Due presidenti, niente democrazia

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Si chiama Juan Gerardo Guaidó Marquez. Ha 35 anni. E fino allo scorso 5 di gennaio, quando – più per l’assenza d’altri candidati che per meriti propri – fu nominato presidente di quel che restava della Asamblea Nacional, il suo nome era noto soltanto ai parenti più stretti e ad una molto ridotta cerchia d’amici intimi. Oggi è – per una fetta assai ampia del mondo e per un’ancor più ampia parte dei suoi concittadini – il legittimo presidente del Venezuela. O meglio: è la speranza e, insieme, la paura che avvolge un paese angosciato e distrutto, perduto nella terra di nessuno che separa la possibilità d’una pacifica transizione democratica – un’assai flebile fiammella – dal molto più visibile e prossimo abisso d’una violenza la cui portata ancora è difficile misurare.

Sembrava morta…

Sembrava morta, la protesta, in Venezuela. E di certo morta l’avevano creduta Nicolás Maduro e gli altri boiardi del regime quando – soppressa nel sangue la rivolta popolare che, tra il marzo ed il luglio del 2017, aveva fatto seguito allo scioglimento di fatto della Asamblea Nacional democraticamente eletta – avevano creduto di chiudere per sempre la partita in una sorta di rossiniano crescendo di frodi e di colpi di mano. Prima con la creazione anticostituzionale d’una Asamblea Constituyente Nacional, illegalmente convocata, eletta sulla base d’un sistema elettorale burlesco e, infine, auto-dotatasi di poteri assoluti. E, poi, nel maggio dello scorso anno, con la frettolosa e farsesca rielezione di Maduro alla presidenza.

Credeva, Nicolás Maduro d’avere per sempre domato il paese che aveva sgovernato e ridotto alla fame per sei anni, regalandogli un’inflazione che viaggia ad un ritmo del 48 per cento al giorno. Ed aveva creduto d’avere, con quella tragica pantomima, fatto fesso il mondo. Ma aveva fatto male – molto male – i suoi calcoli. Male al punto che, lo scorso 10 di gennaio, quando l’erede del “comandante eterno” Hugo Chávez ha chiuso la pantomima di cui sopra recitandone l’ultimo atto, è stato (per restare nella metafora teatrale) sommerso da una pioggia d’ortaggi e uova marce.

La scintilla che incendia la prateria

La cerimonia di giuramento per l’inizio dei suoi secondi sei anni di mandato – consumatasi, con affettata solennità, di fronte alla triste congrega di lacchè travestiti da magistrati che va sotto il nome di Tribunal Supremo de Justicia – s’è rivelata la classica (Lenin docet) scintilla che incendia (o, nel caso, che torna ad incendiare) la prateria. Convocata da quel giovane sconosciuto (Guaidó chi?) in pubbliche assemblee di piazza – replica dello storico cabildo che, nel 1810, innescò la guerra d’indipendenza dalla Spagna – la gente è inaspettatamente ritornata in piazza. Le notti di Caracas si sono riempite dei rumori d’improvvisati “cacerolazos”. E ieri, nel giorno del 61esimo anniversario della caduta del dittatore Marcos Pérez Jiménez, il Venezuela ha vissuto, in tutte le sue città, forse la più grande manifestazione di massa della sua storia. È stato di fronte a questo mare di popolo che l‘ormai ex “signor nessuno” – emerso, come una sorta d’Araba Fenice, dalle ceneri della Asamblea Nacional – ha infine ufficialmente dichiarato, anzi, giurato, di assumere i “poteri esecutivi” che la Costituzione – quella stessa costituzione che il chavismo ha prima creato e poi martoriato ed assassinato – affida al presidente della Asamblea Nacional a fronte di un vuoto o d’una usurpazione di potere.

Opposition supporters take part in a rally against Venezuela’s President Nicolas Maduro’s government in Caracas, Venezuela, October 26, 2016. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins TPX IMAGES OF THE DAY

Risultato: Juan Guaidó è oggi il legittimo presidente del Venezuela, non solo per il grande vicino del Nord, gli Stati Uniti (che da giorni andavano sollecitandolo a proclamarsi presidente) ma anche per la grande maggioranza dei paesi latinoamericani. Uniche e prevedibili eccezioni: Cuba, il Nicaragua del nuovo Somoza Daniel Ortega e la Bolivia di Evo Morales, più il Messico e l’Uruguay che mantengono una posizione interlocutoria o, se si preferisce, che sottolineano la necessità di lasciare aperto un canale di comunicazione con il governo di Maduro, nell’auspicio che il popolo del Venezuela sappia ritrovare, in forma pacifica, la via della democrazia e del rispetto e dei diritti umani.

Niente luce in fondo al tunnel

Quanto saggia, o quanto pilatesca, sia questa posizione, è davvero difficile dire. Ma certo è che proprio questa è oggi la domanda. Saprà, o potrà, il Venezuela conteso da due presidenti ritrovare, in forma pacifica, la via della democrazia e del rispetto dei diritti umani? Il gramsciano “pessimismo dell’intelligenza” non lascia grandi margini alla speranza. Ed anche con il più generoso “ottimismo della volontà” assai arduo è, allo stato delle cose, intravvedere qualche spiraglio di luce.

