Trump nel labirinto dei suoi generali

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Donald Trump è il primo presidente che, nel corso della mia vita, non abbia cercato di unire il paese. Al contrario, Donald Trump cerca di dividerci”. Queste parole – queste ed altre, tutte pesanti come macigni – ha scritto tre giorni fa, in una pubblica dichiarazione diffusa dal magazine “The Atlantic”, James Mattis, l’ex generale dei marines che, fino a solo un anno e mezzo fa, proprio di Donald Trump era segretario alla Difesa. E subito altre voci – voci provenienti dai, diciamo così, più nobili dintorni del Pentagono – gli hanno fatto eco. Ultima, quella d’un altro ex generale dei marines, quel John Kelly che per due anni (un record di longevità nel capriccioso turn-over della Casa Bianca) è stato il Chief of staff, il capo di gabinetto, dell’attuale presidente.

WASHINGTON, DC – MARCH 8: (AFP OUT) US President Donald J. Trump (L) speaks beside US Secretary of Defense Jim Mattis (R) during a meeting with members of his Cabinet, in the Cabinet Room of the White House March 8, 2018 in Washington, DC, (Photo by Michael Reynolds-Pool/Getty Images)

James Mattis e John Kelly hanno, in comune, tre peculiarità. La prima: una lunga e brillante carriera in quello che, per molte ragioni, è il più “simbolico” segmento dello strapotere militare americano. La seconda: una relativamente lunga presenza, in posizioni d’assoluto rilievo, nel governo di Donald Trump; e, soprattutto, il fatto d’aver recitato, in quel governo, la parte di “adults in the room”, di adulti nella stanza dei bottoni. O, fuor di metafora, d’aver coperto – in quella che s’è presto rivelata la più chimerica delle illusioni – il ruolo di saggi moderatori delle infantili intemperanze d’un presidente narcisista e palesemente impreparato, per carattere e per cultura, a ricoprire il ruolo di capo della più ricca e potente nazione del pianeta, nonché di quello che nel lessico della Guerra Fredda andava sotto il nome di “mondo libero”. Dentro l’Amministrazione retta dal più improbabile dei presidenti, tanto Mattis quanto Kelly avevano portato – o s’erano illusi di portare, sullo sfondo d’una molto conservatrice visione del mondo – il peso e la antica saggezza della “continuità democratica”. O, più specificamente, il peso di quella che della continuità democratica è da sempre (a torto o a ragione) considerata la più solida garanzia “bipartisan” (bipartisan perché al di fuori ed al di sopra della politica): le Forze Armate.

Terza ed ultima peculiarità: agli albori del 2019, tanto James Mattis quando John Kelly hanno finito – a testimonianza della fallacia di quanto sopra – per rassegnare le proprie dimissioni, cedendo spazio a personaggi più servilmente in sintonia con “the toddler in the room” il bambinone egolatra che occupa il più alto scranno. Ed entrambi avevano, fino a ieri, mantenuto un rigoroso silenzio in merito ai dissensi che li avevano allontanati dal governo.

Che cosa li ha spinti a cambiare atteggiamento? Qual è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso della loro riservatezza? “Quando, 50 anni fa, mi sono arruolato – ha scritto Mattis – ho giurato di rispettare e difendere la Costituzione. E mai avrei immaginato di vedere, in qualsivoglia contesto, truppe legate al medesimo giuramento impiegate per violare i diritti costituzionali dei loro concittadini, ancor meno per garantire al comandante in capo una stravagante photo-op, fiancheggiato dalle autorità militari”. La photo-op in questione è, ovviamente, quella che, lo scorso primo di giugno, Donald Trump si è regalato, bibbia alla mano, di fronte alla chiesa episcopale di St. John, a poche centinaia di metri dalla Casa Bianca, giusto al di là di Lafayette Square. Ed i diritti costituzionali violati dai militari, per ordine del “commander in chief”, sono quelli dei cittadini che in Lafayette Square andavano, quello stesso giorno, pacificamente protestando per l’omicidio di George Floyd.

