Il dovere di capire

Ferve il dibattito mentre, in Cile, s'avvicina il cinquantesimo anniversario del golpe militare dell’11 settembre 1973. Ma molto difficile rimane, in questo dibattito, abbandonare – a favore di una ragionata ricostruzione dei fatti - i miti e le passioni che da sempre caratterizzano il giudizio sui mille giorni della generosa ma fallimentare esperienza di “costruzione del socialismo nella democrazia” dei mille giorni del governo Allende. E sulle tragiche conseguenze del suo sanguinoso abbattimento.

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In questa brillante analisi, pubblicata da Ex-Ante, Ricardo Brodsky illustra – rivolto soprattutto a quanti, a sinistra, continuano, tra mito e realtà, a scegliere il primo – le ragioni per le quali capire e spiegare (spiegare a se stessi ed al mondo) quel che accadde mezzo secolo fa non sia affatto, come molti vanno sostenendo, una forma di “negazionismo” o di “giustificazionismo”, ma il modo migliore per consolidare, nella coscienza nazionale, la definitiva condanna del golpe e di ogni forma di autoritarismo.


Leggere e studiare il periodo dell’Unità Popolare, riconoscendo gli errori e le fallacie che l’hanno portato al fallimento è, a 50 anni dal golpe e al di là delle speranze che il processo ha suscitato nel mondo popolare e delle reazioni furibonde dei suoi avversari cileni e stranieri, un obbligo morale della sinistra cilena, non un tradimento e una forma di negazionismo.


Man mano che si avvicina la data della commemorazione dei 50 anni del colpo di Stato cominciano a crescere le accuse di negazionismo contro coloro che propongono, come il presidente Boric, di “rivedere e analizzare più dettagliatamente” il periodo dell’Unità Popolare.

Il negazionismo è inteso come la non accettazione di una verità già consacrata e provata dai tribunali e dalle relazioni della verità, cioè le sistematiche violazioni dei diritti umani tra il 1973 e il 1990. Cosa può avere a che fare una lettura autocritica del periodo dell’Unità Popolare con il negazionismo? Questo nessuno l’ha spiegato. Ciò che è evidente è che alcuni si intendono come i guardiani di una memoria irriducibile che non ammette licenze né dubbi, e che minaccia di “cancellare” quanti osano discutere la verità unica consacrata. Ogni tentativo di spiegare le ragioni per cui il Cile ha perso la democrazia nel 1973 è considerato una giustificazione della dittatura.

Tuttavia, secondo Tzvetan Todorov, “spiegare, o voler capire, non equivale a relativizzare la gravità dei fatti o giustificarli o giustificarli. Tutto il nostro sistema giudiziario è fondato sul postulato inverso. Da quando abbiamo constatato un crimine cerchiamo di punire il colpevole, ma, ad eccezione della legge del Taglione, cerchiamo anche di capire perché il crimine è stato commesso. Come, altrimenti, potremmo impedire che si ripeta per altri individui, in altre circostanze?”. Giustificare richiederebbe dimostrare che qualcosa è necessario. Capire non è giustificare, è un mezzo, l’unico, altrimenti ben fragile, di costruire un Mai Più.

Ebbene, è difficile comprendere il momento storico che abbraccia gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del XX secolo senza rendersi conto della “mappa mentale” dei protagonisti di allora, del peso delle ideologie e del loro carattere antagonistico, quelle che venivano assunte come verità assolute e la maggior parte delle volte chiuse.

Dal punto di vista ideologico il colpo di Stato e la dittatura hanno sostenuto il suo discorso su due assi iniziali convergenti: l’anticomunismo e la dottrina della sicurezza nazionale. La sua Dichiarazione di Principio (ottobre 1973) proclamava la necessità di un intervento profondo e prolungato per la ricostruzione “morale, istituzionale e materiale del Cile e cambiare la mentalità dei cileni”, affermando la necessità di un movimento civico-una democrazia “più di sostanza che di forma” con le forze armate “garanti di un’ampio concetto’ di sicurezza nazionale”[2].

Contro la sovversione tutto vale

La dottrina della sicurezza nazionale promossa da Washington nel contesto della guerra fredda, ideologia comune agli ambienti militari di tutta la regione latinoamericana, proponeva l’esistenza di un nemico interno che bisognava sconfiggere con tutti i mezzi. In tal senso, secondo il regime “la repressione era la risposta legittima a una sovversione manifesta o larvata ed era esente dal rispetto dei diritti umani delle persone che si sottraevano muto proprio alla loro titolarità, ingrossando le fila del nemico”. Conosciamo bene gli orrori di questa ideologia che si è tradotta in campi di prigionia, omicidi, sparizioni forzate, esilio, tortura, tutto ciò che è stato riconosciuto dai rapporti delle vere commissioni e dai tribunali.

La sinistra degli anni sessanta, da parte sua, nei suoi diversi aspetti comunista, socialista e cristiana, condivideva l’idea di essere rappresentante di un progetto ideale di superamento del capitalismo. Si concepivano, quelle forze, come la parte avanzata di una forza sociale guidata dalla classe operaia, un’avanguardia universale in possesso di un ruolo predeterminato scientificamente sull’evoluzione necessaria della società verso un fine tanto positivo quanto inevitabile. Sentendosi portatori di quella missione storica, padroni del pensiero scientifico, credevano (e alcuni lo credono ancora) che, se l’opinione del popolo era elusiva, era la prova della loro mancanza di coscienza di classe, ignoranza sui loro “interessi oggettivi” e infine, della presenza di una falsa coscienza, di una colonizzazione ideologica da parte della borghesia. Il compito allora, come evangelizzatori, era portare la verità unica al popolo e spingere la rivoluzione, anche contro i suoi desideri. La distanza che questo ottimismo storico, questa ideologia teologica imponeva sulla realtà, faceva sì che la sinistra non solo fosse profondamente volontarista, ma agisse a prescindere dalla situazione reale del Paese.

