“Neuterin’ Nancy vs the “Bully in Chief”

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L’associazione di idee è alquanto audace. Ma nell’osservare la disputa che, sullo sfondo dello “shutdown”, va in questi giorni dipanandosi tra il presidente Trump e lo, o la, “speaker” della House of Representatives, Nancy Pelosi, m’è quasi d’acchito tornato alla mente un vecchio film western che ebbe, sul finire degli anni ’70, un discreto e, io credo, meritato successo. Il film in questione è “Eagle’s Wing”, arrivato in Italia con un titolo – “Io, grande cacciatore” – che prendeva spunto dalla più importante battuta dell’intera storia.

Giusto per rinfrescare la memoria dei – temo molti – che non ricordano, o che mai hanno sentito parlare, di quel film. Eagle’s Wing, ala d’aquila, era uno splendido cavallo mustang, una sorta di bianca, immacolata visione nell’immensità delle grandi praterie. E proprio di questo parlava il film: della disputa per il possesso di tale meravigliosa creatura – un’inestimabile ricchezza nelle selvagge profondità del West – tra l’originario proprietario del cavallo, un cacciatore della tribù Kiowa, ed il pioniere bianco che glielo aveva rubato. Alla fine, la spunta il contendente – il cacciatore Kiowa, è ovvio – più in sintonia con la natura dei luoghi che di Eagle’s Wing erano l’habitat. Ed è a questo punto che il vincitore – generosamente risparmiando la vita allo sconfitto – pronuncia la frase che, in Italia, ha dato il titolo al film: “Io grande cacciatore, tu piccolo uomo bianco”…

Che cosa ha, tutto questo, a che vedere con lo “shutdown” che, ormai da più d’un mese, impedisce al governo Usa di funzionare regolarmente? O con i duellanti che, in questo per molti aspetti tragicomico scenario, vanno incrociando le lame? Molto poco in effetti. Lungi dall’essere un meraviglioso e quasi magico cavallo, lo “shutdown” assomiglia, infatti, ad una sgangherata barcaccia alla deriva, con un ubriaco al timone. Nancy Pelosi non è una cacciatrice. Anzi: appartiene ad una tribù – quella dei “liberal” di San Francisco – che per la destra americana è l’equivalente di Belzebù; e che, perlopiù, considera la caccia una pratica da abolire. Donald Trump, che del pioniere non ha assolutamente nulla, fa a sua volta parte d’una sottocategoria umana antica quanto il mondo: quella dei maschi sbruffoni, meglio noti come “bulli”. Ne fa parte al punto che, a tratti, quasi ne sembra la parodia…

C’è però, nel “molto poco” di cui sopra, qualcosa che fa sicuramente al caso.  Ed è il “piccolo uomo bianco”. Perché, al di là delle abissali differenze tra le due storie, proprio a questo, alla vera essenza di sé stesso, Nancy Pelosi ha in questi giorni ridotto il presidente degli Stati Uniti.

La storia è nota. Per una serie di distorti meccanismi di bilancio (specificità del sistema Usa che molto lungo sarebbe qui spiegare) il Congresso si è trovato (o ritrovato, vista la ricorrenza del caso) nella necessità d’approvare una legge destinata a coprire i conti correnti, pena la parziale chiusura degli apparati governativi (lo “shutdown” per l’appunto). Ed è stato in queste circostanze che Trump, il bullo Trump, ha colto l’occasione per porre il paese di fronte ad un vero e proprio ricatto: o mi date i soldi (5,7 miliardi) per costruire il muro lungo i tremila chilometri della frontiera col Messico (o, per meglio dire, per costruire l’inutile monumento al suo ego ed alla xenofobia alla quale la sua politica fa sistematico appello), o io non firmo alcuna legge. Non avendo i democratici – dallo scorso novembre alla guida della Camera – ceduto al ricatto, si è infine posto, in questo contesto di prolungata ed artefatta paralisi di gran parte della macchina burocratica, il problema dello “State of the Union”. Ovvero: del discorso sullo stato dell’Unione che, su invito proprio dello speaker della Camera, il presidente tiene ogni anno, tra gennaio e febbraio, di fronte all’intero Congresso ed ai rappresentati di tutte le più importanti istituzioni.

Nancy Pelosi, nuova speaker (nuova si fa per dire, perché già aveva ricoperto quel ruolo tra il 2007 ed il 2011) era stata da subito chiara. Ed in una molto formale lettera aveva “rispettosamente suggerito” al presidente di rimandare ad altra data – concluso lo shutdown – l’appuntamento per la lettura del “SOTU”. Ricevuta la lettera Trump aveva tuttavia – in quello che i media Usa hanno definito un tipico bluff – preferito fare orecchie da mercante (o, per meglio dire, da bully). Ed in una molto baldanzosa risposta aveva comunicato allo speaker la sua intenzione di presentarsi regolarmente per illustrare al Paese quanto fantasticamente brillante fosse, dopo due anni di presidenza Trump, lo Stato dell’Unione. Semplice ed immediata la risposta della Pelosi che, in termini sempre molto formali, ma brutalmente chiari, ha il giorno stesso comunicato a “the bully in chief” un concetto così riassumibile in linguaggio corrente: signor Presidente, venga pure quando vuole, ma troverà la porta chiusa. Ed a Trump non è a questo punto rimasto – per restare nella metafora pokeristica – che bofonchiare un banalissimo “Nancy ha paura della verità”, mentre guardava l’impenitente “liberal di San Francisco” raccogliere tutto quello che c’era nel piatto. “Io grande speaker, tu piccolo uomo bianco”….

