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Wednesday, June 29, 2022
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Il lato oscuro della “indianità” di Evo & Co.

Il mito vuole che Morales – indio Aymara che di Aymara non spiaccica una parola – abbia rivoltato la politica boliviana restituendo alle popolazioni indigene dignità e diritti. E la cosa è di certo vera, sia pur con qualche contraddizione, per le nazionalità andine. Ma il discorso radicalmente cambia se lo sguardo si rivolge all’Amazzonia ed alle etnie che, proprio sotto i governi di Evo Morales e del MAS, hanno subito (e continuano a subire) le peggiori angherie sullo sfondo d’una delle più violente e sistematiche politiche di distruzione delle foreste e delle savane. Solo qualche giorno fa, durante il COP26, il governo di Luis Arce, è stato uno dei pochi che non ha firmato il trattato contro la deforestazione. Questo articolo del nostro collaboratore Pedro Navajas, spiega il perché.


Ho conosciuto Marcial Fabricano durante un incontro fondamentale nella storia dei movimenti popolari, ambientalisti ed indigeni della Terra: il forum globale di Rio 1992.

Intervenendo all’assemblea di quel foro parallelo alla riunione della Nazione Unite, Marcial iniziò il discorso nella sua lingua, il moxeño, un idioma degli indios amazzonici di radice arawak. L’assemblea ammutolì. L‘inglese imperava e gli anglofoni sembravano curarsi poco del resto dei popoli del mondo li presenti. Marcial, applaudito lungamente dall’assemblea, faceva presente la necessità di rispettare le differenze culturali, le minoranze, di rendere il dibattito più inclusivo.

 Negli anni Fabricano ha continuato la sua vita di leader indigeno, nelle ristrettezze, nella quasi povertà, preseguitato lungamente dal governo di Evo Morales, paradossalmente conosciuto e celebrato nel mondo come presidente indigeno della Bolivia. In una di quelle bizzarie non infrequenti nella storia, Morales di origine aymara (pur senza parlare alcuna lingua indigena), un gruppo etnico delle ande boliviane, governò durante 15 anni favorendo principalmente i suoi elettori di origini andine ed avversando, al contrario, le conquiste dei popoli indigeni amazzonici e del Chaco (la regione in cui si conserva la foresta tropicale secca più estesa al mondo).
 Trentuno anni fa Marcial fu tra gli organizzatori dalla prima storica marcia degli indios boliviani “per il territorio e la dignità”. Era il 1990.  Quella prima memorabile marcia sdoganò in Bolivia l’uso del termine indigeno, permise il riconoscimento dei loro territori originari, aprì il dibattito sulla necessità di una nuova costituzione e portò alla luce la marginalità dei popoli dell’Amazzonia e Chaco boliviani sempre relegati, anche nella narrativa internazionale, rispetto ai più numerosi e potenti popoli andini quechua e aymara.

Oggi, Marcial Fabricano Noe, a quasi 70 anni di età, continua a marciare per i diritti dei popoli delle terre dell’Amazzonia e Chaco boliviano, che rappresentano 33 dei 36 popoli indigeni riconosciuti dalla costituzione boliviana.

Il 24 agosto del 2021 è partita da Trinidad, la capitale del dipartimento amazzonico de Beni, la XI marcia dei popoli indigeni della Bolivia.

Gli indios si mobilitano nuovamente in difesa delle loro terre, della loro identità e della loro cultura, per chiedere al governo di rispettare i loro diritti storici.Denunciano la “sottomissione, sovrapposizione e creazione di nuovi insediamenti illegali nel loro territori”, da parte di quelli ora definiti, eufemisticamente, “interculturali”, gruppi di colonizzatori quechua o aymara appoggiati ed avallati dal governo.Dopo aver percorso 600 km, la marcia ha raggiunto la città di Santa Cruz de la Sierra.

