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	<description>Le due Americhe, cronache, fatti e misfatti</description>
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		<title>Delenda Yoani</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 17:13:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p><b>L’onore nazionale è salvo</b>. Anche in Italia – in quel di Perugia, per essere precisi – <b>Yoani Sánchez</b> è stata sottoposta a quello che va sotto il nome (in spagnolo) di ‘<b><i>acto de repudio</i></b>’. Era accaduto per la prima volta, settimane fa, a Sao Paulo do Brasil, prima tappa del lungo tour che la Sánchez ha intrapreso a metà febbraio subito dopo l’abolizione, a Cuba, <b>della famigerata ‘<i>tarjeta blanca’</i></b>. Vale a dire: di quel ‘<b><i>permiso de salida</i></b>’ che (in aperta violazione della libertà di movimento sancita dalla <b>Carta Universale dei Diritti dell’Uomo</b>) qualsivoglia cittadino cubano era fino ad allora stato obbligato a chiedere al governo per uscire dal paese nel quale era nato <b>(‘permiso’ che a Yoani già era stato negato, mi par di ricordare, una ventina di volte</b>). E si era poi riprodotto, quell’atto di ripudio, in pressoché tutte le soste, latinoamericane ed europee, della famosa ‘bloguera’.</p>
<p>Teatro dell’immancabile replica italiana: <b>il Festival del Giornalismo</b>, dove Yoani era la star d’uno dei molti dibattiti in calendario. Stessi slogan, stesse grida <b>(‘venduta’, ‘mercenaria’), </b>stessi cartelli, stessi dollari falsi gettati in aria come coriandoli. Con un’unica – e, per l’orgoglio nazionale, molto gratificante – variante italica: un ‘<i>stronza, stronza’</i>, istericamente gridato da una delle più attive ripudianti in direzione della ripudiata. E dall’altro lato della barricata – a Sao Paulo come a Perugia &#8211; stessa serafica reazione di Yoani: <b>una paziente attesa</b>, sottolineata da un imperturbabile ed <b>ironico sorriso</b>. Stesso commento finale (tanto nei casi in cui, come a Rosario, in Argentina, la conferenza ha infine dovuto esser sospesa per l’aggressività del ‘ripudiatori’, quanto in quelli in cui la conferenza si è poi in effetti, più o meno tranquillamente, svolta): ‘<b><i>Ormai ci sono abituata. E poi vedere la gente protestare liberamente è molto bello. Vorrei che anche a Cuba</i></b> (dove si può ripudiare per ordine del governo, ma non protestare n.d.r.) <b><i>si potesse fare altrettanto</i></b><i>’.</i></p>
<p>Elementare, Watson. Tanto elementare che pressoché impossibile è chiedersi, a questo punto, come i ‘ripudiatori’ d’ogni latitudine ancora non si siano resi conto – in Brasile, in Argentina, in Spagna o in quello che fu il Belpaese – di quel che è ovvio. Ovvero: di come l’unico vero risultato del loro ripudio sia quello di <b>ingigantire la figura di Yoani Sánchez.</b> Più loro gridano, più gettano al vento i loro dollari falsi, più insultano, <b>e più Yoani s’illumina</b>. E s’illumina proprio perché più evidente diventa il contrasto tra la <b>leggerezza delle sue parole</b> (o persino dei suoi silenzi, come nel caso di Rosario) e la tenebrosa realtà d’un regime la cui <b>più visibile dimensione cultural-umana </b>(dentro il paese, o tra i suoi sostenitori in terra straniera) è, per l’appunto, quella dell’atto di ripudio. <b>La bella e la bestia</b>. Come fanno i filocastristi di casa nostra (e quelli di casa altrui) a non vedere che proprio questo è il titolo della rappresentazione che mettono in scena ad ogni apparizione della ‘bloguera’? Quali sono – oltre al <b>fanatismo ed all’ignoranza</b>, presenze, queste, del tutto ovvie – le vere cause di questa molto specifica <b>forma di cecità</b>?</p>
<p>Mi riprometto di tornare prestissimo sull’argomento, esaminando più in dettaglio non soltanto gli atti di ripudio veri e propri – quelli delle grida e degli insulti che, peraltro, si esaminano da soli – ma anche le <b>più sofisticate disquisizioni</b> (sofisticate, ma per molti versi, ancor più volgari dello ‘stronza, stronza’, che ha marcato la contestazione di Perugia) che, da anni ormai, si sforzano d interpretare il ‘fenomeno Sánchez’ nel quadro d’una <b>cosmica cospirazione</b> che, a partire ovviamente dalla Cia, vede coinvolti <b>tutti i principali servizi d’intelligenza del mondo occidentale</b> e, con loro<b>, tutti i più grandi gruppi editoriali</b> (il gruppo spagnolo Prisa, soprattutto) del pianeta Terra. Mi riferisco, naturalmente ai più illustri praticanti della ‘<b><i>yoanologia</i></b>’, o ‘yoanofobia’ – ormai a pieno diritto divenuta una branca dell’anti-scienza &#8211; che, da tempo, <b>come l’Ahab di Melville</b>, vanno ossessivamente <b>inseguendo per mari e oceani Yoani, la balena bianca,</b> spiandone ogni movimento, facendole in conti in tasca e ‘sfidandola’ a rispondere a domande, per lo più ridicole ed alle quali la bloguera già ha, in ogni caso, risposto mille volte. Arguti dietrologi che, scrutando gli abissi del ‘<b>grande complotto</b>’, non riescono a vedere quello che hanno <b>sotto il naso</b>. Ovvero (passando ad altra favola): come i piccoli racconti di vita di Yoani Sánchez non siano, con tutta evidenza, che <b>un’aggiornata riedizione del ‘Re Nudo’ di anderseniana memoria</b>. E come qui, ridotto all’osso il problema, stiano le vere ragioni del suo (di Yoani) planetario successo.</p>
<p>Perché Yoani non è, in fondo, che questo. Un bambino (o una bambina) che in questi anni ha rivelato – ed ha rivelato su scala globale, <b>grazie all’inedita forza della ‘grande rete’</b> – quello che tutti vedevano, ma non osavano rivelare: <b>la nudità del sovrano</b>. O, fuor di metafora: l’assenza, nella Cuba generata da una rivoluzione che voleva (e che per molti aspetti per un periodo davvero è stata) una forza liberatrice, <b>d’ogni forma di libertà</b>. La storia dell’atto di ripudio di Perugia è, a ben vedere, raccontabile tutta in questa contrapposizione. Da un lato <b>la bambina di Hans Christian Andersen</b>. Dall’altro – il lato dei ‘ripudiatori’ &#8211; i cortigiani imbelli. <b>Un’ennesima allegoria della storia antica del servilismo</b>. Uno spettacolo pietoso.</p>
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		<title>Bush vive (e tortura insieme a noi)</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 16:51:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’era una volta un presidente chiamato George W. Bush. E, per la verità, ancora c’è. In qualche misura, anzi, c’è oggi più che mai. C’è, e proprio in questi giorni è spettacolarmente riemerso &#8211; come un cattivo ma incancellabile ricordo o, ancor meglio, come un mal represso senso di colpa &#8211; dalla semi-clandestinità nella quale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p>C’era una volta un presidente chiamato <b>George W. Bush</b>. E, per la verità, ancora c’è. In qualche misura, anzi, c’è <b>oggi più che mai</b>. C’è, e proprio in questi giorni è spettacolarmente riemerso &#8211; come un cattivo ma incancellabile ricordo o, ancor meglio, come un <b>mal represso senso di colpa</b> &#8211; dalla semi-clandestinità nella quale era da cinque anni sprofondato. Ragione di questo suo molto pubblicizzato ritorno agli onori della cronaca<b>: l’inaugurazione della faraonica biblioteca-museo</b> a lui dedicata (tutti gli ex presidenti ne vantano una) eretta, per la modica somma d’un quarto di miliardo di dollari, nel verde del campus della <b>Southern Methodist University di Dallas</b>, nel suo amato Texas.</p>
