“Ding-a-ling”, sostengono all’unisono i dizionari di “American slang”, è una relativamente antica espressione onomatopeica che, imitando il suono d’un campanellino, è stata per lungo tempo usata per indicare persone “suonate”, pazzerellone, eccentriche o, se si preferisce, prive d’almeno una delle metaforiche “rotelle” che regolano le funzioni celebrali. Questo, fino agli inizi degli anni ’70, quando una canzone – per l’appunto, “My ding-a-ling” – lanciata con enorme successo da Chuck Berry, uno dei padri fondatori del rock and roll – ha fondamentalmente cambiato, in virtù dei suoi piuttosto espliciti doppi sensi sessuali, la percezione del termine.
“Ding-a-ling” sta da allora, grazie al grandissimo Chuck, per organo sessuale maschile, pene. Il tutto con livelli di volgarità che variano a secondo del contesto, ma che, nel loro primo gradino, di norma equivalgono ad un innocente, infantile e a suo modo poetico sinonimo dell’italiano “pisello”, o “pisellino”.
E proprio da qui, dal pisellino, vale oggi la pena partire per cercare di comprendere – con la chiarezza che solo i paradossi riescono a regalare – attorno a quali argomenti si stia oggi combattendo, negli Usa, la battaglia per le “midterm elections”, le elezioni di metà mandato, chiamate, il prossimo 3 novembre, a rinnovare per intero i 435 seggi della House of Representatives e 35 dei 100 seggi del Senato. Il tutto con la prospettiva – sullo sfondo d’una epocale crisi della democrazia americana – d’un profondo cambio negli equilibri politici tra il Partito democratico ed un Partito Repubblicano che, oggi di stretta misura in controllo d’entrambi i rami del Congresso, è a sua volta controllato, in forma di culto, da Donald J. Trump, 47esimo presidente con sempre più ovvie – e non di rado ovviamente grottesche – ambizioni dittatoriali.
Con la consueta, proverbiale freddezza, i numeri ci raccontano come, stando al pressoché unanime verdetto dei sondaggi, i democratici abbiano – grazie soprattutto alla crescente impopolarità di Donald Trump – eccellenti possibilità di riconquistare la maggioranza della House of Representatives. E come– in virtù della distribuzione dei seggi in palio, 22 in mano repubblicana e 13 in mano democratica – molto più complicata sia invece, per loro, la battaglia nel Senato. Per conquistare la maggioranza, oggi repubblicana grazie a 53 senatori, i democratici – questo ci dicono le cifre – devono mantenere tutti i loro seggi (47) e conquistarne almeno 4 in Stati fino a ieri molto solidamente “trumpiani”. Punti focali della battaglia: North Carolina, Ohio, Michigan, Maine, Texas, Iowa e Georgia.
Il “socialismo” avanza
Al di là di queste aritmetiche verità, tuttavia, le cronache ci hanno fin qui raccontato anche altre cose. Molte cose. Tre, le più importanti. La prima: come, nel corso delle primarie, i candidati si siano misurati, dall’uno e dall’altro lato della barricata, lungo molto ben definite linee. Quella marcata, in ossequiente rincorsa, dal livello di fedeltà al capo del culto, in campo repubblicano. Ed in campo democratico dalla crescente animosità (inconciliabilità la definiscono in molti) che oggi più che mai separa la vecchia anima del partito, burocratica e venale, ideologicamente informe, soggetta al potere delle lobby delle grandi corporazioni e perduta in un perenne rimpianto di altrettanto perduti paradisi “bipartisan”, dall’impetuoso (e per lo più vincente) crescere di ben più radicali forme di opposizione al trumpismo. O, addirittura, di tendenze dichiaratamente “socialiste”. Il tutto, sull’onda lunga del fenomeno Zohran Mamdani, mesi fa trionfalmente eletto sindaco di New York, e di sondaggi che rivelano una crescente simpatia, specie tra i più giovani, verso le più diverse e “socialisteggianti” forme di populismo anticapitalista.