Vale la pena ricapitolare i fatti. Lunedì scorso, Donald Trump aveva tenuto, nel Rose Garden della Casa Bianca, il suo primo discorso dedicato al caso dell’assassinio di Minneapolis (ultimo e più brutale caso di violenza poliziesca contro la popolazione di colore) ed alle tensioni – perlopiù pacifiche manifestazioni, ma anche saccheggi e vandalismi – che andavano (e tutt’ora vanno) scuotendo il paese. Consumate poche parole di circostanza per condannare l’omicidio di Floyd, Trump aveva quindi, da par suo, cominciato a “mostrare i muscoli”. O, fuor di metafora, a delineare in aggressivo crescendo – al grido di “I’m your law and order president”, io sono il vostro presidente di legge e ordine – i suoi programmi di normalizzazione del paese. Come? Attraverso l’invio, con o senza il consenso delle autorità locali, delle forze armate ovunque vi fossero, per l’appunto, una legge ed un ordine da ripristinare.

L’idea – con molto trumpiana grossolanità reiterata durante il discorso – era quella di “dominate the streets”, dominare la piazza con tutta la potenza delle armi a disposizione, per “risolvere molto rapidamente” ogni problema. E la prima piazza da “dominare” era, per l’appunto, quella di Lafayette, fatta sgombrare dalla polizia militare, giusto durante il discorso presidenziale, con manganellate, gas lacrimogeni e, persino, con il volo radente dei famosi elicotteri Black Hawk. Concluso il discorso con un ammiccante “ed ora mi recherò in un posto molto speciale”, Trump aveva quindi, con passo marziale (o che tale inteva essere) e tra due ali di militari in tenuta anti-sommossa, percorso le poche centinaia di metri che separano il Rose Garden dalla chiesa di St. John. Il tutto per mostrare al mondo, raggiunto il sagrato, un grosso libro nero. “È la bibbia?” gli aveva chiesto dalla distanza uno dei reporter che seguivano la scena. “È la bibbia” aveva solennemente confermato il presidente, innalzandola cielo.

La legge, l’ordine ed il Padreterno. Una simbologia perfetta, perché perfettamente atta, in un cerimoniale la cui forza ieratica era pari a quella d’una delle più triviali televendite – i testamenti sono due, il vecchio e il nuovo, ma io ve li offro al prezzo di uno – a dare il senso della personalità, della cultura e della politica di Donald J. Trump. Una triste pantomima, uno spettacolo da repubblica delle banane – o da trash-tv, il mondo nel quale Trump è prosperato – certamente destinato ad entrare nella “hall of fame” delle miserie di questo segmento di Storia. Ed anche un’aperta, volgare violazione di alcuni principi base della democrazia americana (e, per molti aspetti, di ogni democrazia). Gli stessi principi che James Mattis – pur avendo avuto modo di conoscere molto da vicino, per due anni, il carattere e lo spessore morale di Donald Trump – mai avrebbe pensato di vedere calpestati da un presidente.

Quali principi? Quello, tanto per cominciare, che vuole che le forze armate, garanti dell’unità nazionale, non possano essere usate, a capriccio di qualsivoglia presidente, in questioni di ordine pubblico. Soprattutto quando questo capriccio è diretto contro un diritto – quello di protestare pacificamente – consacrato dalla Costituzione. Ed ancor più se un tale diritto viene violato, a due passi dalla Casa Bianca, in Lafayette Square.

