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State of the Trump

“Never seen before”, mai visto prima. Non v’è dubbio alcuno: questa è, della retorica trumpiana, una delle più ricorrenti espressioni. Ricorrente e addirittura immancabile ogniqualvolta – cioè quasi sempre – lui medesimo è, del discorso, il centro gravitazionale. Tutto quello che Donald J. Trump fa, pensa o dice è, per Donald J. Trump, non solo “mai visto prima”, ma anche mai udito, pensato o immaginato. Per dimensioni, importanza e geniale bellezza, ogni sua parola, ogni suo gesto, ogni sua decisione è – né si vede come altrimenti potrebbe essere – assolutamente senza precedenti.

Questo pensa e dice Trump di Trump. E va detto che, per una volta, impossibile è non dargli ragione. Martedì sera il suo “State of the Union Address” – tenutosi di fronte al Congresso a poco più d’un anno dell’inizio del suo mandato presidenziale – è incontestabilmente stato qualcosa “never seen before”. Non per eloquenza e contenuti, ma per lunghezza. Un’ora e 47 minuti.

Nessuno, prima di Trump, aveva mai parlato tanto. Nessuno, nemmeno lo stesso Trump, visto che proprio a lui apparteneva – conquistato appena un anno fa – il precedente record. E nessuno, mai, prima di martedì sera, era riuscito, parlando tanto, a dire tante poche cose destinate a restare nella Storia. O, volendo lasciare la Storia agli storici, a relazionarsi in termini non enfaticamente propagandistici con cronache politiche che, sondaggio dopo sondaggio, negli ultimi mesi hanno visto la popolarità del presidente in carica scendere ben al di sotto dei limiti di guardia. “Trump presenta i suoi grandi successi economici ad un paese che la pensa diversamente”. È con questo titolo che il Wall Street Journal – quotidiano dalle molto notorie simpatie socialiste – ha con grande puntualità fotografato, appena qualche minuto dopo la sua conclusione, la maratonica esibizione presidenziale

Medaglie e frottole a volontà

A dispetto della irruenza verbale dell’oratore e di “side show” solennemente marcati dalla consegna d’una mezza dozzina di medaglie al valore – lo State of the Union di Donald Trump è stato una lunga, prolissa e spesso confusa celebrazione di se stessa. Prolissa, confusa e – appena è il caso di sottolinearlo – regolarmente scandita da frottole che, a conferma della decadenza etico-culturale del sistema politico americano, sono ormai una scontatissima e dominante parte del panorama. Trump ha mentito? Sai che novità.

La più bizzarra di queste frottole (tutte già mille volte smontate dai vari “fact-checking)? Come si usa dire, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nella sarabanda di cifre da Trump elencate – talora a vanvera e, nel migliore dei casi, esagerate per dimensioni o importanza – Trump non ha rinnovato la sua sfida all’aritmetica più elementare, tornando a sostenere, come in grande tranquillità già aveva fatto almeno una decina di volte, d’avere diminuito i prezzi al consumo dei medicinali del 500, 600 e persino 700 per cento. Ma ha di nuovo sostenuto che, grazie alle sue politiche commerciali, 18.000 miliardi di dollari in investimenti stranieri sono entrati negli USA. E forse è il caso di scegliere, tra le tante, proprio questa panzana, visto che, a smentirla, provvede, di fatto, lo stesso Trump, laddove, nella pagina web del suo governo, riporta – a sua volta con grossolana esagerazione – una cifra di poco superiore ai 9.000 miliardi. (Giusto per la completezza della cronaca: la cifra reale, calcolata da economisti indipendenti, non arriva in realtà ai 4.000 miliardi, perlopiù in forma di “impegni” a futura memoria).

La più macabra di queste frottole? Il premio non può in questo caso che andare a quella da Trump raccontata in merito ai cosiddetti “food stamp”. Vale a dire: ai buoni che vengono concessi a quanti vivono sotto la soglia di povertà per acquistare alimentari a prezzi scontati. Martedì sera Donald Trump ha sostenuto di avere “lifted out”, sollevato, “liberato” 2.400.000 persone da questo sistema assistenziale. Sollevato e “liberato” come? Portandoli, grazie ad una politica di crescita al di sopra della soglia di povertà? No. Sollevati nel senso che, semplicemente, li ha affamati privandoli – grazie alla mega-legge da lui definita “Big, Beautiful Act” – del diritto di ricevere il “food stamp”.

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Trump è, infatti, prevedibilmente tornato ad esaltare la sua politica dei dazi, deplorando con durissimi accenti la decisione con la quale la Corte Suprema – la stessa Corte Suprema che gli aveva, poco più di un anno fa regalato una totale impunità – di quella politica ha recentissimamente sancito la assoluta incostituzionalità. I dazi, ha sostenuto Trump, sono una fonte di ricchezza e di potere destinata a rimpiazzare, per la gioia delle famiglie americane, gli introiti oggi derivanti dalle imposte sul reddito (di nuovo, per completezza d’informazione: è stato calcolato che i dazi, che notoriamente sono una forma di imposta indiretta, da pagare, per così dire, all’uscita del supermercato, siano fin qui costate almeno 1.700 dollari, in media, per ogni famiglia americana).