Qualche esempio, per meglio capire. In Texas, il candidato prescelto da Trump, l’Attorney General Ken Paxton, si è infine imposto – in virtù del suo impeccabile curriculum MAGA ed a dispetto d’una lunga serie di denunce per abuso di potere e corruzione – battendo John Cornyn, un repubblicano della vecchia guardia (anche lui trumpista, ma non, come Paxton, “antemarcia”) da oltre vent’anni “padrone” di uno dei due seggi senatoriali dello Stato. In South Carolina, Darline Graham – sorella del recentemente defunto Lindsay Graham, da un’eternità titolare del seggio in competizione – ha vinto le primarie repubblicane nonostante un paio di disastrose performance in dibattiti televisivi, sulla base d’una proposta che così può esser efficacemente riassunta: di politica non so, né voglio saper nulla. Ma la prescelta da Trump sono io. E tanto vi basti.

Questo, mentre in campo democratico s’andava consolidando, in una serie di battaglie chiave, un vero proprio capovolgimento di valori. Valori ideali e valori materiali, l’un contro l’altro misurabili in valuta corrente o, se si preferisce, in vil danaro. Con i primi (gli ideali) a prevalere sui secondi. Nel senso che, in più parti – vedi il caso più recente, in Florida, dove Angie Nixon ha chiaramente battuto Alex Vidman – a vincere è stato il candidato (la candidata nello specifico) la cui proposta politica era più “estrema” (o, per meglio dire, più carica di valori ideali), ed i cui forzieri di campagna per contro vantavano – respinta ogni contribuzione proveniente da grandi corporazioni – fondi inferiori, in una misura di uno a venti, rispetto al rivale.
E il “ding-a-ling”? Che cosa c’entra con tutto questo il “pisellino” di cui sopra? C’entra – e c’entra molto – per una semplice ragione. Lo scontro che va profilandosi ora, al termine delle primarie è, infatti, tra un partito democratico che, almeno in termini di pubblica percezione, si presenta fortemente “radicalizzato” a sinistra, ed un partito repubblicano che, pur ormai irrimediabilmente trumpista, per ovvie ragioni – l’impopolarità del presidente, lo stato di un’economia più che mai lontana dalla “nuova età dell’oro” da Trump preannunciata, il perdurare di guerre vecchie nuove, la dominante, sfrontata cleptocrazia, con la famiglia presidenziale grande protagonista della scorpacciata – del trumpismo e dei suoi millantati “successi senza precedenti”, non può, se non con rapida formalità, sventolare la bandiera.
L’ombra lunga del “pisellino”
Il risultato? In assenza di meriti propri, un bombardamento ad alzo zero, da parte repubblicana, contro due esiziali peccati – il “comunismo” e la “wokeness” -0 che a loro dire definiscono la controparte. Due entità che, non esistendo in natura – o essendo, il primo, un molto distorto ricordo del passato e, la seconda, un’indistinta nebulosa d’inenarrabili vizi e di presunte perversioni progressiste – possono essere molto elasticamente usate per evocare, a piacere, antiche paure e nuovi bigottismi.
E giusto d’una di queste paure – segnatamente, la transfobia – il “ding-a-ling” è diventato simbolo. A chiamarlo spettacolarmente in causa è stato, giorni fa, Jesse Watters, ultrareazionario “host” d’uno dei più aggressivi talk show di Fox News. la rete televisiva di proprietà della famiglia Murdoch che della MAGA America è, da sempre, la più poderosa portavoce. Lo ha fatto, Watters, nel corso d’un molto acceso e molto pubblicizzato confronto con Abdul El-Sayed, vincitore delle primarie e, pertanto, candidato democratico per il seggio senatoriale del Michigan, in palio il prossimo novembre. E come l’ha fatto? Rivolgendo al suo ospite una domanda che, con tutta evidenza, voleva essere un colpo da KO. “Would you considered acceptable for a parent to slash his kid’s ding-a-ling off?” Considera accettabile che un genitore tagli il pisellino al figlio?
Un passo indietro, per afferrare, oltre l’apparente bizzarria della domanda, il contesto, lo scenario. nel quale l’ombra lunga del “ding-a-ling” è stata da Watters prepotentemente proiettata. Tre gli aspetti da considerare. Il primo: la battaglia per la conquista del seggio senatoriale del Michigan, reso vacante dal ritiro del democratico Gary Peters, è forse la più decisiva per l’esito del voto del midterm. E questo per una semplicissima ragione: perdere questo seggio significherebbe di fatto, per i democratici, perdere ogni speranza di conquistare la maggioranza del Senato.
