Trump, un presidente con “licenza d’uccidere”.

Immunità presidenziale significa, per Donald J. Trump, ormai sicuro candidato repubblicano, un’assoluta libertà di commettere qualsivoglia crimine. Ivi incluso l’omicidio – Putin’s style – dei propro oppositori poillici. Cosa potrebbe accadere dovesse, questo farsesco 007 con “licenza d’uccidere” tornare alla Casa Bianca?

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Donald J. Trump sarà, il prossimo 5 novembre, il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Questo è quanto hanno confermato – ormai pressoché al di là del proverbiale “ragionevole dubbio” – le primarie del cosiddetto “Super-Tuesday”, tenutesi ieri notte in 15 dei 50 Stati dell’Unione. E questo è quel che lunedì scorso – con aritmetica unanimità, ma con furente difformità politica – ha deciso la Corte Suprema, annullando la sentenza con la quale, lo scorso novembre, una corte dello Stato del Colorado aveva escluso Trump dalle prossime primarie, invocando la (da allora diventata famosa) sezione 3 del 14esimo emendamento della Costituzione. Quella che prevede l’automatica esclusione da qualsivoglia carica governativa dei funzionari federali che abbiano preso parte ad una insurrezione.

In un solo caso, a questo punto, Donald Trump potrebbe dunque, tra poco più di otto mesi, non correre per la presidenza. Quale caso? Quello d’un omicidio. D’un legalissimo omicidio. Un omicidio a tutti gli effetti consumato non solo sotto la protezione della piena e incondizionata immunità che la Costituzione concede a chi ricopre la carica di presidente, ma anche, paradossalmente, con il morale e politico assenso della vittima. Più in dettaglio: il prossimo novembre, Trump non potrebbe essere della partita qualora l’attuale inquilino di 1600 Pennsylvania Avenue, Washington D.C., Joseph Robinette Biden Sr., meglio noto come Joe Biden (Uncle Joe, per i più intimi) decidesse – facendo uso dei poteri e dei privilegi che la Costituzione gli garantisce – di impiegare una delle squadre speciali d’una qualunque delle branche delle Forze Armate di cui è “Commander in Chief” per assassinare quello che si profila come il suo ormai più che certo rivale nella corsa alla Casa Bianca.

Una “assoluta immunità”. Anche in caso d’omicidio

Sì, avete letto bene. La parole sono proprio queste: omicidio e assenso. E se, di fronte a questa conferma, pensate ad estreme eventualità – un colpo di sole di chi scrive, una molto macabra e piuttosto demenziale irruzione nei sempre scivolosi territori del cosiddetto “humor nero”, o a un caso di perniciosa follia – evidentemente non avete prestato sufficiente attenzione a quel che, non da oggi, sta accadendo in quella che ama definire se stessa “la più antica democrazia del mondo”. Perché proprio questo è quello che il medesimo Donald Trump ha esplicitamente chiesto alla Corte Suprema dopo che un’analoga richiesta era stata, con un per nulla dissimulato sdegno, all’unanimità respinta da una Corte d’Appello federale: di stabilire un principio di “immunità assoluta” per qualsivoglia atto compiuto nelle sue funzioni da chi ricopre la carica di presidente.

In sostanza: nell’ovvio tentativo di evitare i processi che lo attendono per i 91 reati che, in quattro differenti casi, gli vengono imputati, Donald Trump aveva chiesto alla sunnominata Corte d’Appello, una preventiva e totale assoluzione nel nome dei privilegi che, a suo dire, la Costituzione gli garantiva, ai tempi del delitto, in quanto presidente. In virtù di quei privilegi – privilegi senza i quali, avevano sostenuto i suoi avvocati, la stessa presidenza “non potrebbe esistere” – tutto quel che aveva fatto o che avrebbe potuto fare negli anni della sua permanenza alla Casa Bianca era assolutamente “non punibile”. Tutto: l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, l’appropriazione di documenti top-secret ammassati nelle stanze da bagno e nelle sale da ballo di Mar-a-Lago, i tentativi di frode elettorale consumati in Georgia, l’ “hush money”, i denari pagati per comprare il silenzio della pornostar Stormy Daniel e poi alla faccia delle leggi vigenti spacciati per “spese elettorali”. Tutto legale, tutto permesso. Tutto “processabile” dalla giustizia ordinaria solo e soltanto nel caso d’una precedente condanna in Senato al termine d’un procedimento di impeachment.

