Nessuna sorpresa. Il prossimo 14 dicembre sarà il duello, o il “balotaje”, tra Jeanette Jara, comunista, ieri (molto pirrica) vincitrice della prima ronda, e José Antonio Kast – esponente della destra più estrema – a decidere a chi toccherà governare il Cile nei prossimi quattro anni. E dovesse “nessuna sorpresa” continuare ad essere nelle quattro settimane che ci separano dalla “finale”, sarà pressoché certamente il secondo ad entrare, se non proprio da trionfatore, di certo con un buon margine di vantaggio, nel Palazzo della Moneta. In sintonia con una buona parte dell’America Latina, il Cile sta infatti camminando, anzi, correndo verso destra. Ed allo stato delle cose davvero arduo è immaginare, in questo brevissimo lasso di tempo, una inversione di tendenza.
Venendo ai numeri. Ieri Jeanette Jara – lo scorso luglio sorprendete vincitrice delle primarie della coalizione di centro-sinistra contro Carolina Tohá – ha ottenuto (o meglio: aveva ottenuto, quando lo scrutinio già aveva superato il 90 per cento dei suffragi) il 27 per cento dei voti contro il 24 per cento di José Antonio Kast. Dietro a loro, con quasi il 20 per cento – e questa è stata l’unica sorpresa della giornata – Franco Parisi, l’ormai “storico” esponente di quel Partido de la Gente (PDG) che, ormai da più d’un decennio tenta con alterni risultati un improbabile assalto alla presidenza, cavalcando la tigre del più classico dei populismi qualunquisti. Giusto per ricorrere, ovviamente mutatis mutandis, ad un molto stagionato parallelo “italiano”, il partito di Parisi è l’equivalente cileno del Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini.

Dietro di lui con poco meno del 14 per cento dei voti, Johannes Kaiser, capo del Partido Nacional Libertario (PNL), ancor più a destra della destra estrema di Kast, esagitato emulo dell’argentino Javier Milei ed incondizionato ammiratore di Augusto Pinochet (per non dir di Donald Trump).
Tristissima quinta, infine, con poco più del 12 per cento, Evelyn Matthey, ultima esponente di quella UDI (Unión Demócrata Independiente) che, per oltre un trentennio, restaurata la democrazia al termine della lunga notte pinochetista, aveva fatto da contraltare conservatore alla Concertación delle forze di centro sinistra. Non v’è dubbio alcuno: la sua rapida caduta in disgrazia – solo qualche mese fa i sondaggi la davano favorita nella corsa presidenziale – non solo riflette una forte polarizzazione dello scontro politico, ma segna anche la fine di un’epoca. Così come della fine di un’epoca, lo scorso luglio, erano stati un inequivocabile riflesso i risultati delle primarie dell’intera sinistra, con, per l’appunto, la vittoria della comunista Jara sulla moderata Carolina Monserrat Tohá Morales, esponente del PPD, Partido para la Democracia.
UDI e PDD: due archeologico reperti d’un passato che non torna. Questo ci hanno detto le elezioni di ieri. E – a fronte di sondaggi che, già prima del voto di ieri, vedevano la “vincitrice” Jeanette Jara sconfitta in un eventuale ballottaggio tanto da Kast, quanto, sia pur in molto più ridotta misura, da Kaiser e Matthey – questa è adesso la domanda. Per quale ragione, oggi, mentre sparisce il passato di cui UDI e Concertación furono il simbolo, riaffiora invece – con Kast e, ancor più sfrontatamente con Kaiser – il passato di Augusto Pinochet e della dittaura militare? Per quale ragione la destra – e la destra più estrema – appare, a dispetto della “vittoria” di Jeanette Jara, strafavorita in vista dello scontro finale? Solltanto per un affievolirsi – mentre sbiadiscono le immagini dei massacri e delle torture – per un affievolirsi della memoria storica? O anche per altro?

La prima (e se vogliamo più pratica e superficiale) ragione si chiama “alternanza”. È dal lontano 2006, quando il socialista Ricardo Lagos passò il bastone di comando alla socialista Michelle Bachelet, che ad ogni vittoria della sinistra (moderata) ha fatto seguito quella d’una altrettanto moderata destra. L’alternanza resta (resta da vedere fino a quando). Quella che invece è scomparsa – e giusto questo è quel che marca il cambio d’epoca – è invece la moderazione che di quella alternanza era la base.
Sbagliato sarebbe, tuttavia, considerare questo cambio d’epoca come un evento repentino ed imprevisto. L’epoca della Concertación post-Pinochet – iniziata con la luminosa vittoria del “NO” nel “Plebiscito Nacional” del 5 ottobre 1988, ma democraticamente vissuta nell’ombra di una Costituzione, quella voluta dal Pinochet nel 1980, che democratica non era – si era in effetti già conclusa nel 2019 quando, nel pieno del secondo mandato di Sebastián Piñera, un grande movimento di protesta, il cosiddetto “estallido social”, aveva con violenza puntato i riflettori su un’altra delle eredità pinochetiste, mai davvero emendata dalla ritrovata democrazia: la “macelleria sociale” provocata, sotto la superficie d’una sempre meno accelerata crescita economica, dalle audaci sperimentazioni dei “Chicago boys” che, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, avevano, alla corte del dittatore, trasformato il Cile in un laboratorio in carne viva del neo-liberismo.

