O, se si preferisce, dalla padella di Kristina alla brace di Karina. Per molti anni, in Argentina, la lettera “K” è stata immancabilmente connessa, con negativi accenti, ad un molto peronista ed alquanto controverso cognome: quello dei Kirchner. Kirchner come Néstor, il capostipite che governò il paese tra il 2003 e il 2007. E soprattutto, quello della sua sposa ed erede alla presidenza della Nazione: Cristina (normalmente scritta, in territori antiperonisti, con kappa) Fernández de Kirchner, ancor oggi indiscussa leader del Partido Justicialista, a dispetto di una condanna penale che da quasi un anno la vede agli arresti domiciliari. Una nuova e poderosa “K” sta ora sorgendo, tuttavia, sulla sponda opposta: quella, da più di un anno consolidatasi al potere, del mileismo anarco -apitalista. Trattasi della K di Karina, la sempre più “todopoderosa” ed influente sorella del presidente in carica, un tempo cartomante, oggi influentissima e vendicativa segretaria alla presidenza. Come non pochi vanno sostenendo: oggi in Argentina non si muove foglia che Karina non voglia. A cominciare dal territorio nel quale, ovunque predomini la corruzione, tutto comincia e tutto finisce: quello della Giustizia. Primo possibile passo: una amnistia, o indulto, per i (non molti) militari che vennero condannati per i crimini commessi dalla dittatura tra il 1976 e il 1983.
Ecco quel che, su La Nación, scrive in proposito, Claudio Jaquelín.
Como diceva una vecchia trasmissione radio, in Argentina inizia una nuova ora. O forse è una nuova era. Nel paese politico è appena iniziata un’altra fase K.
È il tempo di predominio della “sorellissima” presidenziale e segretaria generale della presidenza, Karina Milei, consolidato con il controllo di un nuovo ministero chiave, come quello della Giustizia, a discapito del già declinante potere di Santiago Caputo. Un tempo che comincia a lasciare alcune certezze e apre diverse incognite che il tempo svelerà molto presto.
La prima certezza è che è stata definita la struttura politica la cui missione centrale ha una data fissata nel calendario: ottobre 2027. L’operazione di rielezione di Javier Milei è già effettivamente in corso. Ed a capo del nuovo triangolo, ora scaleno, il cui vertice è occupato da Karina Milei, con come forze di complemento i cugini Martín ed Eduardo “Lule” Menem, ai quali assiduamente si aggiunge il capo di Gabinetto, Manuel Adorni, in questo modo trasformandosi in rombo un rombo.

La coreografia messa in mostra ieri durante l’insediamento del nuovo ministro, Juan Bautista Mahiques, non poteva essere più esplicita. Il gelido saluto che si sono prodigati, sotto gli occhi di tutti, la segretaria generale della Presidenza e l’assessore non è stato compensato dall’abbraccio stretto e lungo che il Presidente ha dedicato al suo (ex?) guru. A riprova di un legame emotivo tra i due che, dicono, ancora esiste.
L'”architetto della vittoria”, come Milei chiamava nel 2023 il suo consigliere più importante dell’epoca, è escluso dal nuovo nucleo di potere – almeno per ora. Anche se Caputo conserva ancora una giurisdizione cruciale, come quella degli organismi di intelligence dello Stato, che il Karinismo ha indicato come la prossima collina da conquistare: La raccolta e la gestione di informazioni riservate e sensibili è essenziale per l’esercizio del potere. Tutti i settori in lotta lo sanno fin troppo bene.
Ciò che accadrà in quella zona di potere è una delle domande chiave del momento, poiché non è un segreto per nessuno il ben oliato legame con il mondo delle spie che selezionano Mahiques e il suo non proprio secondo, Santiago Viola, responsabile del portafoglio della Giustizia. Tanto quanto ha significato e continua a significare questo universo nel legame con il potere giudiziario. Gli agenti organici e inorganici, vecchi e nuovi, di diverse epoche geologiche hanno terminali in questo schema.
Ci sono però più domande aperte in questa nuova fase, che ha iniziato a cristallizzarsi con il trionfo nelle ultime elezioni legislative. E sono legate a tematiche di forte impatto istituzionale e nella sfera pubblica.

