno il 40 per cento dei voti ed un vantaggio di almeno il 10 per cento sul secondo classificato. L’opposizione – più che prevedibilmente, date le circostanze – gridò alla frode. Ed a quel punto fu proprio il governo di Morales che ufficialmente chiese alla missione OEA una verifica dei risultati  elettorali contestati. L’opposizione non partecipò a questa verifica, perché non convinta dell’imparzialità della missione  per via di un incontro tra il segretario generale OEA e Morales. Quando il 10 novembre la missione pubblicò i dati preliminari che denunciavano ampie manipolazioni del voto (appoggiata anche dagli osservatori UE), la leggitimità del processo elettorale era compromessa. Morales, nell’abituale tentativo di addebitare le colpe ad altri, fece arrestare i membri del tribunale elettorale, da lui stesso nominati…ma gli avvenimento precipitarono, il moto popolare si fece inarrestabile, i suoi iniziarono a distinguersi o dimettersi…14 anni di potere stavano per arrivare alla fine.

Presidente per caso

La signora Añez è arrivata alla presidenza per gli esiti di questa rivoluzione popolare, ma non ha avuto nessun ruolo in essa. Ha assunto il potere ad interim quasi per caso. La rinuncia di Morales ha, infatti, scatenato lo spirito emulativo dei suoi “lacayos” (cortigiani), che si dimisero in massa. Morales sembrava, per molti aspetti, come il maragià che muore e dev’essere cremato nella pira con moglie e figli …in vita. Quindi una classe dirigente modellata sull’ossequienza al capo ha creato un vuoto di potere[1] che ha portato Añez, seconda vicepresidente del senato, ad una successione presidenziale avvallata dal tribunale costituzionale. Il sistema politico boliviano, infatti, non contempla l’assenza, nemmeno temporanea, di un/una presidente, anche in caso di viaggi all’estero del mandatario. In quel caso si nomina un presidente ad interim secondo la successione costituzionale prevista. In caso si assentino presidente e vicepresidente, la presidenza ad interim segue la scala gerarchica di successione: presidente del senato, poi della camera, vicepresidenti delle camere, e via a via. In Bolivia le cariche istituzionali delle presidenze di camera e senato non durano la legislatura, come in Italia, ma vengono rinnovate tutti gli anni. Il MAS, che controllava i 2/3 del parlamento nel 2019, permetteva all’apposizione un ruolo marginale, una forma di magnanima concessione in un simulacro di pluralismo democratico. Così nel 2019 era toccata ad Añez, una senatrice ignota ai più, la normalmente ininfluente vicepresidenza seconda del senato, forse in compensazione del suo partito per non ricandidarla alle imminenti elezioni.

Giunta alla presidenza per caso (e con lo specifico compito di indire nuove elezioni), Jeanine Añez ha dimostrato – come del resto buona parte dell’opposizione (Carlos Mesa è un’eccezione), genericamente definita di destra ma in realtà assai variegata e di ampie tendenze politiche – di aver un senso e un’abilita politica molto scarsa. In parte di origine e tratti indigeni amazzonici, Añez non ha abbandonato mai quella tinta bionda dei capelli che tanta diffidenza internazionale le ha creato. Al margine di episodi di corruzione, repressione e abuso giuridiziario durante il suo breve governo, la decisione di trasformare la sua presidenza temporanea in una candidatura presidenziale formale per le nuove imminenti elezioni può essere considerato non solo il suo maggior errore, ma un aperto tradimento alle promesse e speranze della rivoluzione popolare, di cui lei era solo una transitoria beneficiaria. Il tutto con il risultato di creare le basi per riportare al potere via elezioni democratiche il partito di Morales che ora, in perfetto stile da resa dei conti, inizia a far suonare manette e chiavistelli. Unico punto a suo favore: ha convocato le elezioni e consegnato il potere come richiesto nelle prassi democratiche: di questi tempi in Bolivia non è poco.

Il suo “governo ad interim” ha di fatto riconsegnato il paese al MAS ed a Morales. E proprio lei, seconda donna ad assumere la presidenza – la prima fu lLinda Gueiler che, tra il 1979 ed il 1980, in circostanze analoghe, governò per 7 mesi il paese – a pagare il prezzo del suo fallimento. Jeanine è finita in carcere. E la non concessione degli arresti domiciliari è stata argomentata dal pubblico ministero, in un atto di aberrazione giuridica machista, anche dal fatto che, essendo divorziata, non garantiva stabilità di residenza. L’inconsistenza delle accuse a Añez, al margine della prassi giuridica ignorata per l’ex presidente, è comunque completa. E Il carcere immediato e senza sconti fa perno principalmente, per l’appunto, su una creazione narrativa: la rivoluzione popolare trasformata, nel racconto ufficiale di Morales e del governo attuale, in un Golpe. Tale resoconto è ampiamente condiviso anche da altri governi del continente compresi, oltre all’immancabile Venezuela, quelli di Argentina e Messico, ma è spesso diffuso anche da molta stampa estera, come in Italia, dalla Repubblica all’Antidiplomatico, in un soliloquio, un monologo inquietante.

