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Wednesday, May 5, 2021
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Poche balle: i primi passi di Uncle Joe

Ancora non sono passate due settimane dalla sua cerimonia d’insediamento, ma già una cosa appare più che evidente: Joe Biden sarà, in materia d’occupazione, un pessimo presidente. O, quantomeno, farà rimpiangere – e rimpiangere in modo struggente – gli indiscutibili fasti del suo predecessore. No, non stiamo parlando dell’occupazione di cui di norma discettano economisti e politici – tema che, pure, è ovviamente destinato ad avere un peso decisivo nelle politiche del nuovo presidente – bensì di quel minuscolo, ma fino a ieri mediaticamente assai visibile, segmento del mercato del lavoro che va sotto il nome di “fact-checking”. Giusto venerdì scorso il New York Times ha pubblicato, riferito a Joe Biden, il primo di questi “controlli dei fatti” (o, più precisamente, delle dissonanze tra i fatti ed i detti). Ed i risultati sono stati, ai fini occupazionali, decisamente disastrosi. Le prime venti asserzioni presidenziali sottoposte a verifica, non hanno portato che a tre “non verità”, nessuna delle quali qualifica, peraltro, come menzogna a tutto tondo. In un caso non si tratta, infatti, che d’un eccesso d’ottimismo (a proposito del numero di nuovi posti di lavoro creati dalla elettrificazione del parco macchine federali), in un altro, d’un più che opinabile errore statistico in merito ai sussidi garantiti alle piccole imprese dalla passata amministrazione; e, nell’ultimo caso, d’un errore – oltretutto immediatamente corretto – riferito al numero di vaccinazioni anti-Covid già effettuate. Insomma: una miseria.

A questo punto della sua presidenza, Donald Trump non solo già aveva sfiorato quota cento (100 menzogne tonde tonde), ma già aveva filosoficamente inquadrato, tramite la sua portavoce, Kellyanne Conway – ricordate la teoria dei “fatti alternativi”, riferita alla quantità di folla presente alla cerimonia d’insediamento? – il suo (peraltro da sempre chiarissimo) rapporto con la verità. E questo non era stato – come giorni fa ha in via definitiva stabilito l’accuratissimo database pubblicato dal Washington Post – che il frugale antipasto d’una scorpacciata destinata a portare, in quattro fantasmagorici anni, ad un inimmaginabile record di 30.573 falsità, per una media giornaliera, calcolata sull’intero quadriennio, di 21 frottole d’ogni colore. Il tutto nel quadro d’un rossiniano crescendo che, giorno dopo giorno e tweet dopo tweet, ha inequivocabilmente rivelato l’esponenziale ed endogena forza auto-riproduttiva delle bugie trumpiane.

Trump, un record imbattibile

Nel suo primo anno, ci dicono infatti i dati, Trump ha mentito, in media, 6 volte al giorno, nel secondo 16 volte, nel terzo 21 e, nel quarto – quello del Covid e delle presidenziali, chiuso con la vergogna dell’assalto al Congresso – la bellezza di 39 volte. Un permanente e crescente tsunami, questo, che aveva costretto il fact-checking – prima di Trump una attività giornalistica artigianale – a rapidamente adeguarsi alla febbrile realtà della catena di montaggio, moltiplicando gli addetti ed i tempi di lavoro. Quel che illo tempore Henry Ford rappresentò in materia di produzione di massa – ha molto appropriatamente scritto qualcuno – Donald Trump ha rappresentato per la menzogna (e, inevitabilmente, per quanti quelle menzogne hanno dovuto verificare)

Ora, dopo appena una decina di giorni di presidenza Biden, tutto è tornato al passato, con la più che prevedibile conseguenza d’un drammatico sovrappiù di manodopera. Nella sua prima settimana da presidente, infatti, il nuovo inquilino della Casa Bianca già ha, come promesso, ristabilito una “normalità” nella quale, in politica come in pressoché ogni branca dell’umana esistenza, la menzogna rimane una presenza fissa ma fisiologica, un aspetto della vita e non, come negli ultimi quattro anni, un modo di vivere. Il che, in sé, poco sorprende, considerato che proprio la “normalità” – il suo essere, nel bene e nel male, il più “normale”, sperimentato e grigio, il più unitario e tradizionale dei politici di professione – era infine risultata essere la vera arma vincente di “Uncle Joe” in una corsa alla Casa Bianca (la terza ed a prima vista più disperata della sua lunga carriera) drammaticamente marcata dalla necessità d’eliminare, nel nome della salvaguardia dell’ordine democratico, l’anomalia trumpiana.