I dazi – “the beautiful tarifs”, le belle tariffe, come ama definirli – sono anche, ha aggiunto il presidente, sfidando impavido la verità ed il ridicolo tra gli scroscianti applausi dei suoi seguaci, uno strumento di pace. È stato infatti grazie ai dazi che, ha ribadito, lui ha potuto terminare otto guerre (che in realtà, come le cronache già hanno ampiamente rivelato, non sono affatto terminate o, in realtà, mai sono esistite).

Per questo ha sostenuto Trump, dazi erano e – a dispetto del “tradimento” della Corte Suprema – dazi, per altre vie, continueranno ad essere. E ad essere per sua esclusiva volontà, senza alcun bisogno, come impone la Costituzione, d’una verifica congressuale.

“Bigger, better, richer and stronger”

Riassumendo. Trump altro non ha in sostanza fatto, lungo le quasi due ore del suo Address, che ribadire, tra autocelebrazioni e minacce, l’ovvia, strumentale contraddizione lungo la quale, da sempre, corre la sua proposta politica. Da un lato ha descritto un Paese che, grazie a lui, sta vivendo il più splendido e prospero periodo della sua Storia – un’America ‘bigger, better, richer and stronger” più grande, migliore, più ricca e più forte di quanto sia mai stata – e, dall’altro, è tronato a reclamare eccezionali, anzi, assoluti poteri, nel nome di una “emergenza” che non esiste.

Gli Stati Uniti sono entrati, secondo Trump, in una nuova “golden age”, una età dell’oro in termini di abbondanza e di potere. Gli Stati Uniti sono oggi, “the hottest country in the world” il più caldo paese del mondo. Non ovviamente a causa del riscaldamento globale – specie se si considera il fatto che, nell’ultimo anno, Trump ha sistematicamente distrutto ogni legge di difesa ambientale – ma perché rinvigorito, in quella che il presidente Usa ha definito “a turnaround for the ages”, una svolta storica, dalla luminosa, incandescente presenza del suo grande leader.

L’America sta vincendo come mai prima d’ora, ha ribadito Trump. Sta vincendo al punto che ormai lo va implorando di smetterla. Basta, mister president, basta, non ne possiamo più di vincere, ha detto Trump dissimulando, in quella che voleva esser una testimonianza d’elegantissimo humor, un’affettata disperazione. Ed è stato a questo punto che le porte della galleria si sono spalancate per fare entrare, al grido di “U.S.A, U.S.A”, i giocatori della nazionale di hockey su ghiaccio, fresca vincitrice – ovviamente per merito della politica di Trump – della medaglia d’oro alle Olimpiadi Milano…

In tanta splendida ed inedita luce gli Stati Uniti sono però anche, contemporaneamente – e qui viene la contraddizione lungo la quale strutturalmente corre il “trumpismo” – un paese “occupato”. Ed occupato perché bersaglio d’una permanente invasione di immigrati illegali, portatori di violenza, criminalità e malattie. Durante l’ultima campagna elettorale Donald Trump aveva ripetutamente descritto la sua proposta politica come una “guerra di liberazione”. E, pur non usando di nuovo questo termine, di guerra di liberazione è implicitamente tornato a parlare martedì sera, rispolverando, in inalterati termini, tutta la più vieta retorica xenofobica e razzista. L’America, per Trump si divide in due parti. Quelli che difendono i cittadini americani – la “vera” America – e quelli che difendono gli immigrati. Per questo si è più volte scagliato, definendoli “pazzi”, contro i democratici che ostentatamente, silenziosamente seduti ai propri banchi, non applaudivano le sue tirate contro i “clandestini”

Non una parola sui morti ammazzati di Minneapolis. Nessun accenno al caos ed alle violenze causate dai raid mascherati che, alla caccia di manovali, imbianchini, muratori e lavapiatti, l’ICE – non per caso da molti ribattezzata la “Trumpstapo” – va di questi tempi conducendo nelle metropoli e nelle campagne d’America. Nessun accenno alle deportazioni (spesso di regolarissimi cittadini USA colpevoli solo d’aver la pelle scura) decise in barba alle regole costituzionali del “giusto processo”. Per Trump gli immigrati sono colpevoli d’ogni cosa. Anche dell’enorme e sempre crescente debito pubblico degli Stati Uniti.