Il golpe che non fu

Espongo quindi le ragioni per cui ritengo difendere, anche come spettatore diretto sia pur marginale, l’avvenuta rivoluzione popolare del 2019 contestando la versione che attribuisce le dimissioni di Morales all’effetto di un Golpe.

Il nodo centrale della narrativa a reti unificate sul golpe, l’avvenimento in cui si basa tutto il racconto, è un comunicato televisivo in diretta delle forze armate, della durata di un minuto, meno di un’ora prima dalle dimissioni di Morales.

Tal comunicato è la base portante, fondamentale, direttamente l’unico architrave nella diffusione della versione “golpista”.

Per questo forse c’è bisogno di una spiegazione previa.

Nel concetto che ho di golpe considero due accezioni principali (ne esistono altre, ma semplifico) spesso sovrapponibili:

  • Il putsh, in cui un gruppo armato (di civili e militari) tenta di irrompere nei luoghi nevralgici dello stato/paese/regione, arrestare, uccidere o obbligare alla clandestinità il governante anteriore, e assumere violentemente il potere (es: golpe Borghese, 1970, putsh di Monaco, 1923, e parzialmente anche l’incursione di Tejero, 1981, e i golpe Chavez, 1992, e Carmona, 2002, in Venezuela).
  • Il golpe militare propriamente detto, in cui le forze armate scendono nelle strade, occupano i centri, e formano una giunta provvisoria o stabile di potere (es: Cile 1973, Argentina 1976 o Bolivia 1971).

In entrambi i casi, esistendo degli organi democratici vigenti, come il parlamento, questi vengono esautorati da qualsiasi potere, temporalmente o definitivamente (non a caso Tejero irrompe in parlamento).

Ora, la fine prematura di un governo democratico in un sistema presidenziale dovrebbe esser definita in base agli avvenimenti e non aprioristicamente esser segnalata come “golpe”.

Di fatto molto frequentemente non è stata definita in tal modo.

Spesso moti popolari, non importa se maggioritari o minoritari (è difficile stabilirlo), principalmente nelle capitali, hanno forzato la rinuncia di un presidente democratico senza che questo fosse definito un Golpe. Ciò è avvenuto, per esempio, nella fine prematura della presidenza de la Rua in Argentina nel 2001 e, nel caso della Bolivia, in quella di Goni nel 2003.

In che si differenzia la rinuncia presidenziale di Goni da quella di Morales? Perché nessuno ha mai pensato di identificare come un Golpe l’avvenimento del 2003?

Per un unico episodio, riferito ed esaltato praticamente in tutto il mondo nelle ricostruzioni o aggiornamenti delle vicende del 2019 (senza che peraltro se ne conoscesse il contenuto e il contesto): l’annuncio del capo delle forze armate, generale Kaliman.

Affinchè si abbia nozione di quel comunicato ecco il link.

E’ cortissimo. Una comunicazione di 1 minuto in cui il generale Kaliman, militare criticato dall’opposizione perchè molto vicino a Morales (si era dichiarato “soldado de proceso de cambio”…lo slogan politico di Morales durante 14 anni)  “suggerisce” a Morales farsi da parte per, basicamente, evitare la strage.

Come Kaliman ha affermato pochi giorni dopo quel comunicato:

La palabra (sugerencia) se encuentra exactamente en la Ley Orgánica de las Fuerzas Armadas que nos permite al mando militar a través del Comandante en Jefe sugerir a las autoridades correspondientes alguna situación y principalmente si el Estado estaba en peligro, la ley orgánica nos permite realizar esa sugerencia, entonces nosotros lo hacemos enmarcados totalmente en la Constitución  y principalmente la Ley Orgánica de las fuerzas armadas y el Manual del uso de la fuerza en conflictos sociales“.

Quindi apparentemente il “suggerimento” di Kaliman è stato fatto nel quadro di prerrogative riconosciute alle forze armate dalla Costituzione voluta e approvata da Morales.

Il contesto era questo:

Horas antes de la renuncia de Evo Morales, cuando se producía una ola de renuncias de diputados, gobernadores, alcaldes del MAS y ministros ante la presión ciudadana que demandaba la renuncia del Mandatario, el Alto Mando Militar sugirió a Morales que de un paso al costado para pacificar el país”.

Kaliman aggiunge:

Esa sugerencia fue asumida por el exPresidente, ahora asilado en México, como un “golpe de Estado” en su contra. “¿Cómo puede ser golpe de Estado si nosotros hicimos una declaración, yo no saqué soldados, no le apunté con tanques, yo no me fui al Palacio, ningún militar salió a las calles (…) yo no me he quedado de presidente, nadie se ha quedado de presidente que sea militar”

https://www.paginasiete.bo/seguridad/2019/12/4/kaliman-evo-como-puede-ser-golpe-de-estado-no-me-quede-de-presidente-239427.html

IL COB contro Evo


Prima di Kaliman, erano stati diffusi simili “suggerimenti” dai gruppi/movimenti sociali sempre fedeli a Morales, come il segretario esecutivo della COB, la Central Obrera Boliviana, o la “defensoria del pueblo” (non certo in mano all’opposizione).