La “via cilena” che non fu

Nonostante queste idee che oggi potremmo definire infantili, nella sinistra dell’epoca si fece strada una concettualizzazione teorica per la “via cilena”, un cammino democratico e pluralista di transizione verso il socialismo, espresso nel discorso presidenziale del 21 maggio 1971, dove confluirono le politiche realiste del partito comunista, la tradizione democratica di Salvador Allende e la teorizzazione politica di Joan Garcés. Questa strategia politica aveva una coerenza interna, ma come opzione riformista per un progetto democratico nazionale, non come opzione rivoluzionaria per un cambiamento radicale della società in un senso socialista.

La retorica di Salvador Allende, con la sua inclinazione a rivendicare i miti rivoluzionari e il suo gusto di mostrarsi come un marxista leninista coerente, anche se originale, non ha soddisfatto la necessità di un racconto coerente con la strada che si stava seguendo. Solo alla fine, negli ultimi mesi, quando le prospettive d’una guerra civile o di un colpo di Stato divennero evidenti, il discorso del presidente si spinse decisamente per la difesa delle istituzioni democratiche esistenti, della Costituzione e delle tradizioni repubblicane. Infatti, nel suo discorso, pronunciato prima di morire alla  Moneda l’11 settembre, Allende non ha fatto appello nè alla rivoluzione né al socialismo né ai partiti dell’Unità Popolare che in realtà lo avevano abbandonato, ma alla Costituzione, alla lealtà repubblicana e al mondo dei lavoratori.

Cosa può insegnare a noi, abitanti del Cile del 2023, il fallimento dell’esperienza dell’Unità Popolare?

L’esito tragico, catastrofico dell’esperienza cilena è stato lungamente commentato e analizzato. Molti concordano nel sottolineare l’importanza dei fattori politici rispetto a quelli economici o sociali per spiegare il crollo dell’Unità popolare. Il professore dell’università di Yale Juan J. Linzn nell’introduzione al libro “Il fallimento della democrazia in Cile” di Arturo Valenzuela sostiene che il fattore principale che spiega la rottura democratica è “l’erosione delle forze moderate o centriste “pro-regime” e la politicizzazione delle istituzioni neutrali (…) con la conseguente polarizzazione totale della popolazione[“. A suo parere, senza un centro pragmatico le possibilità di sopravvivenza del regime democratico diventano molto difficili poiché la polarizzazione ne diventa la caratteristica principale.

La tesi di Valenzuela è che il Cile non era fatalmente predestinato alla distruzione della sua democrazia, e che sono stati determinanti i fattori soggettivi, tra cui “Ideologie che pretendono di instaurare utopie portano spesso a tragici esiti, soprattutto quando coloro che si imbarcano in questi progetti sono una minoranza che cerca di imporre la propria utopia sull’intera società”[5].

Cinque momenti critici

Secondo Valenzuela, idea questa condivisa da Edgardo Boeninguer , “ci sono stati alcuni momenti critici in cui c’è stato lo spazio necessario per intraprendere azioni volte a salvare il sistema”. Boeninguer fa esplicito riferimento a cinque opportunità: all’inizio del governo la convergenza delle candidature di Allende e Tomic su iniziative programmatiche comuni avrebbe potuto dare luogo a un negoziato che avrebbe ampliato le basi di sostegno del nuovo governo; una seconda occasione, molto favorevole al governo, fu dopo il risultato delle elezioni comunali del 1971 in cui la Dc era ancora incline a favorire il processo di cambiamento, che cadde l’omicidio di Pérez Zujovic; nel giugno 1972 la caduta del ministro Sergio Vuskovic e l’assunzione di Orlando Miglia con un programma economico più responsabile e realistico ha aperto un’opportunità di convergenza con la DC intorno a pesanti definizioni sui settori dell’economia; La quarta, secondo Boeninguer, avvenne dopo le elezioni parlamentari del 1973, quando l’opposizione non raggiunse il suo obiettivo elettorale per rendere possibile l’accusa costituzionale contro il presidente.

Era giunto il momento, invece di radicalizzare il processo, di cercare un accordo sulla riforma costituzionale delle aree dell’economia e sulle condizioni legali per consolidare quanto era stato fatto; infine, l’ultima opportunità prima del colpo di stato -Il patto che si sarebbe potuto raggiungere nell’incontro finale del presidente con Patricio Aylwin- era un’iniziativa che, in forma plebiscitaria, permettesse di salvare la democrazia offrendo un’uscita istituzionale alla crisi.

Certamente, come vedremo a rischio di malintesi, praticamente tutte le analisi successive al colpo di Stato concordano nel criticare il fatto che l’Unità popolare non ha saputo o non ha voluto ampliare la sua base politica, sociale ed elettorale di sostegno, assumendosi i costi per il suo programma. In particolare si critica il fatto che la sua politica verso la democrazia cristiana, quando era ancora possibile costruire accordi di cooperazione o di fondo, era cieca e settaria. Imporre riforme strutturali come quelle definite nel programma dell’UP senza maggioranze politiche e sociali, si è rivelato un esperimento suicida….

Leggi l’intero articolo, in spagnolo, su [Ex-Ante]

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