Morire d’azoto

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È possibile uccidere “umanamente” un essere umano? Quasi mezzo secolo fa, nel luglio del 1976, con una storica sentenza passata agli annali sotto il titolo di “Gregg Vs Georgia”, la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America aveva perentoriamente risposto che, sì, è possibile. Costituzionalmente possibile. La pena di morte – questo aveva infatti stabilito la Corte per 5 voti contro 4 – va considerata a tutti gli effetti costituzionale, a patto che, per qualche ragione, non entri in contraddizione con l’Ottavo Emendamento, quello che, definito nel 1791 come parte del “Bill of Rights”, molto genericamente (e con particolare attenzione alle pene di natura pecuniaria) mette al bando ogni forma di “cruel and unusual punishment”, punizione crudele ed inusuale.

Quattro anni prima, nel giugno del 1972, pur a sua volta ribadendo la costituzionalità della pena capitale, un’altra storica sentenza – la Furman vs. Georgia, anch’essa approvata per 5 voti contro 4 – aveva sottolineato la necessità di rielaborare, adeguandolo ai tempi, il concetto di “punizione crudele ed inusuale”, di fatto provocando, in attesa d’una risposta, una temporanea sospensione delle esecuzioni in tutto il territorio nazionale. Riducendo all’osso una vicenda etico-giuridica estremamente complessa, questo è quel che è accaduto: nel 1972, la Corte Suprema, scartata per un voto l’opportunità di dichiarare – come reclamato dai quattro giudici dissidenti – in sé crudele ed inusuale la pena di morte, s’era limitata a porsi un problema o, se si preferisce, ad aprire una parentesi di riflessione. E quattro anni dopo quella medesima parentesi era stata da quella stessa Corte piuttosto brutalmente richiusa, metaforicamente restituendo le chiavi del patibolo ai singoli Stati. Ovvero: lasciando a loro, con assoluta discrezionalità, la decisione di stabilire quali fossero i limiti di crudeltà ed eccezionalità che il boia non poteva superare. “L’uccisione calcolata d’un essere umano da parte dello Stato – aveva allora, invano, scritto il giudice William Brennan nel motivare il dissenso suo e di altri tre colleghi – comporta, per sua natura, la negazione della umanità della persona giustiziata”. Nulla più della morte, aveva aggiunto, segnala la fine “del diritto ad avere diritti”.

Una tecnologia “molto innovativa”

Da allora – da quella sentenza del 1976 – la macchina della morte ha ripreso a girare. E da allora, mentre gli ingranaggi lavoravano a tutto gas, è parallelamente cominciata la macabra – macabramente grottesca – ricerca di metodi d’esecuzione capaci di dare un senso umano a qualcosa che, come Brennan aveva correttamente segnalato, in realtà non è, “per sua natura”, che una totale ed irreversibile negazione d’umanità, anzi, del più basilare dei diritti umani. Ultimo caso, quello dello Stato dell’Alabama, dove era programmata per ieri notte l’esecuzione d’una condanna a morte con una “molto innovativa tecnologia” a base di gas nitrogeno (o azoto). Esecuzione che, considerato come la Corte Suprema abbia ieri rifiutato di prendere in considerazione un’ultima richiesta di sospensione, probabilmente già sarà un fatto compiuto al momento della pubblicazione di quest’articolo.

I relativi protocolli ci raccontano di come, grazie al rapido assorbimento d’ogni frazione d’ossigeno da parte dell’azoto iniettato all’interno d’una sorta di maschera facciale (di fatto una mini-camera a gas), il condannato muoia, in questo caso per asfissia. E le cronache ci rivelano che il beneficiario di questa innovativa tecnologia d’ammazzamento sarà (o forse già è stato) il 58enne Kenneth Smith, condannato 35 anni fa per l’assassinio “su commissione” di Elizabeth Sennet, da lui, quando ancora era poco più che un ragazzino, con molto macabro dilettantismo massacrata a pugnalate. A commissionare l’omicidio era stato, al fine d’incassare i danari d’una lauta assicurazione sulla vita, il marito della vittima, Charles Sennet, un pastore evangelico poi condannato all’ergastolo e morto suicida poco dopo la sentenza.

