Un’idea sbagliata, anzi, decisamente ingiusta, è andata in queste settimane diffondendosi e fortificandosi sull’onda del presidenzial-perdono da Mattarella improvvidamente concesso a Nicole Minetti. Quella secondo la quale la, chiamiamola così, logistica dello scandalo – ovvero, la molto sospetta adozione al centro dell’intera vicenda – altro non fosse che la casuale conseguenza di scelte puramente ricreative. In sostanza: Nicole Minetti ed il consorte Giuseppe Cipriani avrebbero cercato e trovato il “bambino malato” che serviva loro per completare la pratica – questo è quanto si deduce dalla lettura dei media italiani – semplicemente perché lì Giuseppe Cipriani possedeva (ed in villeggiatura frequentava) un principesco ranch nel quale, per puro divertimento ed a beneficio proprio e d’una ristretta cerchia di amici, replicava – a suo tempo, pare, anche con la valida collaborazione di Jeffrey Epstein – i sibaritici fasti dei famosi “bunga-bunga” di berlusconiana memoria.
Falso. Assolutamente falso. O, quantomeno, solo parzialmente e marginalmente vero. Distrazioni notturne a parte, infatti, a Punta del Este Giuseppe Cipriani non solo sta lavorando (e lavorando sodo), ma sta anche, per molti e significativi aspetti, lavorando per noi. Più in concreto: sta lavorando per diffondere anche qui, a Punta del Este, lo stile, l’eleganza e la bellezza che del nostro Paese – e della sua miglior parte – sono da sempre, volendo prender per buon un molto generoso stereotipo, il marchio di fabbrica. Basta, per rendersene conto, fare una passeggiata, lungo la Rambla Lorenzo Battle Pacheco – la grande strada che costeggia le oceaniche bellezze della Playa Brava – per scorgere il logo dei Cipriani (l’immagine stilizzata d’un barista che serve un cocktail) stampata ovunque lungo il recinto d’un enorme e brulicante cantiere. E basta, poi, una sommaria visita alla pagina web di “Cipriani Punta del Este” per conoscere le meraviglie che, a immagine e somiglianza del Belpaese, Cipriani va alacremente preparando oltre quelle staccionate.

Lusso. O, meglio, il lusso senza sfarzo che è lo specchio d’una ricchezza che non ha bisogno di esibire se stessa. Splendidi panorami, design d’avanguardia, “amenities” d’ogni tipo, marmi d’Italia un po’ dovunque, casinò (di quelli classici d’un tempo con candelabri di cristallo di Boemia pendenti dai soffitti e con croupier che annunciano il “rien ne va plus”). “Qualità e ospitalità”. Il tutto nel segno di una tradizione di “ricerca della perfezione” che, cominciata nel 1931 in un piccolo bar ad un tiro di schioppo da piazza San Marco, a Venezia, ha finito per conquistare il mondo, trasfigurata ovunque in ristoranti ed hotel a cinque e passa stelle.
Così Giuseppe Cipriani va di questi tempi – altro che “bunga-bunga” – presentando se stesso e la sua storia familiare in quel di Punta del Este. Come un’ultima, quasi ossessiva (e ovviamente disinteressata) ricerca di quella che, parafrasando il titolo del famoso film di Sorrentino, potremmo definire “la Grande Bellezza”. Splendide fotografie – non per caso, come vedremo, quasi tutte di interni – e bellissime parole. Cipriani si appresta, si legge in quelle pagine, a fare in questo elegante resort latino-americano quel che già ha fatto in “iconiche città come New York, Londra, Abu Dhabi e Hong Kong. E lo fa con alle spalle un carico di storia, scandito delle sbiadite immagini del vecchio e glorioso bar veneziano. Con Ernest Hemingway, grandissimo scrittore e grande propagandista di località alcoliche – dal “Harry’s bar” di Venezia, alla “Bodeguita del Medio” e al “Floridita” dell’Avana – a far da postumo sponsor, in un affascinate bianco e nero, a queste magnifiche sorti e progressive.

