Kamala, la “nasty woman” che turba i sonni di Donald

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Penosamente scarno in qualunque circostanza – gli esperti lo paragonano, nella sua puerile essenzialità, all’eloquio d’un bambino di 10 anni – il linguaggio di Donald J. Trump si fa, notoriamente, addirittura scheletrico quando una donna è l’oggetto del suo discettare. Nel qual caso, come dimostrato da innumerevoli cronache, il lessico presidenziale ulteriormente s’inaridisce nelle desertiche sabbie di tre molto elementari e primitive varianti. La prima: quella che vede nella donna una preda. O, più specificamente, una vagina da afferrare (“grab ‘em by the pussy”, prendile per la vagina, come anni fa Trump elegantemente spiegò in un suo colloquio con un presentatore televisivo). Il tutto, naturalmente, dando per scontato che, a quella presa – la sua presa – nessuna donna possa, o voglia, opporsi. La seconda: quella che vede nella donna – la stessa donna, presumibilmente, afferrata per la vagina – un trofeo da esibire in pubblico come prova di virilità. Negli anni ’80, quando non era che un palazzinaro figlio di papà ed un personaggio da rotocalco, Trump era solito chiamare le redazioni dei giornali tabloid per rivelare, sotto il falso nome di John Barron e con abbondanza d’intimi dettagli, le sue travolgenti – travolgenti e il più delle volte inesistenti – relazioni amorose con famose protagoniste delle cronache mondane, da Madonna a Carla Bruni, tutte di lui perdutamente invaghitesi e pronte ad esaltarne (“best sex ever!”) le performance sessuali. E infine, terza ed ultima variante: quella che vede nella donna – qualunque donna che non sia né preda, né trofeo – semplicemente qualcosa di “nasty”, sgradevole, antipatico. Ovvero: una bisbetica arpia, una megera. In qualche misura, una non-donna.

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Cosí, “nasty”, Donald Trump aveva chiamato quattro anni fa – con l’aggiunta d’un molto signorile “horseface”, faccia da cavallo – Carly Fiorina, sua rivale nel corso delle primarie repubblicane. Così – “what a nasty woman!” – Trump aveva com’è noto bollato Hillary Clinton, la candidata democratica. E così, con un nuovo “nasty” – anzi con un “extraordinarily nasty” – il presidente in carica ha non sorprendentemente qualificato, giorni fa, anche Kamala Harris, la senatrice (ed ex giudice) californiana scelta da Joe Biden come sua vice nell’ormai assai prossima corsa per la Casa Bianca. Per l’occasione, essendo la Harris figlia di immigrati non di razza bianca – la madre indiana, il padre afro-giamaicano – Donald Trump ha anche (sia pur indirettamente) provveduto a riesumare una sua vecchia passione: quella del cosiddetto “birtherism”. Vale a dire: la teoria (o meglio, la fake news della nascita “kenyota” di Barack Obama) cavalcando la quale, anni fa, l’attuale inquilino della Casa Bianca aveva fatto il suo vero debutto in politica. Nel caso specifico, la Harris, indubitabilmente nata a Oakland, in California, sarebbe ineleggibile alla vicepresidenza in quanto i suoi due genitori non erano, al momento della sua nascita, cittadini americani. Sostenuta in un op-ed scritto da un ultrareazionario leguleio per il settimanale NewsWeek – e prontamente rilanciata da Trump – una tale tesi è in palese contrasto con lo “ius soli” sancito dalla Costituzione. Ed è, in quanto tale, ovviamente destinata a non andare da nessuna parte. Ma è altrettanto ovviamente in grado d’alimentare – ed a questo fine viene dal presidente usata – il mostro a due teste della xenofobia e del razzismo, da sempre grande ed imprescindibile attrazione del Barnum trumpiano.

E tuttavia un altro è, al di là della routinaria misoginia e del congenito razzismo del trumpismo, il più specifico senso del “nasty” da Trump subito appioppato a Kamala Harris. La compagna di corsa di Joe Biden – o di “Sleepy Joe”, Joe il sonnolento, come Trump ama chiamarlo – è in effetti, per Trump, qualcosa di più (e di peggio) d’una semplice megera o d’una non eleggibile “aliena”. È, piuttosto, l’anello di connessione tra il candidato democratico e l’estremismo, il caos e la violenza che minacciano non solo la famosa “american way of life”, lo stile di vita americano, ma la stessa vita. Sullo sfondo d’una pandemia i cui effetti sono stati esponenzialmente moltiplicati dalla tragica incompetenza del suo governo, Donald Trump ripropone se stesso all’elettorato, nell’approssimarsi delle presidenziali di novembre, come ultima barriera di fronte all’apocalisse dell’anarchia e del disordine. Più ancora: di fronte alla prospettiva di un’America “senza Dio”.

