Impeach Biden! Per quale reato si vedrà…

Contraddicendo se stesso – e nella vana speranza di placare la furia nichilista dell’ala più fanaticamente trumpista del G.O.P. – lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, annuncia l’apertura (senza prove) del processo di impeachment contro il presidente Joe Biden. Il quinto nella storia degli USA. Il primo della “post-democrazia” trumpiana.

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“Oggi ho dato disposizioni alla competente Commissione della Camera, affinché apra una formale indagine di impeachment contro il presidente in carica”. Questo, giovedì scorso, convocata una conferenza stampa in quel di Capitol Hill, ha con molto affettata solennità dichiarato lo Speaker della House of Representatives, il repubblicano Kevin McCarthy. Subito precisando come a tale decisione fosse molto ponderatamente giunto dopo aver attentamente considerato gli indizi che un’altra indagine – quella condotta negli ultimi sei mesi dal House Committee on Oversight and Accountability – aveva raccolto in merito ai reati di “abuso di potere, ostruzione della giustizia e corruzione” presuntamente consumati dall’attuale inquilino della Casa Bianca.

Joe Biden è dunque, da quattro giorni a questa parte, un presidente ufficialmente sotto inchiesta, nonché il potenziale imputato – in un futuro presumibilmente prossimo – d’un più che probabile processo di impeachment. E molte, in effetti, sono le cose che questo probabile e prossimo processo già ha cominciato, oltre la nuda cronaca, a raccontarci. O, ancor più, a NON raccontarci. E, tra queste ultime quelle che, in ogni vera indagine, di qualsivoglia natura, vengono di norma considerate le più importanti. Anzi: le più essenziali. Ovvero: quali siano le prove, o gli indizi, che di fatto giustificano l’apertura di una formale inchiesta, preludio d’un altrettanto formale processo di impeachment (anche se su questo punto – vale a dire: se quello aperto “formalmente” da McCarthy sia un “vero” processo di impeachment o soltanto qualcosa che vagamente gli assomiglia – gli esperti di cose legali sembrano dissentire tra loro).

Kevin vs Kevin

Questo NON-racconto ha, prevedibilmente, una sua logica. Appena un paio di settimane o poco più prima, infatti, nel congedare i suoi colleghi ed i giornalisti in vista della chiusura estiva della Camera, era stato lo stesso Kevin McCarthy, a sottolineare – ed a sottolineare con inequivocabile chiarezza – due cose in merito alle indagini che riguardano Joe Biden. La prima: come la lunga, minuziosa (nonché isterica e palesemente faziosa) inchiesta condotta dal Committee for Oversight and Accountability non avesse fin ad allora raccolto prove o indizi tali da giustificare alcuna ipotesi di impeachment. La seconda: come, in ogni caso, la formale apertura d’una indagine d’impeachment non potesse esser decisa, tramite voto, che dalla maggioranza della House of Representatives da lui presieduta. Maggioranza che, con ogni probabilità, oggi non esiste. Se dunque qualcuno – tra i suoi colleghi repubblicani – mai avesse cullato, allo stato delle cose, l’idea di un impeachment, meglio avrebbe fatto, in attesa di tempi migliori, a conformarsi con un nulla di fatto. Anzi: con un nulla di fattibile.

Questo aveva detto Kevin McCarthy. Che cosa ha spinto lo Speaker della Camera a rivoltare come un guanto, dopo appena una quindicina di giorni, questa sua tanto nitida e perentoria opinione? L’arrivo dei summenzionati “tempi migliori”? È da escludere, considerato che nulla, durante la sospensione dei lavori congressuali, è sostanzialmente cambiato. Un’illuminazione divina? Improbabile, data la molto prosaica e materiale natura della svolta. Un’insolazione rimediata nella calura di questa ribollente estate? Il solo parlarne creerebbe oggi scomposte – e probabilmente incontrollabili – reazioni tra i suoi numerosi compagni di partito che, come Trump, notoriamente considerano “a hoax made in China”, una burla propagata dai cinesi, l’esistenza e gli effetti del “global warming”. Dunque?

