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Wednesday, August 17, 2022
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Una nuova “onda rosa”?

Potrà una eventuale e contemporanea vittoria di Lula in Brasile e di Petro in Colombia riaprire il discorso, da sempre caro alle sinistre, della integrazione latino-americana? Ecco quel che scrive in proposito su America’s Quarterly (clicca qui per leggere l’originale in inglese) Oliver Stuenkel della Fondazione Getulio Vargas di San Paolo.

Il successo dell’integrazione regionale in America Latina, si dice spesso, dipende dall’allineamento ideologico tra i governi. Non sorprende, quindi, che la possibilità di una presidenza di Gustavo Petro in Colombia e di una vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile abbia generato aspettative per un nuovo ciclo di cooperazione nel continente. Infatti, se Petro e Lula dovessero avere successo, i cinque presidenti più potenti dell’America Latina del prossimo anno, in Brasile, Messico, Argentina, Colombia e Cile, sarebbero tutti, in senso lato, ideologicamente allineati e, in linea di principio, aperti a stabilire legami bilaterali costruttivi. 

Negli ultimi anni la diplomazia presidenziale regionale si è completamente disgregata, simboleggiata soprattutto dall’assenza di dialogo tra il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il suo omologo argentino Alberto Fernández. Tuttavia, mentre il ritorno ad una comunicazione aperta tra i capi di Stato dell’America Latina (e forse anche dei vertici presidenziali regionali a cui tutti, incluso il venezuelano Nicolás Maduro, sono invitati) sembra cambiare il panorama rispetto agli ultimi anni, è probabile che anche quanti pronosticano, nel caso di una nuova “marea rosa,” una forte enfasi sulla cooperazione regionale, finiscano per rimanere delusi.

Quattro sono i principali fattori che spiegano perché l’allineamento ideologico sia una condizione necessaria ma non sufficiente per una maggiore integrazione regionale:

In primo luogo, rispetto alla fine degli anni 1990 e 2000, che ha visto una serie di iniziative regionali significative, la maggior parte dei leader di oggi si trovano ad affrontare uno scenario nazionale molto più impegnativo. La frustrazione pubblica si è accumulata dopo anni di crescita mediocre, aumento della disuguaglianza e una ripresa lenta dopo la devastazione del COVID-19. Ci sono pochi segnali che il contesto macroeconomico possa migliorare in tempi brevi. Dovesse tornare alla presidenza in ottobre, Lula probabilmente dovrebbe dedicare molto più tempo ed energie ad affrontare le crisi interne del Brasile di quanto abbia fatto a suo tempo, dal 2003 al 2010. Gabriel Boric in Cile, Fernández in Argentina e, se vincesse, Petro in Colombia affronterebbero tutti una serie complessa di problemi. Allo stesso modo, è improbabile che l’allineamento ideologico cambi la visione del mondo, essenzialmente anti-globalista, del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador,rendendo più difficile un significativo impegno con il resto dell’America Latina.

In secondo luogo, il ritorno di una politica di grande potere in America Latina aggiunge uno strato di complessità alla diplomazia regionale che è improbabile che faciliti la cooperazione. Le forze armate brasiliane, ad esempio, hanno tranquillamente espresso profonda preoccupazione per il riavvicinamento strategico dell’Argentina alla Cina evidenziato dalla presenza della stazione spaziale militare cinese in Patagonia. È improbabile che questo problema venga risolto semplicemente da una relazione amichevole tra Fernández e Lula. Mentre le tensioni tra Washington e Pechino sono destinate ad aumentare e a penetrare in altri settori come la tecnologia, la finanza e la sicurezza, rischiano anche di rendere più difficile un dibattito sul futuro ruolo dell’America Latina, dato che le opinioni su come reagire a una “nuova guerra fredda” sono tenuti a differire.

Terzo, mentre un riconoscimento più uniforme di Maduro come legittimo presidente del Venezuela può porre fine all’esperimento imbarazzante e alla fine fallito del governo ad interim di Juan Guaidó, la questione principale resta come la regione debba affrontare un regime sempre più repressivo che sovrintende a un collasso economico così grave che sei milioni di cittadini hanno deciso di emigrare negli ultimi anni. Lo scenario più probabile è che il paese con le più grandi riserve petrolifere del mondo rimarrà una fonte di instabilità economica, continuando ad agire come un ostacolo importante per una maggiore cooperazione regionale.

In quarto (ed ancor più importante) luogo le aspettative che la cooperazione regionale possa fiorire in un nuovo contesto politico tendono a trascurare il fatto che la disintegrazione regionale è stata, in buona misura, la principale tendenza economica in America Latina negli ultimi dieci anni. Questo è un processo che ha poco a che fare con l’orientamento ideologico dei leader nazionali. Una rinnovata attenzione alle esportazioni di materie prime e una crescente dipendenza dalla Cina aiutano a spiegare perché il commercio intraregionale è cresciuto molto meno del commercio extra-regionale negli ultimi anni. Un fenomeno che sottolinea anche il motivo per cui la produzione, tradizionalmente il motore del commercio regionale, sta perdendo rilevanza. La mancanza di complementarità economica e modelli di esportazione sempre più simili spiegano perché le esportazioni intra-regionali nel 2021 ammontavano solo al 13% delle esportazioni totali dell’America Latina, in calo rispetto al 21% del 2008. Negli ultimi dieci anni gli scambi bilaterali tra Brasile e Argentina sono effettivamente diminuiti in termini sia relativi che assoluti; e la Cina ha superato il Brasile come principale partner commerciale dell’Argentina. Tendenze simili sono visibili quando si guardano i legami commerciali del Cile e dell’Uruguay, per non parlare dei legami commerciali del Venezuela con la regione, che in gran parte è crollato. Più a nord, il Messico e le nazioni centroamericane hanno legami commerciali molto limitati con il Sud America. La spinta dell’Uruguay a negoziare un accordo di libero scambio con la Cina, il più grande acquirente delle sue esportazioni, è un chiaro segno che i politici di Montevideo credono che il loro futuro sia legato all’Asia piuttosto che ai loro vicini.

Ciò non significa che non valga la pena investire nell’integrazione regionale, anzi. Una recente indagine mostra che sette latinoamericani su dieci sostengono l’integrazione regionale, forse consapevoli del fatto che è cruciale affrontare una miriade di sfide comuni che vanno dalla criminalità transnazionale, alla migrazione e alla deforestazione. Allo stesso modo, nonostante le limitate complementarità economiche, una parte del problema nella regione è la mancanza di coordinamento nella facilitazione degli scambi, l’armonizzazione delle norme di origine e, forse la cosa più importante, la mancanza di una visione comune per costruire un’infrastruttura fisica per collegare la regione. 

Petro e Lula, se fossero eletti, potrebbero costituire un’opportunità per la cooperazione regionale. Ma le probabilità saranno ancora contro i progressi significativi a breve termine.

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