Chiunque conosce anche superficialmente Washinton D.C. sa che quasi impossibile è passare per quel piccolo parco – diventato una sorta di luogo consacrato alla libertà di parola, un po’ come lo “speakers’ corner” di Hyde Park in quel di Londra – senza incontrare qualcuno che, per i più svariati motivi, stia protestando. E proprio questo Trump ha fatto: ha, con tipica ed indecente sfrontatezza, violato un sacro diritto nel più sacro dei luoghi. Lo ha fatto usando le forze armate. Lo ha fatto contro la più moralmente legittima delle proteste. Lo ha fatto contro il più profondo senso del cristianesimo, come ha ricordato sdegnata Marianne Budde, l’Episcopal Bishop responsabile della chiesa di fronte alla qualo lo show si è consumato. E lo ha fatto per un motivo che, nella sua intrinseca, pretenziosa ridicolaggine, era molto peggio che futile. Era, piuttosto, lo specchio della sua estraneità al medesimo concetto di democrazia o, per dirla con James Mattis, della sua cronica incapacità, anzi peggio, della sua non volontà di unificare il paese. “Ormai – ha scritto l’ex generale – neppure fa finta di farlo”.

Questa, per tornare a bomba, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. The last straw, il troppo che stroppia, the tipping point, il punto di non ritorno che ha spinto molti ex alti ufficiali a rompere il silenzio. Prima James Mattis, poi John Kelly, poi una serie di ex alti membri dello Stato Maggiore di tutti i rami delle Forze Armate. Il tutto ad ovvia testimonianza del malessere che va serpeggiando all’interno del Pentagono. Come dimostrato anche dal fatto che il segretario alla Difesa in carica, Mark Esper, ed il Joint Chief of Staff Chairman, Mark Milley – vale e dire i due alti esponenti militari che hanno preso parte alla farsesca marcia trumpiana verso la chiesa di St. John – si sono poi sentiti in dovere di precisare d’esser stati a loro insaputa coinvolti nella farsa della “biblica” photo-op presidenziale.

E Trump? Come ha reagito Trump a questa alzata di scudi con stellette? Ha, prevedibilmente, reagito da Trump. Ovvero, mentendo ed insultando via Twitter. James Mattis? Null’altro che “il più sopravvalutato dei generali”. Sostanzialmente un fallito che (cosa falsa) anche Obama aveva dovuto licenziare per la sua inettitudine; e che lui (lui Trump) aveva misericordiosamente sollevato dalla polvere dandogli “cose da fare e battaglie da vincere”. Invano, visto Mattis non ha né fatto le prime, né vinto le seconde. E che per la sua mancanza di “leadership”, Trump ha poi dovuto (cosa falsa, visto che è stato Mattis a dimettersi) metterlo alla porta. Persino sui soprannomi di James Mattis, Trump è riuscito – confermando la natura patologica della sua mendacità – a raccontar frottole. Quando è arrivato alla Casa Bianca, racconta il presidente in carica, l’ex generale si chiamava “Chaos” (falso: Chaos non era un soprannome, era, semplicemente, quando ancora era in servizio attivo, il suo “call sign”, il nome in codice da usare durante le comunicazioni in zona di guerra). Un nomignolo, questo, che a lui (lui Trump) non era piaciuto e che aveva pertanto deciso, facendo uso dei suoi pieni poteri presidenziali, cambiare in “Mad Dog”, cane pazzo (falso: “Mad Dog” è in effetti il soprannome di Mattis, ma affibbiarglielo fu la stampa, nel lontano 2004, durante la campagna d’Afghanistan).

“Io credo che dobbiamo guardare con più attenzione agli uomini che eleggiamo – ha detto l’ex chief of staff John Kelly, commentando (e condannando in appoggio a James Mattis) le ultime performance trumpiane -. Io credo che dobbiamo passate al setaccio tutti coloro per i quali votiamo. Io credo che dobbiamo chiederci: qual è il loro carattere? Qual è il loro livello morale?”. Per capire quale sia il livello morale di Donald Trump – e quale sia il pericolo che questo livello morale rappresenta per la democrazia – John Kelly ci ha messo due anni alla Casa Bianca, più un anno e mezzo di silenzio, più una pandemia e più il riesplodere sanguinoso, a ridosso dell’omicidio di George Floyd, della questione razziale. Gli elettori americani hanno, invece tempo – per “guardare con più attenzione” – soltanto fino al prossimo novembre. Speriamo bene.

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