<p>Come vogliono la tradizione ed il protocollo, alla cerimonia d’apertura hanno preso parte, insieme al meglio della politica e della diplomazia, tutti i predecessori ancora in vita del festeggiato ed il suo unico successore. Ovvero: <b>Barack Obama</b>, l’uomo che nel 2008 vinse la corsa per la Casa Bianca proprio perché considerato la più radicale alternativa ad una presidenza marcata da due guerre – parte, l’una e l’altra, d’una strategia globale definita della “<b>guerra infinita</b>” – e dalla più grave crisi economica del secondo dopoguerra. Tutti – compreso <b>Jimmy Carter</b> che, più d’ogni altro, di George W. Bush è oggi politicamente e filosoficamente agli antipodi &#8211; hanno, senza eccezioni, avuto buone parole per il 43esimo presidente degli Stati Uniti d’America. <b>Tutti hanno ne hanno lodato i tratti umani</b> – “<i>he’s certainly a good man</i>” è sicuramente una brava persona, ha detto di lui Obama -; e tutti hanno, come pretende il cerimoniale, teso il proverbiale velo pietoso sulle ragioni che, nei suoi ultimi due anni di potere, lo trasformarono <b>nel più impopolare</b> tra i presidenti vissuti in epoche successive all’invenzione dei sondaggi. Solo una questione di galateo politico? Anche, ma non solo. Anzi: anche, ma non tanto. Perché sono in effetti due i termini che, molto meglio di ‘buona educazione’, spiegano i molto fragorosi silenzi consumatisi nel corso della cerimonia di presentazione <b><i>della George W. Bush Presidential Library and Museum</i></b>. E queste parole sono <b>complicità </b>e <b>continuità.</b></p>
<p>Raccontano le cronache come la nuova biblioteca vanti ed esponga <b>più di 43.000 reperti</b>. Il più importante dei quali – vero e proprio centro gravitazionale della biblioteca-museo – è naturalmente “<b><i>the bullhorn</i></b>”, il megafono attraverso il quale, 48 ore dopo l’attentato, ‘Dubya’ parlò, il braccio virilmente posato sulle spalle d’un un anziano pompiere, <b>dalle macerie del World Trade Center.</b> Nessuna traccia, invece, di altri oggetti che pure – molto più del megafono e delle parole che da quel megafono uscirono -– hanno definito <b>la storia del dopo-11 settembre 2001</b>. Non c’è il libro “<b><i>My Little Pet Goat”</i></b>, la mia amica capretta, che Bush stava leggendo ai bambini d’una scuola elementare della Florida &#8211; e sul quale si soffermò per sette interminabili minuti d’attonito silenzio, preludio d’una latitanza durata più di due giorni &#8211; quando il suo <i>chief of staff</i> gli sussurrò all’orecchio la notizia degli attentati. Non c’è la <b>fiala di antrax</b> che <b>Colin Powell</b>, allora suo segretario di Stato, <b>agitò di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’Onu come casus belli</b>, ovvero, come ‘prova’ delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein…Non ci sono molte cose in quel museo. Le più importanti e, di certo, le più durature, quelle che meglio definiscono non solo quel che è stato, <b>ma quel che davvero resta degli ‘anni di George W. Bush’. </b></p>
<p>Lo ha spiegato molto bene, in un ‘op-ed’ per il <b>Washington Post</b> – significativamente intitolato ‘<b>L’eredità di Bush</b>’ &#8211; uno dei più stagionati e brillanti tra i columnist conservatori d’America<b>, Charles Krauthammer</b>. E lo ha da par suo spiegato partendo da una molto ‘bushana’ menzogna. Le eredità politiche davvero grandi, ha scritto Krauthammer citando <b>Clare Boothe Luce</b>, sono quelle che si possono riassumere in una sola frase. E nel caso di Bush la frase è questa: ‘<b><i>He kept us safe’</i></b>, ci ha protetti. Protetti, ovviamente, da nuovi attacchi analoghi a quelli dell’11 settembre.</p>
<p><b>Falso</b>. Le guerre di Bush (e tutto quello che a queste guerre ha fatto da corollario) <b>non hanno regalato all’America e al mondo alcuna sicurezza</b>. Tutto il contrario. Ma vero è tuttavia – come Krauthammer fa impietosamente notare &#8211;  che l’intero sistema di sicurezza che Bush ha allestito come supporto della sua politica di guerra <b>è ancor oggi integralmente e trionfalmente al suo post</b>o. L’uso diretto della <b>tortura</b> – che Bush avallò sotto l’ipocrita copertura d’una macabra riforma linguistica, chiamandola ‘<b><i>enhanced interrogation techniques</i></b>’, tecniche d’interrogatorio rafforzate – resta una realtà. Ed una realtà resta anche la tortura per commissione, quella che, sotto il nome di ‘<b><i>extraordinary rendition’</i></b>, prevede l’invio dei sospetti di terrorismo in centri specializzati allestiti in paesi – tutti buoni amici degli Usa &#8211; nei quali la tortura è praticata senza problemi o interferenze. Ed al suo posto – più che mai al suo posto – <b>resta la prigione di Guantánamo</b>, terra di nessuno legale, dove non esistono né stato di diritto né convenzioni di Ginevra, ma solo il puro arbitrio d’una detenzione senza limiti…Proprio mentre, in Texas, i presidenti rendevano omaggio a ‘the good man’ George W. Bush, da Guantanámo (<b>una vergogna che Obama aveva promesso di cancellare già nei primi mesi del suo primo mandato</b>) giungeva l’eco (per l’ennesima volta ripresa da un <b>editoriale del New York Times</b>) dello sciopero della fame di 133 disperati…</p>
<p>Volendo parafrasare un vecchio slogan che accompagnò i rivolgimenti degli anni ’60 e ’70: <b>Bush è vivo e tortura insieme a noi.</b> La sua vera eredità è questa: una ferita ancora ben aperta. E che continua a sanguinare…</p>
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		<title>Cartes, un presidente al di sotto d’ogni sospetto</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 16:37:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gabriella Saba racconta per 2Americhe la vita e i miracoli (miracoli soprattutto di moltiplicazione della sua ricchezza e di occultamento dei suoi guai giudiziari) di Horacio Cartes, nuovo presidente del Paraguay. Nuovo e vecchissimo, visto che con lui torna al potere quel Partido Colorado (di stroesseriana memoria) che ha governato il paese per quasi mezzo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p><b>Gabriella Saba</b> racconta per 2Americhe la vita e i miracoli (miracoli soprattutto di moltiplicazione della sua ricchezza e di occultamento dei suoi guai giudiziari) di Horacio Cartes, nuovo presidente del Paraguay. Nuovo e vecchissimo, visto che con lui torna al potere quel <b>Partido Colorado</b> (di stroesseriana memoria) che ha governato il paese per quasi mezzo secolo…</p>
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<p>Non fosse stato il presidente della <b>Libertad football</b> club, la squadra di calcio che ha vinto lo scorso campionato, è probabile che il cinquantaseienne <b>Horacio Cartes</b> non ce l’avrebbe fatta a conquistare la presidenza del suo Paese. O almeno non con uno con uno scarto di nove punti rispetto al suo avversario: il carismatico <b>Efraín Alegre</b> del Partito Liberale, un veterano della politica che a 45 anni ha avuto il tempo (prima come deputato e poi come senatore, eletto con un consenso altissimo e infine come ministro delle Opere Pubbliche) di entusiasmare gli elettori, di deluderli e ancora di affascinarli (non tanto però da vincere le elezioni, in cui ha racimolato un dignitoso ma insufficiente 36,9 per cento).</p>