La reazione in loco? Non propriamente entusiasta. Tanta bellezza è stata– fin dall’inizio e in crescendo – accolta da pressoché tutti coloro che non avessero alcun rapporto di natura finanziaria o politica con l’impresa, come un’autentica porcheria. Anzi, come una triplice porcheria, considerato che ben tre – ed uno peggiore dell’atro, in una sorta di gara ad inseguimento – sono stati, tra il 2018 e il 2023 , i progetti immobiliari presentati dalla “Cipriani Punta del Este”. Nessuno ha ovviamente usato, in documenti ufficiali, questa parola. Ma questa è indubbiamente il termine che meglio sintetizza il senso delle critiche che – dalla Associazione degli architetti uruguayani all’assemblea degli abitanti della zona – sono state nel tempo rivolte alla triplice presentazione.
Ma cominciamo dall’inizio. La costruzione in questione – anzi, la ricostruzione – è quella del San Rafael. Ovvero: di un vecchio e a suo modo glorioso hotel, con casinò annesso, di Punta del Este. Anzi di quello che, a Punta del Este, era per molto tempo stato l’hotel per antonomasia, uno dei principali, o forse il principale centro di raccolta dei “ricchi e famosi” dell’America del Sud. Un simbolo o, come si usa dire, un’icona.
Costruito tra il 1945 e il 1948, in un molto rigoroso stile Tudor, dalla famiglia Pizzorno – parte della più antica aristocrazia d’un Paese senza aristocrazia – il San Rafael era d’acchito diventato un emblema di quella che tra gli anni ’50 e ’60, era stata, sullo sfondo d’una molto epidermica opulenza, la “Belle Époque uruguayana”. Bella, d’un molto superficiale sfavillio, ovviamente. E altrettanto ovviamente bella solo per pochi. Ma anche bella quanto allora bastava per regalare al paese, sorretto da un apparentemente stabile modello di democrazia “binaria”, con blancos e colorados che si alternavano alla presidenza – la fama di “Svizzera latino-americana”.
Bella o brutta che fosse l’epoca di cui era simbolo, il San Rafael era comunque un pezzo di Storia. E non solo di storia uruguayana. Fu qui che, nell’agosto del 1961, dormì Ernesto Che Guevara, allora Ministro dell’Industria del governo rivoluzionario cubano, giunto in Uruguay per partecipare ad una riunione del CIES (Consejo Interamericano Economico y Social). E fu da qui che il Che partì andare all’Università di Montevideo dove, nel corso di un’assemblea con gli studenti, spiegò come in Uruguay, paese democratico, non vi fosse alcuna necessità di una lotta armata.
Non tutti l’ascoltarono (e, del resto, molti potrebbero obiettare che neppure il Che, morto poi assassinato nel 1967 in Bolivia, al termine d’una avventura armata senza speranza, ascoltò se stesso). Fu così che otto anni dopo, il 18 febbraio del 1969, una colonna dei Tupamaros, guidata da Raúl Sendic, consumò una spettacolare rapina – una delle più audaci e vittoriose gesta di quella che la rivista “Time” aveva battezzato la “Robin Hood guerrilla” – proprio nel casinò del San Rafael. Bottino 220.000 dollari, pari a 14 milioni al cambio attuale. E si racconta – ma ancor oggi non è chiaro quanto sia vero – che, di quei 220.000 dollari, i Tupamaros restituirono poi la parte destinata a pagare gli stipendi dei dipendenti del casinò. Erano, quelli, gli anni della cosiddetta “propaganda armata”, i migliori di una storia destinata, nel 1973, con il golpe di Stato militare, a finire in tragedia.

