Finisce, per un pugno di voti, l’era del Frente Amplio

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Ancora si contano i voti in Uruguay. E la Corte elettorale – un organismo che, da sempre, prende molto sul serio l’antico detto “chi va piano va sano e va lontano” – assicura che il conteggio finirà per prolungarsi, presumibilmente, fino al prossimo sabato. Mancano infatti, al computo finale – quello in assenza del quale non potrà esservi alcuna proclamazione ufficiale del vincitore delle elezioni presidenziali – i cosiddetti “voti osservati”. Vale a dire: i 35.229 voti (poco più dell’ 1 per cento del totale) che, deposti per le più varie ragioni in seggi diversi da quelli originalmente designati dalla medesima Corte, dovranno ora, in virtù d’un alquanto bizantino regolamento elettorale, esser computati a parte – e con i molto rilassati tempi che, in ogni settore, scandiscono l’agire della burocrazia uruguayana – dalle “juntas electorales” di ciascuno dei 19 dipartimenti che compongono la Nazione.

Ovvia domanda: perché una tanto minuscola frazione del voto ancora mantiene formalmente aperta – ed aperta per un tanto prolungato lasso di tempo, dopo che il 99% dello scrutinio s’è consumato in poche ore – la contesa presidenziale? Tutto ciò accade perché quei 35.229 voti – ora soppesati, uno per uno, con la pazienza del farmacista – sono, sia pur di poco, superiori ai 28.866 voti di vantaggio accumulati da Luís Lacalle Pou, il candidato del Partido Nacional – o meglio della super-coalizione che al Partido Nacional fa capo – nei confronti di Daniel Martínez, il candidato del Frente Amplio. Il che comporta due concomitanti conseguenze. La prima: una teorica situazione di stallo. La seconda: un pratico e piuttosto paradossale scenario nel quale tutti già sanno chi è il vincitore, ma è il sicuro perdente quello che va festeggiando con più chiassoso e orgoglioso entusiasmo.

Più in dettaglio: nessuno dubita che, a conteggio ultimato, Luís Alberto Alejandro Aparicio Lacalle Pou – quarantaseienne figlio di Luís Alberto Lacalle de Herrera, presidente tra il 1990 ed il 1995, una parentesi “blanca” tra i due mandati “colorados” di Julio María Sanguinetti – sarà con tutti i crismi nominato vincitore. E questo per una molto elementare questione aritmetica: gli bastano 2.651 (il 7,5%) di quei fatidici 35.229 suffragi tanto a lungo “osservati”, per assicurarsi la vittoria. E considerato che, solo un mese fa, durante il primo turno elettorale, proprio il Partido Nacional era stato il più beneficiato da questo conteggio aggiuntivo, pressoché impossibile (o possibile solo per frode, cosa che, data la lenta ma piena affidabilità del sistema nessuno s’attende) è che questi voti non li ottenga con preventivabile abbondanza. Il prossimo 30 di marzo Luís – come il giovane Lacalle si è confidenzialmente presentato nel corso della campagna – immancabilmente riceverà la banda presidenziale da Tabaré Vazquez (lo stesso “dottor Tabaré” che cinque anni fa lo aveva largamente sconfitto e che, a quanto pare, già lo ha molto cavallerescamente chiamato per congratularsi). Ma i molto striminziti margini della sua vittoria (48,71% contro i 47,51% di Martínez) non gli concedono – specie se misurati sul metro dei pronostici della vigilia – alcun margine di trionfalismo.

Nel primo turno, lo scorso ottobre, l’insieme dei partiti d’opposizione (Partido Nacional, Partido Colorado, Cabildo Abierto, Partido de la Gente e Partido indipendiente) aveva superato il 55 per cento dei voti contro il 39% di Daniel Martínez, ex intendente (sindaco) di Montevideo. E lecito sembrava attendersi, nel ballottaggio, un risultato non troppo lontano da quella cifra. Il Frente Amplio ha invece recuperato, in un mese, quasi 200mila voti (un 9% del totale), senza mai giungere a mettere davvero in dubbio la vittoria di Lacalle, ma avvicinandolo fin sulla soglia (umiliante, date le premesse) di un “empate tecnico”. Il che spiega perché, domenica notte – dopo che la Corte elettorale aveva rimandato a data da destinarsi la proclamazione del vincitore – fossero proprio le bandiere frentampliste quelle che con più ardore garrivano al vento. “Volevano seppellirci – ha gridato alla folla il solitamente molto contenuto Daniel Martínez tamburellandosi il petto come un gorilla – non sapevano che ‘somos semilla’, che siamo dei semi”.

Bella immagine. Bella e – almeno in parte – vera. Il Frente Amplio è uscito vivo da queste elezioni che dovevano sotterrarlo. Perdente, inevitabilmente logorato da quindici anni di potere, privo di veri leader e forse non del tutto pronto a germogliare di nuovo come un seme, ma di certo vivo. Ed anche ben radicato nel futuro, visto che una larga maggioranza dell’elettorato della fascia 18-25 anni, proprio per il Frente ha finito per votare.

Non è facilissimo capire che cosa, in quest’ultimo mese abbia favorito la sua incompleta, ma clamorosa “resurrezione”. Forse la campagna “voto a voto” lanciata da Martínez. Forse (cosa che personalmente non credo), il recupero di alcuni “monumenti” come José Mujica (da Martínez nominato futuro ministro per l’Agricoltura)  e Danilo Astori (futuro ministro degli Esteri). Forse (e più probabilmente) la paura del nuovo che in Uruguay, da sempre, rende invisibile ai radar dei sondaggisti una fetta dell’elettorato, sistematicamente giocando, contro le previsioni, a favore di chi governa (anche cinque anni fa, già al primo turno Tabaré Vazquez aveva ottenuto, da questo occulto serbatoio, un sei per cento in più rispetto ai sondaggi). O forse, come non pochi sostengono, il tanfo nostalgico – nostalgico dei tempi cupi della dittatura – emanato da un inquietante “appello alle forze militari” lanciato, giusto alla vigilia del voto, dall’ex generale Guido Manini Rios, capo di Cabildo Abierto, il freschissimo partito “legge e ordine” che nel primo turno, puntando sulla crescente esasperazione per la crescita della criminalità diffusa, aveva ottenuto un molto consistente 10% (si calcola che, sorprendentemente, al secondo turno, quasi il 30% dei voti del Cabildo siano andato proprio al Frente).

Chissà: forse un po’ di tutto questo e forse altro ancora. Una cosa è comunque certa. Quali che siano la forza del mandato di Luís Lacalle e la solidità della coalizione che lo sostiene, quali che siano la residua vitalità del Frente e la sua capacità di fare opposizione, dopo quindici anni l’Uruguay sta per voltar pagina. Non ci furono terremoti dopo che, nell’ottobre del 2004, il dottor Tabaré Vazquez sbaragliò al primo turno i tradizionali partiti “Blanco” e “Colorado” portando per la prima volta la sinistra al potere. Non si prevedono terremoti oggi che – “por una cabeza”, come vuole il titolo d’un celeberrimo tango – Lacalle ha riportato i conservatori alla presidenza. Ma – sullo sfondo d’un continente oggi percorso, in ogni sua parte, dai più diversi e spesso illeggibili venti di rivolta – una nuova epoca è indiscutibilmente cominciata. Nuova e, nonostante la proverbiale stabilità uruguayana, assolutamente imprevedibile.

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