<p><div class="woo-sc-quote left"><p>“Sarò il presidente di tutti i paraguayani e insieme a voi trasformerò questo Paese in un luogo migliore, debellerò la povertà a porterò il Paraguay su un altro cammino”</p></div> Cartes è invece politicamente nuovo, al punto che fino al 2009 fa non aveva mai votato. Proprietario di una ventina tra banche, case di cambio e industrie del tabacco e bevande gassate, è uno degli uomini più ricchi del Paraguay e ha celebrato la vittoria con frasi di circostanza, un drappo intorno al collo con i colori nazionali e la promessa di rito: “Sarò il presidente di tutti i paraguayani e insieme a voi trasformerò questo Paese in un luogo migliore, debellerò la povertà a porterò il Paraguay su un altro cammino”. Per inciso, il partito per cui correva il neofita Cartes è il Partido Colorado, un monolite dalle molte sfaccettature (ma sostanzialmente populista e conservatore) che ha accompagnato il Paraguay per più di quarant’anni, compresa la parentesi nefasta del dittatore <b>Alfredo Stroessner</b> e che soltanto l’elezione dell’ex presidente-vescovo di sinistra <b>Fernando Lugo</b>, nel 2008, aveva scalzato dal potere. Destituito con impeachment un anno fa, con il pretesto della dura repressione di una rivolta di campesinos, Lugo era stato rimpiazzato ad interim dal suo vice Franco, scatenando le reazioni dei vicini sudamericani che avevano sospeso il Paese dal Mercosur.</p>
<p>Proprio il tentativo (il cui esito è dato per scontato) di essere riammesso in quell’organismo sarà una delle prime mosse di Cartes, la cui elezione, perfettamente costituzionale, ha riportato il Paraguay nei limiti formali della legalità. Tant’è che il presidente dell’Uruguay <b>Pepe Mujica </b>che presiede quest’anno il Mercosur ha già invitato il neopresidente a partecipare alla riunione annuale di quell’organismo, il prossimo giugno.</p>
<p>Non che la linea di Cartes sia in sintonia con quella della maggior parte dei capi di Stato del Subcontinente. <b>Ferocemente anti-comunista</b>, l’attuale presidente ha spiegato in più occasioni di essere sceso in politica isprato dal disgusto per il cammino di sinistra e filo-chavista che aveva imboccato il <b>governo Lugo, </b>ma le ricette che propone sono vaghe e incerte. Vinceremo la povertà, tuona (da sempre uno dei problemi più gravi del Paraguay), ma non è dato capire come. Le sue posizioni riguardo ai diritti civili sono conservatrici, basti dire che ha dichiarato in più occasioni che i matrimoni gay non solo sono inaccettabili, ma preluderebbero alla fine del mondo. Tra i suoi consiglieri c’è <b>Francisco Cuadra</b>, già uomo del regime di <b>Augusto Pinochet </b>in Cile.</p>
<p>Più grave delle sue idee è però la sua storia personale, macchiata da sospetti di narcotraffico e lavaggio di dena<div class="woo-sc-quote right"><p>Benché abbia sempre negato le accuse, i rapporti della Dea che lo riguardano, intercettati da Wikileaks, sono su tutti i media latinoamericani e sembrerebbero lasciare poco margine al dubbio. N</p></div> ro sporco. Benché abbia sempre negato le accuse, <b>i rapporti della Dea</b> che lo riguardano, intercettati da <b>Wikileaks,</b> sono su tutti i media latinoamericani e sembrerebbero lasciare poco margine al dubbio. Non sono io quell’Horacio Cartes, sì è difeso lui, benché le doviziose informazioni dei rapporti parlino proprio di un Horacio Cartes proprietario del <b>Banco Amambay</b>, indicata come centralina per il riciclaggio dei soldi della droga. Tant’è che, nel documento, Horacio Cartes è uno degli obiettivi da indagare e viene classificato come Cpot, che sta <b>per Consolidated Priority Organization Target</b>, termine con cui la Dea definisce gli obiettivi prioritari nel traffico di droga: per l’esattezza, l’attuale presidente veniva indagato come capo di una importante organizzazione di riciclaggio del proveniente dal narcotraffico e dall’importazione in Usa di sigarette di contrabbando, con base nella Triplice Frontiera tra Brasile, Argentina e Paraguay.</p>
<p>Ed è con l’obiettivo di studiare un piano per smantellarla che alcuni membri di sette agenzie di nordamericane (tra cui agenti della Dea ad Asuncion, Buenos Aires e Lima), si sarebbero riuniti in un lussuoso resort a Panama City, dal 6 al 9 dicembre del 2009, insieme ai titolari di aziende come la <b>British American Tobacco</b> e <b>Philip Morris</b> degli Stati Uniti.</p>
<p>La prima mossa consisteva nell’incaricare un agente coperto di avvicinare il lobbista di Cartes a Washington <b>William Cloherty</b>, direttore dell’azienda di tabacco dell’attuale presidente. La seconda nel metterne un altro sulle tracce di quest’ultimo, che peraltro nel 1988 si era fatto un anno di prigione per truffa, condanna poi cancellata. I risultati delle indagini sono, al 2010, nero su bianco in quei documenti in cui si legge che Cartes, oltre a essersi macchiato dei reati precedenti, potrebbe essere colluso con <b>il cartello messicano di Sinaloa</b>. Da quella data non si sa più niente, e il Dipartimento degli Esteri americano non ha fornito per il momento informazioni al proposito.</p>
<p>Cambio di scena: Cartes che piange commosso sulla sua vittoria, in mezzo a uno sventolio di bandiere e a una folla esultante. Le indagini sono (spiritualmente) lontane e un futuro radioso sembra aspettare il Paraguay, o almeno è quello che sembra promettere il sorriso smagliante del nuovo presidente che brilla tra le lacrime.</p>
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		<title>Una catastrofica vittoria</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Apr 2013 17:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’uccellino glielo aveva detto. E così è, in effetti, stato. Nicolás Maduro Moro ha vinto, ieri notte, la corsa presidenziale venezuelana. O meglio: ha chiuso infine da vincitore – lui che dell’uccellino annunciatore era (ed è) l’erede designato, nonché “il figlio e l’apostolo” – quella che, fin dall’inizio, era stata in realtà concepita, non tanto [...]]]></description>
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		</p><p>L’uccellino glielo aveva detto. E così è, in effetti, stato. <b>Nicolás Maduro Moro ha vinto, ieri notte, la corsa presidenziale venezuelana.</b> O meglio: ha chiuso infine da vincitore – lui che dell’uccellino annunciatore era (ed è) l’erede designato, nonché “<b>il figlio e l’apostolo</b>” – quella che, fin dall’inizio, era stata in realtà concepita, non tanto come una contesa elettorale, quanto come <b>una vera e propria “resurrezione”</b>. Più ancora: come l’ultimo, glorioso atto del <b>processo di beatificazione di San Hugo Chávez Frías,</b> il “Cristo redentore dei poveri” (Maduro dixit) che per il suo popolo era morto che nel suo popolo era destinato a rinascere – <b>ed a vivere ‘in eterno’</b> – grazie all’ ‘<i>aplastante</i>’, schiacciante trionfo del suo delfino contro il ‘candidato della borghesia’. Anzi: grazie alla <b>‘<i>pela historica</i>’</b>, alla storica bastonatura, che Maduro avrebbe immancabilmente inflitto, al termine della più breve campagna elettorale della storia Venezuelana (<b>breve e tutta vissuta in uno stato di mistica esaltazione per la scomparsa del grande leader</b>), al rivale <b>Henrique Capriles Radonski</b>, il ‘<i>caprichito burguesito</i>’ già battuto con poco meno di 11 punti percentuali di vantaggio dal medesimo Hugo Chávez lo scorso 7 di ottobre.</p>