“Biden segue l’agenda politica della sinistra radicale, vuole togliervi le armi, togliervi il secondo emendamento (quello che, nella Costituzione, sancisce, per l’appunto il “diritto di portare armi” n.d.r.), niente religione, niente di niente, Biden vuol far del male alla Bibbia, vuol far del male a Dio, Biden è contro Dio, è contro le armi, contro l’energia, contro il nostro tipo di energia…”. Questo ha detto Trump, giorni fa, durante un suo comizio in Ohio. Ed evidente è che qualcosa non torna nella logica del discorso. Biden è “sonnolento”. Anzi è rimbambito al punto – cosa che la propaganda trumpiana va ripetendo senza sosta – da non essere “presente a se stesso”. Biden non sa né dov’è né, tantomeno, dove vuole andare – di più: Biden “neppure sa se è vivo…è fatto, mentalmente è fatto” come lo stesso Trump ha ripetuto durante una recentissima intervista – ma egualmente, pur essendo un devoto cattolico, vuol “far male a Dio e alla Bibbia”. E sta malvagiamente trascinando il paese verso il catastrofico nulla d’un deserto senza religione, senza legge, senza patria, senza armi, senza petrolio (il “nostro tipo di energia”) e, quel che è peggio, senza Donald Trump. Come è possibile? Semplice. È possibile perché dietro questo vecchio rudere incapace d’intendere e di volere si cela un satanico movimento di cui la “nasty woman”, la megera Kamala Harris, la “non-americana” Kamala Harris, oggi candidata alla vice-presidenza, è la punta di diamante…

Ovvia domanda. Quanto è credibile questa trumpiana visione dei suoi rivali? Quanto è efficace? E molto facile appare, di primo acchito, la risposta. Non solo non è credibile – né efficace, come mostrano i sondaggi più recenti – ma è addirittura, nella sua palese improponibilità, decisamente ridicola. Lasciando da parte la questione del rimbambimento (davvero troppo meschina e, a sua volta, troppo “rimbambita” per esser presa in seria considerazione), tutta la carriera politica di Joe Biden – una carriera lunga più di quattro decenni – è stata nel bene e nel male vissuta all’insegna della, ci si passi la ridondanza, più moderata moderazione. Ed anche Kamala Harris – pur qualificabile, in senso lato, come “liberal” (termine che, negli Usa, sta, grossomodo, per “di sinistra”) – fu a suo tempo una magistrata alquanto “tough on crime”, molto dura con il crimine (e, come tale, spesso molto duramente criticata da sinistra). Nulla, assolutamente nulla, nella vita politica di Biden o in quella della sua “rasputiniana” compagna di ticket, parla di estremismi di qualsivoglia sorta.

Ancor meglio: tutta la campagna democratica è stata fin qui caratterizzata – volendo parafrasare il titolo del più celebre dei romanzi di Milan Kundera – da una sorta di “sostenibilissima leggerezza del non-essere”. O, se si preferisce, è stata il prodotto d’una silenziosa media ponderata (qualcuno l’ha paragonata ad un minivan, un tipo d’auto molto poco appariscente, ma capace di rispondere a qualunque esigenza) attenta a non escludere, di fronte alla assoluta priorità di sconfiggere Donald Trump e quello che Donald Trump rappresenta, alcuna delle anime del partito democratico. E, forse ancor più, alcuno dei conservatori (non molti, ma in genere molto qualificati) oggi costernati di fronte alla trumpiana degenerazione del Partito Repubblicano. La scelta di Kamala Harris – prima donna “di colore” candidata alla vicepresidenza – è stata, al termine di un lunghissimo lavoro di selezione, qualcosa che assomiglia a un (peraltro piuttosto ovattato) squillo di tromba nella notte, al molto discreto chicchirichì d’un gallo nell’alba d’un nuovo giorno.

Joe Biden For President Shirt

“Sleepy Joe” – davvero “sonnolento”, anche se non nel senso indicato da Trump – è stato fin qui protagonista (o non-protagonista) d’una campagna (o non-campagna) appena percettibile dai radar delle cronache politiche. Di fatto, non è stata, quella campagna, nulla più che un fermo, ma assai flebile, lontano richiamo alla necessità di “riscattare l’anima della Nazione” di fronte alla inettitudine, alla prepotenza, all’ignoranza ed all’umana indecenza che, grazie a Donald Trump, sono diventate, nel pieno d’una pandemia fuori controllo e nella prospettiva d’una incalzante depressione economica, un quotidiano spettacolo, una sorta di “nuova normalità”. La sonnolenza è stata, fin qui – nella ininterrotta, grottesca e soffocante realtà del teatro trumpiano e sullo sfondo d’un paese più che mai diviso, confuso e spaventato – la vera forza di Joe Biden. E dovessero le presidenziali tenersi oggi, dicono tutte le inchieste, il candidato democratico le vincerebbe con ampio margine.

Ma le elezioni non si tengono oggi. Ed i tempi che viviamo sono quello che sono. I 77 giorni che ci dividono dal 3 novembre sono un’eternità piena di incognite. Lo sono perché Donald Trump – cosa, anche questa, che solo qualche anno fa sarebbe stata, da tutti, ritenuta impensabile e ridicola – è presidente degli Stati Uniti d’America. E perché, da presidente, Donald Trump sta metodicamente inquinando tutti i pozzi della democrazia. Metodicamente e apertamente. Appena due giorni fa, Trump ha pubblicamente ammesso, con la sfrontatezza di chi sempre è vissuto nell’impunità, di star tagliando i finanziamenti ai servizi postali al solo fine di impedire la generalizzazione del voto per corrispondenza (cosa questa assolutamente indispensabile in tempi di pandemia). E questo mentre la direzione della USPS informa che, in assenza di quei fondi, non sarà possibile consegnare in tempo i voti in ben 46 dei 50 Stati dell’Unione.

Una sola cosa si può dire. Quelle che si avvicinano saranno – in parte già sono – le più “sporche”, incerte e decisive presidenziali della storia degli Stati Uniti d’America. Donald J. Trump è il sintomo, e non la causa, d’una democrazia agonizzante. Donald J. Trump è un presidente “ridicolo”. E proprio per questo non c’è assolutamente, in America e nel mondo, nulla da ridere.  

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