“….uomini neri che si muovono nell’ombra oscura…”

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La vita, è risaputo, può talvolta esser molto crudele. E crudele è sicuramente stata, due giorni fa, con Laura Ingraham, storica conduttrice di Fox News nonché una delle più antiche e fanatizzate propagandiste del trumpismo in quella che, del trumpismo, è da sempre, con poche eccezioni, la culla, la cassa di risonanza e, insieme, la fonte ispiratrice.

Più ancora: una sorta di ventre materno di cui Donald J. Trump è l’orgoglioso parto, e nel cui caldo, accogliente e umido conforto Donald J. Trump usa da sempre tornare ogniqualvolta senta il bisogno d’amore e di comprensione. O di mostrare al mondo il meglio di sé, finalmente lontano dalla perfida impertinenza dei “nemici del popolo” (così Trump definisce tutti i grandi media che, per l’appunto, non siano Fox News).

E proprio qui, tra le braccia di Laura, Trump è puntualmente tornato domenica scorsa per spiegare in più colloquiali e intimi termini quel che – in uno dei più lunghi e tediosi discorsi d’accettazione della storia Usa – già aveva raccontato al termine della Convention Repubblicana. Ovvero: come lui e lui soltanto possa salvare l’America dalle orde di criminali, sovversivi, piromani e razziatori che, sotto le bandiere della “radical-left” – la sinistra radicale oggi padrona del partito democratico e di Joe Biden, il rimbambito “cavallo di Troia” che funge da candidato presidenziale – minacciano “il sogno americano” e l’esistenza stessa dell’America.

Era stata, quella Convention, il punto d’arrivo e, insieme, di partenza, della trasfigurazione del Grand Old Party – il partito che fu di Abraham Lincoln – nella setta del culto di Trump. E di questo culto l’intervista doveva essere una più familiare e ragionata appendice, una sorta di confidenziale e terso riassunto.

Doveva, quell’intervista (clicca qui, qui e qui per la visione completa), suscitare paura – tanta paura, perché la paura è la vera anima della campagna per la rielezione di Trump – e, al tempo stesso, confidenza e ammirazione. Doveva contrapporre la lucida, implacabile forza di Donald J. Trump, uomo della Provvidenza e “ultimo baluardo della civiltà occidentale”, alla debolezza di Joe Biden. Ma ne è uscita soltanto l’immagine – peraltro non propriamente inedita – d’un presidente che non sa quello che dice. E che, per di più, lo dice nel peggiore dei modi. In sintesi: l’immagine del vero Donald J. Trump.

“Chi manovra Joe Biden?”, è stata – porta sul proverbiale vassoio d’argento – la più importante domanda che Laura Ingraham ha rivolto a Trump, riprendendo quello ch’era stato il leitmotiv della Convention ed evidentemente convinta di ricevere in cambio qualcosa che, almeno vagamente, assomigliasse a un’analisi politica. E questa è stata la risposta dell’uomo che per quasi quattro anni è stato – e che per altri quattro ha buone possibilità di continuare ad essere – il presidente della più ricca e poderosa nazione del pianeta. Joe Biden, ha detto Trump, è sotto il controllo “di gente della quale mai hai sentito parlare, gente che si muove nell’ombra oscura…”.

Presagendo l’avvicinarsi dell’abisso, Laura ha a questo punto cercato di tirare il freno a mano. “Mr. President – ha suggerito, interrompendolo – questo suona come complottismo…”. Invano. “Questa è gente che sta in piazza – ha proseguito imperterrito Trump, incurante della logica e della sintassi – gente che controlla la piazza. C’è qualcuno che sale su un aereo in una certa città questo fine settimana. E nell’aereo, è quasi completamente pieno di malviventi che indossano queste uniformi, uniformi nere, con attrezzi e questo e quello… Quel che è accaduto è un aereo che andava in un posto qualunque pieno di anarchici, piromani, saccheggiatori e sovversivi…”.

La Ingraham ha a questo punto, con un disperato colpo di sterzo, cercato di cambiare argomento, chiedendo a Trump della polizia e delle proteste seguite alla morte di George Floyd e d’altre “persone di colore” disarmate. Ancora una volta senza fortuna, perché Trump, più che mai se stesso, non ha, in risposta, trovato di meglio che giustificare l’accaduto con una involontariamente macabra metafora golfistica. “They choke, like in a golf tournament, they miss a three-foot putt…”. Loro – loro i poliziotti – soffocano, come in un torneo di golf, quando sbagliano l’ultimo colpo a un metro dalla buca.

A chi altro, se non a Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, poteva venire in mente un paragone di questa natura? E per di più, di condirlo con il verbo “to choke”, soffocare, che nel contesto sta, ovviamente, per emozionarsi, restare senza fiato, perdere il controllo, riferito ai poliziotti che uccidono. Ma che ha inevitabilmente e sinistramente rammentato come proprio per soffocamento sia morto George Floyd? Troppo, anche per una fedelissima del culto come Laura. La quale – di nuovo e di nuovo invano – ha cominciato a freneticamente agitare il drappo rosso di pericolo davanti all’ultimo baluardo della civiltà occidentale. “Mr. President, lei sta paragonando tutto questo al golf, questo è quello che i media diranno…”.

E, infatti, i media hanno detto. Anche se il loro dire è perlopiù stato, in effetti, una sorta di resa incondizionata, un rassegnato cascar di braccia. “Too stupid to fact-checking”. Troppo stupide per essere sottoposte a verifica, così più d’uno degli specialisti del raffronto tra il detto e il fatto (il fact-checking, per l’appunto) ha definito le teorie cospirative e i paralleli di Donald Trump.

Non mancano, ormai, che due mesi alle elezioni. E impossibile è prevederne l’esito. Ma molto probabile è che, vinca chi vinca, proprio a questa e ad altre analoghe interviste dovranno, un giorno, far riferimento gli storici per illustrare come, poco dopo l’inizio del secondo millennio, la democrazia americana sia entrata, senza rimedio, in agonia

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