Secondo aspetto: Abdul El-Sayed – che nel corso della campagna, si è, a tutti gli effetti, rivelato un politico di gran razza, polemista eloquente ed implacabile, capace di sbaragliare, nelle primarie, un avversario che, grazie all’appoggio di grandi lobby, a cominciate AIPAC pro-Israele, lo sormontava in termini di disponibilità finanziaria – è anche, se valutato da una prospettiva repubblicana, l’ideale bersaglio (una “benedizione” lo definiscono molti) d’una battaglia senza quartiere contro gli spaventevoli spettri del “comunismo” e della “wokeness”.
Perché? Perché El-Sayed è molto di sinistra (anche se si è sempre dichiarato “non socialista”). Perché è mussulmano (caratteristica questa che di per sé già è, per i nazionalisti cristiani, odorosa di satanico zolfo). E, infine, perché, nel suo essere di sinistra, El-Sayed non ha mancato, anche in tempi recenti, di perdersi nei meandri di quella che, della sinistra, è da sempre (Lenin docet) la “malattia infantile”.
Estremismo, malattia infantile della sinistra
Provocazioni fini a se stesse, estremismi verbali facilmente interpretabili – specie se consumati sul limaccioso, infido terreno del “antisionismo-antisemitismo” – come atteggiamenti giustificatori di violenze fondamentaliste. Accettazione di politiche “identitarie” e “inclusive” che, pur in sé sacrosante, si sono andate trasfigurando in inutili, ridicole ed elitariamente controproducenti trasfigurazioni di ultra-millenarie pratiche lessicali e di quello che va sotto il nome di “senso comune”, nonché nella rappresentazione d’un mondo ossessionato dall’identità sessuale – laddove ciascuno, non importa in quali circostanze, deve preventivamente dichiarare “il suo pronome” – e, contemporaneamente, del tutto asessuato (laddove l’unica distinzione è tra quanti – o, meglio, “quantx” – hanno le mestruazioni e “quantx” non le hanno.
Tutto questo si trova, con diversi gradi d’intensità, nel passato di El-Sayed. E a tutto questo ha molto di recente accennato, in una intervista televisiva la cui eco è giunta, o meglio, è rimbombata, anche in Italia, Alexandra Ocasio Cortéz, deputata del Bronx ed oggi forse la più visibile ed ascoltata esponente della nuova sinistra americana. Lo ha fatto parlando – pur senza perdersi in dettagli – delle “follie” di quello che ha battezzato “Woke 1”.

Ed è proprio da queste “follie” che Abdul El-Sayed ha radicalmente preso le distanze, ostentatamente ignorandole, nel corso di una campagna elettorale concentrata – ossessivamente concentrata – sui problemi della salute pubblica (una sua specialità, visto che ha sempre lavorato in questo campo) e sulle ingiustizie di un mondo sempre più ineguale perché strangolato dallo strapotere dei grandi potentati economico-finanziari.
Salario minimo, diritti sindacali, lotta al caro vita, creazione di un servizio sanitario nazionale. Di questo è andato parlando Abdul El-Sayed. E questa è anche la ragione per la quale si è, senza paura, addentrato nella tana del lupo. O, fuor di metafora, questo è l’ovvio motivo per il quale ha accettato un confronto televisivo in un ambiente a lui tanto preventivamente e rabbiosamente ostile. Da Jesse Watters, El-Sayed è andato perché convinto di poter efficacemente parlare, esponendo un programma che affronta i “problemi della gente”, anche a chi ascolta Fox News e vota per istinto il candidato che percepisce come più in linea con la classica triade – Dio, Patria e Famiglia – che alimenta la destra globale.
