Trump, la Storia non lo assolverà

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Come ampiamente prevedibile e previsto – anzi, come, date le circostanze e le premesse, era del tutto inevitabile – mercoledì scorso la corte ha deciso: Donald J. Trump, 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, è due volte “not guilty”, non colpevole rispetto a entrambi i delitti – abuso di potere e ostruzione del Congresso – per i quali, lo scorso 18 dicembre, la House of Representatives aveva dichiarato il suo impeachment. Case dismissed. Ingiustizia è fatta. Ed è ora tempo di porsi, in attesa dei prossimi eventi, alcune essenziali domande.

La prima: con quale formula è stato assolto Donald Trump? Risposta: con tutte le formule. Tutte e nessuna. O, per meglio dire: con una formula “à la carte”. E altrimenti non poteva essere, considerato che il processo, o più accuratamente, il non-processo contro il presidente in carica era stato originalmente concepito, non come un esame delle prove, degli indizi, delle testimonianze e dei documenti relativi alle colpe contestate al reo, ma come un sistematico e preventivo occultamento delle medesime. Il tutto in perfetta sintonia con quanto Mitch McConnell, il leader della maggioranza del Senato (ovvero, della Corte giudicante) aveva senza mezzi termini preannunciato alla vigilia: il (non)processo di cui sopra sarebbe stato da lui organizzato e condotto in “assoluta coordinazione con la Casa Bianca”. Ovvero: con lo stesso imputato. E questo con l’ovvio fine di decidere, in pieno e idilliaco accordo, i tempi e i modi della sua assoluzione.

In questo quadro preventivamente molto ben definito, gli chef (McConnell e il collegio di difesa del presidente) hanno concesso alla giuria – o, più precisamente, ai repubblicani che, per 53 a 47 detengono la maggioranza del Senato – diverse possibilità di scelta. Il piatto più alacremente consigliato era, ovviamente, quello (una vera e propria leccornia) che il medesimo reo aveva in questi mesi concepito e cucinato. Vale a dire: l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”. O in alternativa, per quanti preferissero salse meno piccanti, l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Nel primo caso, Trump andava assolto perché l’intero processo non era che un ovvio tentativo di golpe – tanto ovvio da rendere superflua ogni analisi dei fatti – teso a malvagiamente rovesciare i risultati delle presidenziali del 2016. Nel secondo caso, Trump aveva davvero inopinatamente sospeso l’erogazione di aiuti militari stanziati dal Congresso e, nel contempo, chiesto al presidente ucraino Zelinsky di annunciare indagini contro i Biden. Ma tutto questo, lungi dall’essere un “abuso” di qualsivoglia sorta, altro non era che (Trump dixit) “una telefonata perfetta”, un normale, anzi, un virtuoso esercizio di prerogative presidenziali. Cambiato l’ordine dei fattori (o dei condimenti), il prodotto non cambia.

Il menù prevedeva anche un paio di varianti per vegetariani (i cosiddetti repubblicani “moderati”, specie non ancora del tutto estinta). Ovvero: l’assoluzione “per insufficienza di prove”. Donald Trump non può essere condannato – questo si legge nella ricetta – perché le prove raccolte dalla House of Representatives (prove che Mitt Romney, l’unico repubblicano che ha votato per la condanna, ha comunque definito overwhelming, debordanti e che tali sono per chiunque abbia conservato qualche oncia di decenza) non sono conclusive. E soprattutto perché, considerata questa insufficienza di prove, non è assolutamente il caso di richiedere quelle che il medesimo reo ha a protezione della sua innocenza mantenuto rigorosamente segrete.

Reclamare i documenti che (caso unico nella storia delle relazioni tra presidenza e Congresso) la Casa Bianca si è rifiutata di consegnare? Chiamare a testimoniare John Bolton, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale un cui libro – in parte anticipato dal New York Times – conferma per filo e per segno, e da testimonio oculare – le accuse della House of Representatives? Neanche parlarne. La Corte non ha tempo da perdere con tali inezie. A questo (non)processo non servono testimonianze o documenti di sorta per la semplice ragione che – ultima variante macrobiotica, questa, del menù assolutorio – provate o non provate, vere o non vere, le accuse contro il presidente, non sono impeachable, non sono passibili di impeachment. Perché? Perché Il presidente può fare, al fine d’esser rieletto, quel che più gli aggrada, come sostiene il suo avvocato Alan Dershowitz. E adesso che si proceda al voto.

Seconda (e più importante) domanda: che cosa significa, per l’America e per il mondo, questa “assoluzione per assenza di processo” (o per assenza di decenza) di Donald J. Trump? Per rispondere vale la pena partire da quello che il Senato (oggi a maggioranza repubblicana, anche se i senatori democratici rappresentano 15 milioni di elettori in più) doveva essere e che, a suo modo, davvero è stato: una corte. Una corte di giustizia – tesa alla ricerca della verità attraverso l’esame di testimonianze e documenti – secondo la Costituzione. Una corte nel più strettamente e meschinamente monarchico senso del termine nella realtà. I senatori – quelli della maggioranza repubblicana nelle cui mani erano le sorti del (non)processo – dovevano essere giudici. Sono stati, invece, soltanto dei cortigiani. O, ancor peggio, gli ossequiosi proseliti d’un culto.

Quella che stiamo vivendo a ridosso dell’impeachment è, a tutti gli effetti, la tragicommedia della crisi della democrazia americana. Una malattia, forse inguaribile, della quale Donald J. Trump non è, a conti fatti, che il sintomo più vistoso e volgare. Una storia d’orrore nella quale – come sempre – gli elementi più terrificanti stanno nelle pieghe del racconto. In queste pieghe proverò a entrare in un prossimo post. (segue)

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