Alla ricerca della vena perduta

Molti sono gli elementi che, ozono a parte, accomunano la storia Kenneth Smith a quella di migliaia di altri condannati a morte. Su tutte l’ovvia brutalità del reato commesso e l’abissale distanza temporale tra quel reato e l’esecuzione della condanna. Paradossalmente, essendo gli USA uno stato di diritto, al patibolo ci si arriva, di norma, solo dopo un’interminabile serie di ricorsi, controricorsi e rinvii che, al termine d’una quasi sempre pluridecennale maratona giuridica, rendono ancor più crudelmente (anche se non inusualmente) assurda la disumanizzazione del reo. Ed ancor più nebbioso il senso dell’ “occhio per occhio” che d’ogni condanna è morte è il fine ultimo. A rendere “unico” il caso di Kenneth Smith contribuiscono tuttavia, al di là del nuovissimo metodo di ammazzamento, due particolari. Il primo: la giuria che lo aveva riconosciuto colpevole e condannato a morte, aveva anche, per 11 voti contro 1, deciso di commutare la sua pena in ergastolo. Ma il giudice – cosa mai prima verificatasi – aveva d’autorità annullato la sentenza e ripristinato la pena capitale. Il secondo: alla morte per azoto, Smith è arrivato dopo il duplice – e doloroso – fallimento di altri due tentativi, nel 2022, d’ucciderlo con un altro metodo a suo tempo spacciato come una nuova frontiera d’umanità: l’iniezione letale. Per ore, raccontano le cronache, gli “executioner” avevano, in due successivi tentativi, cercato una vena nella quale poter iniettare il miscuglio di veleni che doveva “dolcemente” por fine alla vita mortale di Kenneth Smith. E per due volte, scaduto il tempo massimo previsto dal “protocollo”, avevano dovuto rinunciare all’impresa.

Sarà dunque l’azoto (o il nitrogeno) il patibolo del futuro? È possibile. Ed alcuni Stati – l’Oklahoma ed il Mississippi, tanto per cominciare – già si sono messi in coda. I sostenitori del nuovo metodo molto appassionatamente sottolineano come proprio questa – la “dolce ed indolore” asfissia per assenza d’ossigeno – sia la via seguita in molti dei “suicidi assistiti” legalmente praticati in diversi (e molto avanzati) paesi del mondo. Ma evidentemente dimenticano, questi fan delle mini-camere a gas, come le stesse cose fossero state, a suo tempo, dette anche per le iniezioni letali. Ed altrettanto evidentemente ignorano come i medesimi metodi di “fine vita” possano – come nel caso delle iniezioni letali – essere applicati in termini molto distinti in una clinica di lusso di Zurigo e nella “execution chamber” del braccio della morte d’una prigione dell’Alabama. Ed è un fatto che l’Ufficio per la Difesa dei Diritti Umani dell’Onu ha definito una “forma di tortura” questo tipo d’esecuzione.