<p>Quello che l’uccellino non aveva previsto – o che forse è stato da Maduro frainteso in una troppo frettolosa traduzione dei suoi cinguettii – è che il vincitore arrivasse, come si usa dire, <b>pressoché nudo (o, date le premesse, spennato) alla meta</b>. Più precisamente: che la sua vittoria sarebbe stata, non per travolgente distacco, ma al termine una contesissima (e ancora non del tutto conclusa) volata<b>. Il 50,66 per cento, contro il 49,07 di Capriles, quando era stato scrutinato il 99,2 per cento dei voti. Non più di 250.000 suffragi di differenza, meno del 2 per cento.</b> Un successo, a conti fatti (o quasi fatti), tanto striminzito da dare una nitida credibilità e considerevole peso alla frase &#8211; “<b>signor presidente, oggi il vero sconfitto è lei</b>” &#8211; con la quale Henrique Capriles ha ieri notte accolto il risultato a tarda notte annunciato, con cupi accenti, da <b>Tibisay Lucena</b>, presidentessa del CNE (un risultato che, peraltro, Capriles ancora non ha riconosciuto, avendo chiesto al Consiglio elettorale nazionale <b>un riesame completo</b>, voto per voto, di tutti gli atti elettorali).</p>
<p>Come è giunto Nicolás Maduro – forte dell’ ‘ungitura’ del <i>líder supremo</i> scomparso e dell’appoggio di tutti gli apparati di Stato &#8211; a questa <b>‘catastrofica’ vittoria</b>? Rispondere non è facile. Ma la prima (e più semplice) parola che balza alla mente è <b>‘<i>overdose</i>’</b>. Il culto della personalità di Hugo Chávez è sempre stato – <b>come ogni culto della personalità</b> – un potente narcotico, una liturgia (intrinsecamente grottesca, ma indiscutibilmente divenuta parte del senso comune d’una parte grande della popolazione venezuelana, specie la più povera) dietro il quale si nascondevano miserie ed inganni. Praticato da Chávez in vita, questo culto s’alimentava del <b>carism</b>a e delle straordinarie capacità di comunicazione <b>dell’uomo della Provvidenza</b>. Senza Chávez – ovvero, diventato il culto d’un morto, o d’un santo – questo narcotico ha dovuto esponenzialmente aumentare, in un parossistico clima di para-religioso fervore, le proprie dosi. <b>Fino a giungere all’episodio dell’uccellino</b>, al Chávez-colibrì giunto ad annunciare il prossimo trionfo al suo delfino raccolto in solitaria preghiera in una piccola cappella di Barinas. Ovvero: fino a toccare il confine oltre il quale la sfolgorante glorificazione del morto ha infine rivelato il suo lato oscuro, la sua comica essenza, la lunga menzogna (quella sulla malattia e sulla morte di Chávez) della quale negli ultimi mesi, in un rossiniano crescendo di sfacciataggine, quella glorificazione era andata nutrendosi.</p>
<p>Maduro aveva – se davvero voleva esser considerato un vincitore &#8211; <b>l’obbligo di replicare, quantomeno, i termini dell’ultima vittoria elettorale di Chávez (55,7 per cento contro 44,3 per cento)</b>. Ed il suo dichiarato obiettivo era, anzi, quello di raggiungere quei <b>10 milioni di voti</b> (oltre il 64 per cento con gli indici di partecipazione registrati ieri) che, lo scorso 7 ottobre, lo stesso ‘comandante’ aveva puntato e mancato. <b>Entrambi gli obiettivi sono rimasti lontanissimi</b>. Ed ora Maduro ha di fronte a sé una serie di compiti assai difficili.</p>
<p>Il primo – giusto per chiudere l’episodio dell’uccellino – è quello di restituire al colibrì Hugo Chávez, che sempre aveva considerato se stesso un aquila, la grandeur ornitologica perduta. E poi – cosa ben più seria ed importante – quella di gestire, <b>indebolito da questa vittoria stiracchiata</b>, la vera eredità del grande leader scomparso. Il quale, a lui ed ai venezuelani tutti (Capriles incluso) ha in effetti lasciato, oltre al pesante fardello del culto di se medesimo, <b>soprattutto conti da pagare</b>, la realtà d’un modello assistenzial-autoritario – o, se si preferisce una ingestibile replica in chiave petrolifera del vecchio caudillismo latinoamericano &#8211; <b>ormai aritmeticamente giunto al suo capolinea</b>. Vale a dire: il chavismo, non solo senza Chávez, ma anche senza il libretto degli assegni con il quale, grazie a un boom petrolifero senza recedenti, Chávez aveva, in passato, costruito il proprio mito.</p>
<p>Una storia appena cominciata. Una storia tutta da raccontare.</p>
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		<title>Nicolás e l&#8217;uccellino</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 22:53:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domenica, in Venezuela, si tornerà a votare. E pressoché certo è che vincerà l’uccellino. O meglio: del tutto sicuro &#8211; fatte ovviamente salve ultra-sorprendenti svolte, oggi peraltro del tutto impercettibili negli schermi radar dei sondaggi – è che alla fine vincerà il presidente in carica Nicolás Maduro Moros. Ovvero: l’uomo che, dell’uccellino, non solo ha [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
		<img src="http://2americhe.com/wp-content/uploads/2013/04/nicolas-y-el-pajarito.jpg" width="240" />
		</p><p>Domenica, in Venezuela, <b>si tornerà a votare</b>. E pressoché certo è che <b>vincerà l’uccellino</b>. O meglio: del tutto sicuro &#8211; fatte ovviamente salve ultra-sorprendenti svolte, oggi peraltro del tutto impercettibili negli schermi radar dei sondaggi – è che alla fine vincerà il presidente in carica <b>Nicolás Maduro Moros</b>. Ovvero: l’uomo che, dell’uccellino, non solo ha (con molto dubbia legittimità costituzionale) preso il posto, ma del quale s’è negli ultimi tempi andato proclamando, con mistica ed assai ripetitiva passione, ‘<b>apostolo e figlio</b>’. Meglio ancora: l’uomo al quale l’uccellino s’è giorni fa inopinatamente premurato d’annunciare, non una Immacolata Concezione come, a suo tempo, l’Arcangelo Gabriela alla Vergine Maria, ma<b> una sicura e travolgente vittoria il prossimo 14 di aprile.</b></p>
<p>L’uccellino è, naturalmente, <b>Hugo Chávez Frías</b>, ex-presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, scomparso lo scorso 5 di marzo, dopo 14 anni d’<b>ininterrotto ed assai ‘personalizzato’</b> governo del paese. E del tutto noti sono – grazie, per l’appunto, alla testimonianza dello stesso Maduro – i dettagli del <b>prodigioso evento</b>. Stava Nicolás pregando, tutto solo in una piccola cappella di <b>Barinas </b>(non per caso il villaggio che dette i natali a Hugo Chávez) quando all’improvviso scorse, svolazzando sopra il suo capo, un ‘<b><i>pajarito chiquitito</i></b>’, un minuscolo uccellino, presumibilmente un colibrì o, come lo chiamano da quelle parti, un <i>tucusito. </i>Posatosi su una delle travi di legno del tetto della cappella, il piccolo volatile <b>prese ad allegramente cinguettare</b>. E Nicolás – che subito cinguettando gli rispose &#8211; non ebbe a quel punto dubbi: il ‘tucusito’ altri non era, in effetti, che la temporanea reincarnazione del ‘líder supremo’ venuto ad annunciargli &#8211; lì, nei luoghi che lo videro nascere e crescere &#8211; ‘<b>l’inizio della nuova battaglia ed un nuovo immancabile trionfo’</b>.</p>