La risposta corretta è: “the gavel”, il martelletto. Più in concreto: la capriola concettual-politica di Kevin McCarthy si spiega esclusivamente con il suo desiderio di non perdere la carica di Speaker – carica il cui potere è, per l’appunto, simboleggiata dal martelletto di legno col quale si aprono e si chiudono le sedute della Camera – da lui tanto faticosamente conquistata lo scorso dicembre.

La batosta del “midterm”

Un passo indietro per meglio comprendere. Come molti ricorderanno, le elezioni di metà mandato, consumatesi lo scorso novembre, avevano sancito un’inattesa e cocente sconfitta del partito repubblicano. Il tutto a fronte di pronostici che – nei malumori del post-Covid, nel pieno d’un processo inflazionario ed all’ombra d’un presidente democratico per molti motivi assai impopolare, nonché in ragione di quelli che i politologhi chiamano i “cicli elettorali” – prevedevano una storica avanzata del G.O.P. (Grand Old Party), coronata dalla trionfale conquista di molto solide maggioranze tanto alla Camera quanto al Senato. In realtà i repubblicani avevano poi, contati i voti, perso il controllo del Senato e non avevano conquistato, alla Camera, che una risicatissima maggioranza, paradossalmente condizionata proprio dai più trumpianamente estremisti tra i deputati eletti. Vale a dire: proprio dai rappresentanti della corrente di pensiero (chiamiamola così per comodità) che era, con tutta evidenza, stata la prima causa della sconfitta (vedi, per approfondire questo articolo di StrisciaRossa).

Kevin McCarthy era stato eletto Speaker solo dopo 15 votazioni – un record storico – e solo dopo essersi genuflesso, concessione dopo concessione, di fronte ai rappresentanti del cosiddetto Liberty Caucus, il gruppo congressuale che raccoglie i trumpisti più trumpisti di Trump. E in questo quadro era toccato ai due più loquacemente in vista tra questi “ultra MAGA republicans” – Matt Gaetz, rappresentante della Florida, e Marjorie Taylor Greene, rappresentante della Georgia – mettere le cose in chiaro giusto prima che McCarthy, giovedì scorso e radicalmente smentendo se stesso, annunciasse la apertura formale del processo di impeachment (sempre che tale possa esser considerato) contro Joe Biden. O si avvia (e si avvia subito) il procedimento per la messa in stato d’accusa del presidente – avevano senza mezzi termini dichiarato – o Kevin McCarthy può tranquillamente considerare se stesso un ex Speaker della Camera. Più in dettaglio: o McCarthy sceglie l’impeachment – per il quale un paio di settimane prima non esistevano, a suo dire, le condizioni minime – o può scordarsi tanto il nostro voto sul prossimo innalzamento del tetto del debito (tema complicato e dalle possibili devastanti conseguenze che qui troppo lungo sarebbe approfondire) quanto, per logica conseguenza, la sua attuale posizione di leader d’uno dei due rami del Congresso.

Per Gaetz, Taylor Green e gli altri membri del Liberty Caucus l’impeachment contro Joe Biden – e presumibilmente contro qualsivoglia altro presidente democratico – è, da sempre, molto più di una decisione politica. È un atto di fede, un dogma, un “a priori”, un atto dovuto per diradare le tenebre. Lo è al punto che Marjorie Taylor Greene s’era spettacolarmente premurata di depositare una mozione con la richiesta di impeachment già lo scorso 12 di gennaio, il giorno stesso del suo insediamento nella House of Representatives, ed una settimana prima che “Uncle Joe” entrasse alla Casa Bianca. Questo non tanto per una personale avversità (che pure esiste in forma acuta), quanto per una esiziale necessità (oltre che, ovviamente, per poter attribuire a se stessa il vanto del primo passo verso la salvezza).

Tuytta colpa del “Deep State”

MTG, come per brevità viene di norma chiamata, è sicuramente stata – e non è chiaro in che misura ancora sia, visto che mai ne ha condannato le teorie cospirative – una seguace della setta QAnon (Q come il misterioso personaggio che ne ha rivelato le verità e “Anon” come, per l’appunto, “Anonimous”) convinta che il mondo sia minacciato da una conventicola di pedofili satanici di origine extraterrestre (in effetti rettili che, sotto mentite spoglie umane, si nutrono del sangue dei pargoli che violano); e che di questa orripilante conventicola (forte di molte appendici hollywoodiane e con George Soros, nuova versione dei Savi di Sion, costantemente sullo sfondo) il Partito Democratico e, più in generale, il famoso “deep State”, lo Stato profondo, altro non siano, rispettivamente, che il braccio politico ed il braccio armato. Con, per contro, Donald Trump designato salvatore del mondo (Giusto per la cronaca: a domanda su quel che di QAnon pensasse, questo è tutto quello che il medesimo Trump ha fin qui risposto: “They love me very much”, loro – i seguaci di QAnon n.d.r. – mi amano molto).

