Ha vinto Biden. Per tutti, ma non per Trump

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Joe Biden è ormai ad un passo (o due) dalla fatidica soglia dei 270 voti elettorali. E a questo punto – sebbene Trump continui a twittare denunciando raggiri d’ogni tipo e reclamando riconteggi – tutto lascia credere che, alla fine, sarà proprio lui, “Sleepy Joe”, a vincere la contesa presidenziale. Quando, come e se questa fine arriverà, dipende da quando, come e se arriveranno a destinazione i voti (voti prevalentemente postali) che ancora mancano. E da quando, come e se questi voti verranno contati.  Perché proprio in questo – nel contare i voti – consiste la “frode” di cui il presidente (ancora) in carica è andato discettando fin dalla prima nottata di ieri, quando con un primo tweet, poi goffamente corretto su suggerimento di non identificati consulenti linguistici, ha comunicato al mondo, in un molto caratteristico miscuglio di frottole e di sgrammaticature, la sua filosofia elettorale. “Stiamo vincendo alla grande” ha scritto Trump. Ma loro (loro i democratici, ovviamente) stanno cercando di rubare le elezioni. E noi non glielo permetteremo. “Votes cannot be cast after the Poles are closed” non si può votare dopo che i pali sono stati chiusi.

I “Poles”, i pali in questione erano in realtà i “polls”. Ovvero, a seconda del contesto: le votazioni, i seggi, gli scrutini (soltanto un errore di battitura? Difficile crederlo, considerati i numerosi precedenti della prosa trumpiana). E proprio questa, la di gran lunga meno rilevante, è stata l’unica parte del tweet che, sia pur con qualche ritardo, Donald Trump ha infine corretto. Tutto il resto – compreso il falso riferimento ai voti postali come consumati “dopo” la chiusura dei seggi – non solo è rimasto, ma è rapidamente diventato una sorta di ritornello. Un ritornello che ancora continua e che – fin troppo facile è immaginarlo – continuerà, quali che siano gli esiti della contesa, per molto tempo a venire. Io ho vinto – va ripetendo il presidente – ma stanno cercando di soffiarmi il meritato trionfo. Come? Contando i voti. Una barzelletta? Sì, se valutata secondo i parametri della logica formale. Una tragedia se si considera, invece, quel che questa barzelletta in effetti ci racconta sullo stato della democrazia americana. Non era mai accaduto prima che, con tanto preventiva e sfrontata malafede, un presidente in carica denunciasse come una frode quella che, da sempre, è l’essenza stessa della pratica democratica. Per l’appunto: il conteggio di tutti i voti deposti nell’urna. E mai era accaduto prima – prima di Trump – che questa barzelletta-tragedia altro non fosse, in realtà, che il risvolto d’una nuova normalità. Quella, per l’appunto, del trumpismo, probabilmente destinato ad uscire sconfitto da questa battaglia elettorale, ma in termini molto lontani dal travolgente, definitivo rigetto che non pochi auspicavano.

Joe Biden, ampiamente in vantaggio nel voto popolare, ma attualmente ancora fermo a 253 voti elettorali, vincerà probabilmente la corsa alla Casa Bianca (a questo punto gli basta conquistare Arizona e Nevada, dove gode di un discreto vantaggio). Ed anche in Stati che parevano perduti come la Georgia e la Pennsylvania appare in queste ultime in piena rimonta, grazie all’arrivo dei voti postali (quelli, di nuovo, che Trump non vuole contare) “imbucati” nelle più popolate aree urbane. Ma la “onda blu” profetizzata da molti sondaggi (blu come il colore dei democratici) non si è verificata. Come quasi tutti gli osservatori hanno sottolineato, queste elezioni sono state, soprattutto, un referendum su Donald Trump e sui suoi quattro anni di presidenza. E da questo referendum non è uscito – nonostante la probabile vittoria di Biden – il generalizzato ripudio politico-morale che molti auspicavano. I sondaggi si sono, una volta ancora, rivelati incapaci di captare movimenti, aree di scontento e di diffidenza che, evidentemente, si muovono al di sotto, o al di là, del raggio d’azione dei loro radar. Anche dovesse esser sfrattato dalla Casa Bianca, Trump manterrà il pieno controllo del Partito Repubblicano, più che mai il “suo” partito. E quasi certamente i repubblicani manterranno il controllo del Senato. La maggioranza democratica nella House of Representatives, che pareva destinata ad ulteriormente estendersi, sembra invece uscire ridimensionata dagli esiti del voto. Il nuovo presidente, chiunque sia, dovrà dunque fare i conti con un congresso diviso. E, dovesse questo presidente essere Joe Biden, si ritroverà di fronte, come presidente del Senato, quel Mitch McConnell che, in questi anni, è molto meritatamente assurto a simbolo della più tribale faziosità repubblicana (e che è anche lui, come e forse ancor più di Trump, un pericolo per la democrazia)

Donald Trump ha già annunciato querele – mobilizzando i suoi avvocati – in tre Stati: Michigan (ormai assegnato a Biden con tutti suoi 16 voti elettorali), Arizona e Pennsylvania. E sicuramente giocherà da par suo tutte le carte che gli rimangono da giocare. Vale a dire: senza troppi riguardi per la decenza, la verità e la pulizia. Forte del fatto che proprio così – indecente, bugiardo e sporco – lo vuole e lo ama la sua base politica. Quella che, lungo tutta la campagna elettorale, ignorando per compiacerlo ogni regola di distanziamnto sociale, lo ha osannato in decine di contagiosissimi “bagni di folla” (causa, secondo uno studio recente, di almenp 700 morti). Farlo uscire dalla Casa Bianca non sarà facile, quale che sia l’esito del voto. E si può scommettere che, comunque, alla Casa Bianca Trump vorrà tornare tra quattro anni. Se, come molti sostengono, il trumpismo è una malattia, si tratta ormai, a tutti gli effetti, d’una malattia cronica.

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