Il #me-too! infiamma l’America Latina

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Che il conduttore di Radio Agricultura e famoso opinionista televisivo cileno Fernando Villegas, autore di più di venti libri sarebbe stato un giorno allontanato dal lavoro e anzi additato all’opinione pubblica come molestatore sessuale era soltanto un sogno su cui nessuno avrebbe, fino a qualche mese fa, scommesso un peso. Così come sulla sospensione dell’accademico di Juan Pablo Cárdenas, illustre professore di giornalismo presso la Universidad de Chile e vincitore del Premio Nacional de Periodismo, oltre che coraggioso oppositore alla dittatura di Pinochet, insomma un intoccabile.

I malesseri per le molestie e il sessismo di quei famosi intellettuali e di molte altre decine covavano sotto la cenere, ma faticavano a prendere voce, troppo famosi loro e troppo radicato il maschilismo in Cile per far sperare che l’impunità sarebbe terminata.

I tappi saltano

C’è però un momento in cui i tappi saltano, e a volte basta una goccia per far implodere la pentola. La goccia, o meglio la miccia, è stata in questo caso la denuncia nell’aprile scorso di una studentessa della Universidad Austral di Valdivia contro un professore che l’avrebbe molestata. Per protestare, le colleghe hanno occupato l’ateneo, chiedendo il licenziamento dell’accademico, e in poche settimane la protesta si è estesa a più di venti università. Ed il 15 maggio scorso 150.000 ragazze sono scese in piazza per chiedere un’istruzione non sessista e la fine del patriarcato nelle scuole, in una manifestazione agguerritissima, carica di simbolismo e di provocazione: un centinaio di studentesse della Universidad Católica, sfidando le regole di uno degli atenei più bigotti ha addirittura marciato in topless e con un passamotagna viola in testa.

Soltanto quando il governo di destra del presidente Sebastián Piñera si è impegnato seriamente ad accogliere le loro proposte, stravolgendo l’impostazione di licei e università le studentesse hanno sospeso le occupazioni, ma sono occorsi mesi.

Ogni ateneo aveva le sue specifiche ragioni per protestare, ma l’allontanamento dei docenti accusati di molestie era l’obiettivo comune. Per la facoltà di Diritto della Universidad de Chile ci sono voluti 74 giorni: tanto è durato il braccio di ferro prima che la direzione decidesse di sospendere dal suo incarico Carlos Carmona, docente celebre ed ex presidente del Tribunale Costituzionale, accusato di aggressione sessuale dalla studentessa Sofia Brito.

Non abbassiamo la guardia e continuiamo a vigilare perché l’impegno del governo non sia solo sulla carta, però abbiamo ottenuto molto

Andrea Cifuentes, studentessa 23enne della Catolica di Santiago

“Non abbassiamo la guardia e continuiamo a vigilare perché l’impegno del governo non sia solo sulla carta, però abbiamo ottenuto molto”, ci racconta Andrea Cifuentes, studentessa 23enne della Católica di Santiago e una delle leader della protesta. “Per esempio, adesso ci sono commissioni di alunne che prendono in esame le denunce, corsi di rieducazione al rispetto per le donne e lezioni di sensibilizzazione per professori e compagni”. Ma è soprattutto l’aria che è cambiata. E anche se qualche professore denuncia un clima da caccia alle streghe, stando ai sondaggi ad appoggiare la protesta è più del settanta per cento della popolazione, un risultato straordinario in un paese machista come il Cile. Segno che le aggressioni e le molestie riguardano tutte le donne, non solo le studentesse

I diritti di tutte le donne

“Tra i nostri obiettivi c’è quello di combattere per l’affermazione dei diritti di tutte le donne”, spiega Sandra Beltrami, ex portavoce della Confech, la più importante confederazione studentesca del Cile, che annuncia che l’attuale mission è la depenalizzazione dell’aborto non solo nei tre casi previsti dalla legge e ci mostra l’indumento-simbolo: un fazzoletto verde con le scritte Aborto libre, seguro y gratuito e NoBastan3Causales che le attiviste si legano al collo durante le marce.

Tutto è cominciato in Brasile

Non è soltanto il Cile. Se in quel paese la protesta è stata travolgente e strutturata, i cambiamenti sono evidenti in tutta l’America Latina, che vanta iniziative spesso all’avanguardia. Per fare un esempio. Il primo metoo al mondo è nato in Brasile nel 2015, lanciato con l’hashtag MeuPrimeiroAssedio dopo che migliaia di commentatori avevano accusato di incitamento alla pedofilia una partecipante dodicenne e soltanto nei primi cinque giorni ha raccolto 82.000 tweet di denunce. E in molte città di quel paese si sono tenute qualche giorno fa grandiose marce femminili che, note con Ele Não (Lui no), stigmatizzavano la probabile elezione a presidente di Jair Bolsonaro, il candidato di estrema destra il cui programma di governo prevede molti passi indietro per le donne.