Tra queste, andando dalla minore alla maggiore – e considerando l’urgenza e fattibilità – l’integrazione della Corte Suprema, la nomina del Procuratore Generale della Nazione (capo dei procuratori) e la pretesa di iniziare a pianificare una riforma costituzionale, in linea con il tempo libertario.
Anche se in materia di urgenza sono appena emerse versioni più rilevanti su un tema di enorme impatto politico e sociale, nazionale e internazionale, su cui alcuni attori politici con stretti contatti al vertice del militarismo dicono di aver visto qualcosa di più di una bozza e riguardo alla quale nel nuovissimo team di Giustizia non negano l’esistenza di un’iniziativa, ma preferiscono dire che non vogliono saperne. Cercheremo di evitare che ci crolli e che accada, almeno per ora”, dicono.
Si tratta di un presunto progetto di grazia per i militari detenuti (condannati o processati) per crimini contro l’umanità commessi durante l’ultima dittatura militare, che compirà 50 anni il 24 marzo. Un modo esplosivo di evocarlo per continuare a rifondare il paese secondo lo stile mileista, controcorrente, ancora una volta, rispetto ai paradigmi ed ai consensi stabiliti e raggiunti a partire dal recupero della democrazia.
Per il momento, nella Casa Rosada non rilasciano pubbliche dichiarazioni in propositoi e, come si è potuto sapere, non è questo un tema in merito al quale sia stat fin qui consultato alcuni dei sondaggisti ai quali il governo ricorre abitualmente per misurare il loro potenziale impatto sull’opinione pubblica. O, almeno, non è stato interpellato nessuno squadra dell’ex guru declinante Caputo.

Polarizzare e provocare sono due verbi che i nuovi governi politicamente illiberali spesso combinano in modo indissolubile. Se si va avanti, bisognerà vedere se la società è cambiata così tanto in questi anni da oltrepassare un’altra soglia non solo del possibile ma anche del decimabile. Menem l’ha fatto” potrebbero replicare i promotori. “In un altro contesto”, potrebbero rispondere gli oppositori.
Al di là di queste incognite e speculazioni più che rilevanti, Tra le certezze della nuova fase si annovera sul piano della Giustizia la designazione e l’elevazione per il loro trattamento al Senato di circa trecento nomi per coprire i posti vacanti nel Potere Giudiziario della Nazione. Una questione di enorme importanza, il cui ritardo aggrava il malfunzionamento della giustizia, e sulla quale questo governo non ha fatto alcun progresso da oltre due anni.
“Il problema è che ora potrebbe essere ulteriormente ritardato perché la maggior parte di queste proposte sono emerse dal team spostato e, in particolare, hanno l’impronta di Sebastián Amerio. Quindi il Karinismo sicuramente vorrà rivederli”, dice un membro del Consiglio della Magistratura con cognizione di causa.
Come è noto, l’ex viceministro della Giustizia rispondeva a Santiago Caputo ed è stato rimosso con disonore e senza preavviso mentre presiedeva la riunione di una commissione del Consiglio della magistratura. Non doveva sorprendere che ieri Amerio fosse una delle assenze più note nel giuramento di Mahiques.
In ogni caso, questo potrebbe non essere un motivo per procrastinare. I più informati sull’attività della silenziosa sorellissima dicono che da tempo stava esaminando attentamente la lista dei candidati a giudici, almeno di quelli più sensibili al potere.
I casi già aperti l’anno scorso contro i fratelli Milei e altri funzionari del governo sembrano aver fornito lezioni per un rapido apprendimento. Proteggere la retroguardia e il ritiro sono principi fondamentali per il presente e il futuro dei potenti. Più quando le accuse di irregolarità non sono solo patrimonio degli oppositori, ma anche un insumo della guerra interna.
Lo zelo che, dicono, Karina ha messo in campo, con l’assistenza dei cugini Menem e dei consiglieri della sua cerchia, per rivedere i documenti di giudici e procuratori è paragonabile a quello che questo triangolo ha posto per fare le liste dei candidati alle elezioni legislative.
È lo stesso zelo che stanno già mettendo per individuare e iniziare ad installare i candidati per le elezioni del prossimo anno, in cui intendono tenere almeno una mezza dozzina di governatorati, oggi nelle mani sia di avversari che di alleati o collaboratori. Tutto al 2007.
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