<p>Questo disse a Maduro quell’uccellino <b>venuto dall’al di là</b>. Ed assai probabile è che la sua lunga ed armoniosa conversazione con quello che, da vivo, lui stesso aveva indicato come suo <b>erede politico</b>, finisca per rivelare, assai presto, <b>una duplice (e paradossalmente contrapposta) valenza profetica</b>. Perché è vero: domenica prossima il “figlio ed apostolo” del ‘líder supremo’ vincerà, nel nome di dio (Chávez) e del padre (sempre Chávez), la corsa presidenziale. Ma la vincerà – lui che è, fisicamente parlando, un vero e proprio gigante – oscurato dall’ombra d’un microscopico colibrì. O più esattamente: dall’ombra <b>d’un processo di esaltata beatificazione</b> – quello del Chávez defunto – che, con la storia del ‘pajarito’, ha infine rivelato, oltre le barriere dell’isteria collettiva e dei mistici accenti della demagogia funeraria, <b>la sua intrinseca (ed essenzialmente ridicola) debolezza. </b></p>
<p>L’esaltazione della figura di Chávez ha assunto, in queste ultime settimane, ritmi parossistici. ‘<b>Eterno</b>’ è ormai diventato &#8211; allorquando ci si riferisce al <b>‘líder supremo della rivoluzione bolivariana</b>’, altrimenti definito ‘<b>il cristo redentore dei poveri</b>’ &#8211; una sorta di obbligatorio standard linguistico. E, nel corso della settimana Santa, la prossima vittoria elettorale è stata senza ritegni annunciata, dalle gerarchie chaviste, come una sorta di <b>replica delle resurrezione cristiana</b>. Anche in Venezuela &#8211; come, credo, in tutto il resto del mondo – l’uccellino è però anche un sinonimo di anonima rivelazione (me l’ha detto un uccellino) o anche di bugia. ‘<b>Chi te l’ha raccontata questa, un uccellino?</b>’, si usa dire in Venezuela, come in ogni altra parte del pianeta, ai bambini che le sparano grosse. E Maduro – <b>come tutta la cupola governativa che, dallo scorso dicembre, ha accompagnato e protetto dietro una cortina di segreto il lungo addio del grande lead</b>er – di grosse ne ha, negli ultimi tempi, sparate davvero tante. Alcune nutrite soltanto dal silenzio (quello sulla <b>vera natura della malattia</b> che ha colpito il ‘comandante supremo’). Altre già passate in archivio (come <b>la riunione di governo di oltre cinque ore </b>che il Chávez morente, o forse già morto, avrebbe tenuto pochi giorni prima che la sua dipartita venisse annunciata). Altre ancora in fieri (la ribadita certezza che Chávez sia <b>stato assassinato</b>, non da un cancro, ma <b>dalla proditoria ’inoculazione’</b> d’una malattia elaborata nel laboratori dell’Impero)…</p>
<p>La storia dell’uccellino ha, per molti aspetti, <b>cambiato il corso di questa fulminea (ufficialmente non è durata che 10 giorni) campagna elettorale</b>, dominata dalla mistica immanenza d’un santo. L’ha cambiata non al punto da modificarne gli esiti, ma abbastanza per diradarne, almeno in parte le nebbie.</p>
<p><b>Maduro vincerà</b>. Nell’inesorabile rifluire della parareligiosa esaltazione che ha seguito la morte di Chávez, probabilmente non raggiungerà (come non li raggiunse il Chávez non ancora beatificato lo scorso 7 di ottobre) <b>i dieci milioni di voti che ha promesso al leader defunto</b>.  E forse (cosa che sarebbe l’equivalente d’una sconfitta) persino resterà al di sotto del 55,7 per cento conseguito dal ‘comandante supremo’ sei mesi fa. Ma, oltre ogni percentuale, i veri problemi cominceranno, per lui, quando, da presidente, dovrà cominciare a fare i conti <b>con la vera eredità del dio di cui è figlio e apostolo</b>. Vale a dire: con <b>il Venezuela autentico</b> e non con il mito – logoro, nonostante lo tsunami di retorica che in questi giorni l’accompagna &#8211; della ‘<b>nuova patria socialista’ fondata da San Hugo</b>. Perché in realtà, in questo Venezuela sempre più petro-dipendente, solo l’eresia può, a questo punto, salvare il nuovo presidente.</p>
<p>Ma troverà l’apostolo Maduro <b>il coraggio d’uccidere il padre?</b></p>
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		<title>Iraq, dieci anni dopo</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 22:45:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dichiarata vinta da George W. Bush già il primo Maggio del 2003, la guerra in Iraq ha compiuto ieri dieci anni di vita. Ed ancora continua. O meglio: s’è ormai trasformata in una condizione di endemica violenza, in un permanente stato di sanguinoso disordine la cui fine ancora è impossibile intravvedere. Sul tema un editoriale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p>Dichiarata vinta da George W. Bush già il primo Maggio del 2003, la guerra in Iraq ha compiuto ieri dieci anni di vita. Ed ancora continua. O meglio: s’è ormai trasformata in una condizione di endemica violenza, in un permanente stato di sanguinoso disordine la cui fine ancora è impossibile intravvedere. Sul tema un editoriale e tre commenti, tutti pubblicati dal New York Times. In aggiunta, un op-ed a firma David Ignatius, pubblicato dal Washington Post</p>
<p><b><a href="http://www.nytimes.com/2013/03/20/opinion/ten-years-after-the-iraq-war-began.html?ref=opinion">Ten Years After</a></b></p>
<h1><a href="http://www.nytimes.com/2013/03/20/opinion/the-silver-linings-of-iraq.html?ref=opinion">What America Learned in Iraq</a></h1>
<h3><a href="http://www.nytimes.com/2013/03/20/opinion/a-decade-of-despair.html?ref=opinion">A Decade of Despair</a></h3>
<h3> <a href="http://www.nytimes.com/2013/03/20/opinion/iraq-a-school-for-terrorists-thanks-to-america.html?ref=opinion">Iraq: Where Terrorists Go to School</a></h3>
<p>Dal Washington Post:</p>
<h1><a href="http://www.washingtonpost.com/opinions/david-ignatius-ten-years-later-recalling-iraqs-hard-lessons/2013/03/20/5a05890c-90d7-11e2-bdea-e32ad90da239_story.html" target="_blank">The painful lessons of Iraq</a></h1>
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		<title>Un papa venuto dalla &#8220;fine del mondo&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 22:19:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Primo papa non europeo (e, ovviamente, primo latinoamericano), primo papa appartenente all’ordine dei gesuiti, primo papa a prendere il nome di Francesco, il santo d’Assisi che, nel tredicesimo secolo, venne – come viole la fede cattolica – chiamato da Cristo a “ricostruire la sua Chiesa in rovina. L’argentino Jorge Bergoglio, nominato papa dopo la rinuncia [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
		<img src="http://2americhe.com/wp-content/uploads/2013/03/francisco-I-atras-de-bandera-argentina.jpg" width="240" />
		</p><p>Primo papa non europeo (e, ovviamente, primo latinoamericano), primo papa appartenente all’ordine dei gesuiti, primo papa a prendere il nome di Francesco, il santo d’Assisi che, nel tredicesimo secolo, venne – come viole la fede cattolica – chiamato da Cristo a “ricostruire la sua Chiesa in rovina. L’argentino Jorge Bergoglio, nominato papa dopo la rinuncia di Ratzinger, è “primo” davvero in molte cose. Non ultimo nelle polemiche che, in virtù dei non del tutto chiari rapporti con la dittatura militare degli anni ’70-’80, hanno accompagnato la sua nomina e tutta la sua carriera ecclesiastica.  Sul tema pubblichiamo, oltre a un articolo riassuntivo diffuso dall’agenzia Infolatam, un molto critico profilo tratto dal quotidiano filo-governativo Pagina 12 (Bergoglio è da almeno sei anni, nella lista dei nemici dei Kirchner).</p>
<h2><a href="http://www.infolatam.com/2013/03/20/el-papa-francisco-y-los-ecos-de-la-guerra-sucia/">El Papa Francisco y los ecos de la guerra sucia</a></h2>
<h2><a href="http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-215961-2013-03-17.html">Cambio de piel</a></h2>