Fu ancora qui, nel San Rafael, che l’anno dopo, nel 1962, si tenne la riunione dell’OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, che sanzionò l’espulsione di Cuba. E fu ancora qui che l’OSA tornò a riunirsi nel 1967, alla presenza di Lyndon Johnson e di presidenti che – dall’argentino Ongania al paraguaiano Stroessner – già erano in gran parte dittatori, a preludio di quella che, con l’Operazione Condor e nel nome dell’anticomunismo, sarebbe diventata, golpe dopo golpe, la lunga notte latino-americana degli anni ’70.
Il San Rafael era l’hotel della Belle Èpoque. E della Belle Èpoque ha seguito il declino. Già agli di inizi di questo millennio era, per quanto ancora funzionante, in piena e visibilissima decadenza. E nel 2018, quando la “Cipriani Punta del Este”, parte visibile d’una molto opaca società finanziaria chiamata Fossara S.A., comprò quel che ne restava per 40 milioni di dollari dalla proprietaria, Yolanda Manoukian, non era ormai che rudere nel cuore d’un terreno d’altissimo valore immobiliario, una dissestata presenza che, per il suo sinistro aspetto, a molti ricordava l’Overlook Hotel, di “Shining” – molti ricorderanno l’agghiacciante “Here’s Johnny” di Jack Nicholson – forse il più cupo dei film di Stanley Kubrick.
Come spessissimo accade quando di speculazioni immobiliari si tratta, non è mai stato chiaro da dove, a sostegno del “brand” Cipriani – entità a sua volta sostenuta da un arcipelago di altre società, Cipriani International, Altunis, Cipriani SpA, Cipriani Industria, Cipriani International Group y Cipriani USA – venissero i denari. Per quattro anni, parte importante della cordata era stato l’egiziano Naguib Sawiris – proprietario, tra l’altro del 100 per cento delle azioni dell’impresa telefonica italiana Wind – la cui fortuna era, ai tempi, stata valutata in quasi 3 miliardi e mezzo di dollari dalla rivista Forbes. Sawiris – che, a suo tempo, aveva manifestato l’intenzione, difficile dire quanto seria, di comprare un’isola greca o italiana per risolvere, in stile “terra promessa”, il problema dell’emigrazione via mare dalle zone di guerra del Medio Oriente – ha però ritirato la sua partecipazione tre anni fa, sostituito, con un prestito da 190 milioni di dollari, dalla Beach Point Capital Management LP, impresa con finanziaria con sedi a Los Angeles, New York, Londra e Dublino.

All’intendenza di Maldonado, il Dipartimento dove si trova Punta del Este, Cipriani aveva originalmente presentato un progetto da 200 milioni di dollari che prevedeva l’abbattimento e la (più o meno) fedele ricostruzione del vecchio hotel e del casinò – con una ventennale concessione per la gestione di quest’ultimo – accompagnata dalla edificazione d’un Palazzo delle Convenzioni, di un centro commerciale e, soprattutto, di due grattacieli, uno dei quali sarebbe stato, aveva annunciato Cipriani, “il più alto edificio dell’America Latina”. E che, nella sua altezza, era anche per quanti lo guardassero dalla spiaggia o da altre prospettive, un classico pugno, anzi, una gigantesca trave nell’occhio, un’aberrazione estetica destinata, non solo a deturpare per la sua totale estraneità il paesaggio, ma anche a ridurre ad una lillipuziana, ridicola presenza il vecchio hotel ricostruito.
A disegnare il progetto era stato, ovviamente su incarico del Cipriani, l’architetto d’origine uruguayana Rafael Viñoly, professionista di grande, anche se non sempre lusinghiera notorietà, le cui opere si possono osservare – ed osservare volenti o nolenti, perché quasi sempre estremamente vistose – in molte parti del mondo.