Una anormalissima normalita

Sbagliato – sbagliatissimo alla luce di questi primissimi giorni di governo – sarebbe tuttavia considerare (ci si passi il gioco di parole) “normale” la normalità da Joe Biden riaccesa nel gioco politico. E questo non solo per il molto frenetico ritmo degli executive orders, o decreti presidenziali – ben 45 in meno di dieci giorni – emanati dal nuovo presidente. Molti di questi decreti sono, com’è ovvio, pure e tutto sommato innocue dichiarazioni d’intenti. Ma già indicano, nel loro insieme, una direzione precisa. Ed almeno in un caso, quello della battaglia contro il cambio climatico, già hanno assunto le dimensioni d’una svolta storica, non soltanto, né tanto, perché Biden ha deciso – cancellando una delle più “trumpiane” delle decisioni di Trump – di riportare gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi. 

D’un solo colpo, il nuovo presidente ha vietato l’uso di territori federali per la produzione di carburanti fossili (fracking e gas naturale incluso), ha creato uffici specificamente dedicati alla “giustizia ambientale”, non solo nella EPA (Environmental Protection Agency), ma anche nel Justice Department, dal quale dipendono gli Attorney General (i nostri pubblici ministeri); ha ordinato al Pentagono di considerare il riscaldamento globale una “assoluta priorità” in materia di sicurezza nazionale, ha annunciato il progressivo passaggio all’elettrico di tutte le auto di proprietà federale, ha definitivamente cancellato (in quello che, di fatto, rappresenta la fine d’un ormai pluridecennale tormentone della politica Usa) il progetto di oleodotto di Keystone XL (destinato, com’è noto, a trasportare una delle più inquinanti varietà di petrolio dall’Alberta, in Canada, alle raffinerie del Midwest, attraverso regioni considerate tra le più ambientalmente fragili). E, quel che più conta, Biden non ha lasciato dubbio alcuno – in un messaggio destinato soprattutto ai mercati – sulla vera natura di questi provvedimenti: la lotta contro la produzione di carburanti fossili e per l’uso di fonti energetiche “pulite”, sarà, per sua Amministrazione, il perno d’un nuovo modello di sviluppo, una fonte di investimenti e di lavoro. Ed in quanto tale anche un elemento essenziale della politica estera americana. Come dimostrato dalla nomina d’un “peso massimo” – John Kerry, già candidato alla presidenza e Segretario di Stato con Obama – al ruolo di super-ambasciatore in materia ambientalistica. La strada sarà ovviamente, oltre questo esplosivo avvio, molto lunga ed accidentata. Ma del famoso “Green New Deal” – quello che i suoi molto più progressisti rivali contro di lui reclamarono come una “necessità storica” durante le primarie democratiche – non sembra a questo punto mancare, in effetti, altro che il titolo…

E proprio questo è il grande paradosso, l’anomalissima normalità di questi primi dieci, silenziosi ma intensissimi giorni della presidenza Biden. Come qualcuno ha efficacemente scritto: “Uncle Joe flipped the script”, lo zio Joe ha capovolto il copione. In base alla sua storia personale ed a quella che sembrava esser la logica politica, tutti (o quasi tutti) avevano pronosticato un presidente “centrista”, condizionato dall’ala “liberal”, progressista del suo partito. Quello che si è invece presentato al Paese, con una prima raffica di 45 decreti, sembra al contrario essere un presidente liberal condizionato dall’ala centrista – la “sua” ala – del partito democratico. Anche se, in effetti, quello che davvero condiziona – e condiziona tutto, non solo la politica e le scelte del presidente Biden – è oggi la realtà della crisi, la necessità di far fronte alle conseguenze economiche, politiche ed “umane” d’una pandemia che, ormai prossima al mezzo milione di vittime, reclama scelte storiche.