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		<title>I 100 giorni di EPN</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2013 16:34:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vincitore delle ultime elezioni con una percentuale di voti molto al di sotto del 50 per cento &#8211; e gravato dal perlopiù cupo ricordo dei 70 interminabili anni anni lungo i quali il Pri, il suo partito, aveva dominato il Paese &#8211; Enrique Peña Nieto ha vissuto i suoi primi 100 giorni di presidenza all’insegna [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
		<img src="http://2americhe.com/wp-content/uploads/2013/03/epn-salutando-a-brazos-abiertos.jpg" width="240" />
		</p><p>Vincitore delle ultime elezioni con una percentuale di voti molto al di sotto del 50 per cento &#8211; e gravato dal perlopiù cupo ricordo dei 70 interminabili anni anni lungo i quali il Pri, il suo partito, aveva dominato il Paese &#8211; Enrique Peña Nieto ha vissuto i suoi primi 100 giorni di presidenza all’insegna d’un dinamismo politico che ha sorpreso, non solo molti dei suoi detrattori, ma anche una buona parte dei suoi sostenitori. In poco più di tre mesi, il nuovo presidente è riuscito a far sottoscrivere al PAN e a PRD un “pacto por Mexico”, caratterizzato da una forte impronta riformista. Ha avallato l’arresto della storica leader e temutissima leader del sindacato degli insegnanti, Elba Esther Gordillo ed ha avviato una riforma delle telecomunicazioni che ridimensiona Televisa e l’impero di Carlos Slim, due dei pilastri del sistema messicano. Ecco quel che scrive a proposito Luis Prado, per El País di Madrid.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>El nuevo PRI reconquista México</b></p>
<p><b>El presidente Peña Nieto se hace con las riendas del país a los tres meses de llegar al poder</b></p>
<p><a title="Ver todas las noticias de Luis Prados" href="http://internacional.elpais.com/autor/luis_prados/a/">Luis Prados</a> México <a title="Ver todas las noticias de esta fecha" href="http://internacional.elpais.com/tag/fecha/20130318">18 MAR 2013 &#8211; 03:03 CET</a><a title="Ver comentarios" href="http://internacional.elpais.com/internacional/2013/03/18/actualidad/1363572217_615554.html#bloque_comentarios">36</a></p>
<p>En las últimas semanas es frecuente escuchar a mexicanos de izquierdas iniciar una conversación con frases como “nunca pensé que diría…” o &#8220;¿quién me iba a decir a mí que…?” para subrayar su sorpresa por las iniciativas tomadas por el presidente Enrique Peña Nieto <a href="http://internacional.elpais.com/internacional/2013/03/13/actualidad/1363143004_132722.html" target="_blank">en sus primeros cien días de Gobierno.</a> Esas palabras tienen también bastante de acto de contrición por haberle subvalorado durante la campaña electoral como un líder sin sustancia creado por Televisa, la mayor cadena del país, o un político de diseño fabricado por la familia revolucionaria del Estado de México, un feudo histórico del PRI donde hizo toda su carrera política hasta llegar a gobernador.</p>
<p>El hecho es que en tan solo tres meses el nuevo Gobierno del viejo partido ha cambiado la atmósfera política del país, acabado con el desánimo de la sociedad durante los últimos años del presidente Felipe Calderón y generado la expectativa dentro y fuera de sus fronteras de que esta vez sí, México puede aprovechar la oportunidad para modernizarse y dar un salto adelante económico.</p>
<p>El sexenio comenzó, al día siguiente de la toma de posesión de Peña Nieto, con <a href="http://internacional.elpais.com/internacional/2012/12/02/actualidad/1354471580_878636.html" target="_blank">la presentación del Pacto por México</a>, una agenda de reformas consensuada con las principales fuerzas políticas de la oposición, el Partido Acción Nacional (PAN, centro derecha) y el Partido de la Revolución Democrática (PRD, izquierda). Vino después la promulgación de la reforma educativa, que recupera para el Estado la dirección de la enseñanza hasta ahora en manos del poderoso sindicato de maestros, y <a href="http://internacional.elpais.com/internacional/2013/02/27/actualidad/1361930544_869726.html" target="_blank">la espectacular detención</a> por corrupción de la líder del gremio, Elba Esther Gordillo, antigua aliada del PRI. Y continuó con <a href="http://internacional.elpais.com/internacional/2013/03/11/actualidad/1363033789_785640.html" target="_blank">una reforma constitucional en materia de telecomunicaciones</a> que pretende acabar con los monopolios en telefonía, internet y televisión de los tres empresarios más influyentes del país: Carlos Slim, Emilio Azcárraga y Ricardo Salinas Pliego.</p>
<p>“No hay intereses intocables” ha dicho Peña Nieto, que insiste en cada discurso en recuperar la “rectoría del Estado” y eliminar los obstáculos al desarrollo que representan los poderes fácticos, sean sindicales, heredados del viejo Estado corporativo mexicano, o empresarios jugadores de ventaja. El anuncio de que habrá nuevas reglas del juego en el sector de las telecomunicaciones tuvo efectos inmediatos: las acciones de América Móvil, la compañía de Slim, cayeron más de un 7% y la agencia de calificación Standard &amp; Poor’s modificó su perspectiva de la deuda soberana de México de “estable” a “positiva”.</p>
<p>La hora de la verdad llegará con las reformas energética y fiscal, íntimamente ligadas y previstas para la segunda mitad del año. La apertura del monopolio de petróleos Pemex a la iniciativa privada y la aplicación del IVA por primera vez a medicinas y alimentos, donde el PRI se encontrará previsiblemente con la oposición de la izquierda, medirán la voluntad de transformación del nuevo Gobierno y la solidez del Pacto por México. No será fácil conciliar las expectativas internacionales de inversión en México, las resistencias de los poderes fácticos internos y la impopularidad de unas medidas que atañen a la identidad nacional del país.</p>
<p>Ya en décadas pasadas hubo sexenios que generaron unas esperanzas de cambio que al final se frustraron. Podría volver a ocurrir, pero el Pacto por México marca una diferencia. Es verdad, como han señalado los economistas, que su agenda no es técnicamente tan concreta como la de los Pactos de la Moncloa de la Transición española, pero políticamente tiene gran importancia. Compromete a los tres grandes partidos en un calendario de reformas para los próximos seis años, cuyo incumplimiento tendrá la sanción del público, y eleva extraordinariamente el coste político para el partido que lo rompa. De momento, ha limitado el poder de los lobbies y el cabildeo del Congreso, disipado el temor del que se hablaba en la campaña sobre que una victoria del PRI supondría una “restauración autoritaria” y desplazado del escenario a la facción calderonista del PAN y a los radicales del PRD.</p>
<p>El oficio político demostrado por el nuevo equipo del PRI aún suscita dudas y recelos. Los resabios del viejo partido que dominó la vida política y social de México durante 70 años, el de la élite autoritaria y corrupta experta en la “negociación del incumplimiento selectivo de la ley”, ni se han olvidado ni han desaparecido –nunca ha habido alternancia en numerosos Estados-. Y el proyecto de poder que encarna Peña Nieto tiene todavía que demostrar que estará orientado no solo hacia el crecimiento económico, sino también al desarrollo institucional del país y de la sociedad civil y no a su control.</p>
