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Biden: guardo Putin e vedo un assassino

La prima volta accadde, quasi venti anni fa, in un elegante rifugio montano nelle Alpi slovene. Fu lì, in una ridente località dall’impronunciabile nome (Brdo pri Kranju) che, nel corso del suo primo summit USA-Russia, George W. Bush – da appena qualche mese presidente degli Stati Uniti d’America grazie non al voto degli americani, ma ad una sentenza della Corte Suprema – credette d’intravvedere, oltre il proverbialmente gelido sguardo di Vladimir Putin, l’anima (“I got a sense of his soul”) d’un uomo sincero ed affidabile (straightforward and trustworthy). Ed è nuovamente di questo – dell’anima del leader russo – che, in queste ore, sono tornate a parlare le cronache, sullo sfondo di quella che si preannuncia come la prima seria crisi politica dell’Amministrazione Biden in materia di relazioni internazionali.

Giusto ieri, infatti, nel corso d’una intervista televisiva con George Stephanopoulos – già capo dell’Ufficio Stampa di Bill Clinton e da tempo popolare conduttore della rete ABC – Joe Biden è tornato sull’argomento, rispondendo ad una domanda relativa ad un recentissimo ed assai duro rapporto dei servizi d’intelligenza Usa, nel quale si denunciano pesanti interferenze russe (tutte prevedibilmente pro-Trump e anti-Biden e tutte approvate, anzi, promosse dal Cremlino) nelle ultime elezioni presidenziali americane. Biden non si è limitato, in questo contesto, al prevedibile annuncio di “risposte adeguate” (sanzioni? “You’ll see”, lo saprete al momento opportuno, ha risposto il presidente, aggiungendo un minaccioso “he will pay the price”, Putin pagherà il fio delle sue colpe), ma ha anche con ostentazione riesumato le parole con le quali, molti anni fa, già nelle vesti di vice-presidente, lui stesso aveva, nel corso d’un’altra intervista, chiosato il molto benevolo giudizio a suo tempo emesso da Bush il Giovane.

“Putin lo conosco bene…”

“Putin lo conosco bene”, ha ribadito ieri il presidente. Ed ha ricordato come anche lui avesse, in occasione di molti incontri faccia a faccia in diverse parti del mondo, avuto modo di guardare negli occhi il (sempre più vitalizio) presidente russo . Il tutto senza incontrare, al di lá del ghiaccio, nulla che, sia pur vagamente, assomigliasse ad un’anima. Una sensazione d’assoluto vuoto spirituale, questa, che, in almeno un’occasione, mentre erano soli nell’ufficio del leader russo, Biden non aveva esitato a comunicare suo interlocutore. Quello che io vedo, gli aveva detto con ovvio riferimento al precedente sloveno, è “un uomo senz’anima”. E questo – “We understand one another”, noi ci capiamo – era quello che, senza scomporsi, Putin gli aveva enigmaticamente risposto.

Che cosa Putin abbia in effetti capito di Biden non è chiaro. Chiarissimo, invece, è quel che Biden ha capito del presidente russo. Lei crede che Vladimir Putin sia un assassino? Gli ha chiesto George Stephanopoulos. E questa – “Yes, I do”, sì lo credo – è stata la scarna ed inequivocabile risposta del presidente Usa. Parole dure, sicuramente corroborate dalla straordinaria frequenza con la quale gli oppositori di Putin sono, negli ultimi due decenni, finiti morti ammazzati (qualche nome tra i tanti, giusto per rinfrescare la memoria: Boris Memtsov, ucciso a pistolettate nel 2015 mentre passeggiava nei pressi del Cremlino, Alexander Litvinenko, avvelenato con il polonio a Londra nel 2006, Anna Politkovskaya trucidata nell’ascensore del suo appartamento moscovita quindici anni fa, Sergey Magnitsky, morto per incuria in carcere nel 2009…). Ed anche parole molto diplomaticamente desuete che, prevedibilmente, hanno provocato l’immediato richiamo a Mosca, per consultazioni, dell’ambasciatore russo a Washington.