Transfobia a go-go
Tornando a bomba o, per meglio dire, al pisello. Ovvio obiettivo di Jesse Watters era, agitando l’immagine del “ding-a-ling”, sbattere in faccia a El-Sayed quello che, sebbene basato su qualcosa che statisticamente non esiste (la cosiddetta “Gender-affirming surgery” è pari a zero al di sotto dei 12 anni e rarissima tra i 13 e i 18 anni), è da sempre, per ignoranza o malafede, un ossessivo leitmotiv del trumpismo e della destra più bigotta. Non c’è stato comizio nel quale, durante l’ultima campagna presidenziale, Donald Trump – mai timoroso quando si tratta di sfidare il ridicolo – non abbia raccontato di tragiche (ed ovviamente false) vicende di bambini maschi usciti di casa la mattina per andare a scuola e tornati femmine – ovvero privi del loro “ding-a-ling” – a casa la sera.
La risposta di Abdul El-Sayed? Molto semplice. Più che una risposta è stata, anzi, una contro-domanda. Il candidato democratico ha infatti chiesto a Jesse Watters – che è ebreo – se fosse stato a suo tempo circonciso. E quando Watters gli ha fatto notare come, in quel modo, lui stesse, da un lato, eludendo il problema e, dall’altro, violando la sua privacy, El-Sayed altro non ha fatto che dargli ragione. Di privacy – si tratti di una circoncisione realmente praticata su bambini appena nati, o di immaginarie castrazioni – stiamo infatti parlando, gli ha detto. Ovvero: di problemi da lasciare, senza alcuna indebita interferenza politica o di Stato, ad una scientificamente salutare relazione tra bambino, genitori e medici. E adesso, per favore, parliamo di come garantire a tutti gli americani un adeguato servizio di salute pubblica….

Durato quasi un’ora, il confronto televisivo tra Abdul El-Sayed e Jesse Watters ha, com’è ovvio, offerto anche molti altri momenti e molti altri risvolti. Ma, pur nella sua brevità, la parte dedicata al “ding-a-ling” ne ha perfettamente riassunto il senso. Con la sua risposta, El-Sayed ha, infatti, definito l’esatta misura d’una campagna elettorale che, nella sostanza, è una rincorsa tra la strumentalità della denuncia d’un inesistente “pericolo comunista” con l’appendice degli immaginari orrori della “wokeness”, e la ricerca di un nuovo contatto con la realtà di autentiche sofferenze, di una nuova dimensione della politica. Una ricorsa i cui esiti è, allo stato delle cose, molto imprudente pronosticare.
Tutto – la impopolarità di Trump, l’inflazione, il caro vita, le guerre, le bizzarrie di un presidente sempre più simile alla caricatura di se stesso – sembrano preludere, anche in virtù d’una tradizione (quella che vuole il partito del presidente perder seggi nel midterm) ad una netta affermazione democratica. Ma solo le urne diranno, infine, chi ha ragione. Se quelli convinti che l’accresciuta presenza di candidati “socialisti” o, comunque, progressisti sia, per i democratici, una benedizione destinata a finalmente esorcizzare l’immagine di “partito dello status quo”, da non pochi ritenuta la vera ragione, tra il 2016 ed oggi, della crescita del trumpismo. O se quelli che, agitando lo spettro del “ding-a- ling”, del comunismo, della “wokeness” e, più in generale dell’estremismo (reale o percepito che sia) continuano a credere che, negli USA, le elezioni si vincono “al centro”.
Si vedrà. Di assolutamente certa, mentre gli occhi restano puntati, nel Michigan e altrove, sul “ding-a-ling” molto strumentalmente agitato da Jesse Watters, c’è intanto una cosa. Regnante Trump, il divorzio tra il Partito Repubblicano e la democrazia si è ormai completamente consumato. Dovesse vincere – o perdere in modo meno disastroso di quello pronosticato dai sondaggi – Trump userà questo risultato contro la democrazia. E, dovesse perdere, quei risultati non li riconoscerà, così come non riconobbe (ed ancora non riconosce) la sua sconfitta nel 2020.
Il prossimo 3 novembre, negli Usa, non si decide solo la nuova geografia del Congresso. Al “pisello” di quel voto sono appesi, più che mai, i destini della più antica democrazia del mondo. E, in buona misura, anche gli equilibri del pianeta in cui viviamo.