<p>Una presidencia fuerte no es lo mismo que un Estado fuerte. Acabar con la impunidad, la corrupción –empezando por sus propias filas- y la violencia son desafíos mayores, que buena parte de la opinión pública considera la base imprescindible para no construir sobre arena. Un nuevo PRI ha regresado al poder después de 12 años en un nuevo México y en tan solo un trimestre ha reconquistado la iniciativa. Tiene la historia, la estrategia y la oportunidad para evitar otra decepción a los mexicanos.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Hugo Chávez, imbalsamato</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2013 23:10:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<img src="http://2americhe.com/wp-content/uploads/2013/03/maduro-y-cabello-velan-chavez.jpg" width="240" />
		</p><p>Ebbene sì, <strong>l’hanno fatto</strong>. E l’hanno fatto, inevitabilmente, <strong>con tutta la macabra, ampollosa solennità</strong><b> </b>che le circostanze reclamavano. Mai avari in materia d’enfasi e di servile ossequio nei confronti del gran capo quando quest’ultimo era in vita, <strong>gli eredi politici di Hugo Chávez Frías</strong>hanno deciso, ora che quest’ultimo è morto, di percorrere fino in fondo (o fino alle più estreme e grottesche conseguenze) i tragicomici sentieri del culto della personalità, regalando al Venezuela ed al mondo<b> </b><strong>un nuovo cadavere imbalsamato</strong>: quello, per l’appunto, del medesimo Hugo Chávez Frías, ex presidente ora molto opportunamente elevato, come si conviene a chi è destinato a preservare “in eterno” le proprie umane sembianze, al celestiale rango di “<em><b>líder supremo de la Revolución Bolivariana</b></em>”.</p>
<p><strong>Nicolás Maduro</strong> – designato delfino del “supremo” e, da venerdì notte (grazie ad una procedura d’assai dubbia legittimità costituzionale) nuovo “<strong>presidente incaricato</strong>” della Nazione, ha ufficialmente annunciato che il corpo del leader defunto verrà – al termine d’una veglia funebre destinata a protrarsi per almeno un’altra settimana – <strong>imbalsamato ed esibito sotto cristallo</strong>, in saecula saeculorum, all’interno d’un mausoleo all’uopo allestito in uno degli edifici sacralizzati dalla mistica chavista. Ovvero: nel “<strong>Cuartel de la Montaña</strong>”, la vecchia <strong>caserma</strong> (oggi trasformata in “Museo Historico Militar”) situata sulle alture che dominano il quartiere “23 de enero”, dalla quale il colonello Hugo Chávez, il<b> </b><strong>4 febbraio del 1992</strong>, diresse il suo fallito <strong>colpo di stato</strong> (o, come vuole la versione catechistica, la sua gloriosa “<strong>insurrezione</strong>”) contro il governo di <strong>Carlos Andrés Pérez</strong>.</p>
<p>Maduro non ha lasciato alcun dubbio circa <strong>le vere radici storico-politico-religiose</strong> di tale decisione. Chávez, ha detto, <strong>resterà visibile “per sempre”</strong>, come già avvenuto per “<strong>Lenin, Mao, Ho Chi Min…</strong>”. E, mentre sullo sfondo riluceva una gigantografia nella quale un molto intensamente compunto “líder supremo” posava la sua mano sopra <strong>un enorme crocifisso</strong>, ha senza equivoci inquadrato, nel suo discorso funebre, i pilastri della liturgia che sarà alla base del nuovo culto. Chávez – da Maduro definito il “<strong>presidente più vilipeso ed attaccato</strong>” della storia dell’umanità – è, come Cristo, insieme <strong>“martire” e “redentore”</strong>. Martire perché la sua malattia è quasi certamente la conseguenza d’una<b> </b><strong>cospirazione ordita dall’imperialismo.</strong> E redentore perché dalle tenebre dell’imperialismo e del neoliberalismo Lui ha riscattato il Suo popolo oppresso. Quella di Chávez, santo ed eroe, martire e redentore, è a tutti gli effetti <strong>una religione, una fede.</strong><b> </b>E, come ogni fede, non concede margini di sorta a qualsivoglia sfumatura d’opinione. O si è, senza riserve, parte del culto o, semplicemente, si tradisce la Patria.</p>
<p>Confesso che, pur essendo da sempre un molto convinto critico del culto della personalità senza freni esibito da Hugo Chávez, la cosa mi ha non poco sorpreso. Francamente non mi aspettavo che con tanta naturalezza i custodi del Chávez-pensiero giungessero a profondità nelle quali riescono ormai a navigare, senza imbarazzi o rossori, solo nell’eremitica realtà (curiosamente dimenticata nel discorso di Maduro) della<b> </b><strong>Corea di Kim Il Sung ed eredi</strong>. E la cosa mi ha, in effetti, lasciato senza parole. Ma in mio aiuto è fortunatamente sopraggiunto il ricordo <a href="http://elpais.com/diario/1982/09/15/opinion/400888809_850215.html" target="_blank"><strong>d’un vecchio e molto sagace articolo</strong></a> che – dedicato proprio a “<em><b>el destino de los embalsamados</b></em>” – <strong>Gabriel García Márquez</strong> scrisse nel lontano settembre del 1982 per <strong>El País di Madrid</strong>. Si tratta d’un lungo saggio (troppo lungo per rientrare nei limiti di spazio concessi da “il Fatto” a un singolo post), il cui spunto fu, illo tempore, la notizia, pubblicata dal Jerusalem Post, secondo la quale <strong>il corpo di Lenin</strong><b> </b>esposto nel mausoleo della<b> </b><strong>Piazza Rossa</strong><b> </b>non sarebbe stato, in realtà, che una<b> </b><strong>statua di cera</strong>. E vale certo la pena riportarne, di questo saggio, almeno il capoverso centrale, quello nella quale <strong>Gabo</strong>, rammentate le religiose credenze che spiegano la pratica della mummificazione nell’antico Egitto e nella millenaria tradizione cattolica, rileva come, al contrario, sia “<strong><i>molto difficile incontrare una giustificazione dottrinaria per l’analoga e crescente abitudine dei regimi comunisti, che sembrano sempre più confondere il culto degli eroi con il culto delle loro mummie…</i></strong>”. Come, per l’appunto, accaduto per <strong>Lenin, Stalin, Mao o Dimitrov in Bulgaria</strong>.<em>“</em><strong><i>E non c’è bisogno d’esser profeti</i></strong> – aggiungeva da par suo l’articolista, che ancora ovviamente non sapeva dell’esistenza dell’appena ventottenne ma già assai promettente Hugo Chávez – <strong><i>per supporre che Kim Il Sung, presidente della Corea del Nord, personaggio totalmente ignaro del dolce incanto della modestia, sia già oggi molto ansioso di sottomettere il suo glorioso corpo ai buoni uffici degli imbalsamatori…</i></strong><em>”</em>.</p>