 Pura follia? Purissima. E, a quanto pare, oggi in grado di puramente determinare – non solo nella House of Representatives, dove MTG è ormai, di fatto, una delle più prominenti figure del Partito Repubblicano – la direzione d’uno dei due grandi partiti che hanno storicamente definito la molto rigidamente bipolare democrazia americana.

Resta ovviamente una domanda: rettili extraterrestri e pedofili a parte, per quale reato – o “high crime and disdemeanor” come recita la Costituzione – il presidente Joe Biden rischia prossimamente l’impeachment? Meglio ancora, tornando a bomba: quali sono le cose che l’impeachment annunciato da Kevin McCarthy NON ci ha raccontato? Quali sono i delitti concretamente contestati al presidente? Allo stato delle cose, uno solo: quello di esser padre di Hunter Biden e potenziale beneficiario, assieme ad altri membri della famiglia (molto potenziale stando alle prove, o non prove, raccolte in cinque anni di indagini a vari livelli) dei non sempre (anzi, quasi mai) limpidi affari da quest’ultimo congegnati in Ucraina ed in Cina.

I fatti sono ormai stranoti e, paradossalmente, già sono stati parte integrante d’un altro e ben più sostanzioso processo di impeachment: quello – come di certo molti ricorderanno – che nel 2019 coinvolse un, in pratica reo confesso, presidente Donald Trump. La prova dell’alto crimine – nulla nel comportamento di Trump poteva, infatti, essere classificato come “misdemeanor“ o semplice “trasgressione” – consisteva nella trascrizione d’una telefonata intercorsa tra l’allora presidente degli USA ed il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, dalla quale inequivocabilmente risultava come il primo stesse usando i danari di aiuti all’Ucraina già votati del Congresso come strumento di ricatto per ottenere dal suo interlocutore l’annuncio dell’apertura di una inchiesta su una molto tenebrosa impresa energetica ucraina, Burisma, nel cui consiglio di amministrazione era per l’appunto entrato, con lauto stipendio e senza alcuna vera qualificazione professionale, Hunter Biden, figlio di Joe, allora ex vicepresidente nell’Amministrazione di Barack Obama.

In sostanza: in quella telefonata – da lui definita “perfetta” – Donald Trump annunciava il possibile ripristino di aiuti la cui erogazione lui stesso aveva arbitrariamente sospeso, a patto che – “I would like you to do us a favor, though” vorrei tuttavia che Lei ci facesse un favore, aveva con tipici accenti mafiosi detto il 45esimo presidente degli USA – Zelenskyy ufficialmente annunciasse, come già detto, l’ufficiale apertura di un’inchiesta su Burisma, Hunter e, vero punto focale del tutto, Joe Biden. Vale a dire: su quello che, nel pieno delle primarie democratiche, già andava profilandosi come il di gran lunga più probabile dei suoi rivali democratici nella prossima corsa alla Casa Bianca. Si badi bene: Donald Trump non chiedeva a Zelenskyy una vera inchiesta, non era in cerca di alcuna verità giudiziaria – cosa che già di per sé sarebbe stata comunque gravissima. Quello che Trump chiedeva era un “annuncio di inchiesta”, materiale per una campagna di calunnie ed insinuazioni nei confronti d’un suo prossimo, diretto rivale politico. E, per questo, usava fondi pubblici la cui destinazione già era stata istituzionalmente deliberata, contemporaneamente invitando il presidente ucraino a prender contatto, per meglio condurre le indagini (o il simulacro di indagini), non con qualche ufficiale agenzia investigativa statunitense, tipo il FBI, ma con Rudy Giuliani, personaggio che ai tempi, non aveva alcun incarico se non quello del tutto ufficioso, peggio, del tutto “sotterraneo”, di personale avvocato, o faccendiere, del presidente in carica.