Viñoly, deceduto due anni fa, è sempre stato un amante degli eccessi. E proprio questi eccessi hanno finito per diventare, nel bene e nel male, a seconda dei giudizi, il suo marchio di fabbrica. A lui (limitandosi qui al lato del male) si deve la costruzione, a Manhattan, del supersottile grattacielo di 432 Park Avenue, considerato il più alto, anche se decisamente non il più bello, degli edifici residenziali del mondo. Da molti newyorkesi ribattezzato “the awful waffle”, l’orribile waffle, il 432 Park Avenue è un grissino di cemento che, si dice, nei giorni di vento, vada ondeggiando, per la gioia dei molto “altopaganti” residenti, come una barca in altomare.

Tanto controversa fu, in effetti, la sua edificazione che Viñoly finì, prima di completarla, per litigare con il titolare dell’impresa costruttrice, Harry B. Macklowe, al qual si deve, paradossalmente, il più sferzante giudizio in merito al significato ultimo di quell’affilatissimo “waffle” che, proiettato verso il cielo di New York, lui stesso aveva materialmente costruito. Quel grattacielo, sentenziò Macklowe, altro non è che un classico caso di “penis envy”, di invidia del pene. Al che Viñoly rispose affermando che Macklowe aveva “il senso estetico di un camionista”.
Il caso che però ha, di recente, più marcato la storia degli eccessi di Viñoly, ha avuto per teatro la City di Londra, al 20 Fenchurch Street, dove si erige, da lui progettato, un altro vistosissimo grattacielo meglio conosciuto, per la sua forma curva, come “the Walkie Talkie”. Nel 2015 la rivista Building Design ha assegnato a quest’opera viñolyana il non troppo gratificante titolo di “più brutto edificio di Londra”. E questo mentre la vox populi sarcasticamente lo ribattezzava, “Walkie Scorchie”, da “scorch”, bruciare, abbrustolire, per via del fatto che, in virtù dei suoi cristalli e della sua forma curva, la facciata dell’edificio emetteva radiazioni in grado di bruciare, nelle giornate di solleone (a Londra per fortuna non troppo frequenti) tutto quello che aveva innanzi. O, più specificamente, come di fatto successo, in grado di fondere la carrozzeria di una Jaguar parcheggiata, o di friggere, come qualcuno ha fatto a pratica riprova del fenomeno, un uovo in padella.
Un caso unico? Non proprio, visto, solo un anno dopo la cosa si sarebbe ripetuta, con ancor più spettacolari conseguenze, al di là dell’Atlantico, nei parcheggi antistanti un altro gigantesco palazzo da Viñoly progettato: il Vdara, in quel di Las Vegas, città-casinò dove il sole è – sebbene i “gamblers” che frequentano il luogo solo di rado lo vedano – notoriamente molto più di casa che a Londra.

Comunque sia, proprio di questa “invidia del pene” – almeno per ora senza radiazioni assassine – pareva essere una nuova e raddoppiata variante il primo dei tre progetti dalla “Cipriani Punta del Este” presentato, nell’agosto del 2018, poco prima della lunga agonia del Covid, alle autorità di Maldonado. Le quali, per quanto molto ben disposte nei confronti del Cipriani, non avevano potuto non ascoltare le critiche – critiche che, assai spesso, erano verre e proprie grida d’orrore – suscitate dalle quelle due svettanti torri.
Come rispose allora a queste critiche – ed alla conseguente, molto discreta, ma non negoziabile, richiesta d’un cambiamento – la coppia Cipriani-Viñoly? Nel più semplice e logico dei modi (Viñoly avrebbe più tardi rivelato d’avere avuto quest’idea, una vera e propria illuminazione da lui subito disegnata su un tovagliolino, durante un viaggio aereo). Ovvero: afflosciando il pene. O, fuor di metafora: “orizzontalizzando” le due torri, adagiandole in cima a gigantesche palafitte lungo le quali, si suppone, dovevano scorrere superveloci ascensori.