Il governo di Arce (nota 1) ha cercato in tutti i modi di dividere la marcia e disarticolarla. 
Ha minacciato l’intervento delle forze dell’ordine e della magistratura. Ha provato ad intimidire la presidente dell’Assemblea Permanente dei Diritti Umani della Bolivia, l’anziana attivista Amparo Carvajal, storica lottatrice contro i regimi militari, minacciata di destituzione e denuncie da parte dei parlamentari del partito di governo.  
 Dopo aver fallito nella repressione ha adottato un comportamento indifferente verso le rivendicazioni degli indios, senza alcuna compassione per le loro condizioni deplorabili, costretti ad una marcia pauperrima, senza alimenti ne appoggi da ONG e organizzazioni internazionali, a causa delle minaccie del governo (nota 2). Una situazione incancrenita, di un governo sempre più centralista e monoetnico, di un presidente per il quale l’amazzonia e il chaco sembrano solo terra di conquista, “tierras baldias” (terre vuote, senza popoli indigeni) da consegnare ai suoi elettori.
 La marcia, i suoi popoli e le loro motivazioni non hanno inoltre trovato eco nei media internazionali. La stampa/TV italiana, tanto attenta al brasile di Bolsonaro, ignora per completo la Bolivia di Morales/Arce, che pure fa parte di quella “selva” amazzonica più volte evocata e narrata dai nostrani TG ed ha, come vedremo, dati ambientali almeno altrettanto allarmanti.
Non ignorano invece la situazione molte organizzazioni internazionali (Global Forest Watch, WRI, Mongabay, ecc.), pur coscienti che la Bolivia vende poco in termini di opinione pubblica al confronto del Brasile, ancor più con l’emulo di Trump, Bolsonaro, in azione. Eppure, all’origine della protesta degli indios, ci sono gli interminabili, immensi incendi di savana e foreste che hanno portato la Bolivia ad essere il terzo paese al mondo in termini assoluti per deforestazione di boschi tropicali, dopo Brasile e Congo.
 La Bolivia è invece saldamente in testa se si considera il dato pro capite, sia usando i dati sulla sola rimozione di foreste primarie tropicali che quelli complessivi  sugli incedi dei vari biomi. In questo modo ogni cittadino boliviano ha “sul groppone” (pur non avendo la stragrande maggioranza di loro alcuna colpa diretta)  la distruzione di foreste e savane per almeno il doppio di un cittadino brasiliano.
Nonostante questo, o forse proprio per questo, la Bolivia è, assieme al Venezuela di Maduro, l’unico grande paese del continente Americano a non aver sottoscritto la dichiarazione di Glasgow contro la deforestazione (nota 3).L’hanno approvata in molti, persino (e sia pur senza credibilta alcuna) il Brasile di Bolsonaro, anche governi di “sinistra”, come quello del Perù. Anche Cuba.

Ma Arce non ha firmato. Perchè?

Forse una spiegazione si trova su ciò che accade nel paese, sulle ragioni della marcia indigena, e sui dati e le immagini che cercherò di illustrare, anche per rispondere al mio caro amico.  Non è una panorama esaustivo. Solo un breve spaccato della Bolivia amministrata da Morales/Arce. Magari almeno ciò permetterà di aver maggiori elementi di valutazione e criterio prima di assegnare altre lauree  honoris causa ai gerarchi del populismo del XXI secolo, come quella della Sapienza a Morales nel 2015.
1.       Foreste e savane in fuoco
Non manca chi sostiene che, mentre si accusa Morales, ci si dimentica “dei ganaderos, dei produttori di canna da zucchero di soia e di riso... Ma si tratta di una tesi che non regge alla prova dei fatti. Se il presidente e il partito al governo, al potere oramai da più di 15 anni, hanno permesso ai ganaderos (allevatori di bestiame) o cañeros (coltivatori di canna da zucchero) di fare ciò che fanno...forse qualche colpa dovrebbero averla. O agiscono questi agroindustriali nella completa illegalità contro, ed ignorando, una chiara, consolidata e pulcra politica ambientale del paese?No. Non è così.La verita è che c’e stata e c’è una vigorosa e solida alleanza tra quei ganaderos e cañeros e Morales/Arce e il MAS. Per esempio: vediamo chi candidava il MAS per le elezioni del 2019 nel dipartimento amazzonico del Beni, la regione con la maggiore diversità etnica e lingusitica della Bolivia. Vedere traduzione (nota 4)
 E’ il MAS che ha attivato l’esportazione della carne bovina verso governi amici (Cina e Russia) provocando inoltre l’aumento dei prezzi per i boliviani.Il MAS ha finanziato, contro ogni criterio tecnico (ma doveva ripagare i servigi dei coloni di Yucumo e san Buenaventura anche per la repressione di Chaparina, nota 5), l’ernome ingenio azucarero/zuccherificio di Rurrenabaque, l’unico dentro la foresta tropicale pluviale. 
 Ma i dati di maggior impatto vengono ora.
 Abbiamo visto che  la Bolivia è il terzo paese al mondo per deforestazione di boschi tropicali (dopo Brasile e Congo, che però sono paesi molto più grandi e popolati), secondo in america latina (dati WRI).
La deforestazione pro capite della Bolivia è la più alta al mondo.