Al centro della ipotetica inchiesta: il licenziamento, propugnato e conseguito dall’allora vicepresidente  Joe Biden, del procuratore generale ucraino, Viktor Shokin. Licenziamento, secondo Trump ed i trumpisti, finalizzato all’insabbiamento delle inchieste che il magistrato stava conducendo su Burisma ed i suoi loschi affari con Hunter Biden. In sintesi: Joe Biden avrebbe, usando il suo peso di vicepresidente USA, protetto il figlio (e se stesso) dalla mannaia della Giustizia ucraini. Una tesi, questa, che è stata da tempo non solo smontata – e smontata al di là del classico ragionevole dubbio – ma anche completamente ribaltata da una inequivocabile e multilaterale ricostruzione dei fatti. L’Ucraina era – ed ancora è – un paese soffocato dalla corruzione. E di questa sistemica corruzione Viktor Shokin era ai tempi, per una miriade di eccellenti ragioni, considerato uno dei centri motori. Non solo Shokin non conduceva alcuna inchiesta sulla corruzione (di Burisma o di qualsivoglia altra entità), ma era proprio nel suo ufficio che ogni inchiesta svaniva – per ripetere la poetica e stranota metafora usata dal replicante morente nel finale di Blade Runner – come “lacrime nella pioggia”. Nel chiedere ufficialmente (ed infine ottenere) la sua rimozione, Joe Biden non faceva che dar corpo, in piena luce del sole, ad una politica che accomunava il governo degli Stati Uniti, la Unione Europea, il Fondo Monetario e ogni altra agenzia interessata a non disperdere nei tenebrosi meandri della corruzione – il teatrino nel quale Shokin era uno dei principali burattinai – gli aiuti che inviava all’Ucraina.

Prove? Quali prove?

Questa era la verità. E questa verità non ha, da allora, ricevuto che conferme. Solo qualche mese fa il famoso Committee for Oversight and Accountability – quello che doveva, infine, mettere Joe Biden con le spalle al muro – aveva molto pubblicizzato la “decisiva” testimonianza di Devon Archer, personaggio che di Hunter Biden era stato socio d’affari proprio in Ucraina. Ed Archer aveva in effetti confermato quello che da sempre si sapeva e che mai era stato in discussione. Il nome di famiglia, era per Hunter, una sorta di “brand”, un marchio di fabbrica che usava per far soldi. La sua relazione col padre era la sua unica qualificazione. E non esitava, per questo, ad esibirla di fronte ai suoi interlocutori paganti, spesso in forma di casuali telefonate. Ma Devor Archer ha anche inequivocabilmente aggiunto, rispondendo ad una altrettanto inequivocabile domanda, che quei colloqui telefonici col padre altro non erano che “small talk” (del tipo “come va la salute?”, “come stanno i bambini?”, “ci vediamo a Natale?”, “che tempo fa a Washington?”). E che mai, per quel che lui sapeva, Joe Biden era entrato col figlio in discussioni d’affari. Mai, per sua conoscenza, v’erano rapporti tra quel che Hunter faceva (o pretendeva di fare) con Burisma o altrove, e l’allora vice-presidente Usa.

Niente di “impeachable”. E, in ogni caso, poca roba di fronte alla “corruzione familiare” sfacciatamente esibita, con la totale e silenziosa complicità degli attuali inquisitori, nel corso della Amministrazione Trump. Il genero di Trump, Jared Kushner – che dal presidente era stato, tra le altre cose, nominato responsabile degli affari mediorientali – ha notoriamente chiuso la sua (in verità non troppo brillante) carriera politica ottenendo, per la sua impresa immobiliare, un contratto da oltre 2 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita. E una delle figlie di Donald Trump, Ivanka, ha, tra il 2017 ed il 2021, sistematicamente accompagnato il padre nei suoi itinerari presidenziali, accumulando, in diverse parti del mondo – presumibilmente non solo per la qualità del prodotto – succosi vantaggi commerciali per la sua impresa di moda e cose varie.