Niente nasce dal nulla, nemmeno in Brasile. Segnali vigorosi di vitalità femminista erano già visibili in molte iniziative pioniere come il Chega de Fiu Fiu, letteralmente Smetti di fischiare, l’organizzazione che si batte contro le molestie sessuali per strada e che considera anche i fischi una forma di violenza. Fondato nel 2015 dalla giovane giornalista Juliana de Farias che ha aperto poco tempo dopo la ong Think Olga (179.000 followers su facebook), il gruppo ha presentato di recente a San Paolo con molto successo il documentario Chega de Fiu Fiu sulla pesante quotidianità delle donne nelle metropoli brasiliane, soggette a continue molestie. Mentre risale a marzo il video in cui 52 gornaliste sportive denunciano le aggressoni subite nel corso del proprio lavoro. Trasmesso provocatoriamente durante una partita al Maracanà a cui assistevano 80.000 spettatori, il video è diventato virale e ha costretto molti sportivi famosi a prendere una doverosa posizione a favore delle donne.

Ni una menos

Strano posto l’America Latina, in cui le contrapposizioni sono estreme e le posizioni radicali. Tanto più grave è un fenomeno tanto maggiore e dirompente è la reazione. Il numero delle violenze sulle donne è impressionante, eppure in nessun continente la legislazione ha fatto tanti passi avanti su quel tema, stando alle dichiarazioni della presidente della Commissione di Genere della Cepal. Basti pensare che il numero dei paesi in cui il femminicidio è stato tipificato come reato è passato in pochi anni da quattro a sedici, mentre le battaglie contro maschilismo e violenza sono spesso tra le più accese, vedi la mobilitazione Ni una menos che, nata nell’ottobre del 2016 in Argentina dopo lo stupro e l’omicidio di una ragazza a Rosario è stata poi adottata in tutto il mondo.

Peraltro, in quel paese le manifestazioni per la depenalizzazione dell’aborto hanno riempito le piazze per mesi. Ed anche se la proposta di legge è poi stata bocciata nell’agosto scorso per pochi voti le immagini delle centinaia di migliaia di donne munite anche loro di fazzoletto verde fanno ormai parte della memoria collettiva.

Paremos el acoso callejero

Tra i paesi in cui i reati contro le donne sono più diffusi c’è il Perù, dove i femminicidi sono quadruplicati dal 2009, a commetterli sono nell’ottanta per cento dei casi i compagni o gli ex compagni della vittima. Eppure, è proprio a Lima che è nata la prima associazone contro le molestie sessuali per strada di tutto il continente, il Paremos el Acoso Callejero che, fondato nel 2011 da alcune studentesse che poi sono diventate docenti, ha oggi 80.000 followers e uno staff di venti volontarie tra psicologhe e avvocate.

“E’ una battaglia lunga e faticosa in cui anche un piccolo passo si scontra contro resistenze molto radicate”, ci spiega la portavoce Fiorella Ferrari, politologa 28enne. “Però siamo ottimiste e consideriamo un grande risultato la recente legge che ha inserito finalmente le molestie e le aggressioni per strada nell’agenda pubblica, trattandole come un problema sociale.

Anche sul fronte delle violenze nei luoghi di lavoro il paese sta cambiando, sia pure con lentezza, un esempio sono le reazioni e la solidarietà al caso di Lezly Carrasco”. Lezly è la studentessa che ha raccontato un anno fa su fb di essere stata violentata da un compagno di università, scatenando un’ondata di denunce simili da parte di colleghe, alcune delle quali hanno fatto i nomi dei propri aggressori o stupratori. Un bel coraggio vista l’indifferenza di molte istituzioni davanti ad accuse di quel genere, vedi il caso della campionessa di scacchi che, molestata ripetutamente dal proprio allenatore che le chiedeva rapporti intimi, ha raccontato che il presidente della Federazione ha fatto molta resistenza prima di sospenderlo.

Anche nelle università i consigli dei professori sono spesso morbidi con gli accusati, ma il numero delle ragazze che si espongono e non si scoraggiano è in continuo aumento. Ed è in parte merito di quello stillicidio di denunce se a partire dal giugno scorso sono stati licenziati ben seicento docenti già condannati per violenza sessuale. Ci sono gocce nel mare e segnali vistosi. In molti cantieri di Messico, Perù e Cile cominciano ad apparire grandi cartelli con scritto: “In questo cantiere non si fischia alle donne”.