Io grande speaker, tu piccolo uomo bianco

Nancy Pelosi a Donald Trump (frase pensata, non detta)

Dicono i sondaggi che Donald Trump – da sempre, peraltro, il più impopolare dei presidenti Usa – sta pagando abbastanza pesantemente il prezzo dello shutdown che ha imposto al paese (stando alla media ponderata di “fivethirtyeight”, una delle più affidabili, ha nell’ultimo mese perso otto punti). Ma, nella sua costante esibizione di maschile prepotenza, aveva comunque fin qui mantenuto una più che solida sintonia con la sua naturale base elettorale. Quella, per l’appunto, del maschio bianco più incolto o, in ogni caso, più incline a considerare la sua mascolinità ed il suo color di pelle come qualcosa d’esposto ad esiziali minacce (da parte di aggressive “minoranze”, nonché di non meglio identificate “elite”) e, per questo, bisognoso d’un “uomo forte” pronto a difenderlo. Che cosa accadrà ora che quell’ “uomo forte e bianco” si è, pur mantenendo tutto il suo biancore, mostrato non solo “piccolo” – nudo verrebbe da dire rammentando la celebre favola di Andersen – ma piccolo di fronte a una donna? E, quel che è peggio, a una donna che, orrore, è anche una “liberal di San Francisco”? Non resta che attendere il responso delle cifre.

Strana storia, in ogni caso, quella di Nancy Pelosi. Strana ed istruttiva. Lo scorso novembre, quando nelle elezioni di mezzotermine i democratici hanno trionfalmente riconquistato la Camera, molti l’avevano considerata – nella sua “naturale” candidatura per la carica di speaker – una sorta di zavorra. E con piuttosto solidi argomenti. Troppo in là con gli anni (Nancy va per i 78), troppo segnata da una lunghissima carriera politica, troppo disponibile al negoziato per le nuove leve radicali (donne in gran parte) emerse nelle elezioni di mezzotermine, troppo invisa alla destra e troppo poco incline ai compromessi per i più “centristi” dei democratici. Troppo, insomma, “personaggio del passato”…Troppo al punto che non pochi avevano ipotizzato che non avesse i voti per essere eletta.

Nancy – cosa che quelli che meglio la conoscono mai avevano dubitato – i voti li ha invece trovati. E, trovati i voti, ha anche mostrato di fronte a Trump quelli che i personaggi a Trump più affini amano, di norma, definire “gli attributi”. In sintesi: Nancy – così Trump usa con condiscendenza chiamarla, anziché, “Madame Speaker” come vorrebbe il protocollo – ha umiliato Trump sul suo stesso terreno. E l’ha fatto senza rimedio anche per un bugiardo cronico, abituato a dichiarar vittoria (persino il tracollo nel mezzo termine era stato, per lui, “un trionfo”) anche di fronte alle più catastrofiche disfatte.

Giorni fa, nel descrivere gli eventi dello shutdown, Steven Colbert, impagabile conduttore del  “Late Show” su CBS, ha notato come il presidente abbia fin qui evitato di affibbiare alla speaker della Camera – cosa che usa fare con tutti i suoi avversari – uno sprezzante nomignolo. Trump era fin qui stato, infatti, assolutamente implacabile. Ed ai nemici uomini aveva riservato, per lo più, soprannomi che ne sottolineavano la poco virile debolezza. Il capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer, ad esempio, è di recente diventato “cryin’ Chuck”, Carletto il frignone. Nel corso delle primarie repubblicane del 2016”, Marco Rubio era “Little Marco”, Jeb Bush “low energy Jeb e via irridendo. Diverso, invece, il trattamento riservato alle donne. E se Hillary era semplicemente “Crooked Hillary”, Hillary la malandrina o “the nasty woman”, la malafemmena, di norma era l’aspetto fisico quello che veniva, dal Trump candidato, messo in discussione. Famoso il “with that face”, con quella faccia, riservato a Carly Fiorina, ex manager di Hewlett Packard con aspirazioni presidenziali…Nancy era invece fin qui rimasta soltanto Nancy. Tempo di rimediare, ha in un tweet sottolineato Colbert. Ed ha proposto al presidente  che, a suo avviso, era l’epiteto più a tono con le circostanze: “neuterin’ Nancy”, Nancy la castratrice.

La proposta non ha fin qui, prevedibilmente, trovato eco, nelle quotidiane sventagliate di tweet che #realdonaldtrump regala al mondo. Ma certo è che il tono di voce dell’inquilino della Casa bianca sembra, da qualche giorno, prediligere note più flebili. Tanto flebili che, proprio ieri, in quella che ai più è apparsa una resa incondizionata. Trump ha firmato la legge che riapre – sia pur solo per tre settimane – il governo. Chiamatelo, se vi pare, l’effetto Nancy…

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