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Friday, February 6, 2026
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Maria Corina, un Nobel all’ombra di Trump

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Narra Ovidio nelle sue “Metamorfosi” come Mida, re di Frigia agli albori dell’VIII secolo AC, avesse il potere, ottenuto da Dioniso, dio della fertilità, di trasformare in oro tutto quel che toccava. E proprio questo – in termini capovolti ed ancor più tragici, visto che non di mito, ma di attualissima realtà si tratta – è quel che sta accadendo all’un tempo prestigioso premio Nobel per la Pace, ieri assegnato alla venezuelana Maria Corina Machado, riconosciuta leader della lotta contro la dittatura di Nicolás Maduro. Donald Trump – il re Mida della storia – quel premio lo ha infatti toccato, anzi, lo ha ripetutamente e volgarmente palpeggiato, com’è nel suo stile e come usa fare con tutti i suoi “oggetti del desiderio”. E, toccandolo (palpeggiandolo nelle sue più intime parti), lo ha inevitabilmente e – tutto lo lascia credere – irreversibilmente trasformato, non in oro, ma in (a ciascuno il compito di scegliere, a proprio gusto, la porcheria del caso). Con buona pace dei meriti e demeriti della vincitrice.

È, ormai da poco meno d’un decennio, notizia di tutti i giorni. Quel premio Donald Trump lo vuole, anzi, lo esige per sé. Lo esige da sempre – in pratica fin dal primo giorno del suo primo mandato, agli albori del 2017 – e lo esige come un vero e proprio diritto divino. In parte per una sorta di stizzosa e distorta concezione di “par condicio” (se l’hanno dato ad Obama devono darlo anche a me) ed in parte per le innumerevoli “pacificazioni” che, in rossiniano crescendo e sostenuto dal coro dei suoi cortigiani, è andato via via attribuendo a se stesso. Sette guerre sette, secondo gli ultimi calcoli. Tutte da lui miracolosamente risolte, inclusa quella per il Kossovo, chiusasi nel 1998, quando lui ancora scimmiottava la parte del grande imprenditore che assumeva e licenziava a volontà nella trasmissione televisiva “The Apprentice”. E quella tra Armenia (Albania secondo la molto approssimativa geografia trumpiana) e Azerbaijan (nome, quest’ultimo, che Trump regolarmente pronuncia in modo incompressibile).

Sembra una barzelletta. E come tale, fuori dalla corte trumpiana, questo elenco di meriti “pacificatori” è in effetti stato perlopiù accolto. “Se vuoi attribuirti il merito di una pacificazione — gli fece a suo tempo notare il “late night comedian” Jimmy Kimmel — impara almeno a dire correttamente il nome del paese che hai pacificato.” Tutto da ridere. Non fosse per il fatto che a raccontarla, questa barzelletta, era (ed è, con pressoché quotidiana frequenza), non solo il presidente della più potente nazione del pianeta, ma anche un presidente le cui aspirazioni dittatoriali sono – mentre si approssima il 250esimo anniversario della “più antica democrazia del mondo” – ormai sotto gli occhi di tutti. Come lo stesso Kimmel ha a sue spese appreso qualche settimana fa, allorquando Disney, proprietaria di NBC, ha, su pressione di Trump, sospeso a tempo indeterminato il suo “late night show” (decisione poi rientrata “a furor di popolo”. Il che significa che ancora c’è speranza, ma questa è un’altra storia).

Non avrai altro premiato al di fuori di me

Donald Trump vuole, fortemente vuole, esige, pretende quel premio, ogni giorno intimandone la consegna. E qui, in questa barzelletta, sta la vera tragedia del Premio Nobel per la Pace. Giorni fa sul Financial Times è apparso, a firma Richard Milne, un ampio servizio – “Trump Looms Large Over Nobel Peace Prize” – dedicato alla martellante, grottesca campagna condotta da Trump per farsi assegnare il premio, ed ai fattori che giocano pro o contro questa sua ossessiva richiesta. Nella molto nutrita colonna dei “contro”, una ragione risaltava: nessuno, mai, faceva notare Milne, aveva prima d’ora spinto con tanto arrembante, scoperta virulenza – non avrai altro premiato al di fuori me – per la propria candidatura. E mai nessuno era prima d’ora stato, proprio per questo, dal Premio più lontano.