La Corte Suprema di Donald Trump

Tutto? Proprio tutto, nel senso di tutto?, avevano esplicitamente chiesto i giudici della Corte d’Appello. Tutto – avevano insistito – anche nel caso che “il presidente mandi una squadra speciale ad assassinare un oppositore”? E questa era stata, a nome del loro illustre assistito, la risposta degli avvocati: un tondo ed inequivocabile “sì”. “What are you waiting for, Joe?”, che cosa stai aspettando, Joe, era stato, poche ore dopo – sarcasticamente rivolto al presidente in carica – il commento di Steven Colbert, uno dei più popolari “stand up comedian” nel corso dello show notturno che conduce per una delle più gradi reti televisive…

Vale però la pena, per meglio cogliere il senso delle cose, partire dall’inizio della storia. E all’inizio della storia – una storia che StrisciaRossa già ha in più occasioni raccontato – c’è una Corte Suprema che, negli ultimi anni è stata fraudolentemente modellata a misura dell’America più reazionaria e bigotta. Più trumpiana, in ultima analisi. Grande artefice di questa truffa è stato, come molti ricorderanno, il capo dell’allora maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, l’uomo che, impunemente violando ogni regola procedurale ed ogni politica decenza, ha infine regalato alla Corte tre nuovi giudici di stretta osservanza conservatrice. Come? Prima negando a Barack Obama la possibilità di nominare, com’era suo diritto, un nuovo giudice dopo la morte di Antonin Scalia, e poi garantendo quella medesima possibilità, in circostanze assolutamente analoghe, a Donald Trump dopo la morte di Ruth Ginsburg.

McConnell, un addio senza condizioni e senza dignità

Detto tra parentesi. Giusto nei giorni scorsi Mitch McConnell – da molti considerato l’ultimo e decrepito rappresentante del Partito Repubblicano che fu, reazionario ma democratico – ha annunciato, in un triste e indecoroso addio, le sue prossime dimissioni da capo della fu maggioranza ed oggi minoranza repubblicana al Senato. Tanto triste ed indecoroso – nonché alquanto relativo visto che l’ottantaduenne McConnell manterrà fino al 2028 il suo seggio senatoriale – è in effetti stato quell’addio da sembrare l’allegorica rappresentazione d’una resa senza condizioni e senza dignità. O d’una definitiva, ingloriosa consegna di quel che resta del Partito nelle mani di Donald Trump e del suo culto.

Tornando a noi. È grazie alle truffaldine manovre di McConnell che oggi la Corte Suprema – una Corte Suprema che, come rivelano tutti i sondaggi, ha visto svanire nel vento della sua sempre più ovvia faziosità il prestigio di cui godeva – s’avvale d’una ferrea maggioranza ultraconservatrice (6 a 3) che, contro l’opinione del Paese, al Paese già ha regalato la cancellazione della famosa sentenza Roe vs. Wade che garantiva il diritto all’interruzione della maternità. Ed è questa Corte Suprema che, oggi, è chiamata a dirigere il traffico nell’intricatissimo incrociarsi di questioni giuridico-politico-etiche che accompagnano la corsa alla Casa Bianca. Cosa che, prevedibilmente, la Corte sta facendo regalando a Donald Trump, decisione dopo decisione, molto preziose corsie preferenziali. Come accaduto nel caso, citato all’inizio di quest’articolo, dell’annullamento della sentenza che, in Colorado, escludeva Donald Trump – reo d’aver promosso una “insurrezione” – dai processi elettorali dello Stato.

La decisione della Corte Suprema era, nella sua sostanza, del tutto scontata. Ed è infatti, almeno in termini numerici, arrivata all’unanimità. Tutti i giudici, di tutte le tendenze, hanno ritenuto – come dai più pronosticato e come scritto nella finale motivazione – che permettere ad ogni Stato di decidere, quali che siano le ragioni dell’esclusione, chi abbia e chi non abbia il diritto di partecipare alle elezioni, significherebbe condannare ad una caotica balcanizzazione l’intero processo. Il problema è che la maggioranza (cinque giudici su nove, in questo caso) è andata molto al di là di questa largamente prevista e del tutto logica considerazione, provocando, dietro la facciata dell’unanimità, la furiosa reazione della minoranza dei tre giudici “liberal” e la più pacata, ma altrettanto ferma replica di Amy Coney Barrett, di norma parte del “gruppo dei sei”.