<p>Nel chiudere il suo articolo, Gabo non mancava di ricordare, molto opportunamente, anche i “non troppo consolanti precedenti” latinoamericani. Parziali (come quelli dei messicani <strong>Antonio López de Santa Ana e Álvaro Obregón</strong> che fecero conservare in formaldeide ed esporre, rispettivamente, la gamba ed il braccio perduti in battaglia); o totali, come quello, famosissimo, particolarmente lugubre e tormentato di<b> </b><strong>Evita Perón</strong>. Una lista alla quale, tre decenni e passa dopo quell’articolo, occorre oggi aggiungere un nuovo nome. Quello luminoso di Hugo Chávez Frías. Un altro “líder supremo”. Un’altra <strong>mummia</strong>. Giusto quello di cui la sinistra internazionale aveva bisogno…</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quel che ci lascia Hugo Chávez</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2013 22:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel gennaio del 1999, quando Hugo Chávez Frías aveva da poco vinto le sue prime elezioni presidenziali – e quando non mancavano che un paio di settimane alla sua prima cerimonia d’insediamento – Gabriel García Márquez ebbe l’opportunità d’intervistare, nel corso d’unviaggio aereo dall’Avana a Caracas, il neo-eletto presidente di quella che sarebbe presto diventata la Repubblica Bolivariana del Venezuela. E da quell’intervista nacque un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p>Nel gennaio del <strong>1999</strong>, quando <strong>Hugo Chávez Frías</strong> aveva da poco vinto le sue prime <strong>elezioni presidenziali</strong> – e quando non mancavano che un paio di settimane alla sua prima cerimonia d’<strong>insediamento</strong> – <strong>Gabriel García Márquez</strong><b> </b>ebbe l’opportunità d’intervistare, nel corso d’un<strong>viaggio aereo dall’Avana a Caracas</strong>, il neo-eletto presidente di quella che sarebbe presto diventata la <strong>Repubblica Bolivariana del Venez</strong>uela. E da quell’intervista nacque <a href="http://www.voltairenet.org/article120084.html" target="_blank">un articolo che, scritto per l’oggi purtroppo defunto <strong>settimanale colombiano ‘Cambio’</strong></a>, terminava con questa frase. ‘<em>Mentre (Chávez n.d.r.) s’allontanava accompagnato dalla sua scorta di militari carichi di medaglie ed amici della prima ora, mi colpì l’impressione d’aver viaggiato ed intrattenuto una piacevole conversazione con due uomini contrapposti. Uno al quale un ineluttabile destino offriva l’opportunità di salvare il suo paese. E, l’altro, un illusionista che poteva passare alla storia come un despota tra tanti</em>’.</p>
<p>Quale di questi due Chávez preconizzati dall’autore di ‘<em>Cent’anni di solitudine</em>’ assomiglia di più a quello che oggi, quattordici anni dopo, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/05/venezuela-morto-hugo-chavez-malattia-indotta-nemici-storic/520662/" target="_self">il Venezuela s’appresta a seppellire in pompa magna</a>?<strong>Nessuno dei due. O, forse, entrambi.</strong> Perché, se indubbio è che l<strong>’illusionismo rivoluzionario</strong> è stato (e continua ad essere) parte essenziale d’un regime che – <strong>per quanto convalidato da almeno quattro prove elettorali</strong> – ha in sé molti dei germi della tirannia e del dispotismo, vero è anche, probabilmente, che Chávez ha a suo modo, se non ‘salvato’, quantomeno profondamente<b> </b><strong>cambiato</strong>, risvegliandone le parti più silenziose, povere e neglette, il paese che ha governato <strong>per quasi tre lustri</strong>. E certamente vero è che, quello della ‘salvezza’, o meglio, della ‘<strong>redenzione</strong>’ – parte, anch’essa, d’un gioco di specchi ideologico-mediatico – è stato (e continuerà ad essere) un elemento centrale del chavismo. Prima di Chávez, null’altro che le<b> </b><strong>tenebre dell’imperialismo e del neoliberalismo.</strong><b> </b>Dopo Chávez, la luce.</p>
<p>Il Chávez con il quale <strong>Gabo</strong> conversò quattordici anni fa non era, come quello che il Venezuela piange oggi, che un solo personaggio. Redentore perché illusionista. Ed illusionista perché redentore. Un illusionista ed un redentore che, a conti fatti, non ha né salvato il suo paese ‘seguendo un ineluttabile destino’, né è diventato un ‘despota tra tanti’. Che cosa ha davvero rappresentato, , fatti alla mano, per il Venezuela e per il mondo, questo tanto controverso e pittoresco,<b> </b><strong>amato ed odiato Giano bifronte latinoamericano?</strong> È bene cominciare a chiederselo mentre – in questo caso davvero seguendo l’ineluttabile destino d’ogni <strong>cerimonia funebre</strong> – scorrono, da sinistra, i fiumi di melassa (un vero e proprio tsunami, in molti casi) della <strong>retorica d’occasione</strong>; e, da destra, quelli, appena attenuati dalla compassione di circostanza, della denigrazione. Un’adeguata risposta richiede, naturalmente, ben più approfondite analisi. Ed a questo tema mi propongo di dedicare molti altri e più dettagliati post. Qui mi limito, per ovvie ragioni, a delineare quelli che, a mio avviso, sono <strong>i punti essenziali d’una possibile discussione.</strong></p>
<p>Dunque, che cosa ci lascia Hugo Chávez Frías, fondatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela?</p>
<p>Ci lascia, innanzitutto, <strong>un culto para-religioso</strong>. Quello, ovviamente, di <strong>sé medesimo</strong>, nutrito – come ogni altro<b> </b><strong>culto della personalità</strong> nel corso dell’umana vicenda – da una visione dei fatti e della Storia non di rado alterati fino al grottesco e diventati parte d’un catechismo che, piaccia o no (ed a me sicuramente non piace) è stato assimilato da una molto rilevante parte dell’opinione pubblica venezuelana. Tenebre e luce, come detto sopra.</p>
<p>Ci lascia, Hugo Chávez, una<b> </b><strong>parvenza di rivoluzione</strong>. Se analizzata alla luce dei fatti, la ‘luce’ che l’autonominato erede di <strong>Bolivar</strong> ha irradiato sul Venezuela, non è, in effetti, che una riedizione in chiave spettacolarizzata della vecchia politica di ‘<strong>sostituzione di importazioni</strong>’ praticata, con risultati nefasti, dalla felicemente defunta democrazia ‘<em><b>puntofijista</b></em>’ (quella definita dall’alternanza<em><b>Acción Democratica-COPEI</b></em>, seguita alla caduta del dittatore <strong>Marcos Pérez Jiménez</strong>) nel corso del <strong>boom petrolifero</strong> degli anni ’70.</p>
<p>Ci lascia, Hugo Chávez Frías – o meglio, lascia al Venezuela – un paese indubbiamente<b> </b><strong>più ricco e meno diseguale</strong>, grazie ad un boom petrolifero senza precedenti e ad una politica che, per quanto pesantemente distorta da un logica assistenzial-carsimatica, ha indubbiamente apportato <strong>grandi benefici ai settori più diseredati della società</strong>. E ci lascia, soprattutto, <strong>una grande occasione perduta</strong>. Quella d’una possibile liberazione del Venezuela – proprio in virtù dell’eccezionale boom petrolifero – dalla sua storica dipendenza dal petrolio. Ci lascia, insomma, Hugo Chávez Frías, una parvenza di rivoluzione che altro non è, in realtà, che <strong>una rivoluzione mancata</strong>.</p>
<p>Ci lascia infine, il presidente bolivariano, <strong>un regime di fatto</strong> (di fatto, nel senso di non vincolato da regole costituzionali) il cui destino appare quanto mai nebbioso. Chávez era, nel Venezuela che oggi lo seppellisce con gli onori che si riservano ai padri della Patria, l’unica vera<b> </b><strong>fonte del potere</strong>. Come gestiranno ora questo potere – nel suo nome<b> </b><strong>‘sagrado’, ma senza di lui</strong> – quelli che verranno? L’accenno di <strong>Nicolás Maduro</strong>, il designato <strong>delfino</strong>, ad un <strong>complotto</strong> che avrebbe inoculato in Chávez la malattia che lo ha infine ucciso, fanno temere il peggio.</p>
<p>In un precedente post avevo espresso un timore: che <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/11/aspettando-hugodot-lesordio-del-chavismo-senza-chavez/467402/" target="_self">il chavismo del dopo-Chávez fosse destinato ad essere ‘<strong>più autoritario e più stupido</strong>’ del modello originale</a>. Spero, davvero, di non esser stato un buon profeta…</p>
<p>&nbsp;</p>
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