Tutto è naturalmente possibile. Nessuno può escludere che emergano, nel prossimo futuro, fatti che segnalano più dirette ed esecrabili responsabilità del presidente in carica. E continue sono le voci – anche se pressoché tutte di fonte repubblicana – di email fatte sparire, di conti bancari segreti, di occulte complicità dei vari rami del “deep State” e di indagini artatamente insabbiate dalle varie agenzie governative. Si vedrà. E di certo resta, in questo rossiniano e permanente “venticello” di mezze notizie ed insinuazioni – se non proprio di vere e proprie calunnie – l’indecifrabile ambiguità del comportamento dello stesso Joe Biden, che mai ha, in questi anni, davvero preso le distanze dalle molto nebbiose attività del figlio. Per Hunter, Joe Biden non ha mai avuto, da quando il suo nome è diventato notizia, altro che parole di conforto, affetto e ammirazione. Mio figlio, ha sempre detto, non mai fatto “alcunché di male”. E, ha sempre aggiunto, “sono molto orgoglioso del coraggio da lui mostrato nella sua lotta contro la dipendenza dalla droga” (Hunter è stato, per molti anni ed in termini molto drammatici “crack-dipendente”. Una esperienza da lui stesso raccontata in un’autobiografia dal titolo “Beautifull Things”).

Perché “Uncle Joe” è rimasto in questa sorta di limbo, senza alzare alcuna insormontabile e visibile barriera tra lui e gli affari che, usando il suo cognome, Hunter andava qua e là facendo? Difficile è capirlo. Forse davvero per la più semplice ed umana delle ragioni: per l’amore di un padre che avendo già perso due figli in tragiche circostanze – Naomi morta ancora bambina insieme alla prima moglie di Joe in un terribile incidente stradale, e Beau, ucciso nel 2015 da un cancro al cervello – non voleva perderne un terzo. O forse per altre e meno nobili ragioni. Chi può dirlo?

Il primo impeachment “postdemocratico

Per il momento così stanno le cose. Nell’ormai lunga storia degli Stati Uniti d’America non ci sono stati, finora, che quattro processi di impeachment, due dei quali a carico di un solo presidente: Donald J. Trump. Quattro processi e quattro assoluzioni. Ed in ciascuno dei quattro casi, alla base del processo, sempre c’era stato un fatto, una prova. Nell’ormai lontanissimo 1868, al termine della Guerra Civile e nel pieno della cosiddetta “Recontruction”, c’era stato il licenziamento, senza previo consenso del Senato, del Segretario di Guerra Edwin Stanton. Nel più recente caso di Bill Clinton, nel 1998, 130 anni più tardi, c’era stato il famoso “Blue dress”, l’abito blu di Monica Lewinski che, macchiato di sperma, testimoniava come Clinton avesse mentito nel dichiarare “I never had sex with that woman”, mai ho avuto relazioni sessuali con quella donna. E nel doppio ed ancor freschissimo caso di Trump – oggi, è bene ricordarlo, protagonista anche di quattro diversi processi, per un totale di 91 imputazioni, molte delle quali relative al sovvertimento dell’ordine costituzionale – c’era stato il medesimo Trump, le parole da lui consumate nel corso della sua “prefetta” conversazione con Zelynskyy, le immagini, mai viste prima in America, dell’assalto al Congresso.

Quello che Kevin McCarthy ha ufficialmente aperto giovedì scorso è, in realtà, il primo processo basato su una semplice, impalpabile presunzione di colpa. Anzi, allo stato delle cose, sulla totale assenza di prove. O meglio: sulla convinzione – tipica d’ogni teoria cospirativa – che proprio nell’assenza di prove stia, all’ombra del “deep State” o di chi per lui, la prova provata della colpevolezza dell’imputato.

Comunque finiscano le cose – e molto alte sono le possibilità che finiscano nel peggiore dei modi – questa è la vera notizia, il vero “racconto”: quello contro Joe Biden è, a tutti gli effetti il primo impeachment “post-democratico”, l’ultima e chiarissima testimonianza di una democrazia – la “più antica del mondo”, come si usa dire – entrata in una epocale crisi per via della trasfigurazione autoritario-sovversiva di una sua metà: quella occupata dal Partito Repubblicano diventato, senza possibilità di ritorno, il partito del culto di Trump. Con conseguenze ancora tutte da misurare. Per l’America e per il resto del mondo.

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