I cinque giudici in questione non si sono infatti limitati a stabilire che un candidato non può essere eliminato dalla corsa per decisione di uno Stato, ma ha di fatto definitivamente cancellato la sezione 3 del14esimo Emendamento della Costituzione dal panorama giuridico. Solo il Congresso, ha infatti stabilito la sentenza, può stabilire chi e con quali conseguenze giuridiche ha di fatto preso parte ad una insurrezione. Una bella boccata d’ossigeno per chi, come Donald Trump, proprio di insurrezione è accusato, sulla base di prove che lui stesso, la mattina del 6 gennaio del 2021, si è premurato di fornire in diretta Tv, arringando la folla che, da lui convocata, avrebbe poi dato l’assalto a Capitol Hill.

The last nail in the coffin?

La domanda ora è: che cosa accadrà il prossimo 25 di aprile, quando la Corte Suprema comincerà – come dalla sua maggioranza stabilito – a discutere la richiesta di “immunità assoluta” avanzata da Donald Trump? Essendoci un limite a tutto, estremamente improbabile è che, a dispetto dei molto frequenti e molto inquietanti precedenti, la Corte si inchini anche di fronte alla “licenza di uccidere” reclamata da Donald Trump. E, nell’inimmaginabile caso che lo facesse, indiscutibilmente si tratterebbe, per dirla all’inglese, di “the last nail in the coffin”, dell’ultimo chiodo che sigilla la bara della democrazia Usa. Già il fatto che la Corte abbia – per 6 voti contro 3 – deciso di discutere il caso e che l’abbia oltretutto fatto allungando ad arte i tempi del dibattimento, nel frattempo sospendendo i processi in corso, è stato, tuttavia, un gran regalo alla tattica dilatoria che Trump va perseguendo. Trascinare il tutto oltre il prossimo 5 novembre, nella prospettiva d’una vittoria elettorale e di un auto-perdono presidenziale. Questa è, dietro le proclamazioni d’innocenza e le lamentele per la persecuzione politica a cui lo sottomette lo “Stato profondo”, la strategia processuale dell’ex presidente. E la Corte Suprema gli ha, fin qui, tenuto bordone.

Gioca sporco, Donald Trump. Un po’ per necessità e molto perché questo è l’unico gioco che conosce. Ed ancora più sporco – sporco e tenebroso – è quel che questo gioco rivela rispetto a quel che, di Trump, potrebbe essere un secondo mandato presidenziale. Giorni fa, quando si è diffusa la notizia della morte in carcere di Alexei Navalny, Trump ha dapprima mantenuto un assoluto silenzio e quindi, sollecitato ad esprimere un parere, ben s’è guardato dal pronunciare una sola parola di condanna nei confronti di Putin e del suo regime. Senza mezzi termini ha invece condannato, in una semi-comica testimonianza di classico “benaltrismo”, Joe Biden, la cui tirannia – sì, Trump ha usato proprio questo termine – va sottoponendo lui a ben più gravi forme di persecuzione politica. Io ha detto – e poi ripetuto in decine di comizi – sono il “vero dissidente”. E da dissidente vittorioso, ripete ogni giorno di fronte a folle osannanti, tornerò alla Casa Bianca, per vendicare me stesso e per salvare l’America dalla rovina.

Real leaders kill…

Trump, del resto, non ne ha mai fatto mistero. Uccidere è, per lui, parte del mestiere di presidente. Qualcuno certo ricorderà: nel febbraio del 2017, quando Trump era appena entrato alla Casa Bianca, un conduttore televisivo, Bill O’Ralley, gli chiese intervistandolo per Fox News, una opinione su Vladimir Putin, preventivamente ricordandogli come quest’ultimo avesse la simpatica abitudine di assassinare i suoi oppositori. E questo fu quel che Trump rispose: “E allora? – Di assassini ce ne sono tanti. Noi abbiamo un sacco di assassini. Credi che il nostro paese sia così innocente?”. Una tesi, questa che, solo qualche giorno fa un altro pasdaran del Trumpismo, il conduttore televisivo Tucker Carlson, fresco autore, giusto nei giorni della morte di Navalny, di una molto genuflessa intervista proprio a Vladimir Putin, ha così entusiasticamente e sinteticamente ribadito: “real leaders kill”, i veri leader uccidono.

Il prossimo 5 novembre – ci dicono sondaggi ancora molto prematuri, ma comunque significativi – uno di questi “veri leader che uccidono” e che d’uccidere reclamano legale licenza, o che, comunque, l’omicidio normalizzano come parte integrante del proprio lavoro – potrebbe tornare alla Casa Bianca. O potrebbe perdere di nuovo (di nuovo, prevedibilmente, senza accettare la sconfitta), restando, comunque, il sintomo d’una malattia grave e ormai cronica, forse mortale. O, più precisamente, d’una democrazia con licenza d’uccidere se stessa.

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