Di quell’ondata di protesta – che reclamava pensioni e salari più giusti, educazione gratuita, servizi sanitari accessibili – erano state figlie, prima la schiacciante vittoria (78 per cento) del “SÌ” nel referendum che apriva la strada, finalmente, alla cancellazione della Costituzione di Pinochet (che pure già era stata emendata due volte, durante gli anni della presidenza di Ricardo Lagos); ed un anno più tardi al trionfo dell’attuale presidente Gabriel Boric – figlio molto più di quella protesta che della vecchia Concertación – con il 55 per cento dei voti. Vittoria consumatasi giusto di fronte a José Antonio Kast, che già si era imposto (ed imposto da destra) alla vecchia e già moribonda UDI.
Le cronache raccontano come la sinistra – la nuova sinistra figlia del “estallido social” che nelle successive elezioni della Asseblea Costituente aveva conquistato il 68 per cento dei seggi – avesse allora nelle sue mani il destino del nuovo Cile. Ed anche come di quel nuovo Cile abbia poi fatto scempio elaborando, tra divisioni e scandali, litigi e continue fughe in avanti, in un letale miscuglio di narcisismo settario e di infantilismo politico, una nuova Costituzione che, sottoposta al giudizio degli elettori è poi stata clamorosamente (anche se prevedibilmente) respinta, il 4 settembre del 2022, con il 62 per cento dei voti.
Molto semplici le ragioni di questa disfatta: quella che era uscita dalla Assemblea Costituzionale non era una Costituzione. Il documento sottoposto al giudizio degli elettori assomigliava, piuttosto, nella sua caotica formulazione, a quelle piattaforme programmatiche che, in vista del voto, di norma allestiscono le più svariate coalizioni politiche. Non un documento destinato a rappresentare tutti (o quantomeno una stragrande maggioranza), ma un assemblaggio d’intenzioni in cui c’era di tutto. E che, proprio per questo, finiva per non rappresentare niente. Particolarmente nefasta la decisione di trasformare – contro i sentimenti di una debordante maggioranza della pubblica opinione ed anche contro la Storia della Nazione – il Cile in “Stato Multinazionale”

Il declino della presidenza di Gabriel Boric, travolto senza colpe da quella catastrofe, è cominciato lì (oggi il suo indice di approvazione è al 30 per cento e questo pesa come un macinio sulle spalle di Jeanette Jara). E lì è cominciata anche la irresistibile ascesa di José Antonio Kast. Il 7 maggio del 2023, un nuovo Consejo Costitucional è stato eletto ed è stata questa volta la destra a conquistare il 60 per cento dei seggi. Il tutto per elaborare altra “nuova Nuova” Costituzione (di fatto una riuproposizione peggiorativa di quella dek 1980) che, a sua volta, è stata respinta con il 55 per cento dei voti di un elettorato che ha, in questo modo sancito, con una sorta di divorzio dalla classe politica, uno stato di vuoto costituzionale.
È in questo vuoto – un vuoto creato dal suicidio della sinistra nata nel furore delle proteste del 2019 – che la destra, sebbene a sua volta sconfitta nel secondo referendum, ha continuato a crescere. E questo non soltanto all’ombra di Pinochet (anche se Kast ha nella sua campagna il più possibile evitato, contrariamente a Kaiser, diretti riferimenti al defunto generale-dittarore), ma anche di Donald Trump e di Javier Milei. Era già accaduto in Bolivia dove vent’anni di politica progressista sono andati in fumo grazie alle pulsioni caudillistiche di Evo Morales. Era già accaduto in Perù e in Ecuador.
Il prossimo 14 dicembre si trona al voto. Tutto sembra deciso, anche se la obbligatorietà del voto, una novità assoluta, rappresenta una incognita, un piccolo, molto piccolo barlume di speranza in un ribaltone. Si vedrà. Ieri intanto, in Cile, ha vinto la comunista Jeanette Jara. Ma a festeggiare è stato José Antonio Kast di fronte ad una platea di entusiasti seguaci.
Lo ha fatto ballando sul palco al grido scandito di “chi non salta comunista è”. Suona familiare?