Com’è possibile, si chiedeva retoricamente l’autore, che nessuno tra i suoi consiglieri, abbia trovato il coraggio di far notare al grande ed amato leader come un tale atteggiamento di fatto sia, non l’unico, ma di certo il più ovvio ed insormontabile ostacolo a fronte delle sue pretese? Possibile – ammesso e, ovviamente, non concesso che vi sia qualche valida ragione per assegnargli il Premio – che nessuno si sia, nel suo entourage, reso conto che, con un simile comportamento, il presidente metteva la commissione norvegese di fronte a un insostenibile prospettiva: quella d’apparire, nel caso proprio lui venisse nominato, come una banda di lacchè. O, ancor peggio, come le pusillanimi vittime d’una sorta d’estorsione?

Non per nulla, tra le – pochissime – ragioni dal Financial Times inserite nella colonna dei “pro”, una sola (e non esattamente edificante) balzava agli occhi: il fatto che, in caso di mancata assegnazione, Trump potesse usare le sue tariffe doganali come ritorsione nei confronti della Norvegia. Proprio di questo Trump avrebbe di recente parlato con il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, uscendo dai colloqui per nulla convito del fatto, da Støre ripetutamente sottolineato, che la decisione della commissione in nulla dipende dalla volontà del suo governo.

Tornando alla cronaca. Come detto, il premio è andato, non a Trump – ma inevitabilmente all’ombra di Trump – a Maria Corina Machado, vera vincitrice delle presidenziali del luglio 2024 e da tempo simbolo, meritato simbolo, della resistenza alla dittatura “chavista” di Nicolás Maduro. Perché all’ombra di Trump? Perché, considerato il contesto, molto difficile è sfuggire all’impressione che la commissione di Oslo abbia, al di là dei meriti o demeriti della premiata, finito per scegliere, tra i molti possibili candidati, quello (quella nel caso specifico) che, per ragioni geo-politiche, meno può disturbare, alimentandone l’ira funesta, il gran pretendente. Nicolás Maduro è infatti oggi – insieme ai pallidi eredi di quel che fu il socialismo castrista a Cuba – probabilmente l’unico dittatore, o mezzo-dittatore o aspirante dittatore che oggi non goda delle simpatie di Donald Trump.

Sulla sua relazione d’amorosi sensi con Vladimir Putin – che proprio ieri ha sottolineato come Donald Trump meritasse quel premio – sono corsi i proverbiali fiumi d’inchiostro. Con Kim Jong Un, il semidio che per diritto ereditario governa il Nord Corea, Trump ha a suo tempo vissuto – “mi ha scritto una bellissima lettera e ci siamo innamorati l’uno dell’altro” – una breve ma intensissima love story. E nei confronti di tutti (o quasi tutti) gli altri “uomini forti”, da Orbán a Erdoğan – per non dire delle monarchie assolute arabe, in questo caso non solo per amore ma anche per denaro – Trump ha sempre speso parole d’ammirazione.

Delende Maduro

Con Maduro è un’altra storia. Sulla testa dell’erede ed apostolo del “comandante eterno” Hugo Chávez, gli USA hanno di recente posto una taglia multimilionaria dopo averlo dichiarato – del tutto arbitrariamente, nonostante gli innumerevoli e indiscutibili peccati del presidente Venezuela – capo d’un cartello del narcotraffico (il cosiddetto “Cartel de los Soles”, della cui reale esistenza molti esperti in materia seriamente dubitano), contemporaneamente accusandolo (anche in questo caso sulla base di molto labili indizi) di complicità con una organizzazione criminale, il molto malfamato “Tren de Aragua”, nata nelle carceri venezuelane e di recente entrata, per volontà di Trump, nella lista delle “organizzazioni terroriste” che possono, in quanto tali, venire militarmente attaccate in qualsivoglia parte del pianeta.