Non vorrei dilungarmi con troppi dati, ma nel 2017 ogni boliviano aveva a carico 140 mt2  di foresta tropicale pimaria distrutta: più del doppio dei 65 mt2 del Brasile.

Nel 2020, 251mt2, il brasile 83.

Ma è il 2019, quello degli immensi roghi propiziati dai decreti di Morales, che la Bolivia ha dato il suo grande contributo alla crisi climatica mondiale: includendo tutti i vari biomi andati in fumo (foreste, savane, Cerrado, etc.), si arriva alla terrificante cifra di 4.909 mt2 pro capite, mezzo ettaro (dati World Resources Institute eFAN,  Sistema de monitoreo y alerta tempana de riesgo de incendos forestales, SATRIFO).
 Davvero c’è qualcuno che, in buona fede, pensa che gli appezzamenti di terra ottenuti  nella “reserva forestal del Chore”, nel municipio di Yapacanì, governato da decenni dal MAS, incluso da prima che Morales diventasse  presidente, appartengano alle, da te definite, “classi economiche dominanti”?
In un certo senso è vero: ora questi colonizzatori, dediti principalmente alla soia, normalmente transgenica e destinata all’esportazione (la Bolivia è il 5º esportatore mondiale), sono effettivamente la nuova classe economica dominante. Lo fanno a spese non solo di un’area di riserva, legalmente appartenente allo stato ed a beneficio di tutti i cittadini, ma anche dei popoli indigeni che questa regione abitavano, gli yuracarè e yuqui, ora estromessi e relegati alle aree più remote.
Ancora più grave la situazione nella Chiquitania (centro-est della Bolivia, al confine col Brasile, una delle regioni più aggredite dai coloni con l’appoggio diretto delle entità governative, ed una delle motivazioni che hanno indotto gli indios a convocare la XI marcia indigena del 2021 (nota 6).
Davvero c’è qualcuno che pensa che non vi siano colpe o una volontà specifica per modificare l’uso di quelle terre, per quello che vedi in queste immagini, da parte del partito di governo e del presidente Evo Morales, il più longevo al potere in modo continuo nei 200 anni di storia boliviana? Davvero qualcuno può pensare che non ci sia una precisa, definita, determinata politica del governo del MAS per favorire lo sfruttamento dell’ambiente, ignorare i diritti dei popoli indigeni che abitano queste terre ed arrivare ai livelli di impatto illustrati?La situazione è drammatica. Come può constatare chiunque esamini freddamente i fatti e, sul luogo, di persona veda la disperazione degli indios che guardano le loro terre ancestrali invase da genti aliene, coloni andini, che occupano questi spazi esibendo un decreto del INRA (istituto nazionale per la riforma agraria, fondato nel 1959 e riformato nel 1996) per prenderne “legalmente” possesso...bruciare la foresta e quindi vendere a quell’impresario, spesso un ex colono arricchito, che si vede consegnata la terra spoglia e “saneada”, cioè liberata da vincoli e completamente legale,  pronta allo sfruttamento.
 Ci sono  anche altre forme di sfruttamento...per esempio le enormi speculazioni immobiliari, fatte con il diretto assenso, incentivo e la complicità delle autorità di governo.
Non si tratta certo di difendere ganaderos e i potentati dell’agroindustria. Al contrario: questa gente è sempre amica del potere di turno. Vanno d’accordo e trovano il modo di convivere ed essere complici con qualsiasi governo, dal quale ottengono sempre benefici. L’impresario più influente della Bolivia, il padrone della più grande zuccherificio del paese, è un noto sostenitore di Morales/Arce e del MAS...non è un caso che ha recentemente  annunciato anche l’acquisizione dell’impresa mineraria di  san Cristobal, una delle più grandi della Bolivia, ora in mano ai giapponesi. 
 