Il che inevitabilmente ci riconduce alla domanda inziale: è possibile uccidere umanamente un essere umano? La risposta la si può facilmente reperire – qualora davvero la si voglia cercare – in un vetusto ma straordinariamente attuale documentario – “Mr. Death”, firmato da un grande del genere, Errol Morris – uscita nei cinema americani alla metà degli anni ’90. Oppure in un altrettanto vecchio ed altrettanto cupamente valido libro – “The Executioner Protocol” – che il giornalista inglese Stephen Trombley scrisse nel 1992. Entrambi (il documentario ed il libro) danno di fatto la parola, senza commenti, all’uomo, o meglio, al “boia modello” che, a suo modo nei suoi più puri termini incarna la fede nelle “magnifiche sorti e progressive” della pena di morte. Vale a dire: a Fred Leuchter, “ingegnere specializzato in progettazione di patiboli”, pacato, o più rsattamente, gelido personaggio dal minuto aspetto e dalle spessissime lenti (nonché a tutti gli effetti un figlio d’arte, essendo suo padre un ex-carceriere) la cui lunga vita si è divisa tra due grandi passioni: dimostrare che l’Olocausto non è mai avvenuto e, appunto, la “umanizzazione” la pena di morte. E straordinario – straordinario perché più agghiacciante d’ogni scena di sangue – è sentirlo raccontare la sua indignazione per la negligenza con la quale troppo spesso attuano i boia, evitando di preventivamente tappare gli orifizi anali del  condannato, in questo modo  esponendo gli astanti (quasi sempre i parenti delle loro vittime) alla deplorevole vista della sue feci. O spiegare con il suo glaciale ardore di travet della morte come la sedia elettrica da lui brevettata eviti al morto ogni segno di bruciatura. “Non é necessario – diceva Leuchter nel suo lungo, appassionato monologo – che, per morire, il condannato frigga come un pollo in padella”.

Leuchter aveva (e presumibilmente ancora ha, sebbene, ormai ottantenne, da tempo abbia ridotto le su pubbliche performance) un dichiarato obiettivo, lo stesso di quanti oggi vanno salutando con gioiosi cori l’arrivo del nitrogeno nelle camere d’esecuzione: abbellire, rendere presentabile, “pulita” la pena di morte. Ed il risultato è che ad ogni loro parola, ad ogni loro scoperta, la pena di morte sprofonda nel proprio orrore. Più si fa “umana” e più mostra la sua disumanità.

Arthur Miller: esecuzioni negli stadi con pubblico pagante

Forse è giunto il tempo di cambiare registro, come già – giusto ai tempi della pubblicazione del libro di Stephen Trombley – aveva paradossalmente suggerito un editoriale aperto pubblicato nel 1993 dal New York Times a firma del grande commediografo Arthur Miller. Forse è davvero giunto il momento -come ipotizzato l’autore di “Una vista dal ponte” in quella che lui stesso aveva definito una swiftiana “modesta proposta – di rivalutare la pena di morte non per la sua, comunque insostenibile, umanità, ma per il suo intrinseco, originario valore spettacolare e commerciale. Esecuzioni pubbliche. Esecuzioni negli stadi, come fino a non molto tempo fa – senza però fini di lucro – si usava fare in Cina. Esecuzioni a pagamento, finalmente capaci, sospinti da opportune campagne pubblicitarie, di restituire alla più americana delle logiche, quella del libero mercato, la pena capitale. L’ultima esecuzione pubblica negli Usa – consumatasi nel 1936 in quel di Owensboro, nel Kentucky – s’era chiusa, rammentava Miller, in vere e proprie scene di tripudio. Fu qui, nel cuore delle Appalachian Mountains, che una folla calcolata in “almeno 10mila persone alla ricerca di souvenirs” dette l’assalto al patibolo “as soon as the trapdoor swung open”, non appena la botola si spalancò sotto i piedi del condannato, come ebbe a riferire, allora, un quotidiano di Louisville….È a questa America ed a questi valori, sosteneva Miller, che bisogna tornare. Perché?

Perché, sembrava credere il grande letterato in quel lontano 1993, la volubilità del pubblico americano – facile, secondo lui, tanto agli entusiasmi come alla noia – avrebbe, in breve ed immancabilmente condannato a morte la pena di morte. Metodo d’esecuzione: un’iniezione letale di tedio. Era stato troppo ottimista, Miller. Come testimoniato oggi dall’arrivo dell’ozono. Che, senza entusiasmo e senza noia, con dolcezza toglie ossigeno al condannato per regalarlo, una volta di più, alla barbarie.

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