È in questo quadro che la Marina Usa ha di recente cominciato a pattugliare le acque del Caribe – giusto al Sud di quello che Trump, lo scorso gennaio, appena riassunto il potere, ha imperiosamente ribattezzato “Gulf of America” – attaccando ed affondando senza alcun riguardo per vite umane e diritto internazionale, lance a che, a loro detta, “trasportano droga”. Una pratica, questa, che – a proposito di pace – non pochi analisti ritengono, in realtà, una prova generale nella prospettiva di molto più dirette e letali forme di intervento militare contro il Venezuela. Forse una vera e propria invasione, come a Panama nel 1989, o a Granada nel 1983. Con la piuttosto ovvia differenza che il Venezuela non è né la Panama presa in ostaggio da Manuel Antonio Noriega (personaggio che, è bene ricordalo, era a libro paga della Cia), né la minuscola Granada percorsa dalle utopie rivoluzionarie di Maurice Bishop, che da Ronald Reagan venne usata per tornare a mostrare i muscoli nel “cortile di casa”, dopo il trionfo della rivoluzione sandinista in Nicaragua.

Una semplice verità, del resto, sembra avvalorare la tesi della invasione prossima ventura. Da un punto di vista della lotta al narcotraffico, l’attacco alle lance nelle acque del Caribe non ha senso alcuno. A detta di tutti gli esperti, il Venezuela gioca un ruolo del tutto secondario nella mappa della produzione e del trasporto di droga. La maggior parte del traffico di cocaina viaggia, partendo dalla Colombia, nelle acque del Pacifico, o per via aerea. E quello del fentanyl, la droga che oggi più va diffondendosi negli USA, percorre il Messico via terra. L’attacco alle lance affondate – che, considerate le distanze non avevano né la volontà, né la capacità di carburante per raggiungere le coste statunitensi – si può spiegare solo come un “avvertimento” in vista di qualcosa che nulla ha a che fare con i traffici di droga.

Nell’assegnare il Nobel a Maria Corina Machado, la commissione norvegese ha sottolineato come la sua figura perfettamente soddisfi “i tre criteri stabiliti nel testamento di Alfred Nobel”. Perché nel suo agire “ha unito l’opposizione del suo paese”. E perché “non ha mai vacillato nella sua resistenza alla militarizzazione della società venezuelana e ha fermamente sostenuto una transizione pacifica verso la democrazia”. Tutto (o quasi tutto) vero. Non v’è dubbio, infatti, che la premiata sia oggi la più visibile e valida rappresentante della lotta contro un regime autoritario che ormai da molto tempo governa – o meglio, malgoverna – il Venezuela con la violenza e con la frode. Lo è a dispetto del fatto che, per storia personale e per posizioni politiche, Maria Corina a tutti gli effetti sia una rappresentante della più classica (e non proprio impeccabilmente democratica, se valutata da un punto di vista storico) destra oligarchica latinoamericana. Della stessa destra che, agli albori del millennio, rispose all’ascesa del chavismo, ultima variante “di sinistra” del più deteriore caudillismo, ricorrendo (per inerzia, verrebbe da dire) all’arma, tante volte sperimentata, del golpe militare.

Nell’aprile del 2002, Maria Corina fu, ancora giovanissima e – sostiene – convinta di firmare soltanto un registro di presenza, tra i 400 firmatari del decreto con il quale Pedro Carmona, poi ribattezzato “Pedro el breve”, sancì l’arresto e la deposizione forzata di Hugo Chávez, allora presidente più che legittimamente eletto dal popolo. Il golpe, quasi istantaneamente-rovesciato dalle truppe al comando del generale Rául Isaias Baduel (che, dettaglio significativo, sarebbe anni più tardi morto, da dissidente, nelle carceri chaviste) non durò che due giorni. Ma a suo modo marcò i limiti, gli affanni e le divisioni d’una opposizione incapace, perché troppo ancorata ad un passato ormai rifiutato dalle masse (quello dittatoriale di Juan Vicente Gómez e di Marcos Pérez Jiménez, o quello della molto inamidata democrazia petrolifera e bipartitica del “Punto Fijo”) di frenare l’ascesa  e la catastrofica deriva economica e sociale di una nuova dittatura: quella del “socialismo del XXI secolo” propugnato, a propria immagine e somiglianza, in un grottesco culto della personalità, prima da Hugo Chávez e poi dai suoi molto più slavati eredi.