Uncle Joe, un moderato “naturale”

Joe Biden è sempre stato un moderato “naturale”, istintivamente portato al compromesso “bipartisan”. Ed ha sempre, come ama ripetere, considerato “casa sua” il Senato, l’istituzione che di questo compromesso è per molto tempo stata, come una sorta di “consiglio dei saggi”, la più solida garanzia. Ma tra i due corni del dilemma – quello dell’urgenza e della radicalità imposte dalla crisi, e quello della ricomposizione della “unità democratica” frantumata dai quattro anni di trumpismo (ed ormai praticamente irriconoscibile, soprattutto nel “suo” Senato) – Biden sembra aver scelto il primo. L’unità è un bene prezioso. Ma un’unità incapace di affrontare i problemi posti dalla crisi – questo ci dicono i suoi primi provvedimenti – è, semplicemente, una iattura.

Molti storici stanno cercando, in questi normalissimi e convulsi giorni, di leggere il futuro della presidenza Biden alla luce dei “cicli” della Storia Usa. Negli anni ’30, al culmine della Grande Depressione e dopo i quattro, catastrofici anni di Herbert Hoover, Franklin Delano Roosevelt, chiuse il lungo ciclo del “laissez faire” culminato nel crack del 1929. Ed aprì, con una serie di provvedimenti radicali – quelli che definirono il suo New Deal, molti dei quali passati nei suoi famosi primi 100 giorni – un ciclo “keynesiano” che durò, in pratica, fino alla presidenza di Jimmy Carter ed alla sua sconfitta ad opera di Ronald Reagan. L’infausta presidenza di Donald Trump, caoticamente sigillata da una fallimentare risposta alla crisi della pandemia e da un attacco senza precedenti alla democrazia, proprio questo ha rappresentato: la fine (per molti aspetti logica) del ciclo “neoliberale” aperto da Reagan (un ciclo del quale anche il duplice mandato di Bill Clinton – ricordate il suo “the time of big government is over”? – è stato parte). E proprio questo – forse più per necessità che per scelta – Joe Biden si appresta, o potrebbe apprestarsi, ad essere nei prossimi quattro anni: il primo presidente del dopo-Reagan. Un riformista, nel senso più pieno e nobile della parola.

Il primo e difficilissimo banco di prova sarà – anzi, già è – il passaggio dei nuovi provvedimenti di stimolo economico destinati ad alleviare le conseguenze della pandemia. Un enorme movimento di denaro (1.900 miliardi di dollari) di fronte al quale, riesumando una storica ipocrisia, i repubblicani (e alcuni democratici “centristi”) sembrano aver riscoperto i timori – gli stessi che avevano assopito due anni fa quando Trump passò un taglio fiscale che beneficiava quasi esclusivamente le grandi ricchezze – per l’esplodere del debito pubblico. Grande è l’urgenza (a marzo scadono i sussidi alla disoccupazione decisi agli inizi della pandemia) e minime sono tanto la maggioranza democratica nel Congresso (nel Senato è anzi d’un solo voto, quello “esterno” della vicepresidente Kamala Harris), quanto le possibilità d’aprire un dialogo – un dialogo vero, che tenga conto della urgenza e delle necessarie dimensioni dello stimolo – con la minoranza repubblicana.

Trump e il G.O.P. (quel che resta del)

Anche perché – passati i giorni dell’indignazione e della paura per l’assalto al congresso – questa minoranza va rapidamente ricompattandosi attorno all’uomo che di quell’assalto fu il promotore. I numeri parlano chiaro: tre giorni fa, 45 dei 50 senatori repubblicani hanno votato a favore d’una risoluzione – respinta, ma di fatto vincente – che dichiarava “incostituzionale” il processo di impeachment contro Donald Trump. Il che significa che anche questo secondo giudizio – quello che poteva essere una, anzi, l’unica concreta chance di “detrumpizzazione” e di redenzione del GOP – si concluderà, in assenza dei 67 voti necessari per una condanna, esattamente come il primo, un anno fa: con l’assoluzione del reo. Il che spiega come e perché già oggi dal reo – ovvero da Donald Trump, ora esiliato nella sua magione di Mar-o-Lago, in Florida – stiano andando in pellegrinaggio, uno dopo l’altro, cappello in mano, deputati e senatori di quello che fu il partito di Abraham Lincoln.

Trump ha perso le elezioni e l’onore (virtù con la quale, peraltro, mai ha intrattenuto, lungo la sua intera esistenza, qualsivoglia rapporto). Ma resta, a tutti gli effetti, il padrone del Partito Repubblicano. Le riforme di Joe Biden – tutto porta oggi a questa conclusione – o cammineranno da sole, o non cammineranno affatto.

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