Corruzione e debito pubblico

In uno dei momenti più significativi del suo State of the Union, Donald Trump ha condannato, con indignati accenti, un caso di corruzione che, nello Stato del Minnesota, ha visto, particolarmente all’interno dell’ampia ed in genere ben integrata comunità somala, un ampio abuso di fondi destinati al Medicaid (l’ente che garantisse un minimo di assistenza sanitaria ai chi vive al di sotto della soglia di povertà). E, partendo da qui, due cose ha sostenuto. La prima (del tutto scontata): che lo scandalo è la riprova, a livello globale, della perversa natura della immigrazione. Di tutta la immigrazione, non solo quella clandestina. La seconda (del tutto ridicola): che basterebbe cancellare questi casi di corruzione – con immigrati, specie se di nera pelle, come protagonisti – per risolvere definitivamente il problema del debito.

Giusto per questo Donald Trump ha annunciato d’aver dato al suo fido vicepresidente J.D. Vance, l’incarico di formare e dirigere una commissione dedicata ad una implacabile lotta alla corruzione. Da dove – oltre al Minnesota – Vance comincerà questa lotta, ancora non si sa. Si sa però, per certo, da dove NON partirà. Non dagli “Epstein files” ai quali, non sorprendentemente, Trump non ha dedicato una sola parola. E non dagli almeno 4 miliardi di dollari che – grazie agli intrallazzi presidenziali – sono in questi ultimi mesi entrati nei forzieri della famiglia Trump. Roba, in questo caso, davvero “never seen before” nella storia della democrazia che, giusto quest’anno celebra il duecentocinquantesimo anniversario della sua nascita.

Che accadrà ora? Nella sua molto concisa e, per una volta, molto efficace replica, nel nome del Partito Democratico, la governatrice della Virginia, Abigail Spanberger, fresca e brillante vincitrice delle elezioni tenutesi lo scorso novembre, ha riassunto il problema in tre semplicissime domande. La prima: Sta, il presidente degli Stati Uniti, raccontandovi la verità? La seconda: State davvero vivendo in paese dove, immigrati a parte, trionfano la abbondanza e la felicità? La terza: sta, questo presidente, lavorando per risolvere i vostri problemi?

È ponendo a voi stessi queste domande, ha detto in sostanza Abigail Spanberger, che il prossimo novembre, dovrete andare a votare quando si svolgeranno le elezioni di metà mandato, chiamate a rinnovare tutti i seggi della Camera ed un buon numero di quelli del Senato.

Obiettivo finale: abolire la democrazia

Per capire quale, attualmente, sarebbe la risposta dell’elettorato a queste tre domande, basta un’occhiata ai sondaggi. Trump – ancora una volta “never seen before” – è oggi il più impopolare dei presidenti ad un anno dall’inizio del suo mandato. Lo è a tutto tondo, avendo perso ogni vantaggio anche sui temi – immigrazione ed economia – che, nel novembre del 2024, gli avevano garantito una molto risicata, ma egualmente significativa (davvero “storica”, per molti aspetti) vittoria. Dovesse questa tendenza confermarsi – e tutto spinge a credere che, non solo si confermi, ma anche che si approfondisca – il prossimo “midterm” dovrebbe risolversi, per Trump e per i repubblicani in una vera e propria debacle.

Proprio qui, tuttavia, viene – o meglio, riaffiora – il punto più importante, quello che meglio definisce la natura del trumpismo. Nel suo State of the Union Address Trump ha chiaramente ribadito un concetto. Il processo elettorale americano è “rigged”, fraudolento. E le elezioni si dividono in due categorie. Quelle che a lui vengono rubate, perché, per l’appunto, “rigged” (vedi le presidenziali del 2020). E quelle che lui vince perché la sua vittoria è “too big to be rigged”, troppo grande per essergli negata a dispetto delle frodi.

Due possibilità, queste, che rimandano ad una sola ed ormai consolidata verità. La stessa che il mondo ha potuto osservare in diretta TV la mattina del 6 gennaio 2021, quando i manifestanti a Washington convocati ed aizzati dal presidente ancora in carica, assaltarono il Congresso per impedire la nomina ufficiale del regolarissimo vincitore della contesa elettorale. Trump, semplicemente, non è disposto ad accettare un risultato elettorale che non lo veda come vincitore.

Ed è per questo che, nel corso del suo discorso, martedì notte, ha lanciato una proposta di legge che, chiamata “Saving Ameria Act”, legge salva-America, chiaramente si propone, attraverso un molto perentorio e molto fumoso obbligo di presentazione di “prove di cittadinanza”, di limitare e manipolare un voto che, comunque, può esser dichiarato valido solo in presenza d’una sua vittoria.

Detto nel modo più diretto. Trump può essere battuto dalla democrazia. E proprio per questo l’abolizione della democrazia è, in ultima analisi, il punto chiave della sua proposta politica.

È in questa prospettiva che gli Stati Uniti d’America entrano nell’anno che celebra il quarto di millennio del proprio venire al mondo come la prima e più durevole forma di democrazia. Una cosa “mai vista prima”, nel luglio del 1776. Una cosa “mai vista prima” oggi, ai tempi di Donald Trump, primo presidente Usa che, 250 anni dopo, a quella (e ad ogni altra) forma di democrazia è totalmente estraneo.

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