E nel frattempo il metoo ha preso piede ovunque, per esempio le pareti dell’atrio della facoltà di Diritto dell’Università di Montevideo sono tappezzate di fogli in cui studentesse anomime denunciano gli episodi di sessismo e violenza di cui sono state vittime. Mentre in Colombia la giovane Mariángela Urbina Castilla ha aperto su youtube il seguitissimo canale Igualadas (180.000 visite a programma) in cui denuncia il sessismo dei suoi conterranei, affronta temi di genere e mette alla gogna con ironia i maschilisti più famosi. In quel paese gli abusi dei professori contro le studentesse universitarie sono diffusissimi, come racconta in una lunga inchiesta la rivista Vice, e se molte non hanno il coraggio di denunciarli altre ne parlano nel programma di Castillo.

La “tremenda revoltosa” scuote la Colombia

Come in molti paesi latinoamericani, anche in Colombia c’è un attivissimo Observatorio contra el Acoso callejero, versione locale del primo nucleo che, fondato in Cile nel 2013 da studentesse universitarie e irriso e boicottato i primi anni (le fondatrici erano state minacciate di morte e i detrattori mandavano loro foto di donne squartate), è oggi seguito da 72.000 persone tra cui molti uomini che sostengono la causa: all’inizio erano sbeffeggiati come maricones, ma i tempi cambiano. Tornando alla Colombia. E’ proprio nella Universidad Nacional di Bogotà che è nata una delle iniziative più creative e simbolicamente forti del femminismo giovanile: la Tremenda Revoltosa, un collettivo di studentesse femministe che si uniscono a tutte le manifestazioni suonando tamburi e trombe e ballando al ritmo indiavolato di brani afro e brasiliani, per cui si allenano nel campus ogni settimana. Non solo quella scenografia potente ha un forte significato simbolico, ma rende accattivamente qualunque marcia.

Tra l’altro, la Colombia vanta femministe molto carismatiche e amatissime dalle ragazze come Claudia Lopez, la 45enne senatrice lesbica che si batte da molti anni per i diritti delle donne e della comunità LGBT, oltre ad aver contribuito a smantellare le collusioni tra politica e criminalità, tant’è che è stata minacciata di morte e costretta a lasciare per qualche tempo il paese.

Rosario, gli orrori d’una rivoluzione tradita

Che femminismo e battaglie politiche siano strettamente legate in tutta l’America Latina è evidente nella protesta in Nicaragua che ha portato in piazza dall’aprile scorso centinaia di migliaia di studenti di università e licei contro il governo autoritario di Daniel Ortega e della moglie Rosario Murillo, la potentissima vicepresidente. Un tempo poetessa e femminista, Murillo ha preso le distanze dalle vecchie posizioni quando il marito diventò presidente per la seconda volta: per ingraziarsi la chiesa cattolica brigò per far penalizzare l’aborto terapeutico, consentito da una legge approvata nel lontanissimo 1837 da un governo conservatore. E non bastasse ha boicottato in tutti i modi le marce contro la violenza che pure è una piaga nel suo paese.

Sono femminista da sempre anche se ho impiegato diversi anni per riconoscermi in questa definizione

Dolly Mora Ubago, leader delle proteste contro gli Ortega

Le femministe storiche ormai detestano Murillo, e per quelle della nuova generazione il tradimento della presidenta è uno dei motivi che le  hanno spinte a scendere in piazza, come ci racconta Dolly Mora Ubago, militante 26enne della Coalición Universitaria Nicaragüense y de la Sociedad Civil che dice di aver assimilato il femminismo dalla bisnonna e dalla nonna guerrigliere, perché è nel terreno della lotta sandinista che sono nate molte battaglie delle donne. In prima fila nella protesta contro il governo, la coraggiosa Dolly è stata minacciata ma non ha paura né la feriscono le critiche di “nazifemminista”.

“Sono femminista da sempre anche se ho impiegato diversi anni per riconoscermi in questa definizione”, racconta. La sua battaglia per le donne è cominciata quando aveva quattordici anni, cinque anni dopo ha fondato con un’amica la Agrupación de Mujeres Trans y Culturales. Spiega che il femminismo delle millenial è un po’ diverso da quello delle attiviste storiche, che criticano il governo senza però scendere in piazza accanto ai giovani nelle proteste. “Se è vero che non si tratta di manifestazioni strettamente femministe, tra gli obiettivi c’è una società più giusta e democratica in cui le donne siano soggetti paritari e protagoniste dei cambiamenti”. E infatti in tutto il Nicaragua stanno nascendo associazioni e gruppi di ragazze e donne contro il patriarcato e la violenza: intesa non solo come quella atavica ma come abusi e stupri delle ragazze sequestrate o torturate nelle carceri del paese, o violentate nelle stazioni di polizia, a volte in gruppo.

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