En que momento se jodió Venezuela?

Non è facile stabilire – volendo parafrasare una celebre frase del romanzo “Conversación en la Catedral” di Vargas Llosa – in quale momento “se jodió Venezuela”. Ovvero: in che momento si siasi sia definitivamente ”fottuta” la fragile democrazia venezuelana. Forse nel 2015, quando, con trucchi da baraccone, venne d’autorità sciolta la Asamblea Nacional, elettoralmente conquistata dall’opposizione. Forse nel 2017, quando – attraverso un nuovo e fraudolento sistema elettorale venne eletta una Assemblea Costituente che non creò alcuna nuova Costituzione, ma, dopo aver attribuito a se stessa illimitati poteri, violò a piacimento la esistente passando in serie leggi liberticide. O forse ancor prima quando, nel 2014, la stessa Maria Corina – che era allora la deputata eletta con il più alto numero di preferenze, venne, sulla base di ridicole accuse di “tradimento”, espulsa dal Parlamento per insindacabile decisione dell’allora presidente della Asamblea Nacional, Diosdado Cabello. Forse è proprio in quel momento che il Venezuela ha cominciato ad esser governato, senza più mediazioni, dalla pura forza militare di cui l’ex tenente colonnello Cabello – oggi ministro degli Interni, della Giustizia e della Pace (sí, ancora una volta la Pace nominata invano) è la più fedele e speculare rappresentazione..

Ieri, nel ricevere questo premio dal tocco di Trump ormai trasformato in (di nuovo, inserire una porcheria a scelta), Maria Corina Machado è parsa perfettamente a suo agio nel mare di pericolosa ambiguità nel quale il Venezuela va navigando. E, dal suo rifugio segreto, proprio a Trump ha rivolto il suo primo pensiero: “Siamo sulla soglia della vittoria e oggi più che mai contiamo sul Presidente Trump, il popolo degli Stati Uniti, i popoli dell’America Latina e le nazioni democratiche del mondo come nostri principali alleati per raggiungere la libertà e la democrazia. Il Venezuela sarà libera!”

Un attacco a tutti i venezuelani

Libero da che cosa? Nel porre una taglia sulla testa di Nicolas Maduro, Donald Trump – l’uomo al quale la Machado fa oggi in primis appello per “liberare” il Venezuela – ha di fatto dichiarato guerra non solo (e non tanto) al narcotraffico ed a un governo illegittimo,  ma all’intero popolo venezuelano. E mentre affondava barche nel Caribe ha tolto ogni tipo di protezione, in direzione di un possibile asilo politico, a quanti dal Venezuela se ne sono andati (sette milioni di persone, negli ultimi otto anni, in un vero e proprio esodo biblico) per sfuggire la repressione e la miseria. Tutti, per Trump, membri del Tren de Aragua. Tutti assassini, stupratori, criminali e malati di mente inviati negli USA dal governo venezuelano al fine di “avvelenare”, con la complicità del “nemico interno”, il “sangue della Nazione”. Quale libertà, quale “pace”, può sorgere da questa visione del mondo?

Nelle “Metamorfosi” di Ovidio, com’è noto, Mida si rende infine conto di come i suoi nuovi poteri e le ricchezze che derivano altro non siano che una disgrazia, una fatale maledizione che lo priva del cibo e d’ogni fonte di vita. E per questo Dioniso chiede implorando a Dioniso un ritorno alla normalità. Cosa che il dio generosamente gli concede invitandolo a liberarsi dei suoi poteri dissolvendoli nelle acque del fiume Pactolus (che da allora divenne, per la gioia dei cacciatori d’oro turchi, ricco di sabbie aurifere).  

In quali acque possa oggi dissolversi la (una volta di più, porcheria a scelta) nella quale la maledizione trumpiana ha trasfigurato il Nobel per la Pace è, allo stato, impossibile dire. Ma certo è che difficile, molto difficile sarà per il Venezuela di Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace all’ombra di Donald Trump, incontrare un altrettanto idilliaco “the end…”.

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