A couple kisses in front of graffiti depicting Russian President Vladimir Putin, left, and Republican presidential candidate Donald Trump, on the walls of a bar in the old town in Vilnius, Lithuania, Saturday, May 14, 2016. (AP Photo/Mindaugas Kulbis)

Quanto profonda sia, a questo punto, la crisi apertasi nelle relazioni USA-Russia, non è facile dire. Il comunicato con il quale Putin ha richiamato il proprio ambasciatore non appare particolarmente duro. I media Usa vanno, in queste ore, riportando l’incidente senza grande rilievo e nulla sembra, al momento, preannunciare il trauma d’una rottura. Molto, ovviamente, dipenderà dalla qualità delle “risposte adeguate” alle interferenze elettorali – prevedibilmente definite “prive di fondamento” da Mosca – denunciate nelle 53 pagine del rapporto dell’ Office of the Director of National Intelligence. E lo stesso Joe Biden non ha mancato di sottolineare, nella sua intervista con Stephanopoulos, come, nonostante la sua non propriamente lusinghiera opinione dell’anima putiana, gli USA abbiano interesse a mantenere con la Russia un positivo rapporto su alcuni fondamentali punti della comune agenda diplomatica. Primo fra tutti: quello che concerne il prolungamento dello START, l’accordo per la non proliferazione degli armamenti nucleari, sottoscritto a Praga nel 2010 ed in prossima scadenza.

Il peggior inizio possibile

Quel ch’è certo è che, contrariamente a quanto avvenuto in passato, il cambio della guardia alla Casa Bianca – uno dei più drastici cambi della guardia nella storia degli USA – sembra, per quanto riguarda i rapporti tra Washington e Mosca, preludere al peggio. Il che, paradossalmente, potrebbe – per contrasto – essere un buon segnale. Nel 2001, al debutto internazionale di George W. Bush, tutto era sembrato cominciare nel migliore dei modi, con la succitata scoperta dell’immacolata anima di Putin. E tutto era finito – in questo caso prevalentemente a causa della “guerra infinita” di Bush e dei suoi “neocons”– nel peggiore dei modi possibili. “We were never able to escape the perception that the president had naïvely trusted Putin and then been betrayed”. Non abbiamo mai superato la sensazione che il presidente si fosse ingenuamente fidato di Putin e fosse poi stato da lui tradito, ha scritto Condoleeza Rice, a quei tempi National Security Adviser di George W. Bush, nella sua autobiografia, “No Higher Honour”, pubblicata nel 2011.

Otto anni più tardi, regnante Obama, il segretario di Stato Hillary Clinton s’era presentata al primo incontro di vertice con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, ostentando un finto bottone rosso con la scritta “reset” che – anche se mal tradotta in un vocabolo russo che, in realtà, significa “pausa” – stava chiaramente ad indicare, per l’appunto, la volontà di rilanciare, ripartendo da zero, le relazioni tra i due paesi. Ed il tutto s’era poi, da subito, trasfigurato in una rissa permanente che, marcata dall’annessione della Crimea, dall’invasione dell’Ucraina e dagli orrori della guerra in Siria, era infine culminata nel “massiccio e sistematico” (parole tratte dal rapporto Mueller) intervento russo nella campagna presidenziale del 2016, nonché nel “hackeraggio”, complice Wikileaks, delle email di Hillary Clinton e del Comitato Nazionale Democratico.

Ed essendo poi state quelle elezioni notoriamente vinte, grazie a collegi elettorali, da Donald Trump – ovvero dal beneficiario del “massiccio e sistematico intervento” di cui sopra – superfluo diventa ricordare come, nel 2017 le relazioni fossero nate, anzi, rinate, molto più che sotto buoni auspici, all’insegna d’una vera e propria storia d’amore, anzi, d’un inedito “lingua in bocca” che, tuttavia, proprio in virtù di questa sua lasciva e sudicia (trumpianamente sudicia) natura, non aveva affatto portato ad alcun misurabile miglioramento nei rapporti diplomatici tra Stati Uniti d’America e Russia – miglioramento del quale il mondo ha bisogno, quale che sia il giudizio sull’anima (o assenza della medesima) di Vladimir Putin – sfociando infine soltanto nel triste spettacolo del summit che, consumatosi nel luglio del 2018 a Helsinki, vide Donald Trump esibirsi, come un cagnolino tenuto al guinzaglio da Putin, il quella che John McCain, candidato repubblicano sconfitto da Obama nel 2008, a suo tempo definì, in ottima ed ampia compagnia, “una delle più vergognose performance presidenziali nella storia degli Stati Uniti”.

Ora si riparte non da zero, ma da sottozero, con Joe Biden che, abbandonata ogni diplomatica prudenza, definisce “un assassino” Vladimir Putin. E con Putin che, per questo, richiama il suo ambasciatore a Mosca per consultazioni. Peggior inizio non si poteva immaginare. Ma nulla impedisce di sperare, guardando ai precedenti, che proprio questa accidentatissima partenza possa far da prologo ad un più lieto (o almeno non del tutto catastrofico) finale.   

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