Concludendo. Evo ha davvero rappresentato – sia pur in un’ottica spesso grettamente caudillista, una rivincita sul passato, sulle angherie e discriminazioni subite dalle popolazioni originarie. Ma da questa rivincita sono stati nesclusi, anzi, questa rivincita si è consumata a spese dei 33 popoli indigeni dell’Amazzonia e del Chaco boliviani, con la demolizione dei loro diritti, e delle risorse naturali di questa parte del mondo. Con conseguenze che, probabilmente, sono ormai irreversibili.

NOTE

  1. Luis Arce subentra a la presidente ad interim, Jaenine Añez, nel 2020, dopo il regno presidenziale di Morales, 2006-2019. Entrambi appartengono al partito del MAS, Movimiento al Socialismo.

Forse per quella designazione venuta direttamente dall’indice di Morales o forse perchè vittima del complesso del tecnocrate bianco, in un paese moreno, Arce appare anche più bellicoso del suo mentore. Non ha avuto alcuna remora ad “invitare” la magistratura, completamente controllata dal governo, ad incarcerare la sua predecessora, la presidente transitoria Jeanine Añez, che aveva governato il paese durante l’interregno tra la fuga di Morales, dopo i brogli elettorali del 2019, e le nuove elezioni democratiche che pure lei aveva garantito permettendo così la comoda vittoria di Arce.

  • Nel 2014 Morales espluse la ONG danese IBIS accusata di aver appoggiato le marcie indigene. Paradossalmente IBIS aveva sempre difeso Morales quando era solo un dirigente dei produttori di coca. Nel 1995 lo invitò in Danimarca, in uno dei suoi primi viaggi intenazionali, per assistere ad un foro sociale.  Minacciò di esplusione anche atre 4 ONG…che non poteva però espellere essendo boliviane: 3 notoriamente di sinistra (CEDLA, CEDIB e Fundaciòn Tierra), e una generica (fundaciòn milenio)
  • In uno strano, certo involontario, ma sintomatico indice di “disinformazione” (tutti i media hanno annunciato chi ha sottoscritto l’accordo ma non citano chi non vi ha aderito), anche la BBC cade nel tranello: “Los países que han suscrito este acuerdo -incluyendo a Canadá, Brasil, Rusia, Colombia, Bolivia, Chile, Estados Unidos y la República Democrática del Congo-cuentan con el 85% de los bosques que hay en el planeta”.

https://www.bbc.com/mundo/noticias-59134793

  • A proposito di discriminazione dei popoli indigeni.

Carlos Mesa (candidato a presidente e definito di “destra” dal mio amico, pur essendo un socialdemocratico) propone e riesce a far eleggere senatrice, nel dipartimento del Beni, Cecilia Moyoviri Moye, indigena moxeña di lingua arawak. 

Morales propone e fa eleggere senatrice Susana Ribero, latifondista allevatrice di bestiame, di lingua spagnola (e forse inglese).

Indovinae dov’è l’ inclusione dei popoli indigeni e dove il nuovo colonialismo?

  • Nella località di Chaparina, nel Beni, avvenne un feroce atto repressivo della polizia durante la VIII marcia indigena del 2011, rimasto senza colpevoli ed occultato dal governo, in cui anche donne e bambini vennero imbavagliati con nastro da pacchi e riportati con la forza alle loro comunità. Il preludio fu l’osteggiamento dei colonizzatori che impedirono il passaggio della marcia e l’approvvigionamento di viveri ed acqua ai 1.500 indios.

La marcia però non si interruppe e, dopo l’indignazione nazionale, potè riprendere ed arrivare alla capitale la Paz accolta da tutta la popolazione, nel primo vero atto di opposizione al governo populista di Morales.

Vedere anche https://www.huffingtonpost.it/entry/la-marcia-degli-indios-boliviani-in-difesa-dei-territori-e-delle-risorse-naturali_it_6156d90fe4b0487c855d7c03 e https://ytali.com/2021/11/05/le-nostre-terre-i-nostri-diritti-parla-marcial-fabricano/
 
 
 

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