Il tutto con l’ovvio risultato (guardare per credere) di trasformare quella che originalmente era una semplice porcheria, o un altro “eccesso” architettonico – un eccesso se si vuole assai spinto, ma certo non unico a Punta del Este, dove, grazie a continue “eccezioni”, la speculazione immobiliaria è da sempre di casa a dispetto di regolamenti sulla carta molto rigidi – in una porcheria mai vista prima. In una barzelletta mal raccontata, più che in un eccesso.
Barzelletta o eccesso che fosse, la “orizzontallizzazione” delle torri risultò indigeribile anche per lo stomaco di Enrique Antía, il molto disponibile e generoso intendente di Maldonado. Il quale, visto questo secondo progetto – ed in un turbinio di nuove grida d’orrore – non esitò a definire le due torri orizzontali “dos matracas”, due raganelle. Ed invitò Cipriani ad un nuovo sforzo di fantasia. Anzi: con molta discrezione lo invitò ad evitare, se possibile, nuovi sforzi di fantasia. Non era forse il caso, sommessamente suggerì, di limitare il progetto alla sola ricostruzione del vecchio San Rafael, hotel più casinò?
Cipriani rispose accogliendo, ma solo in parte, il suggerimento. Vale a dire: non fece, insieme a Viñoly, alcun nuovo sforzo di fantasia. E ritornò all’originale progetto “verticale”, con torri appena più basse, ma moltiplicate. Ora erano non due, ma tre. Ed è a questo punto che stanno ancor oggi le cose.
I lavori – l’Uruguay, paese altamente sindacalizzato, non è la Corea del Sud, né la Cina – procedono a rilento. E quel che oggi, tre anni dopo si può vedere, oltre le staccionate con il logo di Cipriani e quello di CRIBA, l’impresa costruttrice, è la quasi ultimata sagoma del nuovo-vecchio hotel. Non è facile – anzi, è impossibile – prevedere i tempi e i finali destini d’un progetto le cui dimensioni sono andate crescendo (ora si prevede una spesa complessiva di oltre 500 milioni di dollari, quasi tre volte quella originalmente programmata) a fronte di finanziamenti tanto oscuri quanto, alcuni sostengono, precari.
Comunque vadano a finire le cose, un fatto tuttavia resta: l’ingiustizia del trattamento subito, nel calore dello scandalo Minetti, da Giuseppe Cipriani, descritto in Italia come un ricco pelandrone semplicemente dedito al bunga-bunga. Ricco certamente sì. Dedito al “bunga-bunga”, senza dubbio alcuno. Ma pelandrone no. Assolutamente no. E non c’è solo il cantiere del nuovo San Rafael a dimostrarlo.
Seguendo in direzione sud la Rambla Lorenzo Battle Pacheco, si incontrano, in una gara di bruttezza, molte altre torri, tutte costruite come “eccezioni” alle vigenti norme che regolano le dimensioni e le altezze degli edifici. La più recente e la più brutta – un orribile e pretenzioso cilindro di cristallo – porta un nome stranoto. Quello di Trump. A porre la prima pietra venne, nel gennaio del 2014, Eric, uno dei figli dell’attuale presidente Usa. E come qualcuno forse ricorda lo fece – al ridicolo non c’è notoriamente limite – esaltando il molto sobrio stile di vita dell’allora presidente uruguayano José “Pepe” Mujica.
Ora, ad appena poche centinaia di metri di distanza il Cipriani ha, nel nome della “tradizionale eleganza italiana” (in pratica di tutti noi) lanciato il suo guanto di sfida. Quando e come la sua “Ferrari architettonica” vedrà completamente la luce non si sa. Ma con i suoi tre progetti – verticali o orizzontali che siano – già è riuscito, almeno sulla carta, a superare Donald Trump in materia di pacchianeria, cattivo gusto e monumentale cafonaggine (architettonica e non solo).
Un’impresa straordinaria. Ed è uno scandalo – uno scandalo nello scandalo, se vogliamo – che nessuno gli abbia fin qui, ai margini del caso Minetti, riconosciuto almeno un’oncia, se non di gratitudine, almeno d’ammirazione.