Parlando dal “balcone del popolo” di Palazzo Miraflores, Nicolás Maduro, ha replicato ieri agli eventi rompendo quel che già era rotto: vale a dire, le relazioni diplomatiche con quanti si sono rifiutati di riconoscere la legittimità del suo governo. A cominciare dagli Usa, non troppo originalmente considerati – seguendo un ormai ridicolo canovaccio – il vero centro d’una cospirazione” imperiale” contro il Venezuela. E resta ora da vedere quali, all’atto pratico, saranno le conseguenze di questo gesto. A dispetto delle filastrocche antimperialiste e delle frottole su un inesistente “bloqueo”, infatti, gli Usa sono ancor oggi – in termini di entrate in valuta – i migliori acquirenti del petrolio venezuelano. E proprio negli Usa ha sede – in forma di raffinerie o di stazioni di servizio – una rilevante parte del patrimonio petrolifero venezuelano. A chi verrà da domani pagato il petrolio, se gli Usa, cosa che a questo punto è più che lecito dubitare, continueranno ad acquistarlo e il Venezuela a venderlo? Al PDVSA (l’ente petrolifero statale venezuelano, praticamente in bancarotta) o al nuovo governo di Guaidò, libero o dietro le sbarre che sia? E in che misura la Cina e la Russia – paesi creditori che già hanno ipotecato una parte assai consistente del patrimonio venezuelano – potranno riempire questo vuoto?

La credibilità è perduta, resta la forza

Una cosa occorre comunque, prima d’ogni altra, continuare a considerare. Nicolàs Maduro ha perso – e non da ieri – ogni barlume di credibilità. Ma ha, fin qui, mantenuto intatta la sua forza. Intesa, ovviamente, come forza delle armi. Narrano le cronache come il 10 gennaio, subito dopo la farsa del giuramento di fronte agli ossequiosi magistrati del TSJ, Maduro sia di fretta trasferito nella grande sala della Accademia militare di Caracas per ricevere a sua volta un giuramento: quello d’assoluta fedeltà che, per bocca del generale Padrino López, le forze armate gli hanno assicurato. Nel nome della rivoluzione bolivariana, del “comandante eterno” e, soprattutto, dell’ampia quota di bottino che, nel sistema di corruzione, tocca alla cupola militare.

Fino a quando le Forze Armate resteranno parte di questo sistema, nel futuro del Venezuela difficile sarà intravvedere qualcosa che non sia nuova repressione e nuova violenza. La “transizione pacifica” da molti auspicata già ha cominciato, in effetti, a venir stritolata tra il martello della dittatura chavista e l’incudine della nuova destra di Donald Trump e Jair Bolsonaro. Il lampo di luce della grande mobilitazione di popolo che ieri ha riempito le piazze, potrebbe non essere, a conti fatti, che il preludio d’una nuova tragedia.

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2 Comments

  1. pedro navaja on

    spedito, in versione ridotta, anche nei commenti del FQ ma “ancora in attesa di moderazione”

    La difesa del carnefice.
    Perchè ancora “certa sinistra” difende ciò che in Italia definirebbe fascismo?

    C’è qualcosa che non capisco?
    Perchè la CGIL, il manifesto, l’ARCI (e naturalmente molti supporter e gerarchi dei 5S, ma qui non siamo nell’ambito della sinistra), difendono, o gustificano o hanno un complice silenzio verso un satrapa che ha massacrato e continua a massacrare centinaia di venezuelani, maggiormente giovani?

    C’è qualcosa che non capisco perchè quei giovani morti nelle strade e periferie di Caracas o Tachira non contino nulla o valgano meno di un giovane italiano…che so, di Regeni o Cucchi?

    Perchè? Perchè sono latinoamericani? Perchè si considera naturale e scontato che in Venezuela (terra di migrazione italiana) la vita valga meno che in Italia? O è perchè quei giovani protestano contro un massacratore, ma “dei nostri”, con il pugno alzato?

    Forse perchè c’è di mezzo Trump, o il petrolio, o una destra impresentabile, o Putin e la Cina? Tutto ciò giustifica il carnefice?

    Non capisco nemmeno il Vaticano (non la chiesa del Venezuela), sempre tiepido…troviamo una soluzione pacifica. Negoziamo…fino a quando?
    Non contano per il Vaticano i 26 morti nelle strade nel solo breve tempo della visita del Papa a Panama?

    Ma come? Il Vaticano difende la vita, si mobilita per il caso del povero bimbo inglese Alfie, mette a disposizione le strutture mediche della chiesa a Roma (in un caso purtroppo non risolvibile per la medicina), ma non si mobilita per quei giovani, per quelle famiglie, per quelle mamme. Una di loro diceva, di fronte al figlio ucciso dal piombo di Maduro, “lottava solo per un Venezuela migliore. E’ morto anche per dare una speranza e un futuro ai giovani come lui”.

    Non si mobilita il Vaticano per i migliaia di bambini denutriti e quelli morti anche solo per mancanza di antibiotici (dati di amnesty international)? O per quelli morti per l’espansione della malaria, unico caso al mondo, o dei 111 (centounidici) bambini morti a mano della delinquenza in 10 mesi…?

    Non contano nemmeno i 3.2 milioni di venezuelani che hanno abbandonato il loro paese, in una diaspora che non ha precedenti nel continente, per penuria e la violenza?

    Deve esserci sicuramente qualcosa che non capisco: perchè cio che non accetteremo in Italia diventa invece, per alcuni, apprezzato, meritevole di omertà o difendibile e giusto altrove?

    Pedro Navaja

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