La COB emette il suo comunicato in diretta TV alle 12:04 del 10 novembre.

I militari alle 16:05.

A quell’ora Morales sta volando nel falcon presidenziale verso Chimoré, nel suo feudo dei produttori delle foglie di coca, dove aveva fatto costruire un lussuoso aeroporto internazionale mai usato per voli pubblici, l’ennesimo elefante bianco del suo governo.

Alle 16:55 in diretta TV presenta le dimissioni con un lungo discorso non certo pacificatore. Ma già dalla mattinata e primo pomeriggio, vari organi d’informazione avevano diffuso la voce delle sue possibili dimissioni, ben prima del comunicato delle forze armate.

Ora, indipendentemente dalla cronologia dei fatti, è sufficiente quel comunicato militare per trasformare una rivoluzione popolare in un Golpe?

Può un singolo evento, nelle forme e dimensioni che abbiamo visto, sopprimere la storia di 20 giorni di mobilitazione popolare in tutto un paese?

No.

E’ solo un tentativo, peraltro non infrequente, ma abilmente premeditato, di riscrivere la storia, un atto di completa cancellazione dei diritti e le conquiste di autodeterminazione dei popoli.

Sia chiaro: le parole dei militari, anche in forma di suggerimento, sono in certi contesti sempre fuori luogo e un atto di possibile intimidazione ma, nei fatti, la loro partecipazione agli eventi è stata limitata a quel minuto di comunicato TV a vicende già ampiamente in marcia e determinate dai moti popolari in tutto il paese.

E’ un comunicato pesante? Si. Basta vederne la sua utilità per la narrativa dell’attuale nuovo governo del MAS. Ma i militari non sono interventi né prima né dopo. Non hanno preso il potere. Non hanno ottenuto benefici. Non hanno aperto il fuoco. (Lo hanno fatto dopo, assieme alla polizia, durante le proteste di el Alto e Sacaba da parte di militanti del MAS, con un bilancio pesante di almeno 22 morti. Per questi avvenimenti già vari militari sono stati detenuti ed accusati. La descrizione e valutazione di questi avvenimenti abbisogna di un testo specifico).

Il tribunale costituzionale ha confermato la legittimità della presidenza ad interim di Añez…lo stesso attuale presidente Arce, del partito di Morales, ha ammesso pubblicamente che Añez era presidente transitoria costituzionale.

La post-verità che avanza

E la prova principale è che, pochi mesi dopo, il MAS è tornato al governo dopo elezioni democratiche. Il parlamento, a stragrande maggioranza del MAS, ha mantenuto le sue prerogative (di fatto impedendo parzialmente ad Añez di governare) e il primo atto del governo ad interim di Añez, in accordo col MAS, è stato formare il nuovo tribunale elettorale e chiamare ad elezioni, poi posticipate per la pandemia.

E’ sufficiente quindi quel comunicato per dire che c’è stato un golpe? No. Nei fatti. Si, per qualsiasi narrativa ad hoc, anche giudiziaria in assenza di indipendenza della magistratura.

Quello che rimane è che, purtroppo, nella ricostruzione della post-verità, un movimento popolare, forse il più multietnico ed ampio della storia boliviana si è trasformato, in molta stampa e per certi governi, in un golpe. E i militari, che non hanno avuto alcun ruolo reale, operativo, nel moto popolare, ne diventano gli artefici. Anzi, paradossalmente, forse l’unica cosa che hanno fatto realmente i militari è stato quello di non esserci, di sparire e rifiutare di obbedire a Morales per aprire il fuoco su manifestanti pacifici. Forse hanno impedito la strage annunciata dal ministro della difesa di Morales, Zavaleta, solo 3 giorni prima: “los muertos los podemos contar por decenas desde mañanahttps://www.lostiempos.com/actualidad/pais/20191107/zavaleta-estamos-paso-contar-muertos-docenas

Non è impossibile crederlo. Se è vero che Bolivia, oggi di nuovo governata dal partito di Morales, ha rifiutato di condannare il golpe, quello si militare, del Myanmar.


LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Most Popular

Recent Comments

Sandro Berticelli on Maduro, una catastrofica vittoria
pedro navaja on Benaltrista sarà lei…
Corrado on Cielito lindo…
Corrado on Tropico del cancro
Corrado on Evo dixit
Corrado on L’erede
Alligator on Aspettando Hugodot
A. Ventura on Yoani, la balena bianca
matrix on Chávez vobiscum
ashamedof on Chávez vobiscum
stefano stern on Chávez e il “maiale”
Antonio Moscatelli on Gennaro Carotenuto, cavallinologo
pedro navaja on La strada della perdizione
pedro navaja on Benaltrista sarà lei…
pedro navaja on Benaltrista sarà lei…
pedro navaja on Benaltrista sarà lei…
Alessandra on Benaltrista sarà lei…
Alessandra on Benaltrista sarà lei…
Arturo Sania on Benaltrista sarà lei…
A.Strasser on Benaltrista sarà lei…
Alessandra on Benaltrista sarà lei…
A.Strasser on Benaltrista sarà lei…
Arturo Sania on Benaltrista sarà lei…
giuilio on Maracanazo 2.0